Il codice deontologico del Formatore

Il terzo articolo mette in campo la questione competenza. Può sembrare paradossale che una professione centrata sull'apprendimento di competenze e che prospera sancendo che ogni lavoro va imparato e aggiornato costantemente, escluda poi per se stessa ogni processo di formazione delle competenze. Eppure è così.
I Corsi e le Scuole per formatori, oggi attivi in Italia, non arrivano a superare la decina e non sfornano più di 50 formatori l'anno, complessivamente. Alcuni formatori, si sono preparati all'estero, ma sono una esigua minoranza. Insomma, a occhio, possiamo dire che solo il 10% dei formatori professionali ha una formazione al ruolo di un certo peso. Il 90% non ha alcuna formazione specifica oppure si è formato in meno di 100 ore con qualche seminarietto tecnico. La professione del formatore è, fra le nuove, una delle meno preparate!
Gli enti di formazione più grossi, privati e pubblici, assumono neolaureati e, dopo un fulmineo addestramento, li spediscono in aula, crudi e naïf come sono. La lavagna luminosa ha in parte consentito questo obbrobrio, permettendo la diffusione dei "kit" d'aula che il neoformatore si limita a indicare e leggere. Senza contare poi i casi di conversione repentina: giovani che, dopo una laurea in legge e qualche esperienza come conferenzieri sulle norme di sicurezza, vengono promossi tutor d'aula; giovani che, dopo una laurea in ingegneria e qualche esperienza come animatori di discussione, vengono promossi come addestratori di creatività; anziani impiegati o quadri intermedi che diventano, dopo la pensione, formatori in Scienze Organizzative; psicoterapeuti privi di pazienti, che in virtù di una vecchia nevrosi e di due lustri di psicanalisi, si trasformano in formatori esperti in Comunicazione. Insomma, la gran parte dei formatori italiani oscilla fra innocenti parvenu e scarti riciclati: il che spiega molto della debolezza politica e culturale della categoria. Ma evidenzia anche quanto sia disatteso il diritto dell'utente alla competenza del formatore.
Poiché non esiste normativa o Albo che tuteli l'utente, la trasparenza e la pubblicità del curriculum sono l'antidoto minimo a queste evasioni del diritto alla competenza. Se gli utenti avessero accesso libero e facile al curriculum, molti formatori non potrebbero entrare in aula, molti gestori della formazione sarebbero costretti a fare scelte più orientate alla competenza e molti committenti non potrebbero imporre ai gestori scelte senza qualità.

"L'utente ha il diritto all'informazione preventiva, precisa ed esauriente..." recita l'articolo 4. E anche questa norma si fonda sulla libertà e la dignità dell'utente, obbligando i formatori a presentare, prima, le attività nelle quali coinvolgeranno gli utenti. Anche questo può sembrare ovvio, ma si tratta di una regola di solito evasa. Sono molti i formatori che fanno corsi a sorpresa, in qualche caso addirittura teorizzando che gli utenti meno sanno, meglio è. Specie in quei casi nei quali magari il contratto formativo è stipulato con il committente, ma non con gli utenti, dei quali si presume una eventuale ostilità.
In certi casi l'informazione è data, ma in modo incompleto o criptico. Per esempio, è assai diffusa l'abitudine a presentare l'ente formatore, ma non i nomi dei singoli formatori. È ovvio che questo offre all'ente maggiore elasticità di programmazione e lo tiene al riparo da brutte figure anticipate, ma è anche molto scorretto.
La formazione è un processo basato su relazioni interpersonali fra utenti e fra questi e i singoli docenti, per cui è indispensabile che, fra le informazioni, vengano dati i nomi e magari i curricula dei formatori. Resta anche la questione se l'utente abbia diritto a controllare la qualità dei formatori messi in campo dagli enti formatori. È assai frequente il fatto che un ente formatore, famoso per il suo leader, la cui competenza offre una certa garanzia, invii come docenti dei giovani appena assunti. L'informazione deve essere completa al punto da comprendere tutti i dati atti a valutare preventivamente il valore delle proposte. Ma anche chiara: l'uso di anglicismi e di termini da addetti ai lavori è costume disdicevole, che ostacola la piena comprensione e la adesione consapevole degli utenti al processo formativo. Esiste un motivo preciso che rende l'informazione, chiara ed esaustiva, un dovere del formatore: il contratto formativo. Solo la chiarezza e la completezza della proposta formativa consentono all'utente di decidere liberamente di aderirvi ed, eventualmente, controllare le possibili elusioni del contratto a opera del formatore. La mancanza di informazioni e la loro imprecisione mettono il formatore in condizioni di onnipotenza, autorizzandolo a variare a piacere il processo formativo senza alcun controllo. Non è possibile chiedere, come solitamente fanno i formatori, una partecipazione attiva e responsabile all'attività formativa se, fin dall'inizio, l'utente è messo in condizione passiva e non paritaria di negoziazione e controllo.

precedente | Il codice | continua...

Partecipa ad un T-Group: la pił potente tecnica inventata dalle scienze sociali del XX secolo