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Quella del Formatore è una vera e propria professione che, pur occupando oggi non meno di 50.000 operatori full-time e almeno il quadruplo occasionalmente, sconta il peccato di idealismo che da sempre mina la Scuola. L'idealismo consiste nel sostenere che conoscere una cosa equivalga a saperla insegnare. I guasti di questa impostazione sono da decenni sotto gli occhi di tutti e hanno convinto persino il Ministero della Pubblica Istruzione (che non è certo un sito di avanguardia) a procedere con la "Laurea specifica per insegnare".
La grande arretratezza italiana è soprattutto relativa alla metodologia didattica e alla relazione docente-discente, per cui in migliaia di classi scolastiche, e purtroppo anche in migliaia di aule di formazione per adulti, ogni giorno non si fanno altro che "lezioni".
La grande tradizione italiana, non solo anglosassone, dell'apprendimento attivo, che va Maria Montessori a don Lorenzo Milani è trascurata da migliaia di "formatori" incapaci di fare altro che lezioni. I motivi di questa iattura sono tanti, ma il primo è che per fare il docente-insegnante-formatore non è richiesto altro titolo che la laurea, a volte neppure quello. Così è nomale che avvocati, architetti, medici, ma anche geometri, ragionieri, fotografi ed elettricisti si presentino come candidati a un lavoro di formazione nella loro materia e spesso non solo in quella. È normale che laureati in psicologia o scienze dell'educazione si sentano ipso facto autorizzati a fare formazione delle competenze psicologiche. Avendo letto Watzlawick si sentono pronti a gestire seminari sulla "comunicazione". Avendo letto Luft si buttano a corpo morto nella conduzione di "dinamiche di gruppo". I risultati sono insieme offensivi e grotteschi: non è raro che vi siano partecipanti molto più competenti dei formatori nelle competenze che i primi dovrebbero acquisire, o anche nei modi migliori per acquisirle.
Il grande assente è il training, cioà l'addestramento personale all'uso di una didattica attiva o esperienziale. Sembra banale dirlo, ma nessuno si offrirebbe – spesso è anche proibito per legge – di difendere un carcerato, di fare un'operazione chirurgica, di fornire medicinali, di costruire un palazzo, o anche solo di cucinare in un ristorante senza una formazione di base, una specializzazione, un tirocinio e un'esperienza specifiche: cioè senza quello che chiamiamo un serio training professionale. Invece, ogni giorno nelle aule italiane entrano sedicenti formatori che non hanno speso un solo giorno dopo la laurea (o il diploma) per una specifica formazione a quel ruolo.
C'è un problema di capacità. Come farà il "formatore inventato" a ottenere risultati di apprendimento? Ma c'è anche un problema etico. Perché dei partecipanti devono spendere tempo e danaro affidandosi a qualcuno che ne sa come o meno di loro?
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