L'ARABA
FENICE - Morte e rinascita della formazione
(Guido
Contessa, Alberto Raviola / ARIPS)
Premesse
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CAP. 1
L'ONDA LUNGA - break point
In modo implicito, forse qualitativamente scarso, ma con continuità (temporale) e diffusione spaziale (in quasi tutto il territorio nazionale ed europeo), l'ondata di piena della formazione nell'ultimo lustro, è riuscita a colpire decine di migliaia di persone. E così a rispondere non solo alle domande dei governi, ma anche a quelle dei singoli individui. Attraverso le mille e oltre offerte formative, le istituzioni pubbliche e le imprese private hanno aperto scenari imprevedibili fino a qualche anno fa. Hanno in altre parole promosso la trasformazione del lavoro da fenomeno strettamente ancorato a soddisfare i bisogni di sussistenza ad attività centrale per l'esistenza individuale. E cioè hanno riempito di senso l'esistenza di giovani e meno giovani, fornendo un significato che altresì avrebbe potuto essere rintracciato altrove. A sostegno di queste affermazioni, pensiamo a come fino a 20 anni fa fosse strutturato il sistema di produzione e di come la dinamica occupazionale, fino alla percezione soggettiva del lavoro, ne era succube. Il modello occupazionale per buona parte era strutturato su un contesto e una filosofia vecchia di quasi un secolo: l'industrialismo fordista. Le caratteristiche di tale modo di produzione e di organizzazione dell'impresa contribuirono ad identificare il lavoro con la fatica, il bisogno, la mancanza. E desiderare la piena occupazione attraverso la produzione materiale, il lavoro dipendente garantito, il soddisfacimento dei bisogni primari. L'intera cultura industriale del secolo ha poggiato sui concetti di bisogno e mancanza materiale e la filosofia del lavoro che ne è stata a fondamento (o espressione) ha identificato nella fatica il destino dell'uomo e nel lavoro un diritto e soprattutto un dovere. A tal punto che la produzione si è sempre più organizzata "scientificamente" sul principio "l'uomo giusto al posto giusto". E i lavoratori hanno guadagnato progressivamente garanzie di tutela di ore/lavoro, di salario, di assicurazione, fino all'inattaccabile (art. 15 dello Statuto dei Lavoratori) anche se a volte subito, posto di lavoro unico, per tutta la vita. A partire dalla Anni Ottanta, però, la filosofia del lavoro e di sistema di produzione (negli Stati Europei, Italia compresa) vengono influenzati da un avvenimento di scala macroeconomica: il superamento, da parte del prodotto interno lordo, della soglia della penuria e cioè la possibilità, almeno dal punto di vista teorico, di un reddito pro capite al di sopra della soglia della povertà. Questo passaggio epocale - dalla penuria al benessere - a fianco delle trasformazioni tecnologiche dentro e della globalizzazione dei mercati fuori, le imprese, contribuisce a spiegare il fenomeno dell'esplosione della formazione. La percezione di maggior benessere ha contribuito all'emersione di fenomeni, quali: - la richiesta di massa di una scolarizzazione avanzata almeno fino al diploma o meglio la laurea - il desiderio di riprendere studi interrotti, in vista di un futuro professionale migliore - la richiesta esplicita di un lavoro corrispondente per prestigio e reddito agli studi realizzati - il rifiuto categorico di posti di lavoro "a bassa manovalanza" o a basso reddito (anche nel Mezzogiorno d'Italia) - la progressiva convinzione della fine del "posto fisso" (in enti pubblici o parastatali) e l'incremento dell'apertura a forme (precarie, parziali, transitorie) di occupazione. In altre parole l'emersione di desideri di realizzazione personale attraverso il lavoro, motivati da ragione psicologiche piuttosto che economiche, da ragioni del cuore piuttosto che della mente. Veniva avanti in quegli anni ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti: la radice psichica del lavoro al posto della tradizionale motivazione economica. La prevalenza dello psichico sull'economico ha rappresentato e oggi rappresenta in maniera evidente, l'altro "corno" su cui la formazione ha poggiato per espandersi in questo decennio. La formazione non si sarebbe potuta affermare solo su una spinta dall'alto, caratterizzata come abbiamo visto da intenzioni più marcatamente istituzionali, se non ci fosse stata d'altra parte una soggettività alla ricerca di un senso alla propria esistenza e in forte trasformazione professionale, e perciò portatrice di istanze di apprendimento e cambiamento. Ma non solo. Il rapporto tra domanda e offerta nella formazione segue meccanismi (come d'altro canto altri ambiti della vita di ciascuno di noi) che difficilmente possono identificare cosa viene prima e cosa dopo. Non si può pensare semplicisticamente che l'offerta si strutturi intorno ad una domanda e neppure che la domanda sia pura e immediata espressione di chi la fa. Quanto, piuttosto, che si innesti un circolo tra domanda e offerta dove ciascuna persona struttura una domanda in relazione ad una spinta e motivazione soggettiva, ma anche in relazione alle offerte che rintraccia nel contesto. E tale fenomeno chiama in causa il ruolo che la formazione ha giocato da una parte per rispondere alla domanda diffusa, poco strutturata, confusa, magari implicita delle persone e - dall'altra - come, è stata in grado di offrire opportunità che raccogliessero, incoraggiassero, sviluppassero in maniera articolata e differenziata, le istanze di mutamento e avanzamento (personale e professionale) delle persone. E per essere maggiormente espliciti, la questione centrale è se e come queste istanze individuali sono state (e sono tuttora) realmente raccolte e soddisfatte oppure se sono andate perdute, tradite, manipolate per altri scopi, trasformate in percorsi funzionali alla repressione e non promozione, alla rimozione e non emersione dei desideri e progetti degli individui. E cioè se il circolo potenzialmente virtuoso tra domanda e offerta, abbia avuto e manifesti tuttora, un centro spostato verso un tipo di formazione autoreferenziale centrata sui bisogni di sopravvivenza di enti e organizzazioni, avvinghiato alle opportunità di finanziamento, avulso da qualsiasi progettualità sociale e collettiva. Oppure si sia collocato sul versante dell'apprendimento/cambiamento degli individui e delle organizzazioni, attento all'aspetto progettuale (profetico e previsionale) e solo in seconda battuta alle opportunità di finanziamento.
Formazione come apprendimento o no?
La formazione è una pratica sociale risultante di aspettative e pressioni di differente provenienza: individuali e collettive, sociali ed economiche. In comune con altre pratiche ha l'obiettivo di stimolare e promuovere il cambiamento di chi vi accede: ha a cuore l'apprendimento delle persone in relazione al miglioramento della qualità del lavoro e della vita. A differenza di altre pratiche non si preoccupa di riparare o colmare una mancanza o un vuoto, né di fornire protesi o assistenza, in vista del cambiamento desiderato. Bensì di promuovere un mutamento di stato, un apprendimento, a partire dai vincoli e opportunità che ciascun individuo porta con sé quando vi si accosta. La sua ragion d'essere non risiede nel tipo di apprendimento. Che esso sia di carattere cognitivo, strumentale, comportamentale, la finalità della formazione è quella di stimolare un passaggio di stato, la cui rotta, quantità e qualità appartiene a chi ne fruisce. In questo senso la formazione è la pratica che si preoccupa dei processi di apprendimento. Le discipline che ad essa afferiscono (come la psicologia, la sociologia, l'antropologia, la pedagogia) rimangono funzionali all'elaborazione di tecniche e strumenti di azione. A precisare i confini e le peculiarità della formazione è l'uso strumentale che essa fa di tali discipline. La "buona" formazione è quella che esplicita il suo approccio teorico. E cioè dichiara pubblicamente a quale teoria dell'apprendimento vuole ispirarsi per realizzare il mandato sociale che le compete. In questo senso non esiste un'unica teoria di riferimento, ma molte, che hanno (o dovrebbero avere) avere come comune denominatore l'intenzionalità del processo di apprendimento. Il formatore che entra in un aula, vuoi per insegnare informatica, o per addestrare all'uso di una macchina utensile, o per promuovere l'incremento di abilità personali di comunicazione, deve avere un'idea di come promuovere l'apprendimento di chi ha di fronte! Ricordiamo tutti come restano impressi nella nostra mente quegli insegnanti che sanno coniugare sapere personale e capacità nella trasmissione; mentre quanto ci hanno fatto penare coloro che pur essendo riconosciuti come "competenti" non riuscivano a farci entrare nella testa un solo concetto! Nondimeno il formatore è consapevole di cosa significa imparare e cosa spinge una persona a farlo. Trattare il processo di apprendimento come un naturale sviluppo della persona, non rende significativamente conto di un principio psicologico riconosciuto e presente nelle persone: quello dell'ambivalenza nei confronti del cambiamento. Ciascuno di noi ha provato questa esperienza di fronte alla urgenza di modificare delle abitudini comportamentali per poter vivere o lavorare meglio. A fronte di una convinzione razionale la resistenza psicologica è l'ostacolo più difficile da superare. Figuriamoci quando la spinta ad apprendere e quindi cambiare, viene da un agente esterno. La formazione ha quotidianamente a che fare con queste resistenze, e non può pensare di trattarle come la medicina tratta il cancro oppure l'ingegneria gli argini di un fiume. Cioè oggettivando il problema. La soluzione - possibile o auspicabile - alle resistenze di chi vuole apprendere ma resiste all'apprendimento è quella di avere a disposizione formatori eccellenti nella consapevolezza di sé. Il percorso di rottura delle difese dall'apprendimento e di apertura al cambiamento, passa attraverso una alleanza stretta tra le parti che vogliono cambiare dei soggetti coinvolti, formatore e allievo. Solo così la formazione ha una possibilità di successo, altrimenti si continua a lavorare in superficie, giocando sull'apparenza, funzionali ad un'idea e una pratica che di fatto è decorativa e ininfluente.
AGENTI E ATTORI DELLA FORMAZIONE
La pratica della formazione emerge come un sistema complesso, non solo per le aspettative di carattere sociale e individuale, ma anche per il territorio che essa va a definire attraverso l'insistenza di una pluralità di soggetti. L'attività di formazione, all'interno della quale, si incontrano formatore e allievi è la risultante di un "campo di forze" di diversa provenienza, spesso portatrici di opposte intenzioni, appartenenti a mondi differenti e a volte divergenti. Proviamo a descrivere cosa accade per un qualsiasi percorso formativo. Esistono almeno 4 soggetti coinvolti.
IL FINANZIATORE ISTITUZIONALE. Questo protagonista è sempre più spesso di appartenenza pubblica: UE, nazione, regione. E all'interno di questo trittico a turno ciascuno degli enti diventa committente di ciascuno degli altri: ad es. la UE costruisce piani su indicazioni degli stati, che poi vengono rielaborati centralmente e pongono condizioni agli stati stessi per accedere ai finanziamenti. A cascata Piani nazionali indicano priorità per i piani regionali, che se vogliono essere attuati devono rispondere a tali sollecitazioni. A loro volta le Regioni possono trattare autonomamente con la UE per specifiche aree e attività. All'incirca dopo due anni dall'avvio della procedura, uno di questi soggetti indica priorità, fornisce orientamenti, predispone bandi e inviti a presentare proposte. Produce per farlo una quantità di vincoli burocratici e obblighi procedurali per accedervi: un qualsiasi invito o bando della UE non consiste in meno di 200 pagine di capitolato, di 50 pagine di formulario da riempire, di "note e rimandi" ad altri documenti, circolari, deliberazioni, ricerche, etc. Chi scrive questi bandi è un burocrate (di solito di formazione economica e/o giuridica) e come tale segue una filosofia di carattere procedurale alla quale chiunque deve far riferimento per realizzare attività e iniziative. E il linguaggio che viene adoperato rimanda fantasmaticamente ad intellettuali dell'economia e della sociologia, ma rivela solamente un desiderio implicito di selezione e inaccessibilità: parole come bottom up, mainstreaming, buone prassi, demoltiplicazione ne rappresentano un valido quanto parziale esempio.
LE SOCIETA' DI INTERMEDIAZIONE. Ed è in questo momento che entra in gioco il secondo protagonista della formazione. Di recente nascita ma in sviluppo esponenziale sono le cosiddette società di intermediazione. Nate come agenzie di raccolta e diffusione delle informazioni, sono ben presto diventate vere e proprie società di intermediazione tra agenzie formative e enti pubblici finanziatori. Hanno come requisito quello di avere una sede nella capitale (nazionale e europea) e di essere formate da un titolare e un agente, alla stregua di un qualsiasi immobiliare in franchising. Il loro compito ufficiale è quello di recuperare informazioni e diffonderle (a pagamento naturalmente) ma sostanzialmente fanno lavoro di lobby, attraverso una felice espressione mutuata dalla burocrazia borbonica: seguono la pratica in ogni sua fase, dalla stesura del progetto alla commissione valutatrice. Sono i veri manager della formazione europea: non si intendono di apprendimento ma conoscono approfonditamente i linguaggi della burocrazia e dell'apparato, sanno dove andare, con chi parlare. Sono la vera cinghia di trasmissione (oleata ed efficiente) del business della formazione ed è per questo che ad essi si rivolgono i gestori della formazione. Sanno benissimo che il committente si aspetta che tutto sia secondo le norme (oggi non solo nazionali e regionali, ma anche europee) per legittimare e finanziare un corso di formazione. Non solo. Sanno che decide l'ammissibilità/finanziabilità di un progetto e l'eventuale suo finanziamento l'adesione pedissequa ai dettati procedurali, non i contenuti del documento progettuale. Le società di intermediazione prosperano alla luce di regole non scritte ma praticate nei fatti nella selezione/valutazione delle domande di finanziamento: l'accreditamento politico, la spinta lobbystica, la conoscenza interpersonale. D'altro canto si sa che per un qualsiasi bando o invito vengono inoltrate migliaia di domande per una disponibilità economica che al massimo può soddisfarne una percentuale inferiore al 10%. In Veneto nell'ottobre 2000 sono state presentate 9.000 richieste di finanziamento per corsi del Fondo Sociale Europeo a fronte di una disponibilità finanziaria dichiarata che potrà coprirne non più di 1.000 -1.200.
IL GESTORE PUBBLICO/PRIVATO. Il gestore della formazione è sempre di più un connubio di pubblico e privato. Oggi le indicazioni, meglio gli obblighi secondo le priorità istituzionali, segnalano sempre di più la necessità che a gestire a livello locale fondi di provenienza nazionale o europea sia una Provincia o un Comune. Ma d'altra parte nella quasi totalità dei casi, un Ente Locale non ha le risorse umane competenti professionalmente da impegnare per poter attivare le procedure e successivamente gestire una attività di formazione. Quindi si rivolge ad un soggetto privato, riproponendo le medesime procedure istituzionali già segnalate. Bandi di gara, appalti, inviti a presentare candidature. La partecipazione ai quali è già di per sé una selezione: bisogna richiedere un capitolato per il quale c'è un termine e un costo e che spesso si rivela incomprensibile e ricco di "codicilli" che ne fanno intravedere l'assoluta infondatezza in quanto al presupposto di gara aperta a tutti. Spesso mi è capitato di incappare in gare d'appalto che prevedevano elementi di selezione a priori: ammissione di agenzie solo in presenza di fatturati multimiliardari, sede legali nella provincia di svolgimento della gara, richiesta di aver in passato già realizzato il corso in oggetto. Il sospetto è insomma quello di procedure che mascherano scelte già fatte. Non di rado a questo proposito, si trovano nei bandi le attribuzioni di valore (spesso numerico in una scala da 1 a 100) relative alla documentazione da presentare per candidarsi all'attuazione dell'iniziativa: le parti di stretta pertinenza culturale e di progetto (dagli obiettivi ai contenuti, dal metodo allo staff dei formatori) hanno un peso sulla decisione quasi sempre inferiore ad altre di carattere burocratico, economico, formale. Oppure il gestore pubblico, superando ogni legge e vincolo, si rivolge direttamente al privato utilizzando lo strumento della convenzione mirata, in genere secondo due criteri: - la fama e la nomea, che in Italia, si riduce di fatto alla decina di grandi Enti di formazione legate alle Organizzazioni Sindacali, agli Industriali, alle Associazioni di matrice cattolica, con sedi in tutte le regioni e a buon titolo sono degne di partecipare sempre e comunque - la territorialità, che privilegia la spartizione mirata e precisa tra la cooperativa, l'ente, l'agenzia che si trova sotto casa a prescindere se sia nata il giorno prima, sia priva di esperienza oppure che abbia tra i suoi fondatori la moglie del sindaco o il figlio del presidente della provincia.
L'ENTE-AGENZIA FORMATIVA. La realizzazione di un percorso formativo dovrebbe essere a rigor di logica la tappa del processo sostanzialmente centrata sull'utenza della formazione. E' il momento nobile della formazione. Viene trasformata in attività il dichiarato, il progetto si declina in programma che trova in una sequenza temporale l'articolazione maggiormente adatta per favorire apprendimento e cambiamento nei partecipanti. A mio parere la preoccupazione maggiore di un ente o agenzia che attua un percorso di formazione dovrebbe essere quello di avvalersi delle risorse umane e strutturali più adeguate per dare concretezza a tutto ciò. Ma di fatto le organizzazioni, gli enti, le agenzie di formazione vivono la realizzazione del percorso formativo nell'ansia e nell'incertezza provocate, da una parte, dai vincoli e le norme da seguire, dall'altra dalla preoccupazione costante del budget da impiegare. Alcuni esempi. Non si possono più realizzare attività in sede che non siano "a norma" secondo almeno una dozzina di leggi nazionali, direttive europee, circolari ministeriali, delibere sanitarie. Ciascuna di queste definisce aspetti relativi la struttura delle aule, gli arredi, la quantità di luce necessaria, assolutamente insignificanti per l'apprendimento dei partecipanti, ma la cui inadempienza potrebbe essere sufficiente per il blocco delle attività e la revoca del finanziamento. Sono a conoscenza di strutture che hanno dovuto ristrutturare bagni e acquistare nuove sedie per poter svolgere un corso per i propri dipendenti! D'altro canto la spesa ordinaria per la struttura e per riuscire ad accedere ad un finanziamento costa almeno quanto il corso stesso: impiegare persone (un progettista, una segretaria, un manager) acquistare servizi di informazione, consulenza, intermediazione, pagare i costi fissi di una qualsiasi struttura, allestire un aula, rappresentano un costo da sostenere "a prescindere". E il finanziamento relativo al corso è strettamente connesso alle spese sostenute per realizzarlo, non per predisporlo! Frequentando enti ed organizzazioni dedicate alla formazione, il problema centrale apertamente dichiarato dai dirigenti, a prescindere dalla diversa ispirazione ideale dell'ente e da differenti ordine di grandezza della struttura, è il bilancio economico "di competenza" perché di quello di cassa "è meglio non parlare!". Questa situazione produce effetti devastanti sull'attività. Il personale impiegato e assolutamente di "primo pelo" oppure riciclato tra baby pensionati baby; il coordinamento delle attività in genere va a pagare le spese ordinarie per cui il personale è quello dipendente dall'ente; l'organizzazione del corso si realizza per mezzo di una segretaria neo assunta che telefonicamente contatta i docenti, indica loro orario e sede di svolgimento, quasi mai i contenuti che devono trattare. Le premesse quindi ci sono tutte per un'attività formativa che solo nella forma continua a definirsi tale: in realtà il corso diviene una forma diretta di finanziamento, nel senso di rappresentare linfa vitale per l'organizzazione, sotto forma di sostentamento economico per chi nell'organizzazione vive a prescindere dai risultati e dal mercato. Ed è per questo motivo che le organizzazioni formative hanno scelto due vie per vivere e prosperare: - assumere la configurazione del "progettificio e corsificio" attraverso la moltiplicazione del numero dei progetti elaborati, a prescindere dalla propria finalità e dal proprio status, fino ad arrivare a un numero elevatissimo di richieste per essere sicuri che almeno una quota possa essere riconosciuta e finanziata - di sciogliersi come ente autonomo per "consorziarsi" alle dipendenze della poco meno di una decina di Enti riconosciuti e politicamente sostenuti, esistenti a livello nazionale, garanti del sub appalto di alcune delle proprie opportunità finanziarie. Chi non ha scelto questa via è scomparso o sta scomparendo! Perché:
1. la politica diffusa nel mercato della formazione è sostanzialmente di carattere assistenzialista e protezionista: solo alcuni enti sopravvivranno ma solo per mantenere chi in essi lavora
2. la spinta all'innovazione e alla ricerca all'interno di queste organizzazioni formative è nullo: non serve ne conviene lavorare per la qualità perché a questa nessuno è interessato
3. la tipologia del personale impiegato nelle attività è di infima qualità professionale e personale: solo persone senza competenze né etica professionali possono accettare di essere impiegati a gratis e/o per quattro soldi, in vista di futuri arricchimenti quando le attività saranno finanziate
4. il business della formazione è florido e in espansione, ma chiuso al limite del protezionismo: le lobbie nazionali ed europee vi accedono, mentre nascono e muoiono con estrema rapidità enti ed agenzie, cooperative e associazioni che potenzialmente potrebbero rappresentare un'apertura ad un mercato maggiormente aperto e competitivo
5. gli enti hanno una facciata presentabile e politicamente corretta, ma aldilà procedono nel torbido dei corridoi, trattano spartizioni in segreto, sono collusivi con il potere politico, arroganti nei confronti dei collaboratori, autoreferenziali alla stregua delle istituzioni pubbliche.