| L'ARABA
FENICE Morte e rinascita della formazione (Guido Contessa e Alberto Raviola / ARIPS / inizio Ottobre 2001) Premesse | Cap.1 | Cap.2 | Cap.3 | Cap.4 |
| 3. Relazione inquinata nella motivazione, nella gestione, nei ruoli: professionalità zero |
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1. Perchè si fa formazione? Il fine Lo scopo dichiarato, il fine della formazione è la crescita personale e/o professionale. Crescita significa cambiare, cioè aumentare le capacità umane e lavorative. Se ci chiediamo se questo scopo abbia un senso, troviamo tre risposte:
La formazione dichiara perciò di avere la funzione sociale e politica di ridurre il determinismo, contribuire alla realizzazione dei soggetti, adeguare le competenze alle esigenze del sistema economico e produttivo.Sulla base di questo dichiarato la formazione in Italia, ha iniziato il suo sviluppo intorno gli anni Sessanta. Il decennio de secolo che più altri ha sentito il richiamo dell'anti-determinismo, della realizzazione di ogni soggetto, e dell'epocale passaggio dalla produzione agricola a quella industriale. Lo scenario politico nel quale la formazione ha visto la sua crescita era libertario, fiducioso nel futuro, centrato sulla qualità. Oggi registriamo un altro mutamento epocale relativo al lavoro. Il passaggio dall'industrialesimo all'immaterialesimo. Ma viviamo anche un clima sociale e politico di neo-determinismo e di defuturizzazione. Sullo sfondo di questo passaggio fra due civiltà di produzione e lavoro, pesa anche il clima di neo-determinismo e defuturizzazione che ha forse irreversibilmente colpito la vecchia Europa, e l'Italia in particolare. Il futuro non è più all'orizzonte, dopo che la critica al vecchio concetto di sviluppo, non è riuscita a produrre alcuna alternativa. Il vissuto generale è che il domani sarà uguale o peggiore dell'oggi. Il cambiamento non è più un valore forte, ed ogni soggetto deve accettare di essere ciò che la sua eredità genetica, sociale, economica lo candanna/o lo premia ad essere. Il solo avanzamento sociale e culturale oggi concesso è quello profetizzato da Wahrol: cinque minuti di popolarità televisiva. Imparare, cioè cambiare, richiede una visibilità del futuro ed un rifiuto del determinismo che oggi sono quasi scomparsi. Il passaggio dal sistema agricolo a quello industriale richiedeva nuove competenze quali la precisione, l'intensità, la cooperazione, il comando, la creatività, la comunicazione. Ma non cambiava molto il concetto di risultato, che semmai aumentava di materialità ed obiettività. Nel lavoro agricolo il risultato doveva essere un raccolto abbondante e sano, la cui qualità era difficilmente discutibile. Nel lavoro industrale il risultato doveva essere un prodotto efficiente, funzionale, economico, la cui qualità restava facilmente riscontrabile. In entrambe le culture una pesca doveva essere commestibile e un trattore funzionale. Il passaggio che viviamo oggi mette in crisi il concetto di ritultato, perchè l'immaterialesimo vive sulla soggettività e trae la sua legittimazione dall'intersoggettività. Tutta la produzione immateriale è sociale. Nel senso che viene fatta , valutata e consumata dalla società. E tutta la produzione immateriale è voluttuaria, nel senso che non risponde a necessità ma a desideri. La produzione risponde a bisogni secondari che sono molto più soggettivi di quelli primari. A parte le fluttuazioni temporanee del mercato, sempre esistite, un contadino non aveva difficoltà a vendere un raccolto dal momento che mangiare era ed è una necessità. Lo stesso accadeva ed accade al muratore o al meccanico che soddisfano la necessità di un tetto e di un mezzo di spostamento che funzioni. Ciò non vale per il creatore di siti web, il formatore, il giornalista, il cui lavoro (immateriale) risponde a bisogni secondari, non necessari, e punta a risultati che ogni soggetto valuta a sua discrezione. Tutti si rendono facilmente conto delle differenze fra un chilo d'uva commestibile ed uno avariato, una mela saporita ed una sgradevole. Quasi tutti (avendo la patente) si accorgono se un'auto cammina o no; e tutti vedono se un tavolo sta in piedi. Quanti sanno distinguere un bravo giornalista da un "pataccaro", un buon sito web da uno pessimo, un formatore di qualità da un cialtrone? Se questa analisi è fondata, si spiega il grado zero che la formazione ha raggiunto oggi. Una società fondata sul determinismo preferisce le parentele e le clientele alla competenza. Una società senza prospettive, non progetta lunghi iter di acquisizione delle competenze: la "scultura di sè" è un investimento a lungo termine che appare irreale a chi estende il suo orizzonte solo al prossimo semestre. Ed infine, una società basata sul lavoro immateriale, priva di criteri di valutazione dei risultati, privilegia le convenienze rispetto alle competenze (che non sa definire). Essendo mutate tutte le premesse che motivavano la formazione dell'evo industriale, questa pratica, pur mantenendo inalterato il dichiarato, ha modificato sensibilmente l'effettivo. Chi finanzia la formazione oggi (UE, enti pubblici, grandi aziende, associazioni) non lo fa perchè la gente impari qualcosa di utile per sè e/o per l'organizzazione, piuttosto lo fa:
Chi gestisce e fa concretamente la formazione (enti gestori, enti di intermediazione, operatori della formazione, conferenzieri vari), non lo fa perchè la gente impari qualcosa di utile per sè e/o per l'organizzazione, piuttosto lo fa perchè:
E chi partecipa, da cosa è motivato? Raramente lo fa per imparare qualcosa di utile per sè e/o per l'organizzazione, anche perchè se impara troppo va fuori mercato o viene accusato di "arroganza". Piuttosto lo fa perchè:
2. Come si gestisce la formazione? Gli obiettivi In un contesto centrato sui risultati, la formazione dovrebbe essere un processo finalizzato al cambiamento, alla crescita delle competenze degli utenti. Naturalmente questo cambiamento dovrebbe essere efficiente ed efficace. Cioè con un buon rapporto mezzi-risultati (efficiente). E con un buon rapporto risultati-bisogni (efficace). Questo portava ("prima che la merda entrasse nel ventilatore"- come dice Vonnegut) gli enti gestori a garantire la qualità degli operatori, la creatività ed innovatività dei propri servizi, il controllo sui risultati concreti. Oggi non solo tutto ciò non viene fatto, ma non viene neppure richiesto. Al contrario, l'effettivo cambiamento-apprendimento dei partecipanti ad un corso di formazione è temuto, scoraggiato, persino punito. Dai committenti, dai partecipanti e dagli stessi formatori. Ciò perchè le motivazioni, gli scopi di tutti gli attori sono quelli sopra descritti, e non la crescita. I risultati non sono affatto collegati agli appendimenti ma ad altri fattori. Il primo dei quali è una generica soggettiva soddisfazione di tutti gli attori coinvolti. Deve essere soddisfatto il committente e quindi la gestione deve garantire consenso, indottrinamento, pace sociale, prestigio. Devono essere soddisfatti i partecipanti, e perciò l'attività formativa deve essere molto "vacanziera", ridanciana, tollerante verso le assenze, ricca di gadgets e tecnologie. E ovviamente devono essere soddisfatti gli enti e gli operatori della formazione. Dunque le attività formative devono essere più lunghe possibili, per fornire un elevato finanziamento. Tradizionali al massimo grado, per consentire la minore fatica ai formatori. Con un impianto elastico (negli orari, nei temi, nei metodi, nei docenti) in modo da consentire una gestione "a piacere". Il gestore dunque si trova ad mettere in atto o ammettere una serie di comportamenti, che agli albori della formazione costituivano il "decalogo delle cose da evitare".
3. Quali ruoli nella formazione? La qualità professionale La formazione oggi ha il grande pregio della semplificazione delle funzioni e quindi dei ruoli. La famosa analisi dei bisogni, mitizzata da tutti i manuali come primo passo, è sparita da tempo. La formazione si fa a partire dai vincoli. Finanziamento, tempistica, aree di contenuto, tipologie dei partecipanti, metodologie vengono decise "a monte", cioè prima, e a grande distanza dai partecipanti. Sia da parte dei vertici delle imprese o degli enti locali, sia da parte dell'Unione europea, vengono decisi i vincoli della formazione anche due anni prima che questa si realizzi e coi partecipanti previsti per mere "classi": i quadri intermedi, i docenti, i neo-imprenditori, ecc. I soli bisogni che entrano nell'analisi a monte della formazione sono quelli dei committenti. La macro-progettazione, cioè la ideazione della struttura e delle fasi generali della formazione, viene decisa dal committente, al momento delle decisioni sui vincoli. Purtroppo ha il limite di dare vita a corsi simili per durata, struttura, impianti sia per "suonatori di cornamusa" che per "gestori di reti informatiche". Comunque è certo che ciò esonera i gestori della formazione da complicati lavori di interpretazione e ideazione. Quando il gestore si assume il carico di un'azione formativa sa già quanto dovrà durare e costare; quanti e che tipi di partecipanti dovrà avere; come dovrà suddividere il finanziamento e quanto dovrà pagare i formatori; che sistemi di valutazione finale saranno usati; quali contenuti dovranno essere inseriti nel programma; quali metodi dovranno o potranno essere usati. A questo si aggiunge una formalizzazione/standardizzazione che facilita molto il lavoro burocratico, quindi lo pseudo-controllo del committente o del gestore, eliminando molti ulteriori problemi di macro-progettazione. Le retribuzioni sono sottoposte a standard quindi si eliminano le negoziazioni coi collaboratori. La quantità minima e massima dei partecipanti è predecisa. Gli orari sono standardizzati, sia come durata (600, 800, 1200 ore chissà perchè sempre numero pari?), sia come distribuzione (sette ore al giorno, come in fabbrica). Spesso ci sono anche standars per le aule, le attrezzature, i sussidi. Tutto ciò togliedall'imbarazzo di decisioni critiche, e spiega perchè la formazione sia oggi gestita da ragionieri, contabili, geometri, pensionati, qualche ingegnere, ma mai da formatori (non servono!). La micro-progettazione, cioè la stesura delle attività concrete in aula, viene superata sia dai vincoli e dalla macro-progettazione, sia dalla incompetenza dei formatori. Una macro-progettazione basata sui contenuti (cioè sulle discipline e sulle "materie") già rende molto improbabile la possibilità di usare tutte le tecniche di appredimento attivo. Una macro-progettazione che imponga aule di 20-25 partecipanti limita molto il lavoro di gruppo. Una macro-progettazione che vincoli la durata e la distribuzione del tempo riduce le opzioni didattiche. D'altro canto, una microprogettazione raffinata richiede fatica e competenza: due fattori lontani da operatori selezionati su criteri per niente professionali. Alla formazione attuale non servono i formatori, bastano imbonitori, conferenzieri, "dicitori" di lezioni che si tramandano uguali da generazioni, lettori di lucidi (slides per gli anglofoni). La gestione dell'attività formativa è automatizzata. La formazione non è più "tagliata su misura" per i bisogni del committente e dei partecipanti, ma è industriale, di massa, a "catena di montaggio". Non si basa più su situazioni specifiche, condizioni reali, emergenze umane ma su vincoli, standards, documentazioni cartacee. Se il dirigente è un contabile, e il docente è un altoparlante, il tutor diventa una segretaria, una commessa, un'entreneuse. Non a caso quello del tutor è un ruolo affidato a donne; mentre i docenti, ed ancor più i gestori, sono uomini. In un'attività formativa reale il tutor è il perno dell'apprendimento, il centro delle relazioni fra allievi e staff e nello staff; la sua focalizzazione è sull'efficienza del processo; la sua responsabiltà è l'animazione del gruppo. nella "nuova formazione" il compito primario del tutor è la tenuta del Registro, l'unico vero testimone della qualità , il garante del controllo, il totem del processo della formazione. In una storia formativa si possono perpetrare quasi tutti i "peccati" possibili, ma le imperfezioni del Registro sono punite con la forca. Il docente può non fare lezione, ma non può lasciare incompleto il Registro. Docenti, partecipanti e tutor possono passare il tempo leggendo il quotidiano o giocando a moscacieca, ma non possono far mancare le loro 10 firme giornaliere. Il Registro rassicura, simula il controllo, rappresenta l'Autorità assente. Malgrado la tenuta del Registro sia la sola cosa importante dell'intero processo formativo, il tuotor (che ne è la vestale), non è l'operatore più pagato, ma il meno pagato. In compenso generalmente il tutor è il soggetto più esteticamente piacevole dell'aula, il che prova la sua meta-funzione di entreneuse. Non di rado il tutor è anche il più giovane e il meno competente soggetto dell'aula, a riprova che la sua funzione è meramente decorativa. I partecipenti di solito possiedono in mestiere e i docenti pure (anche se non è quello del formatore): il tutor quando va bene è una stagista. In questo contesto la presenza di formatori professionisti,
on solo è inutile, ma è anche dannosa. In sostanza, tutti i ruoli della formazione, se gestiti con professionalità, diventano ostacoli alla formazione odierna che dunque è svolta da contabili, imbonitori e graziose fanciulle con "sotto il vestito, niente". |