Il codice deontologico del Formatore

Il codice deontologico, che qui presentiamo, è stato maturato in oltre 20 anni di esperienze formative. Ogni capitolo nasce dall'osservazione di comportamenti registrati in questi anni sul mercato della formazione e dalla loro valutazione in base a principi etici e di metodologia professionale.
Le norme a tutela dell'utente aprono il codice, anche per sancire la centralità di questo soggetto nel processo formativo e per sottolineare che il codice, anzitutto, ha la sua motivazione nella difesa dell'utente.

L'articolo 1 intende evidenziare l'obbligo, da parte del formatore, al segreto professionale. Potrebbe sembrare un'indicazione superflua, dal momento che l'attività formativa mette in campo anche elementi profondi e, comunque, privati dell'utente. Purtroppo non sono pochi i formatori che portano al di fuori, in forma nominativa, quanto accade dentro un 'aula. Formatori che raccontano ai capi (più o meno sollecitati) alcuni episodi buffi o strani nei quali singoli utenti sono stati coinvolti, non sono rari. Come frequenti sono i casi di formatori che rendono noti, in situazioni informali e private, i comportamenti di certi utenti ad altri.
La formazione implica, anzi sollecita, la massima apertura personale e il diritto all'errore. È facile, dunque, che qualche utente esprima aspetti del proprio mondo interiore e segreto, racconti fatti buffi o poco edificanti della propria vita, faccia o confessi madornali errori professionali, tenga comportamenti enfatici, sotto lo stress della vicenda formativa.
L'esportazione di questo materiale a chicchessia è, da una parte, un tradimento della fiducia e, dall'altro, un atto del tutto inutile. Il tentativo di inferire dai comportamenti e dai fatti d'aula quadri diagnostici, o valutazioni sul comportamento lavorativo, è un errore teorico prima ancora che etico. L'aula infatti e un sistema auto-referenziale, nel quale i comportamenti e i fatti hanno un significato e un valore solo al suo interno. È facile registrare che il "buon partecipante" sia poi un pessimo operatore, e viceversa.
Il processo di apprendimento ha grande importanza, ma non è il prodotto. Il prodotto dell'apprendimento, e il suo trasferimento, sono qualcosa di assai più complesso della dichiarazione o del gesto consumati in aula.

L'articolo 2 sancisce il diritto dell'utente alla libertà e alla scelta responsabile circa il proprio apprendimento. Tale norma si fonda sulla convinzione teorica che non esiste apprendimento reale, cioè cambiamento significativo, senza la libera, attiva e consapevole adesione del soggetto. Nella prassi concreta questa è fra le norme più disattese.
In molti casi è negata la libertà di scelta all'utente, in quanto viene costretto alla formazione dai capi o da certe norme legislative (vedi i corsi abilitanti nella Pubblica Amministrazione). In altri casi viene posto in essere, da parte del formatore, un'azione psicologica o fisica di costrizione: basti pensare a certi decaloghi d'aula della corrente umanistica o a certe tecniche della Gestalt; oppure ai ricatti di varia natura cui vengono sottoposti utenti in difficoltà, per insicurezza, per competizione, per narcisismo. In entrambi i casi il risultato di questo rapporto, oltre che una destabilizzazione del gruppo in apprendimento, è sempre una diminuzione dei gradi di libertà dell'utente in aula e fuori. Duole a chi scrive sottolineare che tali commistioni fra ruolo formatore e vicende private sono, quasi esclusivamente, messe in atto da uomini rispetto a donne. Potrei citare almeno venti casi di formatori maschi che hanno abusato del ruolo per fini sessuali, ma non ne ho visto alcuno coinvolgere formatrici donne.

Il codice continua...

 

 

 

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