Nessuno può uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.

 


  Libertà di critica o antiamericanismo? (Eva Zenith)
Coloro che criticano la politica internazionale degli USA, vengono strumentalmente accusati di "antiamericanismo". E' lo stesso meccanismo illogico con cui i comunisti accusavano i critici di "anticomunismo". D'altronde anche coloro che sono accusati di "antiamericanismo" commettono un grave errore quando fanno un distinguo fra l'amministrazione Bush e gli americani. A parte i dettagli di broglio e di errori contabili nelle elezioni Usa, Bush resta un Presidente democraticamente eletto dalla maggioranza degli americani. Malgrado la sua enorme antipatìa, non può essere considerato un dittatore che ha preso il potere con un colpo di Stato. Ciò significa che la politica dell'amministrazione Bush va considerata la politica americana tout court, allo stesso modo con cui la politica del Governo Berlusconi va considerata come la politica italiana. Criticare Berlusconi significa essere "anti-italiani"? Questo argomento non è ancora stato usato (lo sarà presto), nemmeno dai fedelissimi del nostro Governo. Criticare la politica Usa non significa odiare pregiudizialmente un Paese che per molti versi è diventato il paradigma della nostra vita quotidiana. Magari i critici odiano Bush e la politica estera americana, ma non la lingua italo-americana che è ormai vincente anche fra le frange antagoniste. Non odiano il cinema o la musica o l'arte o l'architettura o lo sport degli Usa. Non odiano gli hamburger nè la Coca Cola. Insomma, attaccare un aspetto di un Paese non significa odiarlo in toto e pregiudizialmente, nè, per farlo, è necessario ricorrere alla finta scissione fra Governo e Paese. Non siamo antiamericani se lottiamo contro la politica estera americana; non siamo antiitaliani se lottiamo contro le follìe del Governo; non eravamo anticomunisti quando criticavamo il regime sovietico; nè eravamo antigovernativi quando biasimavamo l'aggressione a Belgrado.
  Il 2 Giugno come inno al militarismo (Eva Zenith)
La Seconda Repubblica ha fatto del militarismo uno dei suoi fondamenti. In linea con l'ipotesi per la quale la globalizzazione affida agli Stati nazionali una mera funzione di "ordine pubblico". La Prima Repubblica ha avuto un'infinità di difetti, ma una cosa ha consegnato alla Storia: cinquanta anni di estraneità ad ogni forma di militarismo. La Seconda Repubblica invece maschera con la retorica patriottica un evidente ritorno al bellicismo fascista. Come se amare la Patria significhi non solo piazzare ovunque bandiere e inni nazionali, ma ripescare tutto l'armamentario bellico delle sfilate, delle parate, dei generali in tv, dei militari chiamati eroi per il solo fatto di indossare una divisa. La televisione è piena di telenovelas con protagonisti militari, poliziotti, carabinieri. Ci si fa un vanto pubblico del fatto che l'Italia è il sesto produttore al mondo di strumenti di morte. Il fatto che l'Italia pulluli di basi militari americane e che buttiamo soldi per una NATO, di cui non è chiaro alcun compito, non sono più nemmeno argomenti di dibattito. Ci si commuove di fronte al volo di bombardieri del costo di 10 miliardi l'uno. Festeggiare il 2 Giugno significa far sfilare migliaia di soldati armati fino ai denti. Perchè non festeggiare le Repubblica facendo marciare le sue cose più nobili, come l'arte, la bellezza, la creatività? Quando un Paese si identifica con le armi che ha, il futuro non promette niente di buono.
  La sinistra non è credibile quando critica il militarismo (Eva Zenith)
Non è credibile questa sinistra, che critica Berlusconi e Bush, con le mani ancora odoranti di polvere da sparo (o di uranio impoverito) con cui ha bombardato Belgrado. Le acrobazie dialettiche con cui la sinistra distingue fra l'attacco a Belgrado e l'attacco a Bagdad, sono del tutto capziose. La filosofia di fondo delle due aggressioni è la stessa: ingerenza armata negli affari di altre aree geopolitiche, basata sull'arroganza di possedere una superiorità morale e culturale. Sinistra e destra sono accomunate dalla fede religiosa del XXI secolo: la fede verso la democrazia, intesa però come mero regime elettorale e rappresentativo. Noi, membri attivi dell'Impero e principali azionisti della "Globalizzazione Spa", decidiamo cosa è bene e cosa no, per gli jugoslavi, per gli afghani, per gli iracheni: e se qualcuno non è d'accordo, lo bombardiamo.
  Perchè in Italia non si possono abbassare le tasse (Eva Zenith)
In Italia non è possibile abbassare le tasse, se non dopo un vera rivoluzione che non verrà mai. La sinistra fa finta di non capire che l'abbassamento delle tasse non ha nulla che fare con la felicità o con la ricchezza. La riduzione delle tasse ha a che fare solo con la libertà, che è un bene di scarso interesse nel nostro Paese. Un Paese che da sempre preferisce il "familismo", le corporazioni, le società segrete, o le cosche alla libertà. Per ridurre le tasse, qualsiasi Governo deve ridurre le spese e cioè i cosiddetti "servizi". I cittadini, con i soldi risparmiati dalle tasse, dovrebbero comunque pagarsi i "servizi" non più erogati dallo Stato. In termini economici, il bilancio dei cittadini non subirebbe grandi variazioni. La vera rivoluzione sarebbe nella possibilità di scelta dei cittadini su quali "servizi" finanziare e quali no, oltre che nella loro emancipazione da numerosi "servizi" sgraditi e mai richiesti. Ed è questo che rende impossibile ogni significativo abbassamento delle tasse. Perchè lo Stato dovrebbe dimezzare il numero dei propri dipendenti. L'Italia ha circa 20.000.000 di lavoratori. Di questi, circa 4 milioni sono dipendenti dello Stato (il 20%), ed altri 4 milioni sono collaboratori dello Stato o degli Enti locali come appaltatori, convenzionati, beneficiari. Significa che il 40% della forza lavoro in Italia è mantenuta dallo Stato, che la paga proprio con le tasse, esorbitanti quanto irriducibili. Il Governo dei sogni di molti dovrebbe dimezzare questi dati, allineandosi alle percentuali di altri Paesi occidentali. Ma il dimezzamento avrebbe due conseguenze improponibili: 1) il dimezzamento dei controlli e dei "servizi" con cui Governo ed Enti Locali reprimono i sudditi; 2) la perdita del lavoro di circa 4 milioni di operatori che dovrebbero riciclarsi per passare dal mercato pubblico e quello privato. E' intuitivo che simili scelte, anche se fatte gradualmente e con tutti gli ammortizzatori possibili, porterebbero l'Italia ad una guerra civile. Una vera diminuzione delle tasse avrebbe contro l'oligarchìa del potere pubblico, che proprio dai "servizi" e controlli onnipervasivi trova un alibi alla sua esistenzaed al suo sviluppo. Ma avrebbe anche contro tutte le corporazioni, che sono la colonna portante dello Stato italiano.