| Il tramonto della motivazione ad apprendere. | |
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Chiunque opera nel mondo della formazione, scolastica o extrascolastica, si rende conto ogni giorno di unevidenza a crescita progressiva: la bassa motivazione allapprendimento. Nella Scuola dellObbligo aumenta levasione, nelle Scuole Superiori crescono le bocciature, alluniversità la percentuale dei fuori corso e dei ritirati è enorme, nei corsi post-diploma o post-laurea la motivazione è talmente bassa da spingere i promotori retribuire i partecipanti. Uno dei motivi centrali di questo fenomeno va ricercato nel basso livello qualitativo dellofferta formativa. Non solo la scuola diventa ogni giorno meno qualificata, ma anche la formazione extrascolastica o post-scolastica naviga ai livelli sempre più scadenti. Tuttavia questo problema è oggetto di frequenti dibattiti più circa la formazione scolastica che relativamente a quella extra o post-scolastica. Invece, la prospettiva riguardante il soggetto che apprende, è molto meno dibattuta. Malgrado sia innegabile che nella bassa motivazione allappendere una parte rilevante è assegnabile allallievo, al partecipante, allo studente, cioè a chi (comunque lo si voglia chiamare) interpreta il ruolo di protagonista nel processo di apprendimento. Cercherò qui di indagare i diversi aspetti della caduta motivazionale ad apprendere. Premessa: lallievo perfetto e lallievo esperto Non sono pochi gli autori che hanno cercato di delineare le competenze necessarie del perfetto allievo. Elenchi di prerequisiti allapprendimento la cui naturale conseguenza sembra quella di rinunciare a trovare persino un allievo mediocre. Alan Mumford (in Honey, Peter & Alan Mumford. Learning Diagnostic Questionnaire: Trainer Guide, 1990) ha indicato la seguente lista di capacità che considera implicate in un apprendimento efficace. Per questo autore lallievo dovrebbe saper:
Da una parte viene da osservare che allievi con queste capacità non esistono, dallaltra viene spontaneo domandarsi perché mai persone con queste capacità non possono favorire la propria crescita con un apprendimento autonomo, cioè senza alcuna formazione formale. Sulla stessa scia troviamo David Perkins (in Outsmarting IQ: The Emerging Science of Learnable Intelligence, 1995) che presenta un modello di allievo esperto, capace di usare le tecniche di apprendimento che aumentano la sua intelligenza riflessiva. Gli allievi esperti sono capaci di:
Questo elenco è del tutto astratto ed utopico, forse anche più del primo. Tuttavia entrambi gli autori servono a segnalare quanto apprendere effettivamente sia compito arduo, e quanto sia, in definitiva, una questione dèlite. Daltronde, è tristemente vero che la stragrande maggioranza dellumanità è estranea allapprendimento oppure si limita a quello basico (saper leggere, scrivere e far di conto), e solo una porzione inferiore al 20% della popolazione si inoltra in quegli apprendimenti che possiamo definire avanzati. In Occidente non è esistita altra epoca storica nella quale lapprendimento fosse così disponibile e facilitato, per larghe masse, come oggi. Eppure non sembra davvero che oggi lapprendimento, la cultura, la competenza siano beni tanto più diffusi che un secolo fa. A ciò si aggiunga che lattuale ideologia occidentale fa dellapprendimento permanente uno dei suoi cardini. Sia pure in termini declaratori, il mondo industriale e post-industriale avanzato dichiara continuamente che:
Malgrado questo trionfalismo letterario e ideologico (oltre che politicamente corretto) tutti coloro che sperimentano responsabilità formative, in corsi di ogni ordine e grado (dai 6 agli 80 anni), hanno verificato atteggiamenti di ostilità, distrazione, superiorità, leggerezza verso ogni apprendimento, a prescindere dallo stile di formazione adottato. Con le dovute, minoritarie eccezioni, le assenze, i ritardi, le dimenticanze, la superficialità, costituiscono la base dello stile degli allievi. Molte aule sembrano più repliche di caserme, cabaret periferici e campi giochi, che luoghi per apprendere. La stragrande maggioranza degli studenti, fino alla laurea, dichiara di andare a scuola perché deve. I partecipanti ai corsi aziendali o post-diploma (i famigerati corsi finanziati dalla UE), in larga maggioranza dichiarano di essere presenti: in quanto costretti dalle loro imprese; perché lattestato finale (lattestato, non lapprendimento) sono il requisito per unassunzione o un avanzamento; per conoscere gente; perché la diaria è lunica fonte di reddito in vista. Le migliaia di corsi aziendali e para-aziendali, diploma e post-diploma organizzati nellultimo decennio, dovrebbero aver fatto degli italiani il popolo più colto e preparato del pianeta, ed il fatto che non sia così è la prima prova del carattere di mera apparenza della formazione attuale. Non solo lignoranza e lincompetenza dilagano; non solo è evidente che il ritardo italiano verso molti altri Stati è anche legato alla verticale caduta del desiderio di apprendere; non solo aumentano le evasioni allobbligo scolastico, diminuiscono i tassi di diplomati e laureati sul numero totale degli iscritti, ma lignoranza, lincultura, lincompetenza hanno perso lo stigma sociale di un tempo. Fino agli Anni Settanta lo stigma dellignoranza era ingiusto dal momento che laccesso allo studio era reso difficile da ostacoli classisti. Oggi che laccesso allo studio è ultrafacilitato, lo stigma sociale è paradossalmente caduto. Lignorare, il non sapere, il non avere cultura è oggetto di vanto pubblico e titolo di merito per apparizioni televisive, carriere lavorative, remunerazioni principesche.
Malgrado tutti i tentativi didattici più raffinati, apprendere resta un lavoro faticoso. Costa fatica la sola presenza: levatacce allalba, lunghi e faticosi trasferimenti, ore di postura innaturale, ambienti raramente confortevoli, e una socializzazione coatta con persone mai scelte ed a volte anche decisamente sgradevoli. Questa fatica strutturale definisce una meta-funzione della grande maggioranza delle situazioni formative, che è quella di adattare il soggetto al lavoro. Come se la prima e non dichiarata funzione della formazione fosse quella di insegnare a stare in fabbrica o in ufficio. Un secondo elemento di fatica è lattenzione richiesta dallapprendimento. Se in molti lavori basta la presenza, nel processo di apprendimento questa deve essere accompagnata dallattenzione. Il termine ha un significato che implica tensione dei sensi. Sguardo, udito, tatto sono i sensi più chiamati in causa nellapprendimento. Devono essere concentrati sul processo in atto, senza divagazioni o sospensioni. Non è un caso se il termine attenzione è linguisticamente limitrofo a intenzione e contenzione. Lattenzione è un atto di volontà che richiede un controllo. I sensi infatti sono tesi e coordinati da un cervello a sua volta teso, intento e contenuto. Il terzo fattore di fatica è quello che possiamo chiamare coinvolgimento o partecipazione attiva. Il soggetto che apprende non può limitarsi ad unattenzione passiva. Se la didattica è tradizionale il soggetto è chiamato ad una costante elaborazione mentale, per cui i dati sottoposti allattenzione vengono soppesati, confrontati, collegati fra loro e con i dati già presenti nel soggetto. Se la didattica è di tipo attivo, il coinvolgimento comprende anche le parole e le azioni, nonché le emoziono sottostanti ad ogni espressione verbale o non verbale. Infine, il quarto elemento faticoso è la memoria. Chi apprende è chiamato a trattenere, anche se non si tratta di un mero apprendimento mnemonico. Quanto viene appreso deve poter giacere nel nostro deposito cerebrale, da cui sarà estratto ogni volta che sarà necessario. Presenza, attenzione, coinvolgimento e memoria costituiscono la base dellapprendimento, ma sono anche un lavoro faticoso, se con questo termine intendiamo un costoso impiego di energia fisica e psichica.
Apprendere significa sempre cambiare, in piccola o grande misura. Sostituire una vecchia forma di sé con una nuova, arricchita dallapprendimento. Secondo lo schema lewiniano, ogni soggetto è un intero costituito da regioni o parti, di forma, colore, posizione diversi: come una grande vetrata a mosaico. Fino al momento del nuovo apprendimento, il mosaico sta in un equilibrio raggiunto con fatica e dolore. Il nuovo apprendimento, che si offre come desiderio o possibilità, costituisce una grande minaccia per lintegrità dellinsieme. Può arricchire e abbellire la vetrata, ma può anche mandarla in frantumi. In ogni caso, linserimento di una nuova tessera in una vetrata a mosaico, richiede la modifica di ogni altra tessera come di tutto linsieme. Una volta scomposto il puzzle ed aggiunta una tessera qual è il rischio di non riuscire più a ricomporlo? Quanta fatica richiede ladattamento di ogni tessera come dellinsieme? Ogni apprendimento, in quanto cambiamento, si collega emotivamente allansia del rischio, e quindi richiede di necessità una personalità aperta ad esso. Una personalità concepita dal soggetto come costruzione infinita, architettura modulare evolutiva, scultura di sé sempre aperta, fino alla morte, alla possibilità di variazioni. Gestire lansia del rischio di cambiare è possibile solo a partire da una personalità aperta al possibile, sensibile al potenziale e dunque portatrice di un potere su di sé. La personalità chiusa è invece quella che si concepisce come finita, circondata da mura difensive capaci di respingere ogni messa a rischio. A partire da un vissuto di onnipotenza che rifiuta ogni mancanza o desiderio, come ingiustificati; o da un vissuto di impotenza che fa sentire ogni mancanza come colpa ed ogni desiderio come irraggiungibile. La personalità chiusa è governata da uninvidia distruttiva, che preferisce cancellare il progetto di cambiamento distruggendone il portatore sia un docente o un collega che possiede loggetto da apprendere- piuttosto che farne una meta da perseguire, per imitazione o competizione. E banale ricordare come oggi proliferano soggetti con un io minimo, personalità chiuse dominate dalla fragilità, dalla paura del rischio e dallinvidia distruttiva. Insieme effetto e causa di un contesto minaccioso, queste personalità chiuse sono lesatto contrario di ciò che lapprendere richiede.
Apprendere significa impegnarsi, rinunciando a qualcosa. Lapprendimento è costituito da tempi spesi in aule o laboratori, in letture e discussioni, in esperienze di tirocinio. Tutto questo richiede tempo. E questo tempo è inevitabilmente sottratto a qualcosa. Alzarsi allalba per andare a scuola o ad un corso, salire sui mezzi di trasporto, entrare in aula e starvi seduti per ore implica la rinuncia a piacevoli sonni mattutini e di conseguenza a frequenti bagordi notturni. Spendere tempo per leggere, discutere, riflettere, sperimentare richiede la rinuncia a piacevoli gite fuori porta; ore di visione di tv, cinema o sport; dolci chiacchierate con amici e partners. Apprendere è il frutto di una certa disciplina, di un sia pure parziale rigore, anche senza pensare a vocazioni cenobitiche. Quando conosciamo persone prive di istruzione e cultura non dobbiamo più necessariamente pensare, come era giusto fino agli Anni Sessanta, a individui privi di mezzi finanziari, immersi in una vita di stenti, confinati in ambienti privi di stimoli, cioè a vittime di condizione di classe. Anche se persistono sacche di questa tipologia (magari fra i nomadi, gli immigrati o i soggetti cresciuti in certe periferie degradate), oggi le persone prive di istruzione e cultura rimandano a scelte di ozio, di pigrizia, di rifiuto dellimpegno e delle rinunce correlate, oppure a scelte (come nel nord est) di prematuro inserimento lavorativo non necessitato dal bisogno di sopravvivere ma dal desiderio di possedere.
Questo dispendio energetico in altre epoche era compensato da diversi elementi, come:
Il senso del dovere e la deferenza verso lautorità sono stati per secoli i regolatori basici di tutti i comportamenti sociali. Nel secolo XX lo studio era considerato il dovere primario dei minori e degli adolescenti, parallelo al dovere di lavorare degli adulti. E questo dovere era rafforzato dalla sottomissione allautorità genitoriale o magistrale: si studiava come dovere e perché lo chiedevano i genitori e linsegnante. Il secolo XXI registra la progressiva scomparsa sia del senso del dovere sia dellautorità morale. Per motivi troppo complessi da analizzare in questa sede, lunica autorità riconosciuta sembra essere quella che dispone di un potere oggettivo: danaro, forza, bellezza. Il valore socialmente attribuito alla cultura è ormai vicino allo zero. Il termine intellettuale è spesso associato alla svalutazione. Il ruolo del colto è assimilato a quello dellarrogante, del pedante, del noioso. Luso di un linguaggio forbito è fonte di satira. Le professioni ad alto contenuto culturale, a meno che non siano anche di successo economico, risultano in fondo allelenco dei sogni giovanili. Il bibliotecario, il critico darte, il ricercatore, il filosofo, per citare alcune figure ad elevato contenuto culturale, vengono di gran lunga dopo il calciatore, la ballerina, il carabiniere, il disc-jokey. Il maestro o la maestra, un tempo figure di leaders comunitari, sono socialmente considerati dei falliti. Se certe figure intellettuali vengono valorizzate, come quella del medico, è più per le valenze altruistiche che per quelle culturali. In tutte le organizzazioni, i ruoli di più elevato contenuto intellettuale e culturale (ricercatori, progettisti, designers, pubblicitari, artisti, formatori) vengono dopo i ruoli di vendita, finanza, amministrazione e contabilità, sicurezza. Nelle scuole il dirigente, le segretarie e i bidelli contano molto di più degli insegnanti. In unorchestra, il secondo volino vale molto meno del contabile. Il lavoro faticoso è quanto di più lontano dallideologia dominante oggi. La fatica lavorativa è, per limmaginario collettivo, qualcosa da cui lOccidente si è emancipato con lautomazione o con limmigrazione. Il lavoro faticoso rimanda allidea di modesta retribuzione e bassa considerazione sociale. Chi fa un lavoro fisicamente faticoso è considerato un parìa a meno che non sia di grande successo ed elevata retribuzione, come molte figure dello sport o dello spettacolo. Chi fa un lavoro intellettualmente impegnativo e faticoso, ma non ultra retribuito, è considerato un masochista. Infine, la coerenza fra istruzione e posizione sociale è quasi del tutto scomparsa. Senza contare i laureati che fanno il vigile, il taxista o lo spazzino se vogliono un lavoro sicuro, anche coloro che fanno un lavoro coerente col titolo di studio si trovano in una posizione sociale (status, remunerazione, potere) inferiore a quella di molti lavori che non richiedono alcuna istruzione. Le professioni dello spettacolo, della politica, della moda, dello sport, dei mass media, sono quelle a più alta considerazione sociale ed anche quelle in cui listruzione è del tutto opzionale. Sono rari i leaders politici che brillano per profondità culturale: limmagine di intellettuale basta a mettere in pericolo la loro carriera. Laurearsi oggi può essere un fattore di difficoltà nel reperimento del lavoro. Continuare la formazione dopo la laurea, può diventare un handicap in organizzazioni lavorative che valutano poco la qualità culturale. Non è raro incontrare, nei corsi per lavoratori occupati, qualche partecipante che dichiara di non voler far sapere della sua presenza per non fomentare invidie sul lavoro. Conclusioni Guido Contessa,
Febbraio 2005
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