L'ARABA
FENICE
Morte e rinascita della formazione
(Guido Contessa e Alberto Raviola / ARIPS / inizio Ottobre 2001)
Premesse
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RUOLO POLITICO E SOCIALE DELLA FORMAZIONE
Le trasformazioni economiche della società che, a partire dagli anni '90, hanno contribuito all'espansione della formazione e alla sua configurazione come pratica sociale, sembrano seguire schemi analoghi e già visti in altri momenti di crisi e mutamento. Basti ricordare come ciclicamente la formazione emerga e si diffonda come pratica in momenti di transizione delle società: il passaggio dalla società agricola a quella industriale oppure nella trasformazione della società precapitalistica in capitalistica tout court.
La situazione odierna richiama appunto caratteristiche analoghe alle citate fasi di transizione, con particolare riferimento al lavoro, alla sua trasformazione di senso, di modo (relativamente a come si organizza, in quali strutture, con che tempi), di dinamiche soggettive e collettive sottese e prodotte. Il lavoro infatti è sempre più sganciato dalla prestazione fisica e tendenzialmente si configura come manipolazione di "oggetti" relazionali, affettivi, intellettuali, tecnici, scientifici. Si modula in un processo sociale realizzato in complesse filiere di reti e sostanziato da figure produttive fra loro concatenate. In questo senso l'aggettivo immateriale attribuito al termine lavoro può essere una prima sintetica ridefinizione del modo di lavorare contemporaneo che, seppur presente da sempre, negli ultimi 10 anni, ha cessato di essere un fenomeno elitario, costituendo una fetta importante del mondo produttivo contemporaneo.
L'esigenza di cambiamento culturale e professionale che viene richiesto oggi alle persone per non cadere nell'obsolescenza ed essere estromessi dalla vita produttiva è analogo a quello che vissero i nostri padri (o nonni) nel momento in cui alla coltivazione artigianale della terra venne sostituita quella meccanica e industriale, oppure quando la produzione di manufatti attraverso le abilità manuali venne spazzata via dalla catena/linea di produzione.
Il risvolto individuale e collettivo (di imprese e stato) di tali processi fu quello di attribuzione di un ruolo trainante alla formazione (in tutte le sue articolazioni) per il miglioramento delle capacità professionali e per rispondere alle necessità di progresso della società.
La formazione insorge, dunque, come pratica significativa quando l'apprendimento di un mestiere non può più avvenire attraverso forme di contiguità: perché cambia il contenuto della professione e quindi l'imparare non si può più realizzare "osservando e riproducendo". Nel mondo agricolo e artigianale l'apprendistato era il mezzo più comune per imparare un mestiere: il giovane, attraverso l'osservazione del maestro e l'acquisizione di alcuni elementi basilari di sapere, poco a poco "rubava" il mestiere. Il passaggio alla società industriale provocò una crisi profonda nel modo di insegnare e di apprendere: i contenuti di un mestiere non potevano essere insegnati solo attraverso l'imitazione. Necessitavano, invece, insegnamenti di base e continui aggiornamenti adeguati alla comprensione e all'utilizzo delle macchine (in costante continua evoluzione), cuore della produzione e della meccanizzazione del processo produttivo. Non era solo necessario preparare i più giovani ma aggiornare anche gli adulti, sia sul versante del sapere culturale che su quello delle competenze tecniche della professione.
La formazione nasce e si sviluppa proprio come preparazione della "nuova forza lavoro" e aggiornamento degli adulti occupati. Il passaggio dalla società agricola e quella industriale è stato la condizione di nascita della formazione e ha determinato una spinta significativa perché diventasse parte integrante del processo di istruzione e preparazione professionale di ciascun cittadino-lavoratore.
Il cambiamento epocale (di fine 2° millennio) conseguente alla innovazione tecnologica e frammentazione su scala globale dei cicli produttivi, da una parte, e dall'altra alla smaterializzazione dei prodotti, ha fatto emergere una doppia domanda di formazione:
a. surrogare e al tempo stesso integrare listruzione scolastica ed universitaria nel suo fallimento/estraniazione rispetto alla preparazione professionale dei giovani per unefficace inserimento nel lavoro
b. qualificare la forza lavoro (a qualsiasi livello, dalloperaio al quadro, al dirigente e allimprenditore stesso) che per anzianità e/o obsolescenza della pregressa preparazione professionale rischiava (e rischia a tuttoggi) lespulsione dal mondo produttivo.
L'impossibilità da parte del mondo della scuola, a fronte di uno sviluppo scientifico e tecnologico istantaneo, di modificare i contenuti del sapere e delle competenze tecniche da far apprendere è stata ed è tanto drammatica quanto comprensibile. D'altro canto, appare poco plausibile avanzare ad una istituzione che, all'alba del terzo millennio, è dotata di strutture obsolete e personale in perenne burn out, di cambiare metodi, contenuti, risorse. Più realistico ci sembra formalizzare un mandato sociale che ne richieda "semplicemente" un compito di alfabetizzazione di base a favore delle nuove generazioni, per svolgere dignitosamente il ruolo di promozione dell'acquisizione di nozioni di base e propedeutiche ad un formazione professionale specializzata. L'insegnamento scolastico (di 5 e1/2 ai 18 anni) dovrebbe essere completato e integrato da una "scuola" tecnico-professionale che abbia per obiettivo fondamentale l'apprendimento di una forma di attività. Questo può, però, avvenire efficacemente se e solo se la "scuola di base" prevede nei suoi curricula e sa favorire apprendimenti nell'area delle abilità personali e del campo metodologico. Apprendere ad apprendere è la pre condizione per la conquista di una posizione occupazionale e la possibilità di mantenerla e/o migliorarla per il resto dell'esistenza.
A fondamento di tale convinzione, sta il fatto che la spiccata "soggettivazione" del lavoro immateriale, cuore e motore dell'attuale processo di produzione, fa emergere istanze di apprendimento collegate alle cosiddette variabili di personalità (autonomia, sicurezza, relazionalità, intraprendenza, e via dicendo). Il lavoratore, trasformandosi progressivamente da soggetto "passivo" a soggetto "attivo", o meglio da soggetto "che subisce" a soggetto "che agisce", si trova da solo davanti a sé stesso e alle proprie possibilità/carenze psicologiche e relazionali. Poiché il lavoro immateriale si produce attraverso il linguaggio, risultato di un apprendimento storico sociale, di proprietà collettiva ma di possesso individuale e si caratterizza per la necessità di ricreare continuamente i bisogni che soddisfa in un circolo virtuoso nel quale ricerca, creatività, innovazione hanno un ruolo centrale.
Skills psicologiche personali e relazionali, linguaggio degli affetti e delle emozioni, tecnologie comunicative rappresentano le sfide che l'inizio del millennio ha lanciato alla pratica formativa. In questo senso la formazione dovrebbe elaborare risposte (modelli, metodi, tecniche) per rispondervi, riprendendosi il ruolo di mediazione tra istanze professionali delle persona e necessità dell'organizzazione produttiva, in particolare promuovendo apprendimento di abilità aspecifiche e trasversali, necessarie per il conseguimento.
Ma invece di cogliere la sfida, almeno per ora, ha accettato di asservire le proprie capacità e competenze alla politiche statuali di welfare, configurandosi alla stregua di interventi di assistenza e di protezione sociale, come strumento per:
La formazione ha nei fatti sostenuto una politica sociale ed economica di espansione e sviluppo, capace di rispondere alle sfide della competitività nella globalizzazione, accettando di prestare intelligenze e competenze per elargire sussidi e assistenza sotto forma di presunti apprendimenti.
Il vortice innestato dalla necessità di attivare progetti, cercare finanziamenti, reclutare partecipanti, realizzare in tempo utile i corsi, ha coinvolto tutti (Enti e formatori, vecchi e nuovi) nella grande corsa alloro. Con il risultato di perdere di vista il perché e il cosa si stava realmente perseguendo e facendo, asservendosi:
La formazione ha così smarrito il senso del suo esistere per il cambiamento.
Ma ha efficacemente risposto (e sta rispondendo) alle richieste istituzionali e alle sirene economiche vendendo corpo ed anima ai finanziamenti statali (milioni di euro dalla UE nel periodo 2000-2006), alle prerogative di una delle parti in gioco (stato piuttosto che mercato), scambiando la propria espansione con la sottomissione alle logiche del consenso politico e della pacificazione sociale. Per scambiare uno status sociale, prezzolato ma poco libero, ha perso lo slancio innovatore e creativo degli anni della giovinezza. Ha smarrito le tracce di un percorso serio e approfondito e mancato lobiettivo di affermarsi come pratica professionale, specifica ed autonoma: chiunque può dichiararsi formatore, poiché per esserlo bastano una laurea, un paio di giornate di formazione, qualche ora di frequenza in aula.
"Senso" che avrebbe potuto rintracciare se avesse approfondito i presupposti epistemologici e disciplinari, definito i requisiti necessari per svolgere la professione, definito e approvato un codice etico e deontologico, consolidato una comunità scientifica attingendo dentro (ma vivaddio! anche fuori) le Università.
Invece, la deriva si esprime in maniera inconfutabile: le pubblicazioni che la riguardano sono molteplici ma il loro taglio è manualistico ("come si fa"), i contenuti obsoleti, le riflessioni epistemologiche desuete. Risalgono a due lustri fa le opere di riflessione culturale, di fondazione teorica, di identificazione degli approcci a base di metodologie e strumenti. Sono i testi che tutti i formatori seri conoscono, ma che non hanno contribuito a sviluppare, né più semplicemente a chiosare: la ricerca visto che non è pagata, non interessa proprio a nessuno.
Non si tratta dunque di avviare un'operazione di "lifting" quanto piuttosto di riprendere il filo interrotto una decina di anni fa sul "senso del fare formazione", sul significato che la pratica assume in questo periodo di accelerazioni e turbolenze, ripensando la finalità che ne sostanzia l'esistenza, non solo per una questione etica ma anche di convenienza e opportunità. Se da un lato la formazione ha avuto un espansione in molti ambiti ed è penetrata in quasi tutti i settori della vita economica e sociale, dallaltro ciò è potuto accadere a scapito di un progressivo dissolvimento di senso. Lo schiacciamento verso le imposizioni di mercato, lobsolescenza dei metodi e delle tecniche utilizzate, la scomparsa di una comunità scientifica (caso mai sia in qualche tempo esistita), la mancanza di ambiti di ricerca e sperimentazione, ne sono la tragica dimostrazione.
3. Libertà, Spazio, Tempo: piste di rinascita?
La formazione come abbiamo già detto, è alla sua massima espansione e alla sua minima credibilità. Ha accompagnato (irresponsabilmente!) il declino delle potenzialità individuali, la svalutazione delle competenze professionali, la negazione delle capacità di intrapresa personale. Ha vissuto anch'essa nella logica assistenziale dei corsi statali, regionali, europei, con il risultato di sancire il diritto ad esistere a costo di negare la propria libertà.
La Formazione può rinascere proprio attraverso il riconoscimento che nel lavoro di oggi, il lavoro immateriale, in gioco c'è ciò che di più prezioso abbia l'umanità: la libertà. Il valore simbolico che risiede negli scambi personali che si realizzano nell'operare sociale non si esaurisce nella loro misura, il denaro. La sfera della relazione stabilisce o richiede legame e il legame sociale sfugge è altrove rispetto alla sfera del controllo esercitato dallo Stato, dal Capitale, dall'Impero.
Se questo è ciò che è posto al cuore del lavoro immateriale, la sfida sta nel rendere visibile questa dinamica, restando fuori dal mercato, facendone emergere il valore simbolico piuttosto che il plus valore economico. Il denaro non basta a significare (quantificare, definire, compensare) il legame tra le persone, lo scambio degli affetti e della cura, oppure la produzione cooperativa di idee, servizi, software, oppure ancora l'apprendere, l'imparare, il cambiare.
La formazione ha anche l'opportunità di rimettersi in gioco ripensando alle due variabili principe della pratica: il Tempo e lo Spazio. Fare formazione ha (per un certo tempo!) significato saper manipolare il tempo (dell'aula, dell'apprendimento, della relazione) perché diventasse esperienza di influenza e sovranità sullo spazio; e viceversa che lo spazio (di vita e di lavoro) vissuto come modificabile e governabile potesse diventare motore di costruzione del futuro.
Il valore simbolico del Tempo si pone al centro della società dell'immateriale. Un tempo che (un tempo!) era insieme la merce e ciò che ne definiva il valore: il tempo monetizzabile del lavoro retribuito. Paradigma ne era il paradosso faustiano per il quale a definire la legittimità del lavoro era proprio il diritto ad esercitarlo. Mentre il lavoratore immateriale ben sa che è costretto/ha scelto a/di vivere un tempo interstiziale, "residuale", resto, sottratto alla misurazione (quantificazione) e alla merce, di qualità non lineare e non economica. E' il tempo tra un lavoro e l'altro, delle pause durante il lavoro stesso, oppure il tempo dedicato alla ricerca, la preparazione, lo studio, la riflessione su ciò sta facendo o che dovrà fare. Un tempo sottratto al Re, Dio, Stato. Tempo assoluto (nel senso di ab-solutus) da qualsiasi rapporto di legame subordinato, plus valore soggettivo, minus valore collettivo.
Anche lo Spazio è significativo nella comprensione delle dinamiche sociali dell'età immateriale. A livello macro (collettivo) il passaggio dalla centralità della fabbrica alla centralità del mercato, con la conseguente de-localizzazione delle reti produttive, ne è una delle tante testimonianze. A livello individuale, ne rappresentano esempi la chiamata ad influenzare il processo produttivo, a gestire il contesto di lavoro, a dislocare la postazione di lavoro. In gioco vi è l'opportunità di ampliare la propria sfera di influenza, ma ciò è tanto affascinante quanto spaventoso: la frontiera apre a spazi aperti, inesplorati, pericolosi, incerti.
La metafora del lavoratore immateriale è quella del migrante, in continuo movimento, clandestino, mai incluso, forse appartenente, ma a tempo determinato.
Mi piacerebbe fosse anche la metafora su cui lavorerà il Formatore del Terzo Millennio