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Linguaggio
collaterale David Barsamian intervista Noam Chomsky Traduzione di Monica Bellavia, Bruno Bontempi |
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Il primo ministero della propaganda, chiamato Ministero dell'Informazione, si ebbe in Gran Bretagna durante la Prima Guerra Mondiale. Aveva il compito, come si disse allora, di controllare la mente del mondo. In particolare, gli inglesi erano preoccupati della mentalità americana, e in modo più specifico, del pensiero degli intellettuali americani. Essi pensavano che se avessero potuto convincere gli intellettuali americani della nobiltà dello sforzo bellico britannico, tali intellettuali avrebbero potuto indurre la popolazione pacifista degli Stati Uniti, che giustamente non voleva avere niente a che fare con le guerre europee, ad un atteggiamento di fanatismo e di isteria che li avrebbe portati ad entrare in guerra. La Gran Bretagna aveva bisogno del sostegno degli Stati Uniti, così il Ministero dell'Informazione si concentrò soprattutto sull'opinione pubblica americana e sui suoi leader. L'amministrazione Wilson reagì costituendo la prima agenzia di propaganda di Stato, chiamata il Comitato dell'Informazione Pubblica. Il Comitato ebbe un grande successo, soprattutto tra gli intellettuali liberali americani, le persone del circolo di John Dewey, che si inorgoglirono del fatto che per la prima volta nella storia, secondo loro, era stato creato un fanatismo di guerra, e non dai leader militari e politici, ma dai più responsabili, seri membri della comunità, cioè gli intellettuali. Essi organizzarono una campagna di propaganda, che nel giro di pochi mesi riuscì a trasformare una popolazione relativamente pacifista in una massa di fanatici anti-tedeschi che volevano distruggere tutto quello che era tedesco. Si arrivò a tal punto che l'Orchestra Sinfonica di Boston non potè suonare Bach. Tutto il Paese fu preso dall'isteria. Tra i membri dell'agenzia di propaganda di Wilson vi erano persone come Edward Bernays, il quale divenne il guru dell'industria delle pubbliche relazioni, e Walter Lippmann, il più famoso intellettuale pubblico del XX secolo, la persona più rispettata nei media. Essi, in seguito, avrebbero fatto un riferimento esplicito a quella esperienza. Basta guardare ciò che scrissero negli anni '20: "Da questo abbiamo imparato che si può controllare la mente della gente, che si possono controllare gli atteggiamenti e le opinioni". Lippmann disse, "Noi possiamo fabbricare il consenso attraverso la propaganda." Bernays disse, "I membri più intelligenti di una comunità possono trascinare il popolo in tutto ciò che essi desiderano" attraverso quello che lui chiama "costruzione del consenso". È "l'essenza della democrazia", parole sue. Tutto questo portò allo sviluppo dell'industria delle pubbliche relazioni. È interessante vedere il modo di pensare degli anni venti, quando tutto cominciò. Questo era il periodo del taylorismo nell'industria, quando i lavoratori cominciavano ad essere addestrati a diventare dei robots, con ogni movimento controllato. Si creò un'industria molto efficiente, con esseri umani trasformati in automi. I bolscevichi rimasero molto impressionati dal risultato e cercarono di duplicarlo. Di fatto, ci provarono in tutto il mondo. Ma gli esperti del controllo del pensiero capirono che si poteva avere non solo ciò che loro chiamavano il controllo "sul lavoro", ma anche il controllo "fuori dal lavoro". Queste sono espressioni loro. Controlla le persone fuori dall'ambiente di lavoro attraverso una filosofia della futilità, cercando di farli concentrare sulle cose superficiali della vita, come il consumo dettato dalla moda, e in sostanza togliteli dai piedi. Lascia che le persone che devono manovrare i fili lo facciano senza nessuna interferenza dalla massa della popolazione, che non ha nessun ruolo nella vita pubblica. Da questo emergono industrie enormi, che vanno dalla pubblicità alle università, tutte conscienziosamente impegnate a far valere il concetto che è necessario controllare gli atteggiamenti e le opinioni, perché le persone sono davvero troppo pericolose. In particolare, colpisce il fatto che ciò si sia sviluppato nelle società più democratiche. Hanno cercato di replicare lo stesso sistema in Germania, nella Russia bolscevica, in Sudafrica ed altrove. Ma in ogni caso, era un modello squisitamente americano. C'è una ragione per questo. Se si possono controllare le persone con la forza, non è molto importante controllare quello che pensano e che sentono. Ma se si perde la capacità di controllare le persone con la forza, diventa più necessario controllare atteggiamenti ed opinioni. Questo ci porta al giorno d'oggi. Attualmente, il pubblico non è più disposto ad accettare agenzie statali di propaganda, per cui l'Ufficio di Diplomazia Pubblica, istituito da Reagan, fu dichiarato illegale ed è ritornato per vie più contorte. Ciò che ha preso il suo posto sono le tirannie private; si tratta, in sostanza, di sistemi aziendali con il ruolo di controllare atteggiamenti ed opinioni, che non prendono ordini dal governo ma sono ad esso strettamente legati. Ecco il nostro sistema contemporaneo. Estremamente conscio di sè. Non c'è bisogno di speculare tanto su quello che fanno, perchè sono abbastanza gentili da dircelo, nelle pubblicazioni del settore e anche nella letteratura accademica. Quindi andando, per esempio, agli anni '30, troviamo colui che è forse il fondatore di un bel po' di scienza politica moderna. Un liberale wilsoniano, Harold Lasswell, scrisse nel 1933 un articolo dal titolo "Propaganda" per l'Enciclopedia delle Scienze Sociali, una rivista importante, in cui il messaggio era: "Non dobbiamo [e queste sono citazioni, tra l'altro] soccombere a dogmatismi democratici del tipo che gli uomini sono i migliori giudici dei propri interessi". Loro non lo sono, ma noi sì. E poiché la gente è troppo stupida e ignorante per comprendere i propri interessi, per il loro bene - perché noi siamo dei grandi benefattori - dobbiamo emarginarli e controllarli. Il modo migliore per farlo è la propaganda. La propaganda non ha niente di negativo in sè, diceva Lasswell. È moralmente neutra, come la maniglia di una pompa. La si può usare per il bene o per il male. E poiché noi siamo persone nobili e meravigliose, la useremo per il bene, per assicurarci che le masse stupide ed ignoranti rimangano emarginate e prive delle responsabilità di prendere decisioni. Le dottrine leniniste sono più o meno la stessa cosa. Ci sono somiglianze molto forti. Anche i nazisti appresero questi concetti. Leggendo il Mein Kampf, si vede che Hitler rimase favorevolmente impressionato dalla propaganda angloamericana. Egli avanzò l'ipotesi, non senza merito, che fosse stata la propaganda ad aver fatto vincere loro la Prima Guerra Mondiale, e promise che la prossima volta anche i tedeschi sarebbero stati pronti, ed avrebbero sviluppato i propri sistemi di propaganda sull'esempio delle democrazie. I Russi ci provarono, ma l'approccio fu troppo brutale per poter essere efficace. Il Sudafrica l'ha usato; ed anche altri, fino ai nostri giorni. Ma la vera avanguardia è negli Stati Uniti, perché è la società più libera e democratica, ed è proprio lì che è ancora più importante controllare atteggiamenti ed opinioni. Lo si può leggere nel New York Times, che ha pubblicato un interessante articolo su Karl Rove, il manager del Presidente, praticamente colui che dice al Presidente cosa dire e cosa fare. L'articolo descrive ciò che Karl Rove stava facendo in quel momento. Non era direttamente coinvolto nei piani di guerra, così come non lo era Bush. Questo era nelle mani di altre persone. Ma il suo obiettivo, diceva, è di presentare il Presidente come un leader potente in tempo di guerra, il che torna utile per le prossime elezioni presidenziali, mentre i repubblicani portano avanti il loro programma in politica interna. Ed è su quest'ultimo punto che Rove si concentra, il che vuol dire tagli alle tasse - che dicono che siano per l'economia, ma sono per i ricchi - ed altri programmi che non sta lì ad elencare, ma che sono fatti per beneficiare un settore estremamente limitato di ultra-ricchi e privilegiati e che avrà l'effetto di danneggiare la massa della popolazione. Ma ancora più significativo - e a questo l'articolo non accenna - è il tentativo di distruggere le basi istituzionali dei sistemi di supporto sociale, di eliminare cose come le scuole, il sistema pensionistico, e tutto ciò che sia basato sul concetto che le persone abbiano una qualche cura l'una per l'altra. Questa è un'idea orribile, che bisogna tirare fuori dalla testa della gente. L'idea che si debba avere compassione e solidarietà, che dovrebbe importarci del fatto se la vedova disabile dall'altra parte della città abbia abbastanza da mangiare, questo deve essere tirato fuori dalla testa della gente. È chiaro che c'è una enorme differenza sulla guerra in Iraq e il resto del mondo. La attribuisce alla propaganda? Senza alcun dubbio, sì. La campagna sull'Iraq è stata lanciata lo scorso settembre. Questo è così ovvio che se ne è anche parlato nelle testate ufficiali; ad esempio Martin Sieff, capo analista politico della UPI, ha descritto in un lungo articolo come ciò sia stato fatto. A settembre, quando per inciso ha avuto inizio la campagna per elezioni politiche, hanno comiciato a rullare i tamburi della propaganda di guerra. Questa ha avuto un paio di temi costanti. Una grossa bugia è che l'Iraq fosse una minaccia imminente alla sicurezza degli Stati Uniti. Dobbiamo fermarli ora, o ci distruggeranno domani. La seconda grossa bugia è che l'Iraq fosse dietro l'attacco dell'11 settembre. Nessuno l'ha detto apertamente; viene insinuato, in un modo o nell'altro. Guardiamo i risultati delle elezioni: hanno rispecchiato la propaganda, in una maniera molto diretta. La propaganda è distribuita dai media; i media non se la inventano, si limitano a distribuirla, attribuendola ad alti ufficiali di governo o simili. Ma la campagna si è riflettuta molto rapidamente nelle urne. Da settembre in poi, una percentuale che oscilla intorno al 60 per cento della popolazione ha creduto che l'Iraq fosse una minaccia alla nostra sicurezza. Il Congresso, se si vede la dichiarazione di ottobre, quando ha autorizzato il Presidente ad usare la forza, ha detto che l'Iraq è una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Al momento attuale circa la metà della popolazione, se non di più, è convinta che l'Iraq fosse responsabile per l'11 di settembre, che degli Iracheni erano sugli aerei, e che stanno preparando nuovi attentati. Non c'è nessun altro al mondo che creda a queste cose; non c'è altro Paese dove l'Iraq sia visto come una minaccia militare. Il Kuwait e l'Iran, che sono entrambi stati invasi dall'Iraq, non considerano l'Iraq una minaccia alla loro sicurezza. L'Iraq è il Paese più debole della regione, e in conseguenza delle sanzioni che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone - circa due terzi della popolazione è prossima alla morte per fame - quel Paese ha l'economia più debole e l'esercito più debole della regione. La sua economia e le sue spese militari sono un terzo di quelle del Kuwait, che pure ha un decimo della popolazione dell'Iraq, per non parlare di altri Paesi. Naturalmente tutti sanno che vi è una superpotenza nella regione, base militare USA oltreoceano, Israele, che ha centinaia di armi nucleari e un poderoso esercito e che domina totalmente la regione. Ma solo negli Stati Uniti c'è paura, o si crede in queste cose. L'affermarsi di queste credenze è frutto della propaganda. È interessante che gli Stati Uniti siano così suscettibili a questo fenomeno. C'è un retroterra culturale che è interessante. Ma quali che ne siano le ragioni, gli Stati Uniti sono un Paese dove c'è molta paura in termini relativi. I livelli di paura su quasi tutto, criminalità, immigrazione ed altro, sono straordinariamente alti. Se ne può discutere, se ne possono cercare le ragioni, ma la situazione è quella. Cosa rende gli Stati Uniti così suscettibili alla propaganda? Questa è una buona domanda. Non credo che siano più suscettibili alla propaganda; sono più suscettibili alla paura. È un Paese spaventato. Non è che capisca a fondo quali siano le ragioni, ma tali ragioni sono lì, e si sono maturate nel corso della storia americana. Forse hanno a che fare con la conquista del continente, dove si è dovuta sterminare la popolazione indigena; con la schiavitù, dove si è dovuta controllare una popolazione che si credeva ostile, perchè in qualsiasi momento si sarebbe potuta ribellare. O può essere semplicemente un riflesso della sua enorme sicurezza. La sicurezza degli Stati Uniti è superiore a quella di qualsiasi altro Paese. Gli Stati Uniti controllano l'emisfero, controllano entrambi gli oceani, incluse le sponde opposte di entrambi gli oceani, non sono mai stati minacciati. L'ultima volta che gli Stati Uniti sono stati minacciati è stato con la guerra del 1812. Da allora, hanno solo conquistato gli altri. E in qualche modo questo genera la sensazione che qualcuno ce l'avrà con noi, e il Paese finisce con l'essere molto spaventato. C'è una ragione per cui Karl Rove è la persona più importante nel governo: è l'esperto delle pubbliche relazioni, con il compito di costruire delle immagini. Così si possono portare avanti programmi di politica interna, e attuare le politiche internazionali, spaventando la gente e creando l'impressione che un leader potente ci salverà dalla distruzione imminente. Il New York Times, praticamente, lo dice perché è molto difficile da tenere nascosto. È un fatto naturale. Uno dei nuovi costrutti lessicali su cui mi piacerebbe che Lei commentasse è "giornalisti incorporati". Questo è interessante. È interessante che i giornalisti siano disposti ad accettarlo. Nessun giornalista dovrebbe essere disposto a chiamarsi "incorporato". Dire "sono un giornalista incorporato" significa dire "sono un propagandista del governo". Ma è un termine accettato. Ed aiuta a radicare il concetto che tutto quello che facciamo è buono e giusto; e quindi, se si è incorporati in una unità miliare americana, si è obiettivi. In verità, la stessa cosa si è mostrata più drammaticamente, in un certo senso, nel caso di Peter Arnett. Peter Arnett è un giornalista con ottima reputazione, una lunga esperienza e un gran numero di riconoscimenti. Lo odiano esattamente per quella ragione. La stessa per cui odiano Robert Fisk. Dove Fisk è britannico, e Arnett originario della Nuova Zelanda. Fisk è il giornalista sul Medio Oriente che gode di gran lunga della maggiore esperienza e rispetto. È stato lì da tempo immemorabile, ha svolto un ottimo lavoro, conosce la regione, è un ottimo corrispondente. È disprezzato qui. È difficilissimo leggere qualcosa di suo. Se viene menzionato, è per accusarlo di qualcosa. La ragione è che è troppo indipendente. Non ha voluto essere un giornalista incorporato. Peter Arnett è condannato perché ha fatto un'intervista per la televisione irachena. Per caso condanniamo qualcuno per aver fatto un'intervista per la TV statunitense? No, quello va benissimo. L'attacco all'Afghanistan dell'ottobre 2001 ha generato un paio di queste espressioni, che Lei ha commentato. Una era Operazione Libertà Duratura e l'altra è "combattente illegittimo". Una vera innovazione nella giurisprudenza internazionale. È una innovazione rispetto al periodo del dopoguerra. Dopo la Seconda Guerra Mondiale fu istituito un nuovo insieme di leggi internazionali, che comprende le Convenzioni di Ginevra. E queste non ammettevano un concetto di combattente nemico come quello che stiamo considerando. Ci possono essere prigionieri di guerra, ma non una nuova categoria. In verità si tratta di una vecchia categoria, in quanto prima della Seconda Guerra Mondiale si poteva fare di tutto. Ma con le Convenzioni di Ginevra, istituite per perseguire formalmente i crimini dei nazisti, le cose sono cambiate. Da allora, i prigionieri di guerra hanno uno status speciale. Il governo Bush, con la cooperazione dei media e dei tribunali, sta tornando al periodo antecedente la Seconda Guerra Mondiale, in cui non c'era un corpo di leggi internazionali che definissero i crimini contro l'umanità e i crimini di guerra; e non solo sta portando avanti una guerra di aggressione, ma sta classificando le persone soggette ai suoi bombardamenti, e che vengono catturate, con una nuova categoria a cui non sono riconosciuti diritti di sorta. Sono andati ben oltre. L'Amministrazione ha dichiarato il diritto di catturare persone, inclusi i cittadini americani, e imprigionarli per un tempo indefinito senza nessuna accusa specifica, senza permettere nessun contatto con le famiglie o gli avvocati, fino a quando il Presidente deciderà che la guerra contro il terrore, o come vuole chiamarla, è finita. Una cosa del genere non si era mai sentita. Ed è stata accettata in una qualche misura dai tribunali. E stanno andando ancora oltre con la nuova legge, a volte chiamata "Patriot 2", che non è ancora stata approvata. È ancora allo studio del Dipartimento di Giustizia, ma è stata fatta trapelare. Fino ad oggi, sono stati pubblicati sui giornali un paio di articoli su questa legge, a firma di professori di diritto e non solo. È incredibile. Reclamano il diritto di togliere la cittadinanza, un diritto fondamentale, se il Ministro della Giustizia crede - e non è necessario avere nessuna prova - solamente crede che una persona sia convolta in azioni che in qualche modo potrebbero provocare danni agli Stati Uniti. Bisogna andare indietro ai regimi totalitari per trovare cose del genere. Un combattente nemico è una di queste. Il trattamento delle persone - quello che sta succedendo a Guantanamo è una grossa violazione dei principi più elementari delle leggi umanitarie internazionali istituite dopo la seconda Guerra Mondiale, cioè dopo che questo tipo di crimine era stato formalmente condannato in reazione ai nazisti. Che cosa pensa del Primo Ministro inglese Tony Blair, la cui frase "Questa non è un'invasione" è stata citata in "Nightline" il 31 marzo? Tony Blair è un bravo agente di propaganda per gli Stati Uniti: è un buon oratore, le sue frasi hanno senso e pare che alla gente piaccia. Sta seguendo una posizione che la Gran Bretagna ha scelto conscientemente alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna riconobbe ciò che era ovvio (e ci sono molti documenti interni a proposito); la Gran Bretagna era stata la potenza dominante nel mondo, e non lo sarebbe più stata dopo la Seconda Guerra Mondiale; gli Stati Uniti lo sarebbero diventati. La Gran Bretagna doveva prendere una decisione: o essere un Paese come tanti o diventare quello che fu detto un "alleato minore" degli Stati Uniti. Ha accettato il ruolo di alleato minore, ed è quello che è stato sin da allora. La Gran Bretagna è stata presa a calci in faccia molte volte nella maniera più vergognosa, ma rimane quieta, si prende i calci e dice, "Okay, saremo il tuo alleato minore. Porteremo a quella che viene chiamata coalizione la nostra esperienza di secoli di brutalizzazione e assassinii di popoli stranieri. Siamo bravi in questo". Questo è il ruolo britannico. È una vergogna. Spesso durante i suoi discorsi, Le viene fatta sempre la stessa domanda, cioè, "Che cosa posso fare?" Questo è quello che succede con un pubblico americano. Ha ragione, è il pubblico americano. Non si sente mai una domanda del genere nel Terzo Mondo. Perché no? Perché quando vai in Turchia o in Colombia o in Brasile o in un altro Paese simile, non ti chiedono "che cosa posso fare?". Ti dicono quello che stanno facendo. È solo nelle culture altamente privilegiate che la gente chiede "Che cosa posso fare?". Noi abbiamo ogni opzione aperta, e nessuno dei problemi che hanno gli intellettuali in Turchia o i campesinos in Brasile o cose del genere. Possiamo fare qualsiasi cosa. Ma quello che le persone qui sono abituate a credere è che ci sia qualcosa che si può fare, qualcosa di facile e che funzioni molto in fretta, così si può tornare alla propria vita di sempre. Ma non funziona così. Se si vuole fare qualcosa, bisogna essere dedicati, ed impegnarvisi giorno dopo giorno. Si sa benissimo che cosa serve: programmi educativi, organizzazione, attivismo. È questo il modo per cambiare le cose. Vuoi qualcosa che funzioni come una bacchetta magica e ti permetta di tornare a guardare la televisione domani? Non esiste. Lei è stato un attivista e dissidente negli anni '60, tra i primi ad opporsi all'intervento statunitense in Indocina. Lei ora ha la prospettiva di ciò che accadde allora e ciò che sta accadendo adesso. Può descrivere come il dissenso si sia evoluto negli Stati Uniti? Veramente, c'è un altro articolo sul New York Times che descrive come i professori siano attivisti contro la guerra mentre gli studenti non lo sono. Non è come accadeva un tempo, quando erano gli studenti gli attivisti contro la guerra. Quello che la giornalista descrive è che negli anni '70 - ed è vero - nel 1970 gli studenti protestavano attivamente contro la guerra. Ma questo accadde dopo otto anni di guerra contro il Vietnam del Sud, che poi si estese a tutta l'Indocina e che distrusse praticamente tutto il Paese. Nei primi anni della guerra - proclamata nel 1962 - gli aereoplani americani bombardarono il Vietnam del Sud, fu autorizzato l'uso del napalm e delle armi chimiche per distruggere i raccolti e i programmi per portare milioni di persone in "villaggi strategici", che in realtà erano campi di concentramento. Tutto di dominio pubblico. Nessuna protesta. Impossibile far parlare chiunque di questa cosa. Per anni, perfino in posti come Boston, una città liberale, non si riusciva a tenere una discussione pubblica sulla guerra perché sarebbe stata interrotta dagli studenti, con l'appoggio dei media. Bisognava che ci fossero centinaia di poliziotti a circondare la zona per permettere agli oratori, me compreso, di sfuggire alle violenze. Le proteste cominciarono dopo anni e anni di guerra. Quando ciò avvenne, centinaia di migliaia di persone erano già state uccise, gran parte del Vietnam era stato distrutto. Solo allora si cominciarono ad avere le prime proteste. Ma tutto questo è stato cancellato dalla storia, perché c'è dentro troppa verità. Ci sono voluti anni e anni di duro lavoro di moltissime persone, soprattutto giovani, per organizzare finalmente un movimento di protesta. Ora siamo ben oltre quel punto. Ma la giornalista del New York Times non può capirlo. Sono sicuro che la giornalista è stata molto onesta nel dire esattamente ciò che credo le sia stato insegnato - che c'è stato un grande movimento contro la guerra - perché la storia deve essere cancellata dalla coscienza della gente. Non si può imparare che uno sforzo preso con dedizione ed impegno può portare cambiamenti significativi della coscienza e della comprensione. È un concetto troppo pericoloso per lasciarlo pensare alla gente.
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