Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


La filosofia politica di Hannah Arendt (Fonte)
4. La politica, la teoria di campo e la comunicazione

Hannah Arendt non propone costituzioni o forme nuove di governo, ma presuppone un organismo costitutivo libertario volto a proteggere lo spazio politico. Da questa prospettiva si possono esaminare e giudicare vari tipi di Stato o anche Stati effettivi indagando sui possibili sviluppi che possono esserci nell'ambito dello Stato costituito. Per poter fare considerazioni precise è auspicabile fare una scaletta dei tipi di Stato da usare come metro di giudizio. La teoria della Arendt necessita concretizzazione; si pone la questione della sua applicabilità.

Ai fini della sua concretizzazione propongo un modello che si colloca nell'ambito del discorso nello spazio di apparizione. Nel concetto arendtiano di politica la lingua, in altre parole, la comunicazione, è determinante. L'azione politica si fonda sostanzialmente sul dialogo. Il discorso risultante genera sempre storie che possono essere narrate. Questa narratività della politica fa luce su un aspetto trascurato della teoria dell'informazione: la natività dell'informazione. Pertanto ci si offre, con l'aiuto del pensiero arendtiano, la possibilità di abbozzare una teoria comunicativa della politica.

Ho già affermato di considerare- collegandomi con quanto detto sulla narratività- la politica come un processo in cui viene generata informazione. Ciò è evidente nell'enorme flusso di informazioni provenienti dalle istituzioni politiche, come le comunicazioni parlamentari stampate. Le azioni nello spazio di apparizione generano storie che possono essere raccontate. Queste storie sono, secondo Hannah Arendt, i soli risultati realmente tangibili dell'azione. Questa è a ragione per cui i parlamentari, e le assemblee in genere, emettono sempre protocolli: perché la storia narrabile è il solo risultato permanente generato dall'azione comune e discorsiva dell'assemblea nel suo spazio di apparizione. Tale storia non è altro che informazione. Il protocollo è naturalmente solo un estratto di ciò che si è vissuto nella società, avvenimenti comunque non ricostruibili. Ciò che la Arendt chiama storia è dunque qualcosa che si illustra attraverso l'informazione, tecnicamente parlando: si può illustrare una storia in base a un dato. La narrazione non è assolutamente reversibile né unilaterale, poiché ciascuno la racconta a modo suo. Questo punto di vista mi sembra da opposto a quello secondo cui si esaminano solitamente i processi politici: la questione ruota, infatti, intorno al modo in cui i cittadini vengono informati, o come l'informazione venga immagazzinata e trattata. La cosa interessante della politica per me è però l'aspetto della natività di questa informazione. Naturalmente l'informazione politica nasce in larga parte da informazione preesistente, ma non solo. Ne rimane una parte che porta il marchio degli uomini liberamente agenti.

Riassumendo si può descrivere così 'origine dell'informazione politica: si viene nello spazio di apparizione e si agisce insieme; il risultato tangibile di questa unione è un protocollo, l'informazione politica. Protocollo che può contenere anche parti particolarmente eccezionali, come nel caso di decisioni importanti. Nel caso degli organi legislatori l'informazione può essere rappresentata dalle leggi, informazioni a carattere speciale in quanto contengono regole organizzative della vita comune.

Nella concezione arendtiana lo spazio di apparizione e il fenomeno del potere sono strettamente correlati all'azione discorsivo. Dato che il potere è visto come potenzialità (cfr. Penta, pag. 48), si hanno due elementi essenziali delle teorie comunicative: spazio e potenziale. La teoria comunicativa della politica potrebbe quindi essere vista come una teoria di campo. Più avanti si esploreranno questi collegamenti: illustreremo il concetto di campo, la teoria di comunicazione e tenteremo infine di collegare questi due elementi tra loro ed applicarli alla politica.