Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


Ritorna all'introduzione Il mito dell'anello di Gige (tratto da qui)
Gige era un pastore della Lidia, una regione dell'Asia minore, che lavorava alle dipendenze del sovrano locale. Un giorno, un nubifragio accompagnato da un terremoto aprì un voragine nel terreno dove pascolava il suo gregge. In questa voragine, Gige trovò un cadavere di enormi proporzioni, con un anello al dito.
Impadronitosi dell'anello, Gige si rese conto per caso che, se ne girava il castone dalla parte interna della mano, diventava invisibile, e tornava visibile girandolo di nuovo verso l'esterno. Si fece allora mandare dal re per il rapporto mensile dei pastori sui greggi; sfruttando l'invisibilità garantitagli dall'anello, gli sedusse la moglie e col suo aiuto lo assalì, lo uccise, e si impadronì del potere al suo posto.
Se due anelli di questo tipo venissero dati a una persona giusta e a una ingiusta, entrambi, essendo al riparo dalla vista e quindi dalla punizione degli altri, ne approfitterebbero per comportarsi secondo i loro capricci, "come un dio fra gli uomini". Questo dimostra che si è giusti solo se si è costretti, e privatamente tutti giudicano più vantaggiosa l'ingiustizia, piuttosto che la giustizia.


Glaucone usa il mito dell'anello di Gige - rielaborando profondamente la versione di Erodoto (I, 8-12) - per radicalizzare una delle questioni già poste da Trasimaco: se l'unico motivo per essere giusti è dato dalle convenzioni sociali, allora ha senso comportarsi giustamente soltanto in pubblico, quando non abbiamo la forza di farne a meno. La sfida di Glaucone non soltanto sopprime la condizione di validità della morale tradizionale greca, basata sulla reputazione, ma vieta anche di costruire qualsiasi modello di giustizia civile e personale che faccia riferimento, anche in minima parte, a nozioni come il controllo e la contrattazione sociale. Un invisibile, infatti, può agevolmente sottrarsi anche alla manipolazione educativa.

Se il soggetto morale è un invisibile, esso non può identificarsi con un soggetto “storico”, nel senso etimologico del termine, ma deve essere costruito secondo un modello che faccia a meno di qualsiasi riferimento sociale. Si può aggiungere, forzando un po' lo spessore semantico del mito, che quella di invisibile è una condizione piuttosto ambigua. Nel caso di Gige, essa rappresenta la possibilità - essendo una invisibilità controllabile - di sottrarsi temporaneamente al panoptikon sociale allo scopo di trarre dei vantaggi all'interno della società stessa. Esiste, tuttavia, anche una differente invisibilità: quella, imposta e non controllabile, degli esclusi e dei disconosciuti. Una giustizia degli invisibili dovrebbe incarnarsi in una società strutturalmente aperta, perché la moralità e la sua applicazione dovrebbero essere indipendenti dalla visione e dalla considerazione altrui.


Se viene eliminata la possibilità di riferirsi alle condizioni di visibilità della politica storica, occorre ripensare sia la struttura della giustizia, sia quella del soggetto cui si rivolge e della felicità di quest'ultimo. Non è più possibile richiamarsi ad una comunità politica i cui membri sono in una condizione di visibilità parziale e in cui valori individuali e valori comunitari possono confliggere. Nel mondo delle persone visibili, il controllo sociale rende possibile imporre loro comportamenti giusti, sebbene i loro interessi personali siano in conflitto con gli interessi comuni; ma per gli invisibili non può essere così. La giustizia degli invisibili deve fondarsi su un modello assiologico unitario: gli invisibili, essendo al di là di ogni condizionamento sociale, possono formare una società se e solo se la giustizia politica e la giustizia personale si identificano.

occhio Un termine di confronto: il Panopticon
Il carcere di Bentham
Nel 1791, l'utilitarista britannico Jeremy Bentham pubblicò un progetto di carcere modello, che battezzò col nome di Panopticon. Bentham immaginò un edificio semi-circolare, al cui centro era collocata la sede dei sorveglianti, mentre le celle si trovavano lungo la circonferenza e erano interamente esposte allo sguardo delle guardie; dei muri isolavano i prigionieri l'uno dall'altro, così da render loro impossibile vedersi e comunicare reciprocamente. La torre di sorveglianza, con un sistema di imposte, permetteva di vedere senza essere visti. In questa maniera, ciascun prigioniero - non potendo mai avere la certezza di non essere sorvegliato - si sarebbe sempre comportato con disciplina.
Come nota David Lyon, in questa parodia laica dell'onniscienza divina, l'invisibilità e la conoscenza - o lo sguardo - asimmetrici sono una garanzia di potere e di introiezione della sua volontà nei soggetti, che non possono mai sentirsi sicuri di essere soli, grazie all'ingegnosità strumentale del dispositivo di sorveglianza.


L'anello di Gige
Il progetto di Bentham ha uno scopo pedagogico e correzionale, e ci chiede di assumere il punto di vista del potere istituzionale, allo scopo di:

punishing the incorrigible, guarding the insane, reforming the vicious, confining the suspected, employing the idle, maintaining the helpless, curing the sick, instructing the willing in any branch of industry, or training the rising race in the path of education (Collected Works, ed John Bowring, London, 1843, p.40)

La storia di Gige, è narrata dal punto di vista di un invisibile: invisibilità controllata e asimmetrica significa - come per Bentham - potere. Ma questa invisibilità non è lo strumento di un potere assunto come istituzionale, benevolo e legittimo: essa stessa istituzionalizza e legittima un potere nato come trasgressivo. Fra carcerieri e carcerati non c'è nessuna differenza morale, ma soltanto una differenza "tecnica". Se l'unica garanzia di giustizia è la consapevolezza della sorveglianza, sottrarsi alla sorveglianza non significa semplicemente sottrarsi alla giustizia, ma mettersi in condizione di acquisire un potere incontrollato. Il Panopticon può essere pensato come l'esito istituzionale dell'anello di Gige.

Esteriorità e coscienza
Glaucone, quando chiede a Socrate di dimostrare perché dovremmo essere giusti quando non si è sotto lo sguardo di chi ci controlla, propone, a distanza di più di due millenni, una sfida anche per Bentham: chi ci assicura che l'occhio del carceriere invisibile sia paragonabile all'occhio di Dio, se la sorveglianza è la fonte esclusiva della giustizia?
Bentham e Gige rappresentano un soggetto che, quando è invisibile, è ingiusto, immorale e impolitico, e diventa giusto, morale e politico solo nella misura in cui è reso visibile. Il potere è il controllo della visibilità, e, in quanto tale, è un punto cieco fuori controllo.
Perfino coloro che vorrebbero regolare il potere limitandone la prospettiva e invocando una sfera "privata", nascosta al pubblico, accettano implicitamente la logica di Gige e di Bentham: siamo liberi dove e quando non siamo sorvegliati. Ma il nostro spazio "privato", in quanto si sottrae allo sguardo, si sottrae anche alla giustizia, se la giustizia è intesa come una funzione "di sorveglianza" esclusivamente pubblica. Viceversa, lo spazio pubblico è uno spazio di timore e di conformismo.


Pubblicità
Una giustizia che riuscisse a sopravvivere all'esame dell'anello di Gige sarebbe non solo una virtù di relazione, che si esercita nella sfera della visibilità, ma anche e nello stesso tempo una virtù interiore, propria della sfera dell'invisibile. Rendersi visibili non sarebbe solo una questione di tecnica di potere - come è per Bentham e Gige - ma anche una questione politica e morale.
Lo spazio della pubblicità, per Gige e Bentham, è uno spazio di imposizione, da cui si sottraggono solo coloro che riescono a dominare la loro visibilità e invisibilità. Ma questo controllo comporta un potere senza limiti e senza garanzie. Di contro, chi sapesse essere giusto senza essere sorvegliato, potrebbe farsi altre domande. Perché scegliere di rendersi visibili? E' possibile pensare a una pubblicità che non sia soltanto imposizione e potere?
Socrate e Kant risponderebbero che ci si può rendere visibili, dialetticamente, per imparare e per discutere. Uno dei problemi della Repubblica è, appunto, se questa differente visibilità possa essere resa interamente politica.