L'ARABA
FENICE
Morte e rinascita della formazione
(Guido Contessa e Alberto Raviola / ARIPS )
Premesse
| Cap.1 | Cap.2
| Cap.3 | Cap.4
Cap.2
Progettazione azzerata: libertà
zero
E' del tutto evidente che la formazione continua ha
realizzato quello che la formazione scolastica ha spesso tentato, senza
la forza -o l'impudenza- di riuscire: azzerare i gradi di libertà
degli operatori (formatori singoli, enti e clienti della formazione).
La funzione progettuale è stata progressivamente assorbita dalle
leggi, le circolari, i piani di finanziamento, la modulistica: tutti vincoli
elaborati dalla potente burocrazia europea. Nessuno più elabora
un progetto di formazione come strumento per realizzare un cambiamento
a partire dai bisogni locali rilevati. Le imprese, gli Enti Locali, le
organizzazioni non profit non chiedono progetti di formazione in base
al criterio dell'utilità, ma in base ai criteri di rispondenza
alle circolari regionali, ministeriali, europee. E, in barba agli slogan
sulle decisioni "bottom-up"- cioè a partire dal basso-,
il processo non è mai dall'utente al cliente, da questo al committente
ed infine al finanziatore. La catena è discendente: l'Europa decide
il 90% dei caratteri progettuali, il Ministero decide il 6%, la Regione
il 3%, il cliente l'0,5% (come massimo); il restante 0,5% rappresenta
lo spazio discrezionale suddiviso fra i formatori progettisti, i formatori
d'aula e gli utenti. Fra i bisogni reali degli utenti/clienti e il progetto
formativo esiste un fossato che si è allargato, negli ultimi 15
anni, sempre di più.
La funzione progettuale è una delle parti centrali della formazione,
quella più delicata e che richiede competenze molto sofisticate.
Richiede la conoscenza del contesto nel quale l'intervento formativo si
innesta, della strategìa di cambiamento che lo motiva, delle aspettative
e dei livelli di partenza dei fruitori, dei principi dell'apprendimento
e delle metodiche della formazione. Tutto azzerato, e reso inutile dal
fatto che queste conoscenze sono di fatto avocate, a priori, da uffici
della burocrazia la cui principale attività consiste nel definire
quadri e vincoli ultraspecifici e dettagliatissimi. Il progetto che servirebbe,
nei modi e coi tempi che sarebbero efficaci, non è previsto quasi
mai dai vincoli. Dunque si progetta senza alcuna attenzione alla formazione.
Ma non basta. Il livello di strutturazione è tale che ormai tutti
i progetti sono uguali, e basta usare "copia e incolla" per
duplicarli. Se i vincoli impongono pochissime alternative discrezionali
è ovvio che dopo qualche tempo, queste limitate opzioni sono a
disposizione di tutti i progettisti a prescindere dal loro grado di creatività,
competenza e sensibilità.
Infine, come ultimo chiodo che serra la bara della progettazione, è
ormai evidente a tutti che il progetto formativo non ha quasi alcun valore
nei criteri di assegnazione. Sia perché questi si fondano solo
su variabili formali (l'assenza di una firma o un errore di calcolo di
5.000 lire azzerano ogni aspetto qualitativo di un progetto), sia perché
chi legge e valuta i progetti non ha le competenze del formatore e dunque
non è in grado di distinguere le sfumature di qualità. Nei
rari casi in cui l'esaminatore ha competenze formative, e sceglie un progetto
per la qualità, il suo giudizio viene messo dietro la valutazione
formale, i limiti di spesa, e le esigenze politico-affaristiche (niente
affatto scomparse nella Seconda Repubblica).
Verifica formale: valutazione zero
Un'altra fase cruciale nella formazione,
come in altri comparti dell'azione sociale e culturale, è quella
della verifica e valutazione. Verificare il grado di raggiungimento
di un obiettivo formativo ed assegnare un valore a questo risultato,
sono due operazioni essenziali per il formatore e per il cliente. Mediante
questa fase il formatore acquisisce informazioni sulle correzioni da
apportare ai futuri progetti e al proprio metodo di lavoro; ed il cliente
arriva a legare l'investimento nella formazione ai benefici che ne riceve.
In tal modo il formatore corregge ed aumenta le sue competenze, ed il
cliente rafforza le sue motivazioni ad investire nella formazione: in
via indiretta, il sistema formazione del Paese si qualifica. Ora tutto
ciò è praticamente sparito. Le verifiche sono legate ai
meri aspetti quantitativi e formali: quante ore fatte, quante firme
apposte, quanto il peso delle dispense, quante fatture quietanzate.
La fantasiosa costruzione dei sistemi ISO, applicata alla formazione,
ha avuto il solo risultato di rallentare tutti i tempi operativi, aumentare
il numero dei raccoglitori di carta, e mantenere le famiglie degli esperti
ISO. La cosiddetta certificazione di qualità, per la formazione
ha segnato un vistoso abbassamento della qualità. Non si verificano
affatto i risultati, né i processi, ma il grado di sudditanza
alle esigenze burocratiche e di archiviazione.
Non essendoci alcuna verifica dei risultati dell'apprendimento, è
morta anche la valutazione che viene sostituita da altre pratiche decorative.
L'Ente finanziatore più lontano valuta in base ad elementi che
nessuno può descrivere. L'esperienza empirica non consente di
rilevare alcuna traccia di logica valutativa. L'ipotesi più accreditata
è che contino solo i rapporti di forza fra Nazioni a livello
europeo, e fra cordate di potere a livello ministeriale. In alternativa
c'è chi avanza l'ipotesi della Lotteria: stabiliti i vincoli
di fondo, gli euroburocrati effettuerebbero le valutazioni sorteggiando
da un'urna i progetti da valutare positivamente. A livello regionale
la valutazione, in parte è di carattere politico-affaristico
(basta analizzare gli elenchi degli enti con più progetti finanziati
per capirlo), in parte è di mera sudditanza ai gerarchi della
burocrazia. Questi ultimi valutano più positivamente i progetti
realizzati con la maggiore precisione formale, che non creano il minimo
disturbo alla routine degli uffici, e gestiti da manager di enti di
formazione il più possibile sorridenti e servili. E il cliente
? Cioè l'impresa, l'ente locale, la scuola i cui operatori partecipano
alla formazione ? La valutazione del cliente anzitutto dipende da quanto
è riuscito a "guadagnare" dall'azione formativa, con
l'esclusione totale dell'apprendimento, che è l'ultimo dei motivi
per il cliente attiva la formazione: attrezzature, rimborsi a lavoratori
e dirigenti, sedi e segretarie pagate, immagine da illuminato e pace
sociale interna. L'idea che il cliente dia un qualche valore al risultato
(cioè anzitutto all'aumento di competenze) è peregrina
in quanto:
· raramente il risultato atteso è l'apprendimento;
· non esistono le competenze per effettuare la valutazione;
· la valutazione è un processo complesso e faticoso, non
previsto nel finanziamento;
· la valutazione potrebbe rendere sconsigliabile i futuri progetti
di finanziamento;
· c'è il rischio di far cadere il discredito sull'ente
stesso, o sui formatori scelti.
Il primo attore potenziale della valutazione dovrebbe essere il partecipante.
Questo soggetto, che sarebbe il più importante nel dare un peso
ai risultati di apprendimento, non ha alcun peso nella valutazione,
che sia positiva o negativa. Le sue opinioni, quando vengono richieste,
restano sul fondo dei faldoni, dopo le normali 1000 pagine di documenti
formali. Se le sua valutazioni sono positive ciò non significa
che la prossima attività sarà conseguente e coerente con
quella appena terminata. Se sono negative, non significa in nessun modo
che la prossima attività sarà diversa. Il seguito di un
Progetto formativo non ha alcuna attinenza con la valutazione dei partecipanti,
se non per la casuale e rara sensibilità di qualche formatore.
Ma anche ammesso che i partecipanti avessero un peso, le loro opinioni
(stante il quadro di sfondo) non possono che essere slegate dalla formazione.
Spesso vengono trascinati ad una formazione obbligatoria, a volte partecipano
per avere una diaria o per stare lontani dalla loro scrivania, o per
fare nuove amicizie. Chiedere seriamente loro di dare un peso a ciò
che hanno appreso, rischia di diventare bizzarro, in un contesto nel
quale a nessuno interessa l'apprendimento.
Tutto ciò porta varie conseguenze. La prima è che i formatori
sono in sostanza esenti da ogni serio controllo di efficienza ed efficacia:
al massimo vengono controllati i contabili ed i segretari degli enti
formativi. La seconda è che i clienti sono incentivati nella
loro propensione a fare formazione come modalità di integrazione
del bilancio. La terza è che Regioni, Misteri e Europa dispongono
di migliaia di miliardi da distribuire senza alcun controllo, come merce
di scambio politico. La quarta è che i partecipanti e I sistemi
nazionali rinunciano alla formazione come importante leva per lo sviluppo.
L'ultima è che la formazione è in coma irreversibile.
1. Relazione inquinata: professionalità zero
Il cuore del processo formativo è la relazione fra formatore
e formando, docente e discente, maestro e allievo. E' attraverso la
gestione di questa relazione che si alimenta la motivazione ad apprendere,
la tenuta di questa motivazione nel tempo, la resistenza alla frustrazione,
la capacità di superare le difese dall'apprendimento, persino
la forza di interpretare creativamente quanto appreso, fino a produrre
un passo avanti culturale. Naturalmente, ogni relazione dipende dagli
attori ma è fortemente influenzata dal contesto. Un campo di
concentramento, un carcere, una stazione ferroviaria, un mercato non
sono (è intuitivo) contesti adatti a favorire una relazione formativa,
anzi la rendono quasi impossibile.
La formazione intanto si fonda su un certo grado di motivazione: voler
apprendere, sia pure con tutte le normali resistenze, i dubbi, le difficoltà
è basilare per la qualità del processo formativo. Oggi
la motivazione è inquinata da evidenti interferenze. Molte attività
formative sono realizzate in sostituzione dell'assistenzialismo: le
diarie per i partecipanti ai corsi sono "salari simulati",
al punto che in certe aree si sono costituiti dei veri sindacati di
corsisti. Altre attività sono promosse a integrazione dei deficit
manageriali. E' frequente il ricorso alla formazione quando la dirigenza
non sa guidare o l'organizzazione non sa motivare le risorse umane di
cui dispone; quando si profila un conflitto interno minaccioso per il
management; quando non esiste una politica di premi e incentivazioni;
quando manca una pianificazione delle carriere; quando l'organizzazione
non sa o non vuole affrontare processi di assesstment. Altre iniziative
formative si basano sulla necessità dell'ente formatore di incrementare
i ricavi, il che peraltro avviene tramite pesanti artifici contabili.
Altre, infine, si basano sulla mera necessità di dare lavoro
ai formatori. Centinaia di materie e milioni di ore d'aula non si spiegano
altro che come forma di assistenza ai formatori.
Questa situazione mina anche alla base la relazione formativa, alterando
i ruoli. Se l'ente formatore non trova abbastanza partecipanti perde
il finanziamento: il che ha dato l'avvìo a due curiose pratiche.
La prima è "l'asta delle diarie", per cui gli enti
formativi cercano di attirare partecipanti elevando la somma a disposizione
dei partecipanti. L'altra è l'apparizione di agenzie di collocamento
di partecipanti, che, in cambio di un milione a iscritto, riempiono
le aule con semi - professionisti della partecipazione. Poiché
il controllo viene effettuato per via meramente formale, non è
il formando a "dipendere" dal formatore, ma il contrario.
Se un partecipante minaccia di ritirarsi, mette in pericolo l'intero
finanziamento. I ruoli sono alterati alla base, e ciò influisce
sulla metodologia e la didattica: le scelte non vengono più fatte
in base ai principi dell'apprendimento, ma in relazione alla tenuta
del consenso dei partecipanti. Gli orari diventano assurdi: l'ultimo
grido è aula dalle 8 alle 13, come nelle elementari. Le correzioni
ed i feed-back sono molto contenuti perchè "sennò
i partecipanti se ne vanno". Niente seminari intensivi o residenziali,
perché i partecipanti possano affiancare al corso altre varie
attività lavorative o no. Se la formazione è fatta in
sede residenziale, gli orari vanno compressi perché i partecipanti
"vorranno godersi un po' di vacanza". Naturalmente i ritardi
nell'arrivo e le anticipazioni di uscita dall'aula sono a corso libero,
in virtù dell' accontentamento dei partecipanti, e vengono sanati
con piccoli trucchi non di rado confinanti con la falsificazione delle
firme.
2. Alti livelli e "bidelle" basse: carriere zero
Così come sopravvive la formazione oggi, appesa alla macchina
cuore-polmoni, l'esistenza di formatori professionisti di buona o media
qualità è del tutto impossibile. Non esistono più
funzioni "medie", che fino a due decenni fa erano la regola.
Quindi non esistono percorsi di carriera. Da una parte sta una ristretta
d'élite di formatori che fatturano da 2 milioni al giorno a 2
milioni all'ora, -spesso anche meritati, visto il mercato- e che guadagnano
forti compensi attraverso consulenze, progettazioni, o ricavi delle
imprese formative di cui sono titolari o soci. Al lato opposto esiste
una sterminata categoria di peones che guadagnano 2 milioni al mese
(in precario), per fare non il formatore bensì qualcosa fra la
segretaria e la bidella. Non a caso si tratta di donne, quasi tutte
laureate in scienze sociali, che dai 30 ai 50 anni sono destinate a
svolgere le seguenti mansioni: tenuta dei registri presenza; fotocopiatura
e pinzatura del materiale didattico; manutenzione delle attrezzature
didattiche (lavagna luminosa, computer, stampanti, ecc.); piccoli servizi
di spionaggio ai docenti o più spesso ai coordinatori dei corsi,
curiosi di sapere cosa ha fatto il tale e cosa ha detto il talaltro
partecipante; compilazione della modulistica; tenuta dei contatti con
albergatori e ristoratori; fornitura di informazioni sui treni e gli
aerei; e così via, per una infinita serie di mansioni per le
quali la laurea è elemento decorativo più o meno come
la divisa di ordinanza (tailleur con gonna appena sopra al ginocchio,
tacchi di 6 centimetri e molti bracciali che tintinnino, nel mondo della
formazione aziendale; jeans e maglione, con scarpe di gomma, niente
trucco, nel mondo della formazione sociale).
La carriera? Per le più, inesistente. In compenso però,
nessuno ha l'ardire di chiedere, a queste vittime della formazione agonizzante,
che abbiano la benché minima competenza. E' sufficiente una discreta
presenza e un totale asservimento al responsabile della formazione.
Delle migliaia di "angeli della formazione" oggi in servizio,
meno del 5% ha una qualche accettabile formazione al mestiere del formatore.
Nel puro stile della benemerita Scuola italiana, una laurea in qualsiasi
materia è più che sufficiente per poter insegnare - fare
formazione. La cosa d'altronde vale - e in molti casi qui nemmeno una
laurea è indispensabile- per i progettisti, i dirigenti degli
enti di formazione, i funzionari regionali, ministeriali ed europei
che sono coinvolti oggi nei processi formativi a vario titolo. Il che
configura un tragicomico paradosso: migliaia di persone che sono interessatissime
e impegnatissime nella formazione permanente, nella qualificazione specialistica,
nell'aggiornamento continuo
.degli altri, mentre si guardano bene
dal fare per se stessi ciò che chiedono ai loro utenti!
Fra i professionisti di alto ed altissimo livello, e le povere "superbidelle",
cosa troviamo? I docenti, non formatori, che hanno il compito di trasferire
informazioni. Si tratta di operatori di organizzazioni che vengono chiamati
come testimoni, docenti universitari che arrotondano, laureati disoccupati
che fanno docenze in aule per adulti e supplenze nelle Scuole pubbliche
in attesa di collocarsi, tecnici che si prestano a fare un po' di addestramento.
A volte si tratta di esperti autoinventati. Per esempio, la scena della
formazione per Internet è comica: appena fatto un sito, il webmaster
va in giro a insegnare come si fanno i siti di successo; finito il giro,
può chiudere il sito che ha costruito, scoprendolo fallimentare.
A volte si tratta di persone veramente esperte e competenti nella materia
che sono chiamati a "insegnare". La parola stessa però
dice che non si tratta di formatori, il cui scopo è l'apprendimento
e non l'insegnamento. A dimostrazione di ciò possiamo notare
che la maggioranza di questi "docenti", non lo fa di professione,
ma saltuariamente: che siano competenti o non, nessuno di loro si mantiene
facendo il formatore, e nessuno ha mai fatto alcun iter di formazione
per diventare formatore. Il loro compito è parlare, raccontare,
rispondere a qualche domanda (purché circoscritta alla materia).
Rispetto agli insegnanti delle scuole, sono pagati di più e devono
lavorare di meno perché non devono correggere compiti, progettare
attività didattiche o valutare gli allievi. Migliaia di persone,
più o meno competenti in materie specifiche, che ogni giorno
in migliaia di aule, arrivano, parlano e se ne vanno; centinaia di superesperti
della formazione, molto ben pagati; e migliaia di "ancelle"
del registro: questa è la formazione oggi.
Ridicolo pensare ad una carriera nell'ambito della formazione. Assurdo
pensare ad una spinta alla crescita delle competenze, per migliaia di
giovani cui si chiede solo di essere esperti in "scartoffie",
senza alcuna prospettiva di poter esprimere la loro cultura e creatività,
né di veder crescere il loro reddito. Ma il male maggiore è
un altro: senza giovani in carriera, quale futuro può avere la
formazione?