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| ALDIQUA'
DELLE COLONNE D'ERCOLE |
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Roma
10 novembre 2001 …
La
giornata iniziò male.
La mattina dovevo andare ad un funerale. Era morto un mio vecchio amico. Partigiano combattente a La Spezia, nei GAP. … Ripeteva spesso uno slogan del "Movement" americano "Here and Now". Qui ed Ora! Sbancor, American Nightmare La
Democrazia (rappresentativa, parlamentare, occidentale) è oggi non
criticabile, equiparabile al ruolo svolto in passato dalla divinità,
occupa il topos dal quale ogni riflessione politica deve partire e
al quale deve ricongiungersi. Ancora formalmente immutata rispetto
a quando è nata, oltre due secoli fa, si è sostenuta sulla tradizione
greca e romana dell’agorà e della repubblica, sull’habeas corpus inglese
che difendeva i cittadini dall’assolutismo dei sovrani, sul sogno
francese di “libertà, uguaglianza, fraternità”, sul principio americano
della divisione dei poteri. Stato e Democrazia sono
state la prima promessa, nella Storia, del diritto di tutti alla sovranità
e alla ricerca della felicità (cfr. Ivan Dobre, Detriti sul Delta). Ma
nessuna di tale premesse nobili oggi ha una parvenza di realtà. Le
rappresentazioni (costituzioni, principi, leggi) contemporanee sono
simulacri di quanto era posto a fondamento ed origine oltre due secoli
fa. Ciò che sorprende è che anche le più aspre critiche
alla democrazia nelle sue forme odierne cadono nell'impossibilità
di uscire dal modello. La critica non scarta di lato, non esce dalle
frontiere, non affronta i principi, non immagina scenari, che escano
o travalichino il "campo democratico". L’opinione,
quasi unanime e prevalente, è che le forme dello Stato e della
Democrazia parlamentare siano la “fine della Storia”, il modello
al quale omologare il pianeta, il punto di arrivo della convivenza
sociale (cfr. Detriti sul Delta). Anche
la critica, radicale e stimolante, ricca di interessanti intuizioni
di BIFO
(per un'Europa minore, Rekombinant)
sul fallimento della costituzione europea e sulla possibile sua alternativa
a partire da un "governo delle minoranze" ispirato ai processi
di partecipazione ed espressione della "rete delle reti",
non fuoriesce dal paradigma democratico: "Un ripensamento radicale
della democrazia è all'ordine del giorno. Alla parola democrazia non
corrisponde quasi più niente, da quando la dimensione globale ha preso
il sopravvento sulla dimensione locale, nazionale o regionale….. Ciò
con cui ci misuriamo è una crisi postmoderna della democrazia che
chiede un modello postmoderno di ridefinizione della democrazia".
Perché
ridefinire la democrazia e non cominciare invece a pensare oltre al
paradigma? Perché (parafrasando il collettivo WU
MING) non cimentarsi nella ricerca di miti fondativi, che diano
voce alla immaginazione collettiva ancora costretta nel simulacro
del sogno moderno occidentale della democrazia planetaria? Insomma
la Democrazia come paradigma della storia politica dell'umanità è
un tabù inviolabile. Chiunque ne discuta sembra essere attanagliato
dalla paura di oltrepassare le "colonne d'Ercole" costituite
da concetti quali sovranità popolare, "one man one vote",
divisione dei poteri, uguaglianza dei diritti. Forse perché lo sguardo
della critica è orientato al passato: come se, negare il valore della
democrazia significhi immediatamente un ritorno alle forme che la
democrazia ha legittimamente, con grande fortuna per tutti, spazzato
via. Eppure
la strada di una riflessione critica originale - nel senso di fondativa,
e non semplicemente decorativa - può essere spianata dalla spallata
di Sbancor (American Nightmare, Nuovi Mondi Media, 2003) alla storia
virtuale dell'ultimo cinquantennio. Perché virtuale erano tutte le
illusioni che ci eravamo fatti - dal dopoguerra ad oggi
- sulla nostra (nostra inteso come Popolo della Terra) influenza sugli
avvenimenti nazionali e internazionali. Mentre reale era ed è il warfare,
braccio operativo della "counterinsurgency operations" praticata
dalle lobbies (gangs) anglo americane alla faccia di qualsiasi democrazia
(imperiale o meno che sia) e di qualsiasi governo, sopravvissute e
prosperate anche a qualsiasi membro (potente o meno) ne abbia fatto
parte. In
questo senso si potrebbe iniziare a percorrere il paradigma "democrazia",
capaci ad (come ben dice WU MING nella sua recente antologia "Giap!")
"essere disposti a trovare ciò che non si stava cercando, a valutare
correttamente l'imprevisto. Essere serendipici significa conquistare
l'attitudine che ti fa gioire delle deviazioni, dei lavori in corso,
delle strade maestre bloccate, perchè l'esperienza di lasciare la
carreggiata e battere altri sentieri ci farà trovare qualcosa".
Senza
questa attitudine…….non si può capire come la contemporanea democrazia
imperio-occidentale si fondi (tra l'altro) su: 1.
la decostruzione dello spazio/la produzione di nuovi spazi: dal Kossovo
a Kabul (1 e 2) passando per Mosca, il gioco imperiale si struttura
(da 15 anni a questa parte) nella definizione di ciò che deve stare
all'interno di un confine e di ciò che deve essere espulso da esso,
magari costruendo una spazio ad hoc. Dalla ex Jugoslavia alla ex Unione
Sovietica, il prodursi continuo di implosioni e ricostruzioni tende
rapidamente a definire ambiti di controllo fruibili e colonizzabili. 2.
l'apparente eccentricità e il costante nomadismo degli spazi da oKKupare:
oggi a Baghdad, domani a Kuala Lumpur, dopo nel Laos e magari in Corea…
la democrazia imperiale modifica rapidamente il focus dell'esportazione
del suo modello, apparentemente senza una logica, ma in realtà con
un continuum di senso strategico, rintracciabile negli interessi energetici
(le nuove pipelines sono euroasiatiche, come dice Sbancor) e/o finanziari
(la droga tornerà a prodursi in Indocina), e/o di mercato (la Cina
sarà un nuovo mercato economico o il principale avversario da contrastare?)
economico e delle armi; 3.
la repressione dei conflitti interni (interspazio) in nome delle emergenze
internazionali (inter-spazio): è la storia americana dopo l'11 settembre
ma anche quella domestica che a "cascata" produce leggi
e norme che negano libertà individuali, disciplinano comportamenti
collettivi, limitano spazi di influenza personali, intendono dirimere
preventivamente qualsiasi questione potenzialmente conflittuale o
divergente. 4.
l'esaltazione dello spazio (stato) nazionale come fondamento del monopolio
della forza imperiale: parafrasando Badiou lo
stato non si fonda su un legame sociale, di cui sarebbe espressione,
ma sul suo scioglimento (déliaison), che vieta. Il simulacro (bandiera
e inno) dello stato nazione è funzionale all'esportazione del modello
democratico a qualsiasi prezzo (economico) e a qualsiasi prezzo (di
vite umane). Lo stato che non si adegua al modello occidental-democratico
è un "stato canaglia" (rogue state) spazio da fronteggiare,
disarticolare, okkupare e, se possibile, annettere all'ideale della
pace mondiale "sub american condicione". Yria Tsigouri, luglio 2003 |
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