Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


La sperequazione fra bisogni e risorse: nuovi problemi psicologici della società post-industriale (G.Contessa, 1984)

SOMMARIO:

  1. Dai Sessanta agli Ottanta: in attesa del terzo millennio
  2. Gli anni Settanta: apprendisti stregoni, naufraghi e api operaie
  3. Gli anni Ottanta, ovvero la transizione continua
  4. L’Occidente come "museo delle cere": la soffitta e il frigorifero Il cubo di Rubik, il labirinto e la confusione
  5. Enciclopedia, supermarket e superfluità Bisogni e risorse possono incontrarsi: dipende da chi sarà il capostazione E la Psicologia?

1. Dai Sessanta agli Ottanta: in attesa del terzo millennio

Gli anni Sessanta sono di gran moda, ma non è solo una questione di nostalgia degli attuali dirigenti verso un’epoca nella quale sognavano Katherine Spaak. La mia idea è che gli anni Sessanta abbiano rappresentato, per il mondo occidentale, il vertice più alto di una curva: essi sono stati insieme vetta di un processo e punto di svolta per un altro.

Il processo, la vetta del quale è stata raggiunta nei primi anni Sessanta, è quello che è stato definito come società industriale moderna. Un processo durato quasi due secoli e che ha visto il progressivo sviluppo dell’impresa industriale, fino ai giganti multinazionali. In termini culturali possiamo riconoscere che fino ai primi Anni Sessanta il mondo occidentale era organizzato secondo una logica "gerarchizzata". In vetta l’idea di Futuro e di Progresso Illimitato; subito dopo il Potere del Capitale e dell’Impresa (da una parte) e del Lavoro (dall’altra); poi il resto, ai gradini inferiori, con in fondo, sotto a tutto, il Soggetto. Questo era sottomesso dal Progresso, dal Futuro, dall’Impresa, dal Lavoro, dalla Ideologia e dal Partito, dalle Istituzioni.

Un processo iniziato nel Settecento come anti-aristocratico, aveva attraversato via via la fase liberale, poi quella borghese, quella capitalista, quella statalista e quella assolutista; fino ad arrivare, nel secondo dopoguerra, a quella "rarefazione del totalitario" che era il Sistema Industriale, Capitalistico, Multinazionale. Quella che era definita come Democrazia post-bellica, nelle parole e nelle intenzioni ideali, era in realtà una sorta di totalitarismo impersonale, astratto, massimamente repressivo della Soggettività, cioè dell’Uomo e dei suoi bisogni.

Una simile contraddizione non poteva non essere messa in luce e passata al vaglio della critica. Praticamente su ogni fronte della cultura e della ricerca, in campo cattolico come in campo liberale o marxista, si è evidenziata una enorme riflessione di portata rivoluzionaria: la riflessione sul Soggetto, e le sue dimensioni peculiari, cioè il tempo, lo spazio ed il valore. i~ negli Anni Sessanta che ci si è cominciati ad interrogare a livelli di massa sul "COSA FARE", per tradurre in pratica i valori della democrazia, cioè dell’uomo.

In questo senso si è operata una svolta cruciale. Il mondo occidentale si è messo a ripensare all’uomo prima di tutto in termini di tempo: alla logica del Futuro è subentrata un’attenzione al PRESENTE ("qui ed ora"). Poi in termini di spazio: alla dimensione solitaria dell’uomo-massa di Riesman, è subentrata l’aspirazione collettivistica o comunitaria (sia come compagno di lotta sia come fratello sono riapparsi l’Altro ed il NOI). Infine si è ripensato all’uomo in termini di valore: dall’uomo come merce si è passati all’uomo come protagonista. A mio avviso, la gran parte dei guasti successivi, come dei punti positivi, traggono le loro radici proprio negli Anni Sessanta. La grande piramide materiale e culturale, perfezionata in due secoli di esperienze industriali moderne, ha cominciato nei Sessanta ad incrinarsi per una mutuazione che solo oggi intravediamo.

2. Gli anni Settanta: apprendisti stregoni, naufraghi e api operaie

I Sessanta terminano col terremoto di Maggio, in Francia, e d’autunno in Italia. Le grandi imprese scricchiolano paurosamente, abituate com’erano a navigare in acque placide. Qualcuna esplode in mille pezzi. Ma dagli spezzoni fumanti delle gigantesche macchine industriali nascono le "piccole imprese". Piccolo è bello, e bellissimo se sommerso.

La cultura di massa, prima solida e gerarchizzata, esplode anch’essa in mille pezzi, come nell’ultima scena di "Blow up" di Antognoni.

Di fronte al terremoto molti si sentono come naufraghi: galleggiano su relitti, piangono ed imprecano, si isolano, oppure cercano di difendere all’arma bianca i pochi resti salvati dal mondo passato. La "strategia della tensione" e i vari progetti di golpe, sono sussulti di naufraghi.

Altri sono divenuti apprendisti stregoni. Impadronitisi delle arti dei maestri (buoni e cattivi), fatte proprie le critiche elaborate o riscoperte nei Sessanta, hanno cercato di fare subito il Nuovo Mondo, ipotizzato proprio dalla cima della curva dell’evo industriale moderno. Forse per diventare stregoni ci vuole meno, ma certo per cambiare un mondo che ha richiesto due secoli per farsi, non bastano due lustri. La "critica delle armi" ha voluto accelerare la nascita del mondo ipotizzato con le "armi della critica". Ma gli apprendisti stregoni non hanno saputo "controllare le acque": e gli anni di piombo hanno bruciato tanti simboli, insieme a mezza generazione. Intanto però avveniva qualcosa, malgrado la "scomparsa delle lucciole". Le api operaie, i cittadini e lavoratori qualunque, hanno continuato a costruire nelle direzioni indicate negli Anni Sessanta. Partecipazione, conflittualità, protagonismo, emancipazione, integrazione, animazione: ecco alcune delle parole messe in luce nei Sessanta, ma nutrite e irrobustite nei Settanta, fra naufragi e fischi di P38.

Milioni di uomini si sono misurati coi problemi che la Soggettività, messa come centro della Storia, poneva nella ristrutturazione del mondo occidentale. Si sono incontrati e scontrati col decentramento, politico e produttivo; col conflitto e la mediazione; con le diversità di tutti i tipi; coi problemi della famiglia e dello Stato; col corpo e col tempo libero; col lavoro e la crisi energetica. Gli Anni Settanta sono passati mentre il mondo occidentale ha dovuto, per ogni scelta, chiedersi "PERCHE’ FARLO". Perché fare una scelta o un’altra. Nei Sessanta la domanda era "cosa fare" (know what) per realizzare qualcosa che sembrava ovvio e chiaro; nei Settanta la domanda e diventata "perché farlo" (know why) se nulla più è chiaro e condiviso? Perché lavorare, perché votare, perché studiare, perché sposarsi o divorziare, perché fare figli, perché vivere? Per fortuna le api operaie, mentre pensano, lavorano. E mentre si chiedevano tanti laceranti perché, lentamente e confusamente, hanno realizzato cose che nei Sessanta si osava appena sognare. Forse appare poco, ma sono loro che hanno tenuto insieme il mondo in pezzi ed hanno cominciato a ricomporlo in modo nuovo: con una faccia forse presentabile al terzo millennio.

3. Gli anni Ottanta, ovvero la transizione continua

Gli Anni Ottanta non sono la svolta o l’uscita dal famoso tunnel. Semmai sono la fase adolescenziale del processo di transizione iniziato vent’anni or sono. Un processo che facilmente non terminerà prima della fine del secolo. Anche se ogni giorno i gazzettieri annunciano il Nuovo Rinascimento, e più probabile che ci voglia mezzo secolo per trasformare un mondo che ha impiegato due secoli a farsi. Gli Ottanta sembrano però connotati da caratteri del vecchio mondo, lacerazioni degli anni Settanta e auspici del 21° secolo.Il sistema produttivo prima gigantizzato e multinazionale (Sessanta), poi miniaturizzato e localistico (Settanta), ora sembra connotato dalla "complessità" e dalla " articolazione".Grandi imprese multinazionali e "global competitors" convivono con micro-imprese specializzatissime o a mercato locale. Qua la produzione si concentra in macro-strutture, là si discioglie nei mille rivoli del decentramento territoriale. La forma Stato, dominante nei Sessanta, è stata affiancata aggressivamente dagli Enti Locali nei Settanta, e riacquista un ruolo negli Ottanta: il centro e la periferia stanno cercando un rapporto equilibrato e dialettico.La cultura di massa, prima gerarchizzata e poi esplosa, sta trovando una sintesi nella filosofia delle "connessioni". Non più la gerarchia dei valori e delle istituzioni, né la separazione ed il conflitto, influenzano la cultura degli Ottanta. Bensì i collegamenti, le interfacce, le sintesi: fra le discipline scientifiche, fra le arti, fra le forme di spettacolo. Si intravede l’aurora di un "pianeta cablato", cioè interconnesso in ogni parte, regolato da una logica " federativa " o "pattizia". La domanda più ricorrente non riguarda più tanto il "saper cosa fare", o il "sapere perché farlo", ma il "SAPER COME" (know how) gestire la transizione. Il dibattito principale non è più ideologico, né filosofico, ma tecnico e metodologico. I valori dell’uomo, cantati dagli aedi dei Sessanta, ora sono chiari a tutti, e quasi universalmente accettati (in Occidente). Resta da esplorare il "come" innescare, diffondere, governare, valutare la transizione in questo scorcio di secolo. La ricerca tecnica sta dominando il panorama scientifico, e sta entrando lentamente anche nelle scienze umane. Qua e là si intravedono i bagliori di una "NUOVA SINTESI" o nuova unità del sapere e del convivere, ma si sente che l’Occidente non è ancora maturo. La transizione continua: siamo solo "post"-moderni.

4. L’Occidente come "museo delle cere": la soffitta e il frigorifero

La società post-moderna, definita così prematuramente rispetto alla sua maturazione storica, è assai bene simbolizzabile con un chip di silicio: tecnica e flusso di informazioni. Non ha un passato preciso o un futuro identificato: ha tutti i passati ed i futuri possibili. E' solo un corridoio di passaggio in cui può fluire, in maniera equivalente, una formula fisica o un testo omerico. L’architettura post-moderna, come la moda, l’arte e la musica, sono sincretiche. La Via Novissima e la scena di "Blade Runner" propongono il capitello dorico accanto al neon. I designers di Memphis offrono mobili che ricordano l’Egitto e la Bauhaus. Ne risulta un effetto da "museo delle cere": accanto a Giulio Cesare spicca il biondo di Marilyn Monroe e la sagoma di ET. La letteratura ed il cinema si fondano sull’ammicco, il rimando, la citazione. Esplodono i revivals di tutte le epoche. Tutto sembra affiancabile, equivalente, sostituibile. Si ha spesso una "sensazione di soffitta", polverosa, piena di ricordi e di stracci, con il windsurf da usare in estate accanto agli sci, i quaderni delle elementari vicino alle bambole della nonna. In questo mondo che sempre più si avvicina al chip di silicio, è forte la tentazione di andare a caccia di ricordi e di sentimenti. Musica elettronica, moda apocalittica, flussi ininterrotti e memorie rimosse portano molti a "sentire freddo". Come se avessimo messo le "emozioni in frigorifero".

5. Il cubo di Rubik, il labirinto e la confusione

La scienza post-moderna ha perso i suoi binari. Dopo la esplosione critica degli anni Settanta, le discipline sono alla ricerca di nuovi collegamenti, nuove sintesi, diverse connessioni. I linguaggi non riescono ancora ad aprire nuove strade, ma si ricombinano all’infinito. Proliferano i "modi di dire", ma non riusciamo ancora a trovare nuovi "modi di pensare", cioè nuove teorie unificanti e unitarie visioni del mondo. Nel cubo di Rubik sono possibili infinite combinazioni, ma non si produce mai alcuna forma nuova: esce sempre e solo un cubo. Se gli anni Sessanta possono essere simboleggiati da una strada, i Settanta da una trincea, gli Ottanta richiamano alla mente il labirinto. Gli scienziati e gli intellettuali arrivano a prendere decine di sentieri nuovi, che però convogliano tortuosamente a vicoli ciechi. La complessità, almeno per ora, risulta magmatica, confusiva, vischiosa. Ogni tentativo per gestire la complessità, mediante aggregazioni e connessioni, viene vissuto come minaccia. Le istituzioni e le persone, perse nel labirinto, si parlano urlando, ma restando divise dai muri. La confusione deriva da un insieme di vissuti maniacali, persecutori e colpevolizzanti che pesano simultaneamente. La tecnica è insieme rifugio e risposta possibile. Ma in agguato stanno sempre i nuovi tentativi di gerarchizzazione oppure le utopie millenaristiche.Gli uomini persi nel labirinto e confusi, sentono sempre il fascino di seguire un capo "che sa come se ne esce", e poco importa se si tratta di una persona, di un partito o di una fede; oppure di attendere una salvezza futura, sconosciuta ma certa. Qualcuno soltanto, per ora, prova a collegarsi e federarsi con gli altri dispersi in altre strade del labirinto, per uscirne presto e insieme e con le sole forze dell’Uomo.

6. Enciclopedia, supermarket e superfluità

La cultura, intesa come comprensione del mondo, si riduce nella società post-moderna ad una valanga di informazioni. Una marea di bit elementari, sconnessi tra loro, inonda la mente ed i sensi dell’uomo post-moderno. Il settore lavorativo ed economico relativo al trattamento ed alla trasmissione di dati è in espansione vertiginosa. Il sapere si allontana sempre più dal comprendere, per avvicinarsi all’essere informati. Il pianeta è un supermarket di stimoli visivi, olfattivi, acustici, di cui riesce difficile comprendere la logica, il senso e l’ordine. il post-moderno rivive amplificata la fase dell’Enciclopedia: l’immane fatica cui l’uomo è chiamato è quella di trovare una "mappa-guida" che serva da contenitore e selezionatore dei dati. Il discrimine fra dati nuovi e ripetizioni, fra dati essenziali e dati superflui va ricercato e tenuto fermo mediante sforzi continui di riferimento ai valori. Poiché i valori si sono soggettivizzati, ciascuno è solo in questo lavoro di selezione: non può godere di solidarietà e consensi generali. La riduzione della cultura a informazione produce inoltre una ipersemplificazione dei problemi allo schema binario (si-no) tipico del computer. Le sfumature e le analisi sistemiche sono lontane dalla mentalità di massa. Ogni dato risulta polisemico ed equivalente, senza una guida valoriale. Né senza questa sono possibili gradazioni valutative a posteriori; le valutazioni diventano "a priori", ideologiche e pregiudiziali, quanto occasionali ed emotive. Ciò che risulta evidente è la moltiplicazione e la diffusione delle contraddizioni fra interpretazioni in tempi diversi, fra gruppi diversi, fra teorie ed azioni. L’overdose di informazioni e la conseguente binarietà del processo culturale di massa risultano quindi governabili solo dal criterio dell’interesse immediato e dello stimolo superficiale. Allo stesso modo in cui la scelta di un prodotto nel supermercato risulta influenzata dal colore dell’etichetta o dal prezzo, considerato in astratto, cioè senza riferimenti al valore dell’oggetto. Da una parte dunque il potere si trova a lavorare sul terreno della seduzione, del simbolico e dell’immaginario (cioè dello spettacolo); dall’altra si esprime come neo-corporativismo, viscerale quanto pervicace. La moda in generale ed il fenomeno del travestitismo in particolare sono emblematici della funzione della seduzione nel post-moderno; così come le grandi kermesses di massa. Mentre l’occupazione dello Stato da parte delle lobbies partitiche o dei gruppi piduisti, insieme agli scioperi dei medici o delle minoranze dei trasporti, sono emblematici del processo di neo-corporativismo. In questo scenario dominato da una cultura enciclopedica-enigmistica, appare sempre più superflua ogni informazione ulteriore.

7. Bisogni e risorse possono incontrarsi: dipende da chi sarà il capostazione

L’Occidente post-moderno presenta dunque soprattutto bisogni post-materialistici. Forse per la prima volta nella Storia, l’Occidente si trova a dover rispondere ai bisogni superiori della scala di Maslow, e cioè si trova a gestire problemi non ricattati dalla penuria delle risorse. Fame e sicurezza fisica non sono più problemi prioritari: il loro posto è stato preso dai bisogni di socialità, di autonomia e di autorealizzazione. Per seguire lo schema d’analisi presentato qui, diciamo che i nuovi bisogni dell’uomo, in questa fase di adolescenza della transizione, sono:

1) il recupero dei sentimenti e del "tempo lineare": cioè di un passato, un presente ed un futuro con le corrispondenti emozioni (Storia);

2) la rifondazione di un "nuovo modo di pensare" unificato ed unificante (Scienza);

3) il consolidamento di un nuovo sistema di valori, che fondi il linguaggio e le identità (Etica).

Questi bisogni non si identificano necessariamente in un Nuovo Rinascimento o peggio, in una riedizione del Sacro Romano Impero. Il post-moderno può sfociare in un Terzo Millennio a sviluppo multiplo, differenziato ma interconnesso. In altre parole, ci sembra possibile che anche la complessità e la pluralità trovino una Storia, una Scienza ed un’Etica a "minimo comune denominatore". Le risorse per rispondere a questi bisogni esistono da sempre, ma oggi trovano anche maggiori spazi, grazie alla transizione del post-moderno:

1) il corpo, la fisicità, la natura e le relazioni, sono il luogo delle emozioni e del tempo lineare (ricordo-consapevolezza-progetto);

2) l’epistemologia e le discipline "di frontiera" sono la risorsa per la fondazione di una Nuova scienza;

3) l’umanesimo cristiano, laico e marxista è il patrimonio, apparso negli anni Sessanta e potenziale base della Nuova Etica.

Lo sviluppo e la diffusione di massa della cultura e della scienza, da una parte, e l’informatica dall’altra, sono condizioni potenzialmente favorenti l’incontro fra bisogni e risorse. La posta in gioco è il Potere di orientare il Terzo Millennio verso una riunificazione gerarchizzata, totalitaria, disumanizzata, oppure una riunificazione policentrica, federativa ed umanistica. Il treno dei bisogni e quello delle risorse si incontreranno in punti diversi, a seconda di chi sarà il capostazione. I secoli XIX e XX si sono giocati il potere al tavolo del danaro; nel secolo XXI il potere si giocherà altrove: sui sentimenti, sulla scienza e sull’etica. E il dilemma non sarà relativo a quale persona o classe controllerà queste variabili; ma semmai sarà sul grado di diffusione di questo controllo. Se esso sarà oligarchico (poco importa di quale gruppo) il destino del Terzo Millennio sarà Imperiale.

8. E la Psicologia?

In un mondo di neon, perspex ed echi egizi, poliglotta e multirazziale, raffreddato e labirintico, enciclopedico ed interconnesso, la Psicologia è chiamata (come sempre) a promuovere e difendere la "soggettività". Anzitutto il CORPO, inteso come emozioni, fisicità, natura, a difesa contro la razionalità fredda e l’artefatto tecnologico. Il corpo inteso come memoria, coscienza e tensione; il corpo inteso come "erotismo" e vitalità, flusso e calore. Poi il GRUPPO, inteso come protagonismo decentrato, proliferazione del potere, appartenenza comunitaria, luogo delle differenze, delle relazioni e dei conflitti regolati. Il gruppo come associazione minima, spazio di legittimazione e identità; il gruppo come attore di patti e scambi; il gruppo come difesa e come agente della Storia. Infine il VALORE, inteso come senso, etica e religione. Il valore come fede e come sacro; come magico e mistico; il valore come significato, magari irrazionale ma miliare. Nella transizione post-moderna, la Psicologia può dare un contributo per far pendere da una parte o dall’altra la bilancia del Potere. La Psicologia può lavorare per la repressione o per la contrattazione, per l’omologazione o per la differenziazione, per la separazione o per le connessioni, per la semplificazione o per la complessità. In un mondo che rischia di diventare sempre più somigliante alle notti polari senza sole e senza luna, la Psicologia può offrire una visione della vita simile ad un quadro fiammingo, pieno di sfumature ed arricchito da una solida cornice dorata.

Insomma la Psicologia può dare un suo contributo a costruire un futuro che non sia "post"-qualcosa, ma "neo"-qualcosa.

Relazione presentata al XX Congresso
degli Psicologi Italiani (settembre 1984)