Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


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  Domenica 14 Ottobre 2001
Calogero: «Un ordigno nucleare si fabbrica in garage» di Antonella Stocco

ROMA
- Antrace, vaiolo, gas assassini, incubo collettivo dell’ultimo secolo in guerra e in pace; spettri di un’apocalisse possibile rianimati e ricondotti alla ragione: scienza e medicina, strategie militari e manuali di sopravvivenza ai tempi del terrorismo. Ma non è la guerriglia chimica o batteriologica l’unica minaccia di oggi: c’è un altro fantasma che si aggira tra il disfacimento dell’Urss, la proliferazione delle cellule terroristiche, islamiche e non, e la cattiva coscienza degli stati occidentali. Buono per un’altra strage, per una rappresaglia all’attacco in corso in Afghanistan. E’ l’ uranio altamente arricchito: soltanto la Russia ne possiede oltre un milione di chili custoditi in precarie condizioni di sicurezza. Bastano cento chili per costruire a casa un ordigno nucleare, concettualmente non è difficile. Dall’Isaac Newton institute di Cambridge il professor Francesco Calogero, fisico teorico e presidente del council del “Pugwash", il movimento mondiale degli scienziati per il disarmo nucleare a cui è stato assegnato nel ’95 il Nobel per la pace, racconta come la possibilità nucleare nella guerra “asimmetrica" con il terrorismo islamico sia un’arma a doppio taglio.

Professor Calogero, si può mettere a confronto il rischio di un attacco batteriologico con quello di un’esplosione nucleare per mano di terroristi?

«La diffusione a scopo distruttivo di agenti batteriologici presenta diverse difficoltà pratiche, la costruzione di un ordigno nucleare non ne presenta nessuna: non serve essere un fisico, un ingegnere. Basta saper maneggiare gli esplosivi e disporre di un appartamento, di un garage. Il solo problema è procurarsi l’uranio arricchito nell’isotopo 235».

Teoricamente, dovrebbe essere impossibile...

«Teoricamente. Non esiste certo un mercato legale dell’uranio altamente arricchito, e nemmeno un mercato nero. Esistono dei canali, esiste un rischio concreto. Bin Laden e i suoi certamente hanno pensato a un sistema così semplice di distruzione di massa, e già da tempo. Altro è capire se sono in possesso dell’uranio. Il milione di chili nelle mani dei russi dovrebbe essere custodito in alcuni depositi, nel contesto di un sistema sociale al collasso, dove gli addetti alla sicurezza spesso non ricevono nemmeno il magro stipendio. E’ possibile che un eventuale trafugamento di qualche centinaio di chili passi inosservato».

Come si fa ad attraversare le maglie strette dei controlli nei paesi occidentali con cento chili di uranio arricchito?

«L’uranio arricchito è molto pesante. Cento chili corrispondono al volume di quattro o cinque palle da tennis. E’ leggermente radioattivo e quindi sarebbe individuato nei controlli ufficiali, ma le vie clandestine sono infinite. Per questo, e non da ora, la questione russa sull’uranio è stata terreno di un allarme di proporzioni mondiali, di dibattiti e accordi faticosi e in parte disattesi tra Stati Uniti ed ex Urss».

Che fine ha fatto l’accordo Usa-Russia per il de-arricchimento e la vendita dell’uranio?

«E’ in corso; e da accordo sulla sicurezza si è trasformato in accordo con risvolti commerciali. Non solo: il progetto originale per il depotenziamento di 500 tonnellate di uranio russo, da utilizzare poi come combustibile nelle centrali nucleari, procede con grande lentezza. Finora sono state trattate circa 150 tonnellate, il ritmo è di 30 tonnellate l’anno. Ci vorranno vent’anni, mentre il rischio dell’uso terroristico di ordigni nucleari è qui, è ora. E’ necessario riflettere, rivedere gli accordi».

Nella guerra del Golfo e in Kosovo la Nato ha usato tonnellate di proiettili appesantiti dall’uranio impoverito, scoria del processo di arricchimento a scopo nucleare. Poi le morti per linfoma, anche di militari italiani, la millenaria contaminazione ambientale. Non è questo "il metallo del disonore"?

«No: l’uso bellico dell’uranio impoverito ha salvato più vite di quante ne abbia danneggiate, poiché è utilizzato anche per schermare i carri armati. Certo, se il pulviscolo radioattivo viene direttamente respirato il danno alla salute è possibile, ma nel complesso lo scenario apocalittico da più parti evocato dopo l’uso bellico dell’uranio impoverito è totalmente privo di fondamento».

Tornando al rischio terroristico-nucleare, lei lo ha ribadito in molte pubblicazioni uscite anche negli Stati Uniti. Con quali risultati?

«Nessuno o quasi. La responsabilità del controllo è dei potenti del mondo. Certo, l’uranio altamente arricchito ce l’hanno anche gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia che però non sono certo stati-colabrodo».

Dopo l’11 settembre, l’etica degli scienziati di Pugwash che si battono per il disarmo nucleare come può essere condivisa dagli Stati impegnati nella guerra al terrorismo?

«Un passaggio cruciale per diminuire il rischio di catastrofi nucleare è stato rappresentato dalla fine della Guerra Fredda. E certamente nella lotta al terrorismo sarebbe insensato l’uso di armi di distruzione di massa; è un contesto in cui non possono avere alcun ruolo. E’ invece giunta l’ora di introdurre il concetto di responsabilità personale per politici, scienziati e tecnici impegnati nello sviluppo di queste armi messe al bando: perché possano essere processati come criminali internazionali per atti contro l’umanità».


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