L'ARABA FENICE
Morte e rinascita della formazione
(Guido Contessa e Alberto Raviola / ARIPS)
Premesse
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| Cap.3 | Cap.4
Cap.3
I nuovi formatori e le loro competenze (G.Contessa)
Non possiamo farci prendere da un sentimento persecutorio e pensare
al complotto. Il decesso ha visto e vede ampie collusioni da parte dei
formatori, che in questi vent'anni hanno fatto di tutto per suicidarsi.
La prima responsabilità è nella completa mancanza di senso
della professione che negli hanno ha inibito lo sviluppo di associazioni
di categoria forti e credibili. L'AIF è stata fin dall'inizio
poco più che uno strumento di promozione e marketing dei formatori
anziani, che usavano l'associazione per estendere la clientela. L'Ordine
degli Psicologi che in teoria avrebbe dovuto difendere e promuovere
almeno l'area della formazione psicologica (l'area cruciale e più
delicata), in pratica non ha mai mosso un dito, troppo occupato a rappresentare
gli psicoterapueti e gli psicologi del Servizio Socio-sanitario. L'Università
ha visto impegnarsi nel settore dapprima la facoltà di psicologia,
i cui rettori hanno sempre dichiarato a gran voce di "non fare
formazione psicologica". Più recentemente è entrata
in campo anche Scienze della Formazione, che ha dato qualche speranza.
Sennonchè lo slogan odierno di una formazione utile all'impresa,
sta rendendo l'Università subalterna non ai reali bisogni dell'impresa
ma ai desideri del management. E' raro che l'Università, contrariamente
alla sua missione, sviluppi uno spirito critico verso gli enti che considera
un mercato per i suoi laureati. Le relazioni di tirocinio, le tesi applicative,
le osservazioni sul campo sono quasi sempre panegirici dell'ente ospitante
ed è raro leggere una disamina critica.
Istituzioni formative, imprese della formazione, gruppi di formatori
associati, enti di formazione pubblici o privati non hanno mai segnalato
i passaggi verso la necrosi progressiva del settore, adagiandosi nella
beatitudine di finanziamenti garantiti. Hano trovato più comodo
seguire l'onda dominante e semai sfruttarla. I corsi non richiedono
effettive competenze formative? Meglio, si può risparmiare ricorrendo
a neo-laureati precari.
Poi ci sono state le strategìe della formazione messe in campo
dalle imprese di formazione privata che, paradossalmente, sono cresciute
di numero in modo vorticoso. In generale si tratta di proposte di specializzazione
o aggiornamento; in certi casi di mere azioni informative; in alcuni
casi di puri vaniloqui: il dato comune è che queste proposte
vengono vendute "al posto" di un iter di formazione alla professione
del formatore, e non a fianco o dopo. Vediamo qualche esempio.
La formazione ad un modello
(Guido Contessa)
Non sono poche le imprese che invece di preparare
formatori professionisti, sposano una o l'altra metodica, e formano
operatori all'uso della stessa e nient'altro. Nei casi migliori, il
modello cui si prepara il neo-formatore ha una qualche base teorica
e tradizione storica: pensiamo all'Analisi Transazionale (AT), alla
Programmazione NeuroLinguistica (PNL), alla Socio-Analisi, alla Coinemica.
In molti altri casi, il modello usato come base per la formazione è
stato inventato la sera precedente da qualche abile venditore: l'automotivazione,
la pedagogia clinica, il cooperative learning sono esempi di questa
categoria. Ma senza entrare nella serietà dei modelli -non è
questa la sede- resta il fatto che la formazione ad un modello è
quanto di più lontano dalla acquisizione di una professionalità.
Un modello teorico o metodologico è una piattaforma - e non dovrebbe
nemmeno essere l'unica- sulla quale costruire la professione. E le piattaforme
teorico-metodologiche sono appunto il compito dell'Università.
Chi viene formato come formatore "transazionalista" potrà
soltanto formare altri "transazionalisti" , senza avere un
solo strumento per la professione del formatore. Una formazione per
formatori in PNL è come una specializzazione in architettura
post-moderna, o barocca, la quale potrebbe avere un senso dopo che un
architetto è in possesso di una competenza professionale sicura.
I modelli sono stili o modi di fare qualcosa, e non possono sostituire
le competenze di base per farlo.
La formazione ad un mezzo
(Guido Contessa)
Dello stesso equivoco fanno parte quelle proposte
di formazione che forniscono un mezzo. Esistono proposte per formatori
mediante le attività teatrali o psicodrammatiche; per formatori
mediante attività "all'aperto"; per formatori a distanza;
per formatori che usano mezzi corporei. La gamma è infinita,
come infiniti sono i mezzi utilizzabili della formazione, per stimolare
e guidare il processo di apprendimento. Coloro che hanno la sfortuna
di incappare in questo tipo di formazione offrono effetti comici. Non
sanno nulla di apprendimento e formazione, ma sapendo usare (magari
bene) una tecnica, la propongono ovunque e comunque: formazione manageriale
alla leadership ? Teatro; formazione di insegnanti alle nuove didattiche?
Teatro; formazione di genitori alla relazione educativa? Teatro, ovviamente;
formazione di giovani imprenditori? Teatro. Il mezzo non è più
tale, ma diventa il tutto della formazione. Spesso, poiché questi
formatori arrivano presto a trovare difficoltà sul mercato, essi
ripiegano sulla strategìa precedente: varando corsi per operatori
che imparino la tecnica da insegnare ad operatori che imparino quella
tecnica da insegnare a operatori che
..all'infinito.
La formazione
ad un contenuto (Alberto Raviola)
La focalizzazione sul contenuto è il terzo diabolico vertice del triangolo della formazione ad un modello e a un mezzo. Figlia, la formazione ai contenuti, dell'ennesimo fraintendimento di ciò che significa la professione formatore. Il Formatore è un esperto di come gli adulti imparano/cambiano, del metodo, delle tecniche che facilitano questo processo. Il formatore è un professionista a molte facce: docente quando impartisce contenuti, conduttore quando facilità sviluppo personale, addestratore quando promuove competenze tecniche. Ma non lo è per una sola teoria, un unico mezzo, una sola abilità.
Il Formatore (con la F maiuscola, vedi http://www.psicopolis.com/Renafop/profess.htm) sa manipolare le tecniche in vista di azioni che facilitino un apprendimento-cambiamento nei suoi allievi-utenti. Di certo, dunque, si riferisce ad un modello, sa utilizzare le tecniche, possiede i contenuti, ma in relazione all'obiettivo di stimolare, provocare, attivare un percorso individuale (cioè in mano e governato dal soggetto) di incremento di consapevolezza, di saperi, di abilità operative.
La professionalità dei sedicenti formatori che acquisiscono un modello (e solo quello) e le tecniche relative (o mezzi che dir si voglia) viene completata dall'acquisizione dei saperi che sono in entrambe contenute o ad essi afferenti. In questo modo il formatore "ad un modello" e il tecnico "monotecnico" saranno (sic et simpliciter) in grado di "indottrinare" ad un sistema completo di pensiero, i futuri allievi su come loro stessi potranno efficacemente replicare quel medesimo approccio.
In termini di immagine sociale e di opportunità occupazionali, ciò significa, screditare la figura del Formatore, appiattendola a quella del Docente, comunicatore di saperi, riducendone in tal modo gli ambiti di impiego e la spendibilità professionale. Un formatore di contenuti, sarà un docente impiegabile solamente in contesti all'interno dei quali la richiesta è di aumentare saperi relativi a quella specifica teoria. D'altro canto, e cosa ancor più grave, il triangolo modello/mezzo/contenuto stanno a significare la morte della formazione. La formazione ad un modello, un mezzo, un contenuto sanciscono una microspecializzazione della pratica e una frammentazione della professionalità, tali da non render conto della reale essenza della Formazione (cfr. http://www.psicopolis.com/Renafop/laformaz.htm): un processo intenzionale e sistematico di attività che vuole modificare (per qualche aspetto) la personalità del formando, ma la cui direzione, utilizzo, senso sono in mano a lui medesimo. Come dice Antonio Machado in una sua illuminante poesia:
La formazione fantastica (Guido Contessa)
Chi dice che gli insegnanti dovrebbero "imparare a insegnare" perché non basta la loro conoscenza della materia? E' ormai consolidata, anche fra gli insegnanti, la convinzione circa l'insufficiente preparazione al lavoro docente. Per anni tutti hanno segnalato l'improponibilità dell'equazione sapere = sapere insegnare. Riconoscendo che il lavoro dell'insegnamento è soprattutto fatto di comunicazione, relazione, empatìa, partecipazione, si è creata la convinzione che insegnare sia una professione che richiede competenze specifiche, diverse anche se integrate rispetto alla conoscenza della materia insegnata. Saper parlare in modo da essere ascoltati e compresi, saper osservare e ascoltare gli allievi, saper lavorare in gruppo coi colleghi, saper analizzare e valutare, avere autorevolezza di ruolo, non sono competenze accessorie, ma il 30% della professione docente. Il restante 30% è il possesso di tecniche didattiche, cioè facilitanti l'apprendimento. La conoscenza della materia non supera il 30%, dal momento che ormai il docente non è più la sola fonte del sapere ma una delle infinite fonti possibili. E il 10% che rimane? Alcuni la chiamano arte, magìa, cuore, motivazione, passione, missione, e riguarda il timbro più strettamente personale che ognuno mette nel lavoro che fa.
Lo straordinario di questa opinione non è che
ci abbia messo 100 anni ad affermarsi, malgrado la sua evidenza in molti
campi. Nessuno infatti si farebbe operare da un medico in possesso dei
soli 5 anni di frequenza universitaria; nessuno farebbe riparare l'auto
a un ingegnere meccanico appena uscito dal Politecnico. In molte professioni
è da sempre chiaro che conoscere una disciplina in teoria non è
sufficiente per metterla in pratica, né tantomeno per insegnarla.
Neppure la sola esperienza è considerata sufficiente. Ogni madre
ha un'esperienza di parto, ma questo non la abilita né a fare la
levatrice, né tantomeno a insegnare ai futuri ginecologi. Non basta
saper guidare un'auto per fare l'istruttore di guida.
Lo straordinario di questa convinzione risiede nel fatto che, nel mondo
post-moderno, non si applica a nessuna delle nuove professioni. Questa,
che sono ormai la maggioranza, crescono in modo selvaggio e, cosa strana,
si nutrono di una cieca fiducia da parte dei più. Gli stessi genitori
che si lamentano per l'inadeguata preparazione dei docenti dei loro figli,
poi non si fanno alcun problema a consegnare gli stessi pargoli: d'estate
ad animatori ed educatori per lo più improvvisati; nel doposcuola,
a persone che si sono auto-nominate maestri di musica o di karate; all'oratorio,
da educatori volontari che sono armati di sola buona volontà. A
loro volta i genitori, come cittadini adulti, non si pongono alcun dubbio
sulle competenze dei formatori dei corsi di lingua, di computer, di ballo,
di teatro, di cucina o di ikebana che frequentano.
Il fenomeno non riguarda solo le nuove professioni tecnologiche o commerciali:
sedicenti esperti di web, di pubbliche relazioni, di turismo o di telefonini
riempiono i giornali con le loro auto-promozioni. Preoccupa osservare
che l'incompetenza specifica riguarda tutte le professioni che hanno come
centro altri esseri umani: formatori, addestratori, istruttori, guaritori,
dirigenti, managers, coordinatori, progettisti, valutatori. Ovunque la
regola è che chi è in possesso di una qualsiasi conoscenza
- cioè sapere teorico- o esperienza - non importa se felice o meno
-, non solo è autorizzato ad usare quella conoscenza in astratto
o quella esperienza in pratica, ma anche ad insegnarle e a "comandare"
altri che ne fanno uso.
Anni fa questa situazione fu segnalata da un autore che la rese famosa
come "il principio di incompetenza di Peters". Il principio
afferma che in ogni organizzazione, al momento dato, tutte le posizione
della scala gerarchica sono occupate dalla persona meno competente. L'operaio
che eccelle, diventa caposquadra. Se in questo ruolo si rivela mediocre,
resta lì. Se è brillante, viene promosso capo-stabilimento.
Dove rimane se è mediocre, mentre se dà buoni risultati
diventa direttore di divisione. La situazione è causata dal mancato
riconoscimento che ogni passaggio di ruolo implica un cambiamento di competenze,
che dovrebbe essere supportato da adeguati sistemi di formazione e supervisione.
Il modello di Peters oggi sembra dilagare dal chiuso delle organizzazioni
alla prateria della società intera. E' raro che un buon attore
diventi docente o direttore di teatro. Se succede è verso la fine
della carriera. La maggioranza dei docenti e direttori di teatro è
fatto di attori mancati o mediocri. Un bravo musicista avrebbe tempo e
voglia di insegnare musica? Perché un bravo medico in carriera
dovrebbe fare il direttore sanitario? E perché un insegnante felice
e motivato dovrebbe fare il preside? E un ingegnere l'insegnante?
Certo è possibile che qualcuno, anche di valore, desideri cambiare
ruolo. Tuttavia dovrebbe essere implicito che ciò richiede l'apprendimento
delle competenze specifiche che il nuovo ruolo richiede. Quanti maestri
di musica, di lingue, di computer, di teatro, di animazione, magari anche
bravi nel loro lavoro, si sono davvero attrezzati per insegnare la loro
disciplina o dirigere persone che la praticano? Quanti dirigenti di organizzazioni
pubbliche o private, magari capaci nel loro mestiere di inizio carriera,
si sono preparati per diventare guida di altri uomini?
Una società tanto indifferente alle competenze ed alle qualifiche, non può chiedere ai soli insegnanti una preparazione diversa da quella già ottenuta nella disciplina di insegnamento!
La situazione è particolarmente comica oggi,
nell'area delle nuove tecnologie. Il web è in stato di perenne
instabilità, con siti miliardari che falliscono e successi veloci
come la luce: il che testimonia di una tuttora perdurante fase esplorativa
e sperimentale del settore. Ciononostante è un pullulare di persone
che spiegano "come si fa un sito", "le dieci regole da
seguire per attirare i navigatori", "il sistema infallibile
per l'e-commerce". Questi imbonitori si comportano come quelli che
vendono il sistema infallibile per vincere al lotto, alla roulette o al
totocalcio. Non si vergognano, e lo strano è che nessuno pone loro
la domanda decisiva, della evidenza che se conoscessero davvero questa
"sistema magico" potrebbero permettersi di smettere di venderlo.
Nell'area informatica poi è un pullulare di sedicenti "formatori"
che promettono di insegnare di tutto. Bisogna vederli e sentirli.
I più mettono in scena la macchietta del "mago incompetente",
quella per cui dopo gesti rituali e frasi misteriose
oplà
..il
coniglietto che doveva sparire saltella qua e là sul palco, rincorso
dalla formosa assistente che a sua volta doveva sparire col coniglietto.
Prendete il file .gif, trascinatelo nella cartella pippo, poi nominatelo
batman e aggiungete un asterisco, tenendo premuto il tasto destro dell
mouse, e voilà
..Bèh, come mai non funziona?
Poi ci sono i supertecnologici, che non parlano nemmeno inglese o americano, parlano Siliconese (gergo inventato nella Silicon Valley dai 100 amici d'infanzia di Bill Gates), indifferenti ad una platea che ha già difficoltà con l'italiano. Evidentemente, l'ipotesi che qualcuno capisca qualcosa, terrorizza i formatori supertecnologici perché fa intravvedere un apprendimento emancipatorio del discente e dunque un ritorno del docente ad un improbabile lavoro vero.
Ci sono i formatori "riflessivi". Ad una recente demo di un nuovo prodotto di sicuro successo, metà platea dormiva durante le lunghe pause retoriche dello speaker.
Non mancano i "formatori" superveloci: come vedete, è facilissimo, dicono! Dopo avere passato mesi a imparare a loro volta un certo programma, cercano di insegnarvelo in una mattinata, però aggiungendovi anche: la storia delle 8 versioni del software in oggetto, le radiose prospettive della casa produttrice, ed altri 3 o 4 "piccoli programmini" integrativi (senza i quali niente funziona, naturalmente).
Proliferano ovunque i formatori "generosi", la cui bandiera è la parola gratis, o meglio "free". Il corso è gratuito, se comprate il programma da 8 milioni. Il programma è free, se comprate il manuale d'istallazione che costa 3 milioni. Vi diamo gratis il software, il manuale ed anche l'assistenza! Per avere il tutto dovete solamente: compilare un formulario che sembra un'anamnesi - dall'infanzia ad oggi, passando per ogni episodio intimo -, scaricare da Ottawa uno zippato da 126 MB (12 ore di connessioni varie, che cadono e ricadono), leggere il manuale di 400 pagine per ora scritto in urdu (il geniale programmatore era indiano), mettere in conto almeno 8 ore di riparazioni, integrazioni, sistemazioni del Vostro PC. D'accordo sarà faticoso ma vi facciamo risparmiare le 113.000 lire del costo di mercato (quale mercato?) del software !
Il formatore informatico sarebbe definito da ogni psicologo un "maniaco-depressivo" , perché passa nel giro di pochi minuti dal "ma è facilissimo .non c'è problema", al "non c'è niente da fare ..bisogna azzerare tutto il lavoro del giorno, il disco rigido, e forse la tua agenda". La frase "quello che chiedi non si può fare ." viene sempre detta dopo il versamento di un anticipo o una caparra; prima del versamento, la frase tipica è "non c'è niente che non facciamo per i nostri clienti".
Infine, ci sono quelli che ti fanno un sito di mille pagine e ti insegnano ad usare Linux (non chiedetemi cos'è, ma ogni formatore lo cita) per 300.000 lire, poi quando gli chiedi "come cambiare il colore di una cella" ti chiedono una riunione preliminare per "discutere fra le rispettive èquipe i suoi problemi di riprogettazione".
Insomma, cosa trasforma un pessimo comunicatore, un
modesto operatore informatico e un confuso operatore commerciale, in "formatore
nell'area dell'IT" ? Al confronto di questi rampanti formatori della
new-economy i vecchi docenti di scuola, "impreparati" a insegnare,
sembrano pozzi di competenza !
La formazione "in" gruppo (Alberto Raviola)
Il gruppo è il più formidabile strumento per il cambiamento di sé. Non ci dilunghiamo sul "perché" teorico di tale affermazione. Ci limitiamo a sostenere tale convinzione attraverso il fatto che il gruppo sia invocato, diffuso, praticato, in molti contesti, sia di vita quotidiana, che di studio, istruzione, formazione. Come una bella decorazione al soffitto o come un fiore all'occhiello, le organizzazioni sociali e non, ne fanno un uso smodato e quasi sempre inconsapevole. Scuole e Università, ASL e imprese, associazioni e comunità, colonie e villaggi turistici, parrocchie e scuole di partito, dichiarano e nei fatti hanno esponenzialmente sviluppato l'utilizzo del gruppo come strumento di realizzazione delle proprie attività e di perseguimento dei propri fini "istituzionali". Perfino nelle assise condominiali, nei convegni scientifici, nelle convention professionali, sempre o quasi, alla relazione dell'esperto segue un "lavoro di gruppo" per approfondire, dibattere, confrontare, elaborare domande, riflessioni, strategie.
Peccato che il gruppo per essere tale e perché funzioni ha bisogno che le persone provino legami di appartenenza, vivano sentimenti di reciprocità, dichiarino obiettivi comuni.
In tutti contesti indicati sempre è presente una di queste caratteristiche. Ma non basta. Il gruppo viene utilizzato apriori, una sorta di grimaldello, il cui utilizzo è alla portata di chiunque lo voglia, a prescindere dall'intenzione e dai risultati che intende ottenere.
Far discutere dei propri problemi una decina di ex tossicodipendenti, far fare ad un gruppo di scolari una ricerca sul futuro, far riflettere sulla vita di Cristo alcuni bambini, possono diventare modi di utilizzare il gruppo per l'apprendimento e cambiamento delle persone solo a condizioni ben precise. Altrimenti siamo in presenza di un "insieme" che non è protagonista del film, che rappresenta poco più della scenografia messa sullo sfondo della trama e degli attori principali che sono l'operatore, l'insegnante, il catechista. Radunare 10-15 persone non significa costituire un gruppo di apprendimento, bensì sostituire, mistificandolo, quello che si farebbe in un'assemblea o in un colloquio. Cioè far fare un lavoro IN gruppo, dove il focus non sono il percorso e il prodotto del gruppo, bensì la risposta e la congruenza al compito assegnato da chi detiene il ruolo di docente.
Un gruppo per essere tale, perché funzioni, sia promotore, stimolatore, specchio dell'apprendimento individuale ha bisogno di tempi, ruoli, dispositivi peculiari.
Un insieme di persone ha bisogno di un tempo per costituirsi in un gruppo, di qualcuno che ne faciliti la costituzione e giochi il ruolo di enzima del percorso nel tempo dato e che sappia farlo attraverso dispositivi adeguati all'obiettivo (per l'appunto di "fare gruppo").
Fenomeni, strutture, dinamiche non sono leggibili e interpretabili immediatamente dall'amministratore di condominio, dal docente universitario, dall'esperto di marketing, dall'operatore di comunità. E in questo senso e in questo ambito si gioca la professionalità del Formatore 8con la F maiuscola). Purtroppo però drammatica è la situazione quando di parla dell'utilizzo del gruppo nella formazione dei formatori. Le scuole, i corsi, i percorsi che si sono ideati e realizzati in questi anni e si stanno proponendo in questi giorni, pensano il gruppo come strumento di apprendimento e contemporaneamente come apprendimento da far acquisire ai partecipanti. Ma la realtà di attività d'aula è ben altra. Conoscere le dinamiche è un conto; saperle trattare e intervenire per la loro modificazione è un altro; essere consapevoli delle proprie reazioni emotive di fronte ai fenomeni gruppali è un altro ancora. Ben che vada, le scuole di formazione formatori si fermano ai primi due apprendimenti: una buona teoria e qualche tecnica. Pochissime scuole (si contano sulle dita di una mano!) e nessun corso mette nei propri "insegnamenti fondamentali" attività dedicate e finalizzate affinchè il futuro formatore impari a gestire la propria emotività, ad essere consapevole del proprio controtransfert, ad individuare il proprio stile di conduzione e sia in grado di rifletterci sopra.
Dunque anche chi, a differenza del catechista oppure del presidente di una cooperativa, dovrebbe avere nel bagaglio genetico della professione, abilità personali di "saper stare, lavorare, condurre gruppi" oggi è poco più di un conoscitore di Lewin o Bion, ma un ignorante di sé stesso! A fronte di ciò lo strumento "gruppo" vive e prospera, nonostante tutto, veleggiando verso la sua deriva, insensata e inutile, in riunioni condominiali e in talk show televisivi.