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Da LA FORMAZIONE di Guido Contessa, CittàStudi, Milano 1995

1.2. La confusione dei modelli.

Negli anni le proposte di formazione si sono susseguite vorticosamente, senza lasciare un adeguato spazio al confronto.

Abbiamo dunque assistito a una confusione dei modelli formativi, di fronte ai quali committenti e gestori sono stati a lungo disarmati e affascinati. Abbiamo visto progetti formativi impostati secondo il modello psicoanalitico, tua anche secondo le ingenuità bioenergetiche (7). Abbiamo registrato la moda dell’Analisi Transazionale, subito seguita da quella della Programmazione NeuroLinguistica. Si è visto lo psicodramma, applicato come teoria invece che solo come tecnica. Oggi infuria la moda della "complessità" e del "caos", che invece di limitarsi alloro ruolo di contributi epistemologici, vengono eletti a modello di intervento da filosofi autoproclamatisi formatori.

La babele dei modelli è stato ed è lo specchio della fragilità teorica della comunità dei formatori, ma anche dell’arrembaggio che un mercato ricco come quello della formazione stimola.

Committenti e gestori si sono trovati disarmati e hanno dovuto regolarsi secondo le proprie simpatie e il proprio intuito.

La pratica formativa richiede discipline e modelli di riferimento precisi, e committenti e gestori devono poter avere qualche criterio di giudizio.

La confusione tutt’oggi presente è quella fra tre piani teorici diversi. Esiste un piano teorico che si può chiamare euristico, il quale offre risposte a quesiti teorici centrali. Si tratta di teorie, magari in conflitto fra loro, ma centrate sul tentativo di offrire spiegazioni o interpretazioni del mondo. Per la formazione sono "modi di pensare" l’uomo, l'apprendimento- cambiamento, la relazione, il gruppo e l’organizzazione (8). In questa categoria teorica possiamo comprendere tutte le discipline scientifiche definite "umane" o "sociali", per le parti che interessano la formazione. Ci sono poi teorie di tipo semantico, cioè" modi di dire". Si tratta di modelli essenzialmente linguistici o divulgativi, il cui scopo èquello di dire in modo diverso ciò che altre teorie o modelli hanno già detto. Il caso più clamoroso di questa classe è quello dell’A. T. che è una riformulazione divulgativa della psicoanalisi, ma possiamo classificare qui anche la Teoria Sistemica, e parte della Teoria della Complessità, come modi aggiornati di dire la classica Teoria della Gestalt.

Infine ci sono le teorie "prassiche", cioè i modelli che esprimono i "modi di fare". Scopo essenziale di queste teorie è quello di offrire metodi o tecniche di intervento, in presenza di una possibile pluralità di teorie euristiche. Il caso più evidente di questa categoria è lo psicodramma, con tutti i suoi derivati (sociodramma, drammatizzazione, role-playing, simulazione, ecc.). Esso non a caso, nella sua sola forma "pura" di psicodramma, presenta almeno tre formulazioni note: moreniano, triadico e psicoanalitico. Quasi tutti gli schemi circolanti nella formazione da fonte statunitense sono modi di fare o modi di (lire.

La confusione dei modelli deriva dal fatto che spesso i formatori considerano esaustiva una teoria che si colloca in uno solo o due dei livelli sopra descritti. La formazione, come ogni pratica sociale, richiede la compresenza di tutti e tre i livelli teorici. Essa necessita di mi sistema teorico di pensiero che spieghi i problemi, di uno o più modelli divulgativi e di molti modelli operativi.

La corsa al mercato fa sì che nella formazione entrano operatori forti di una teoria euristica tua con poche o nulle teorie divulgative o prassiche. Quasi lutti coloro che si sono formati alla psicoanalisi, appartengono a questa categoria. Questi operatori hanno di solito un robustissimo impianto teorico di sfondo, circa l’uomo e i suoi dinamismi interni, ma nessun orientamento pratico circa le organizzazioni, i gruppi e la formazione.

La socio-analisi ha cercato risposte teoriche circa i sistemi complessi, ma ha fallito finora nella pratica e nella semantica. La gruppo-analisi, peraltro cresciuta nell’ambito terapeutico, ha sviluppato conoscenze sul gruppo ma non dispone di strumenti di intervento organizzativo. Gli interessanti sforzi teorici della psicoanalisi istituzionale di F. Fornari (9) sono vistosamente naufragati per carenza di teorie pratiche e semantiche. Analoga debolezza concerne i pedagogisti, privi di strumenti teorici per l’aspetto organizzativo (IO).

Nel mercato entrano poi molti operatori formati con teorie semantiche, come i transazionalisti, o i sistemisti o i nuovi sostenitori della epistemologia operativa. La loro debolezza nella formazione consiste nella assenza o scarsità di teorie prassiche. Infine fra i formatori si trovano numerosi i possessori di teorie pratiche, che hanno però due limiti: o sono del tutto privi di contenitori (teorie euristiche) significativi, o dispongono di teorie pratiche troppo marginali per l’azione formativa. Nella prima categoria metterei tutti i formatori che si basano sugli "schermati" (11) americani, nella seconda gli psicodrammatisti, i bioenergetici, gli esperti di creatività.

1.3. La "madre" della formazione.

La disciplina che considero la madre naturale della formazione è la psicosociologia. Essa dispone di un robusto corpus teorico circa le dimensioni individuali, quelle gruppali e quelle sistemico-organizzative. Si può avvalere di teorie semantiche le più disparate, avendo prodotto decine di modelli divulgativi. Ed è forte di una teoria prassica, riguardante la gestione dei gruppi e l’intervento nelle organizzazioni, che a tutt’oggi non ha competitori. La psicosociologia è l’unica disciplina che dispone dei tre livelli, ma è anche abbastanza aperta e flessibile da poter agganciarsi a teorie euristiche diverse (dalla psicoanalisi al cognitivismo) e da poter ricorre a quasi tutte le teorie operative esistenti (dallo psicodramma alle tecniche non verbali). Questa disciplina è nata per lo studio e il cambiamento nei sistemi (gruppi e organizzazioni) e ha prodotto nel mondo il maggior numero di pubblicazioni sulla formazione. Per capire la centralità di questa disciplina basta citare qualche nome americano

come R. Lippit, K. Lewin, C. Rogers, E. Schein, J. Luft, o francese come M. Pàges, G. Lapassade ed E. Enriquez (prima della sua conversione alla psicoanalisi).

L’oggetto di studio della psicosociologia sono i gruppi e le organizzazioni, nella loro struttura e nel loro funzionamento, è dunque naturale che il suo campo d’azione siano stati fin dall’inizio la formazione e il cambiamento organizzativo (12).

A tutt’oggi, quando entrano nell’azione formativa gli psicoanalisti, i socio-analisti, gli psicodrammatisti, gli epistemologi operativi, i transazionalisti, i sistemici, i bioenergetici, si trovano di fronte a problemi legati alle dinamiche di gruppo e organizzative cui solo la psicosociologia ha dato risposte efficaci e organiche.

QUADRO SINOTTICO DEI MODELLI ATTIVI

IN FORMAZIONE. (Tab 1)

 MODI DI PENSARE
MODI DI DIRE
MODI DI FARE
Psicologia
PNL
Psicodramma
Psicoanalisi
A.T.
Sinettica
Socio-analisi
Bioenergetica
Simulazione
Gruppo-analisi
Sistemica
Schemi USA
Psicoanalisi Istituzionale
Analisi Istituzionale
Action learning
Pedagogia
Andragogia
Non verbali
Sociologia
Epistemologia operativa
Training autogeno
PSICOSOCIOLOGIA
PSICOSOCIOLOGIA
PSICOSOCIOLOGIA
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