Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


La tratta dei neri vista dall'Africa di Elikia M'Bokolo*

Centocinquant'anni fa, in Francia, l'abolizione della schiavitù
Il 27 aprile 1848, Victor Schoelcher, sotto-segretario di stato alle colonie francesi, firmava il decreto di emancipazione degli schiavi. Per strappare questa decisione al suo incerto ministro, era stato costretto ad avvertirlo dei rischi di ribellione generale che si correvano lasciando le cose come erano. La resistenza degli schiavi fu in effetti fondamentale nella decisione abolizionista di Parigi. In un'Africa devastata dalla tratta dei Neri e che rimane segnata da questo tremendo salasso la libertà finalmente strappata, si dovette più che a una improvvisa generosità degli schiavisti, allo slancio delle stesse società africane.

Pur avvezzo allo spettacolo dei crimini che scandiscono la storia dell'umanità, lo storico non può che provare un misto di sgomento, indignazione e repulsione di fronte ai materiali riguardanti la schiavitù degli africani. Come fu possibile? Così a lungo, con queste dimensioni? In nessun'altra parte del mondo si ritrova una tragedia di tale ampiezza. Il continente nero ha subito il salasso del suo capitale umano in ogni suo varico attraverso il Sahara, il Mar Rosso, l'Oceano Indiano, l'Atlantico. Dieci secoli (dal IX al XIX) di riduzione in servitù a profitto dei paesi musulmani. Oltre quattro secoli (dalla fine del XV al XIX) di commercio regolare per la costruzione delle Americhe e per la prosperità degli stati cristiani d'Europa. A questo si aggiungano, anche se contestate, cifre da vertigine. Quattro milioni di schiavi deportati attraverso il Mar Rosso, altri quattro milioni via i porti swahili dell'Oceano Indiano, nove milioni forse con le carovane transahariane, da undici a venti milioni, a seconda degli autori, attraverso l'Oceano Atlantico (1). Fra tutti questi traffici, non è un caso che la "tratta" in senso assoluto, cioè la tratta europea e atlantica, colpisca di più e susciti il maggior numero di dibattiti. Non solo è quella la cui documentazione appare meno lacunosa. E' anche quella che si è concentrata in modo esclusivo sull'asservimento dei soli africani, mentre i paesi musulmani hanno assoggettato indistintamente bianchi e Neri. Infine, è quella che, senz'alcun dubbio, illustra meglio l'attuale situazione dell'Africa in quanto determinò la definitiva fragilizzazione del continente, la sua colonizzazione da parte dell'imperialismo europeo del XIX secolo, infine il razzismo e il disprezzo che ancora oggi colpiscono gli africani. Infatti, al di là delle ricorrenti controversie che dividono gli specialisti, le questioni fondamentali sollevate dalla schiavitù degli africani sono rimaste sostanzialmente le stesse, da quando, a partire dal XVIII secolo, le idee degli abolizionisti negli stati schiavisti del nord, le rivendicazioni degli intellettuali Neri e la lotta strenua degli stessi schiavi portarono il dibattito sulla pubblica piazza. Perché gli africani più di altri? A chi imputare precisamente la responsabilità della tratta, ai soli europei o agli stessi africani? L'Africa ha davvero sofferto della tratta o forse questa è stata solo un fenomeno marginale, che avrebbe coinvolto soltanto alcune società delle coste? Il commercio o la morte Occorre probabilmente riandare agli inizi del fenomeno, poiché essi illuminano i potenti meccanismi che hanno precipitato, poi mantenuto il continente in questo ciclo infernale. Non è certo che la tratta europea sia sorta da quella araba, la quale a lungo è apparsa come complementare a un commercio alquanto più proficuo, quello dell'oro del Sudan e delle materie preziose, rare o singolari delle terre africane. Nonostante qualche esportazione di merci (oro, avorio, legno...), fu il commercio degli uomini a mobilitare completamente le energie degli europei sulle coste africane. Inoltre, la tratta araba era principalmente tesa a soddisfare i bisogni domestici mentre, con il successo delle piantagioni schiaviste create nelle isole al largo del continente (Sao Tomè, Principe, isole di Capo Verde), gli africani deportati verso il nuovo mondo fornirono forza lavoro alle piantagioni coloniali, più raramente alle miniere, i cui prodotti oro, argento e soprattutto zucchero, cacao, cotone, coca, tabacco, caffè alimentarono largamente il commercio internazionale. Tentata in Iraq, la schiavitù produttiva degli africani si rivelò disastrosa e scatenò gigantesche rivolte, la più importante delle quali si protrasse a lungo (dall'869 all'883) e segnò la fine dello sfruttamento massiccio della manodopera nera nel mondo arabo (2). Bisognerà aspettare il XIX secolo perché ricompaia, nell'area musulmana, la schiavitù produttiva nelle piantagioni di Zanzibar, la cui produzione, (chiodi di garofano, noce di cocco), andava in parte verso i mercati occidentali (3). Tuttavia i due sistemi schiavisti hanno in comune la medesima giustificazione dell'ingiustificabile: il razzismo, più o meno esplicito, che rimanda alla sfera religiosa. Infatti, sia l'uno che l'altro caso si rifanno alla medesima fallace interpretazione della Genesi, secondo cui, quali presunti discendenti di Cam, i Neri d'Africa sarebbero maledetti e condannati alla schiavitù. Non fu facile per gli europei avviare il commercio del "legno d'ebano". All'inizio si trattò praticamente di rapina: le forti immagini di Radici, di Alex Haley (4) trovano conferma nella Cronica deo descobrimento e conquista da Guin scritta a metà del XV secolo dal portoghese Gomes Eanes de Zurara. Ma lo sfruttamento regolare delle miniere e delle piantagioni richiedeva un numero sempre crescente di forza lavoro: fu necessario mettere in piedi un vero sistema per garantire un approvvigionamento regolare. Allo scopo, gli spagnoli istituiscono fin dai primi anni del XVI secolo le "licenze" (a partire dal 1513) e gli asientos ("contratti", a partire dal 1528) che trasferiscono a privati il monopolio di stato dell'importazione dei Neri. Le grandi compagnie di tratta si costituiscono nella seconda metà del XVII secolo, parallelamente alla ridistribuzione fra le nazioni europee delle Americhe e del mondo, che il trattato di Tordesillas (1494) e diversi testi pontifici avevano riservato ai soli spagnoli e portoghesi. Francesi, britannici e olandesi, portoghesi e spagnoli, ma anche danesi, svedesi, brandeburghesi..

.: l'Europa intera si divide il bottino, moltiplicando le compagnie monopolistiche, le fortezze, i fondaci e le colonie disseminati dal Senegal al Mozambico. Mancano soltanto la lontana Russia e i paesi balcanici che tuttavia ricevono i loro piccoli contingenti di schiavi Neri attraverso l'impero ottomano.

In Africa, le razzie e i rapimenti organizzati dagli europei si trasformano rapidamente in un regolare commercio. Loro malgrado le società africane entrano nel sistema negriero, salvo a cercare, una volta entrate, di ricavarne i massimi vantaggi. Si vedano, ad esempio, le proteste del re di Kongo, Nzinga Mvemba, "convertito" al cristianesimo fin dal 1491: egli considera il sovrano del Portogallo come suo "fratello" e, dopo aver preso il potere nel 1506, non capisce perché i portoghesi, sudditi di suo "fratello", si permettono di razziare i suoi beni e di ridurre la gente di Kongo in schiavitù. Invano: questo nemico della tratta si lascerà poco a poco convincere dell'utilità e della necessità di questo commercio. Infatti, tra le merci offerte in cambio di uomini, al primo posto ci sono i fucili. Soltanto gli stati che dispongono di questi fucili, in altre parole quelli che partecipano alla tratta, possono respingere eventuali attacchi dai vicini e sviluppare politiche espansioniste. Si può quindi dire che gli stati africani sono caduti nel tranello teso dai negrieri europei. Il commercio o la morte: nel cuore stesso di tutti gli stati costieri o vicini alle zone di tratta sta la contraddizione fra la ragione di stato, che impone di non trascurare alcuna delle risorse necessarie alla sicurezza e alla ricchezza, e le carte fondatrici dei regni che impongono ai sovrani di tutelare la vita, la prosperità e i diritti dei loro sudditi. Da qui la volontà, da parte degli stati impegnati nella tratta, di contenerla in limiti stretti. Ai francesi che gli chiedono il permesso di istituire un'agenzia sulle sue terre, re Tezifon d'Allada, nel 1670, risponde con queste lucide parole: "Voi costruirete una casa nella quale metterete prima due piccoli pezzi di cannone. L'anno seguente, ne monterete quattro e in poco tempo la vostra agenzia diventerà una fortezza che farà di voi il padrone dei miei stati e vi darà la possibilità di dettarmi le vostre leggi (5)". Da Saint-Louis del Senegal alla foce del fiume Congo, la maggior parte delle società e degli stati locali condurranno con successo questa politica, a dire poco ambigua, di collaborazione, diffidenza e controllo. Invece, in alcune zone della Guinea, in Angola e in Mozambico, gli europei s'impegneranno direttamente a costruire reti di guerrieri e di mercanti africani, complici alcuni interlocutori locali Neri o meticci, questi ultimi discendenti degli avventurieri bianchi dalla fama sospetta persino in quei tempi di efferata crudeltà, che furono i lançados portoghesi (quelli che osarono "lanciarsi" all'interno delle terre) descritti all'inizio del XVI secolo come "il seme dell'inferno", "il peggio che ci sia", "assassini, debosciati, ladri". Con il tempo, questo gruppo di mediatori si irrobustirà al punto di costituire, in vari punti della costa, quella classe di "principi mercanti" sulla quale la tratta poggerà. I loro profitti? I carichi delle navi negriere, scrupolosamente contabilizzati secondo la logica mercantile, ce ne danno un'idea chiarissima: fucili, barili di polvere, acquavite, stoffe, paccottiglia, chincaglieria: ecco con quale merce sono stati scambiati milioni di africani. Scambio disuguale, certo. A quanti si stupiranno di tali ineguaglianze, faremo notare che la stessa logica prevale ancora sotto i nostri occhi e che il nostro secolo non ha fatto molto meglio: basti pensare ai premurosi questuanti venuti dai paesi del Nord a convincere capi di stato africani a importare "elefanti bianchi" in cambio di mediocri vantaggi personali. E' chiaro che l'arsenale ideologico messo in atto dai negrieri per giustificare la tratta non corrispondeva né alle realtà né alle dinamiche del suolo africano. Come tutti i popoli, gli africani non avevano alcuna predisposizione particolare per la schiavitù, che è stata generata e mantenuta da un vero e proprio sistema. Se sono note le rivolte degli schiavi Neri durante la traversata dell'Atlantico e nei paesi di destinazione, siamo ben lungi dall'immaginare l'estensione e la diversità delle forme di resistenza all'asservimento nella stessa Africa. Resistenza sia alla tratta, sia alla schiavitù interna, prodotta o aggravata dal commercio negriero. Una fonte a lungo ignorata, la Lloyd's List, getta una luce sorprendente sul rifiuto opposto dalle società costiere africane a questo tipo di commercio. Questa lista trabocca di particolari sui sinistri che si verificavano a bordo delle navi assicurate dalla celebre compagnia londinese, a partire dalla sua fondazione nel 1689. Le descrizioni mostrano come, in un numero significativo di casi noti (oltre il 17%), il sinistro è dovuto a una insurrezione, a una rivolta o a saccheggi avvenuti sul posto, in Africa. Autori di questi gesti di ribellione erano gli schiavi, ma anche la gente della costa. Siamo veramente di fronte a una duplice logica: quella degli stati coinvolti, volenti o nolenti, nel sistema negriero e quello delle popolazioni libere, costantemente minacciate di assoggettamento, che manifestano la loro solidarietà con chi è ridotto in schiavitù. Quanto alla schiavitù interna, tutto lascia pensare che si sia allargata e irrigidita man mano che si sviluppava la tratta, suscitando allo stesso tempo molteplici forme di resistenza: fuga, ribellione aperta, ricorso all'aiuto della religione, i cui esempi sono attestati sia in terra islamica che nei paesi cristiani. Nella valle del fiume Senegal, la tentazione mostrata da alcuni sovrani di asservire e di vendere i propri sudditi provocò, fin dalla fine del XVII secolo, la "guerra dei marabutti" o il movimento tubenan (da tuub, convertirsi all'islam). Il suo iniziatore, Nasir al-Din proclamava con lucida determinazione che "Dio non permette ai re di saccheggiare, uccidere o catturare i loro popoli, i quali sono stati dati ai re affinché essi li mantengano e li proteggano dai nemici, poiché i popoli non sono fatti per i re, ma i re per i popoli". Più a sud, nell'odierna Angola, i popoli kongo si servirono del cristianesimo allo stesso modo, sia contro i missionari, compromessi nella tratta, sia contro i poteri locali. All'inizio del XVIII secolo, una profetessa di una ventina d'anni, Kimpa Vita (nota anche come Dona Batrice), capovolse gli argomenti razzisti dei negrieri predicando un messaggio ugualitario che affermava che "in cielo non ci sono né bianchi né Neri" e che "Cristo e altri santi sono di razza nera, originari del Congo".

E' noto che, ancora oggi, in parecchie regioni d'Africa, le rivendicazioni per la libertà e l'uguaglianza ricorrono ad argomenti di tipo religioso. Questo dimostra come, lungi dall'essere un fenomeno marginale, la tratta si iscriva al centro della storia moderna dell'Africa e che la resistenza ha indotto atteggiamenti e pratiche riscontrabili ancora oggi. Un continente "selvaggio" Questo ci porta a diffidare di impressioni ereditate dalla propaganda abolizionista, che certi modi di commemorare le abolizioni della schiavitù possono alimentare. Il desiderio di libertà e la stessa libertà non sono giunti agli africani dall'esterno, dai filosofi dei lumi, dagli agitatori abolizionisti o dall'umanitarismo repubblicano, ma dallo slancio proprio delle società africane. Del resto, già dalla fine del XVIII secolo, nei paesi rivieraschi del golfo di Guinea, certi negozianti, arricchitisi il più delle volte con la tratta, prendono le distanze da questo traffico e mandano i bambini in Gran Bretagna perché si formino e si perfezionino nelle scienze o in altre professioni utili allo sviluppo del commercio. Ciò spiega come, durante l'intero XIX secolo, le società africane non abbiano avuto difficoltà a rispondere positivamente alle sollecitazioni nuove che gli provenivano dall'Europa industriale, convertita al "commercio lecito" dei prodotti del suolo e oramai ostile alla tratta, diventata "traffico illecito" e "commercio vergognoso". Ma quell'Africa era ben diversa da quella che gli europei avevano trovato alla fine del XV secolo. Come ha cercato di dimostrare lo storico di Trinidad Walter Rodney, a causa della tratta l'Africa era stata trascinata in una via pericolosa e ridotta a una condizione di completo sottosviluppo (6). Il razzismo uscito dal periodo dei negrieri trovò in queste circostanze un'occasione per riaffermarsi. Infatti, il discorso degli europei sull'Africa verteva oramai su "l'arcaismo", "l'arretramento", sul carattere "selvaggio" del continente.

Carico di giudizi di valore, il discorso degli europei poneva ora l'Occidente a modello. Gli sconvolgimenti e la regressione dell'Africa non venivano spiegati con gli avvenimenti storici reali, nei quali l'Europa aveva avuto la sua parte, ma venivano attribuiti alla "natura" innata degli africani. Il colonialismo e l'imperialismo nascenti poterono in tal modo ammantarsi di umanitarismo e dei sedicenti "doveri" delle "civiltà superiori" e delle "razze superiori". Unica preoccupazione degli stati negrieri del passato era ormai quella di liberare l'Africa dagli "arabi" schiavisti e dai potentati Neri, anch'essi schiavisti. Ma una volta suddivisa la torta africana fra le potenze coloniali, queste, con il pretesto di non precipitare il corso degli avvenimenti e di rispettare i costumi "indigeni" si guardarono bene dall'abolire effettivamente le strutture schiaviste che avevano trovato al loro arrivo. La schiavitù perdurò dunque all'interno del sistema coloniale, come dimostrarono le indagini condotte su iniziativa della Società delle nazioni (Sdn) fra le due guerre mondiali (7). Peggio, per far funzionare la macchina economica, misero in piedi una schiavitù di tipo nuovo, sotto forma di lavoro coatto: "Quale che sia il nome con il quale si maschera il lavoro coatto, non si può dire che questo non sia, di fatto e di diritto, la schiavitù ristabilita e incoraggiata (8)". Qui, di nuovo, limitandosi al solo caso della Francia, è dentro l'Africa che è sorto il desiderio di libertà. Non è forse agli eletti africani, Félix Houphouæt-Boigny et Léopold Sédar Senghor in testa, che si deve l'abolizione del lavoro coatto nel 1946, soltanto nel 1946?

note:

*Direttore di studi, Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), Parigi

(1) R. Austen, African Economic History, James Curey, Londra, 1987, p. 275; Elikia M'Bokolo, Afrique noire. Histoire et Civilisations, tomo I, Hatier-Auspelf, Parigi, 1995, p. 264; J.E.

Inikori (a cura di) Forced Migration. The Impact of the Export Slave Trade on African Societies, Hutchinson, Londra, 1982; Philip D. Curtin, The Atlantic Slave Trade. A Census. The University of Wisconsin Press, Madison, 1969.

(2) Alexandre Popovic, La révolte des esclaves en Iraq au IIIe/IXe siècle, Geuthner, Parigi, 1976.

(3) Abdul Sheriff, Slaves, Spices and Ivory. Integration of an African Commercial Empire into the World Economy, James Currey, Londra, 1988.

(4) Alex Hailey, Radici, Rizzoli Bur, Milano, 1992.

(5) L. A. Akinjogbin, Dahomey and its Neighbours, 1708-1818, Cambridge University Press, Cambridge, 1967, p. 26.

(6) W. Rodney, How Europe Underdeveloped Africa, Bogle-L'Ouverture, Londra, 1972.

(7) Claude Meillassoux, L'esclavage en Afrique précoloniale, François Maspero, Parigi, 1975.

(8) Lettera dei deputati francesi al ministro delle colonie, 22 febbraio 1946. (Traduzione di M.G.G.)