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- Modello tradizionale e modello innovativo del processo di
apprendimento
2 - Gruppo in senso psicopedagogico
3 - Ostacoli reali ed alibi
4 - Valori educativi del gruppo
4.1 II raggiungimento di un livello superiore di sicurezza
4.2 II controllo del senso di colpa
4.3 Il miglioramento dei processi di apprendimento
4.4 L'aumento delle capacità di cambiamento
4.5 La facilitazione della maturazione affettiva
5 - Fenomeni e dinamiche di gruppo
1. MODELLO TRADIZIONALE E MODELLO INNOVATIVO DEL PROCESSO
DI APPRENDIMENTO
II modo tradizionale di intendere il processo di apprendimento
si basa su alcuni presupposti di ordine sociale, epistemologico
e psicologico:
a) gli allievi non sanno e l'insegnante sa
b) ciò che gli allievi devono imparare è già
deciso dai programmi e dall'idea che l'insegnante ha circa
l'apprendimento
e) l'insegnante insegna a tutti le stesse cose allo stesso
modo, perciò chi non impara o è svogliato o
è mentalmente insufficiente
d) chi impara è premiato, chi non impara è punito
(bocciato, irriso, trascurato, ecc.)
e) ogni allievo ha il compito fondamentale di dimostrare la
sua abilità manuale e mentale oltre che il suo comportamento
disciplinato
Si sta dunque facendo strada un nuovo modello pedagogico,
nel quale il lavoro di gruppo è elemento centrale che
si basa su questi presupposti:
a) gli allievi sanno già alcune cose, altre le ignorano;
anche l'insegnante ignora molte cose
b) la cosa che gli allievi devono davvero imparare è
il "metodo per imparare": tutto ciò che esce
da questo obiettivo è accessorio o esemplificativo;
va comunque studiato solo se risponde a realibisogni culturali
degli allievi
e) l'insegnante aiuta l'allievo ad impadronirsi della realtà
e delle regole generali di un lavoro, offrendo contributi
diversi in base alle diverse esigenze degli allievi: se qualcuno
non impara occorre insegnare qualcos'altro o usare un altro
metodo di insegnare
d) gli allievi devono imparare insieme aiutandosi l'un l'altro
ed esprimendo al massimo le loro potenzialità.
La differenza tra i due modelli di scuola è radicale.
In quello tradizionale l'insegnante insegna qualcosa che è
ritenuto importante per l'allievo; la classe non è
che un fastidioso insieme di allievi.
Nel modello innovativo la classe come gruppo impara, ricercando
e sperimentando in collaborazione, e l'insegnante non è
altro che una risorsa disponibile. Nel modello tradizionale
la cosa più importante è che gli allievi imparino
dei contenuti; nel nuovo modello ciò che conta è
che imparino un metodo ed uno stile di lavoro. Il lavoro di
gruppo non è dunque solo un metodo, ma è anche
il contenuto stesso dell'apprendimento. Lavorando in gruppo
gli allievi apprendono che la conoscenza è il frutto
della ricerca collettiva: il gruppo è una "unità
di apprendimento" in cui si deve superare l'individualismo,
la competizione e la dipendenza dalle autorità. Il
gruppo discute ogni problema relativo al suo funzionamento
e la sua organizzazione. Ciò che si studia, o si ricerca
o si realizza deve essere scelto dagli allievi o almeno tratto
dai loro reali interessi cognitivi ed emotivi. L'insegnante
non valuta: esprime solo pareri e consigli. Il gruppo si valuta,
riflettendo sul lavoro che va facendo.
2
GRUPPO IN SENSO PSICOPEDAGOGICO
Occorre
precisare il significato psicopedagogico del gruppo, sciogliendo
l'equivoco assai diffuso secondo il quale un gruppo è
un semplice insieme di persone. Non è sufficiente
che più persone facciano insieme una cosa perchè
si possano definire gruppo. Per parlare di "lavoro
di gruppo" occorrono alcune condizioni:
- comuni obiettivi di fondo
- ruoli in interazione reciproca
- senso di appartenenza
Un gruppo si definisce tale solo se queste condizioni esistono
o sono ricercate con consapevolezza. Avere comuni obiettivi
di fondo non significa essere unanimi; è sufficiente
che ci siano alcune motivazioni simili, che ci siano condizioni
oggettive analoghe per tutti i membri, o che alcune motivazioni
diverse siano integrabili fra
loro. Fra gli allievi la motivazione comune (magari molto
remota) è quella di imparare e le condizioni oggettive,
dentro l'aula, sono simili. Molte difficoltà sorgono
nel lavoro pedagogico in generale e in quello di gruppo
in particolare, quando interferiscono condizioni oggettive
troppo pesanti (una situazione familiare precaria per
l'allievo o una posizione professionale insoddisfacente
per l'insegnante). In tali casi i problemi sono di ordine
sociale e difficilmente possono essere affrontati con strumenti
psicopedagogici.
Che esistano ruoli in interazione reciproca vuoi dire che
i membri del gruppo devono dare un contributo significativo
e personale al lavoro collettivo, comunicando l'un l'altro
circolarmente. In tal caso si supera l'assetto tradizionale
della classe in cui esistono solo due ruoli importanti:
quello del docente e quello del discente, con comunicazioni
a due fra insegnanti e singolo allievo. Facilitare l'interazione
reciproca dei ruoli significa mobilitare tutte le energie
potenziali e tutte le risorse disponibili presenti nella
classe, evitando l'emarginazione e la sottoutilizzazione
di alcuni.
Infine il senso di appartenenza significa la sensazione
da parte dei membri di "far parte" di una entità
il cui valore supera quello della somma dei singoli; è
il senso sociale dell'insieme, l'integrazione fra istanze
individuali e sociali. Non dobbiamo vedere queste condizioni
dei gruppo come statiche (o ci sono o non ci sono), ma come
elementi dinamiciraggiunti e persi di continuo nel flusso
storico della vita di gruppo.
Queste tre condizioni possono essere realizzate casualmente
per una serie di circostanze occasionali, ma è possibile
facilitarle se si tiene conto di alcuni accorgimenti organizzativi.
Anzitutto la dimensione: un gruppo ha qualche probabilità
di funzionare se ha un numero di membri compreso fra i sei
ed i quattordici. Numeri più
grandi, come quello di certe classi, procurano alcune difficoltà
in parte superabili con la durata dei lavoro (da uno a tre
anni scolastici), in parte con divisioni in sottogruppi.
Poi il tempo: un lavoro di gruppo deve avere tempo sufficiente,
ma anche pause significative. Non si può fare un
gruppo lavorando insieme un'ora al
mese, così come diventa difficile farlo attraverso
sedute che durano sei-otto ore. E' chiaro che la durata
è in funzione degli obiettivi, ma è ormai
dimostrato che un gruppo può concentrarsi per un
massimo di due ore, dopo le quali è necessario lasciare
ai singoli il tempo di riposare. Dovendo impostare sul lavoro
di gruppo l'attività scolastica sarà opportuno
suddividere accortamente i tempi di lavoro individuale,
discussione di gruppo, elaborazione in sottogruppi, ecc..
Molto importante per il lavoro di gruppo è anche
lo spazio: l'ambiente deve essere confortevole (illuminazione,
sedie, temperatura, ecc..) e soprattutto personalizzato,
cioè riconosciuto dal gruppo come proprio. Ultimo
elemento utile a facilitare il lavoro di gruppo è
il sistema di norme di funzionamento, la Costituzione del
gruppo stesso. Organizzazione del lavoro interno, interventi,
metodo per decidere, ordini del giorno, verbali, materiale,
ecc.; questo insieme di regole deve avere due caratteristiche:
essere prodotto dal gruppo ed essere elastico. Un regolamento
che fosse elaborato dall'insegnante non sarebbe rispettato;
un regolamento troppo rigido soffocherebbe la creatività
e la spontaneità del gruppo.
3
VALORI EDUCATIVI DEL GRUPPO
Spesso vengono accampate alcune obiezioni pedagogiche per
negare il valore del gruppo in senso educativo. Una di queste
è che il lavoro di gruppo può attenuare la
creatività e l'autonomia del singolo. Si può
rispondere a questa obiezione che, purché correttamente
impostato, il gruppo è un "più"
rispetto all'istruzione individuale: esso è cioè
un completamento e non una sostituzione. Il gruppo è
un mezzo, una tappa del lavoro educativo: per questo esso
offre all'allievo più occasioni di sviluppo della
creatività, più stimoli e situazioni di confronto
operativo, oltre a quelli che l'allievo si procura singolarmente.
Un'altra obiezione è che il gruppo consente agli
individui di sottrarsi alle proprie responsabilità,
di perdere la capacità di decidere da solo e di rischiare.
Al contrario, un lavoro di gruppo effettivo aumenta la responsabilità
individuale perché assegna a ciascuno il peso del
risultato complessivo: addestra in modo formidabile la capacità
decisoria perché la storia di un gruppo è
una serie ininterrotta di decisioni, aumenta la capacita
di affrontare il rischio essendo il gruppo un'entità
"rischiosa" per sua natura, come già detto
prima. Possiamo dire che, mentre chi è abituato al
lavoro individuale non è detto che sia autonomo e
maturo ne' che sia capace di
lavorare in gruppo, al contrario chi sa lavorare in gruppo
riesce ad agire individualmente con autonomia e maturità.
La terza obiezione è che in fondo l'insegnante fa
sempre del lavoro di gruppo, per il fatto stesso che lavora
in una classe. Questa obiezione dimentica le condizioni
prima descritte perché si possa parlare di lavoro
di gruppo: a questi insegnanti ottimisti dobbiamo chiedere
se i loro allievi sono motivati e soddisfatti, se hanno
modalità orizzontali e circolari di comunicazione
e non solo rapporti docente-discente, e infine se gli allievi
sentono la classe come il "loro gruppo". Per offrire
un'idea più precisa del valore del gruppo nei processi
educativi e d'istruzione, possiamo elencare una serie di
obiettivi che l'esperienza di gruppo non solo può
facilitare ma anche condizionare.
3.1 II raggiungimento di un livello superiore di sicurezza
L'individuo passa attraverso una serie successiva di stadi
di sicurezza che gli derivano da conferme al suo tessuto
di bisogni. Al primo livello troviamo la necessità
di conferme oggettuali, cioè legate ad oggetti o
fatti (pensiamo alla sicurezza del neonato legata al capezzolo);
al secondo livello si colloca la conferma
dell'autopercezione (il bambino che si riconosce come entità
diversa dalla madre); al terzo livello c'è una sicurezza
interpersonale, legata cioè ai rapporti con individui
(i primi sono i genitori); al quarto livello la sicurezza
di gruppo e sociale, derivante cioè dalla capacità
di sentirsi "parte" di un'entità superindividuale
(il primo gruppo è la famiglia intesa come totalità);
all'ultimo livello c'è la sicurezza etico-estetica,
quella legata ai valori, concetti e principi (è la
scoperta del bene e del bello senza incarnazioni in persone
o oggetti specifici). Tutti questi stadi non sono cronologici
e l'arrivo all'ultimo non significa il definitivo superamento
dei primi. Il
passaggio da un livello di sicurezza ad un altro comporta
la sopportazione della mancanza di sicurezza. Paradossalmente
possiamo dire che è sicuro solo chi riesce ad essere
insicuro. D'altra parte l'insicurezza è affrontabile
solo se esiste nell'uomo la conoscenza di una sicurezza
precedente da superare. La totale assenza di esperienze
di sicurezza (come in molti orfani) provoca uno stato di
angoscia, mentre la cristallizzazione ad uno stadio qualsiasi
delle sicurezze elencate è nel contempo sintomo e
causa di nevrosi e disturbi del comportamento. In particolare
la mancata esperienza del gruppo provoca una forte ansietà
nelle relazioni sociali e quindi meccanismi di difesa negativi
per l'individuo e per la società. I cosiddetti disturbi
di socializzazione (aggressività, inibizione, timidezza
ecc.) trovano spesso la loro origine in un mancato o errato
riferimento di gruppo. Frequentemente, mediante una corretta
esperienza di gruppo, essi possono essere superati.
3.2
II controllo del senso di colpa
L'individuo acquisisce un complesso di norme dall'esterno:
all'inizio le regole del padre, poi quelle delle figure
paterne (sacerdote, insegnante, direttore, capufficio, ecc.)
ed infine quelle delle strutture sociali. Nel rapporto fra
l'io e queste norme il polo più debole è sempre
il primo e ben presto l'individuo si percepisce come
trasgressore, cioè colpevole. Un individuo che non
sa controllare questo senso di colpa rischia la paralisi
del comportamento, l'inibizione o l'autopunizione, la paura
o l'impotenza ad agire, la fragilità nei confronti
di ogni struttura autoritaria. L'esperienza di gruppo consente
l'interposizione, fra l'io e le norme sociali, di regole
molto più controllabili ed agibili (quelle del gruppo).
Queste ultime possono essere, assai meglio delle altre,
modificate; possono diventare un'alternativa alle norme
sociali; e comunque sono norme contro le quali è
possibile sperimentare il dissenso senza eccessivi sensi
di colpa. Imparando a gestire le regole di gruppo il bambino
o il giovane o l'adulto (il meccamismo è lo stesso)
riescono a gestire il loro senso di colpa e questa capacità
resta acquisita anche nei confronti delle norme paterne
e sociali.
3.3
II miglioramento dei processi di apprendimento
L'apprendimento è facilitato dal costante confronto
che la situazione di gruppo consente. Il continuo paragone
con gli altri favorisce la consapevolezza dei risultati
raggiunti dall'individuo al di fuori del tradizionale schema
valutativo dell'autorità. L'allievo misura il livello
del suo apprendimento, non attraverso il giudizio
dell'insegnante che spesso inibisce e demotiva, ma nel confronto
positivo con i compagni.
3.4
L'aumento delle capacità di cambiamento
Ogni tipo di cambiamento è legato a problemi di sicurezza,
di conflitto (e quindi di gestione dei sensi di colpa) e
di apprendimento di nuove situazioni. Poiché il gruppo
è una condizione fondamentale per l'appropriazione
da parte del giovane dei tre elementi suddetti, il gruppo
è anche un'esperienza che rafforza le capacità
di gestione
del cambiamento. Quanto ciò sia fondamentale per
i giovani che dovranno molto presto confrontarsi con situzioni
lavorative sgradevoli, è fin troppo chiaro. Se questo
è recepito dalle organizzazioni sindacali per facilitare
la gestione della conflittualità aziendale, negli
ultimi tempi sta diventando anche un'esigenza di alcune
aziende ad alto tasso di dinamismo, che vorrebbero utilizzare
la capacità di gestire il cambiamento in termini
di sviluppo delle mansioni e della creatività.
3.5
La facilitazione della maturazione affettiva
L'affettività tende ad esprimersi in modo personale
e irrazionale, cioè in modo soggettivo e non sociale.
L'esperienza di gruppo consente di dare all'affettività
un'espressione socializzata; offre un aiuto a regolare le
funzioni affettive, mediandole con le esigenze di razionalità
del gruppo. Una volta che questa socializzazione della affettività
è fatta propria dall'individuo, egli potrà
utilizzare le sue pulsioni affettive in modo più
efficace.
4
FENOMENI E DINAMICHE DI GRUPPO
Descrivere tutto ciò che avviene in un gruppo e come
esso si evolve è un compito difficile per svariati
motivi. Anzitutto perchè ogni gruppo è una
entità particolare ed unica, perciò non generaiizzabile.
In secondo luogo perché un gruppo ha una storia diversa
in ragione degli obiettivi che si pone, dell'istituzione
in cui opera, del modo con cui è condotto. Come per
gli individui, anche per i gruppi non si possono che elencare
fenomeni e dinamiche probabili e approssimativi, sottolineando
però che la vera conoscenza di un gruppo ( come di
un
individuo) è possibile solo attraverso l'esperienza
di un rapporto.
4.1 Nel considerare la storia di un gruppo possiamo
evidenziare due direttrici principali: il rapporto fra affettività
ed efficienza ed il ruolo dell'autorità. La vita
di gruppo oscilla con una sinussoide più o meno ampia,
dall'affettività all'efficienza. Con questo si intende
dire che un gruppo non nevrotico da' uguale spazio e considerazione
alle istanze affettive ed a quelle della produzione. Nelle
prime comprendiamo l'irrazionalità, le emozioni,
le sensazioni, la soggettività, la soddisfazione
individuale; nelle seconde comprendiamo la razionalità,
l'economicità, l'obiettivo concreto, l'oggettività.
Queste due dimensioni della vita di un gruppo a scuola sono
interdipendenti e la scelta di una o dell'altra risulta
certamente disfunzionale allo sviluppo del gruppo. Se il
gruppo si cristallizza nella dimensione affettiva, nello
"stare bene assieme", rischia di diventare inattivo
e di trascurare l'obiettivo dell'apprendimento di tutti
gli allievi. D'altra parte, se il gruppo si fissa nella
dimensione efficientistica (è questo il caso più
diffuso nella scuola) trascura le motivazioni individuali,
la soddisfazione, i rapporti interpersonali e quindi, oltre
ad essere intrinsecamente diseducativo, finisce per andare
avanti con il solo metodo dell'imposizione autoritaria.
La simultanea compresenza delle due dimensioni è
propria di un gruppo ottimale: ci si può accontentare
di avere un'alternanza dei due momenti, in equilibrio tra
loro. Poiché la scuola è già fin troppo
orientata alla dimensione dell'efficienza occorre forse
dare più spazio al dialogo tra gli allievi e fra
questi e l'insegnante, alla riflessione sul modo di lavorare
e sui contenuti dello studio, non considerando questo momento
come uno spazio di riposo, ma al contrario come parte integrante
del processo formativo. La seconda direttrice principale
della dinamica di un gruppo è quella del formale.
Da questa dipendono gli allievi e da essa si aspettano la
trasmissione della conoscenza ed il giudizio sull'apprendimento.
Un insegnante che volesse basare la sua didattica sul gruppo
deve tenere in massimo conto questo ruolo che gli è
assegnato dalla cultura
tradizionale. Abdicare a tale ruolo in nome di un'ideologia
dell'ugualitarismo porta solo a situazioni di ambiguo permissivismo
ed è in sostanza un atto autoritario, perché
unilaterale. Il mutamento del ruolo dell'insegnante deve
essere un processo graduale e partecipato che si basa su
questa presa di coscenza collettiva di un
nuovo modo di fare scuola. L'insegnante dovrà quindi
agire con professionalità, passando da un ruolo centrale
di autorità ad un ruolo esterno di consulente, attraverso
fasi meditate ed in base alle esigenze reali del gruppo
classe. Nei primi momenti dei rapporto insegnante-classe
il docente occupa una posizione centrale da cui dipende
l'iniziativa; le comunicazioni sono per lo più di
tipo stellare, dall 'insegnane a ciascun allievo e viceversa.
La seconda fase dovrebbe vedere l'insegnante in una posizione
di coordinamento allineata a quella
degli allievi; le comunicazioni sono di tipo circolare,
da ciascuno a tutti gli altri. La terza fase, quando il
gruppo riesce a gestirsi con la massima autonomia, vede
l'insegnante in posizione esterna al gruppo, con un ruolo
di consulente didattico e scientifico.
Naturalmente questo processo non è mai schematico,
ed è possibile che queste fasi si presentino confusamente
ed in alternanza continua. Ciò che conta è
sottolineare l'obiettivo finale che riguarda l'autonomia
dei gruppo dall'autorità formale, la sua capacità
di autoorganizzarsi e di autovalersi.
4.2
E ora vediamo ciò che accade in un gruppo mentre
attraversa le diverse fasi della sua evoluzione. Citiamo
solo i fenomeni più ricorrenti e significativi. Uno
dei primi è quello che Moreno definì "sala
degli specchi". Ciascun membro si specchia negli altri
osservandone atteggiamenti e reazioni come risposta al proprio
modo di essere e di agire. E' proprio questo fenomeno che
facilita al massimo l'apprendimento e il cambiamento degli
atteggiamenti: ogni individuo si vede riflesso negli altri
ed ha la possibilità di valutarsi e verificarsi.
Un altro momento centrale per il gruppo è l'apparizione
della relazione sociale: tutti i membri parlano in termini
di "noi",
sorge un codice verbale comune ed un insieme di norme condivise.
Precedentemente a questo si presenta spesso il fenomeno
delle coppie: i membri escono dal loro isolamento individuale
ed intrecciano relazioni interpersonali a due a due. Poi
c'è il silenzio, un fenomeno spesso interpretato
come assenza di comunicazione. In realtà esso è
una comunicazione cui sottostanno svariati significati:
a volte significa dissenso, oppure disinteresse, o timore
di essere giudicati, o desiderio di attirare l'attenzione.
Che il silenzio voglia dire consenso (come si dice spesso)
è uno dei casi più rari: il consenso è
assai meglio comunicato con adesioni verbali. Fenomeno corrente,
specie nei gruppi di adolescenti, è quello del "capro
espiatorio". Il gruppo convoglia la sua aggressività
verso il membro più debole o più disponibile
isolandolo, emarginandolo, addossandogli colpe inesistenti,
mettendolo alla berlina. In tal modo il gruppo evita di
gestire l'aggressività al suo interno, il che potrebbe
avere un effetto disgregante. Un fenomeno simile a quello
del "nemico esterno".
In tal caso l'aggressività viene trasferita verso
individui esterni al gruppo, che si assumono tutte le parti
negative possibili: in questo modo il gruppo può
considerarsi buono e minacciato, il che facilita il suo
processo di coesione. Un altro elemento coesivo è
il fenomeno dell'emergere della leadership. Quando nella
classe l'insegnante si sottrae, pur gradualmente, al suo
ruolo formale di leader, il gruppo sperimenta momenti di
insicurezza e disorganizzazione. Se l'insegnante sa controllare
la sua ansietà ed evita di riprendere in mano
autoritariamente le briglie del gruppo, potrà constatare
in poco tempo come sia il gruppo stesso a darsi una
leadership informale. Il membro più rappresentativo,
o il più abile, o il più simpatico, diventa
un polo di sicurezza, una entità di aggregazione
e coesione attorno al quale il gruppo si organizza e si
unifica. Per questo leader si porrà, più avanti,
lo stesso problema dell'insegnante: quello cioè di
gestire un ruolo che favorisca o che inibisca la crescita
e l'autonomia del gruppo. Tutti questi fenomeni possono
essere fisiologici o divenire patologici, cioè funzionali
alla vita di gruppo ed allo sviluppo dei singoli, oppure
disfunzionali.
Per esempio l'eccessiva socializzazione può diventare
un freno all'autonomia individuale; la leadership può
rappresentare un tentativo di delega della responsabilità
da parte dei membri; il capro espiatorio può divenire
un gioco sadico; i nemici esterni possono diventare un'ossessione
persecutoria. Il ruolo dell'insegnante è
fondamentale per dare a questi fenomeni un taglio positivo
o negativo.
Per tale motivo occorre che l'insegnante sia preparato e
non solo in senso cognitivo, ma anche emotivo. Occorre cioè
che l'insegnante, che usa il gruppo come spazio centrale
del suo lavoro in classe, abbia
costanti esperienze di gruppo. Abbia cioè una conoscenza
diretta e personale di ciò che avviene in un gruppo.
Qui dovremmo aprire un grande capitolo sulla formazione
di base e l'aggiornamento degli insegnanti: ci limitiamo
a sottolineare il fatto che l'Università italiana
non prevede corsi di psicopedagogia e didattica nelle varie
Facoltà, malgrado sia noto che circa il 60% dei laureati
di ogni disciplina diventano insegnanti.
4.3
Ci basta elencare gli atteggiamenti funzionali e quelli
disfunzionali allo sviluppo del gruppo; atteggiamenti che
si possono osservare sia fra gli allievi che fra gli insegnanti.
Possono considerarsi poco funzionali:
a) aggressività, attacchi diretti ai membri, insoddisfazione
palesata per tutto ciò che avviene nel gruppo;
b) opposizione, ostinazione, rimessa in discussione di decisioni
già concordate, ostruzionismo operativo;
e) esibizionismo, continui riferimenti a se stessi, monopolio
degli interventi ;
d) superiorità, disinteresse, distacco, sarcasmo,
distrazione;
e) dipendenza, ricerca di appoggi, sfiducia in sé;
f) denominazione, autoritarismo, prevaricazione delle decisioni.
Possono considerarsi funzionali gli atteggiamenti di:
a) incoraggiamento, adesione, solidarietà, sostegno;
b) ricerca dell'accordo, mediazione, pacificazione;
e) armonizzazione delle differenze, sdrammatizzazione dei
conflitti, riduzione della tensione;
d) informazione, richiesta di chiarimenti, offerta materiale
di aiuto;
e) stimolazione, proposta nuove idee, suggerimenti, sintesi;
f) organizzazione pratica, preparazione riunioni, elencazioni
decisioni.
Naturalmente questo elenco è superficiale e generale,
ne' basta a superare la necessità di un'esperienza
diretta di un gruppo, all'interno della quale ogni evento
assume un significato particolare.
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