Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


Stato e violenza (Mircea Meti)

Quasi tutti gli stati nazionali sono nati con la violenza. I legami territoriali naturali sono sempre nati in territori di piccole o medie dimensioni. Nella maggioranza dei casi (Italia compresa) gli stati nazionali hanno visto l'aggregazione progressiva di territori limitrofi mediante guerre, violenze, espropri, o matrimoni gestiti da poteri forti guidati da condottieri, re, imperatori, papi.

La violenza è la cifra decisiva del potere degli Stati. Non è un caso se ad accogliere i capi degli altri Stati, ci sono sempre i plotoni di militari armati fino ai denti, invece che gli artisti e gli artigiani. Non è un caso, se ogni occasione è buona per fare sfilare nelle città i reggimenti e i carri armati, invece che i medici, gli insegnanti e i pompieri. Non è un caso, se gli Stati che possiedono le armi atomiche se le tengono strette e fanno di tutto per impedire che altri Stati se ne dotino. Non è un caso, se le graduatorie degli Stati si basano sulla violenza del potere economico (il famigerato PIL) e non sulla decrescita dei crimini, l'aumento della scolarità, la riduzione delle malattie e la felicità dei cittadini.

Pochi stati moderni sono nati da federazioni scelte liberamente; e nessuno Stato prevede procedure semplici per la rescissione del patto federativo. L'indipendenza di regioni interne ad uno Stato è universalmente considerata illegale. E lo è, dal momento che nessuno Stato dispone di leggi che consentano l'indipendenza. Gli Stati diventano cantori della legalità, quando la loro unità è messa in discussione. Malgrado il fatto che essi sono sempre i primi trasgressori della legalità che impongono ai sudditi (con al violenza o con le omissioni)..

Nessun contratto è legale se non prevede una clausola rescissoria. Il matrimonio prevede il divorzio. Il sacerdozio può essere abbandonato. Non esiste associazione volontaria che non preveda una qualche modalità di dissociazione. Il solo patto che non è estinguibile legalmente è quello che lega i territori e i cittadini allo Stato.

L'unità nazionale è la versione legale del colonialismo territoriale. La cittadinanza è la formula moderna della medievale servitù della gleba. La chiamano cittadinanza, ma è mera sudditanza. Per un cittadino è impossibile rinunciare ad una cittadinanza se non assumendone (con enormi difficoltà) un'altra. Nell'epoca moderna, possiamo abdicare da ogni ruolo, ma non a quello di suddito.

Tutti gli Stati detengono il monopolio legale della violenza. La violenza dello Stato è a priori sempre legale, e deve esserne provato l'abuso; la violenza dei sudditi è sempre illegale, e deve esserne provato l'uso legittimo. La legalità è ciò che lo Stato impone ai cittadini con la violenza; lo Stato è al di sopra delle sue stesse leggi.

In Europa, in Africa, in Asia e persino in America del Nord sono centinaia i territori che sognano l'indipendenza. In Medio-Oriente, la Palestina combatte da quasi un secolo. Il Tibet lotta da 90 anni. La Cecenia ha affrontato 20 anni di guerra, come Timor Est. Il popolo Tamil ha combattuto per 25 anni. Il sud-Tirolo, l'Irlanda del Nord, i Paesi Baschi non hanno esitato a ricorrere al terrorismo per il loro progetto indipendentista. Il Sudan del sud c'è riuscito dopo una guerra civile micidiale. La Cecoslovacchia è l'unico Stato che si è diviso in due senza colpo refire.

Questi movimenti sono la prova vivente del peccato originale degli Stati costruiti sulla violenza. E sono l'annuncio del tramonto prossimo venturo degli Stati nazionali. Come gli Stati sono nati da aggregazioni forzate con la violenza, il loro futuro sarà sottomesso alla violenza degli imperi o delle federazioni sovra-nazionali. Già se ne vedono i segnali nella giovane Unione Europea.