VERONA CITTÀ DELLA MORTE (Acarus, maggio 2008)

 

Ancora una volta. No, non sarà l’ultima.

Morte a Verona. Morte di giovane, violenta  per mano giovane.

Parole, singhiozzi, lacrime di padre e madri.

Ipocrisia a buon mercato tra la gente in piazza.

Sociologia da salotto tra le poltrone massmediatiche.

Sindaco, Vescovo, Prefetto, ad alta voce: Verona non è “solo” questo.

Verona è questo.

 

 

Strana coincidenza. Il 23 aprile scorso Marco Furlan, 48 anni, che in coppia con Wolfgang Abel aveva dato vita alla formazione neonazista 'Ludwig', è stato affidato in prova ai servizi sociali dal tribunale di sorveglianza di Milano. La coppia, tra il 1977 e il 1984 aveva “fatto fuori” 15 persone, tra barboni, preti, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti.

 

Verona ritrova un suo figlio prodigo. E dà alla luce cinque mostri dal volto umano.

Verona città della morte.

Verona che non si sveglia mai! Nemmeno quando le crolla il mondo addosso. Perché, ripiegata da anni in sé stessa, partorisce un’identità fondata sulla forza e un’ideologia dalla cifra emarginante e “chiunque-fobica”.

 

Verona, città della Lega: del legame con la tradizione, le radici, la proprietà.

Della legalità ad ogni costo, fino alla resa dei conti. Della legalità della Lega, rappresentazione di una cultura che distingue gli appartenenti dai non-appartenenti, di un diritto che sancisce i confini di una comunità, attraverso l’esclusione di “chiunque-altro”.

Rendendolo ospite indesiderato, nemico in pectore. Incarnazione del Male.

 

Verona città del doppio-legame. Che misconosce il male che alberga le fondamenta profonde della città e che ciascuno vede, ma nessuno vuole guardare in faccia. Perché ospite indesiderato, ma anche matrice originaria dell’essere comunità.

Perché la comunità si fonda su un pegno, quello dell'appartenere-a, che, al contempo, la immunizza-da. In quanto parte di un gruppo, di un'etnia, di una comunità, chi ne è membro, contrae un debito nei confronti di quella stessa cultura gruppale, etnica, comunitaria, che gli ha fatto il dono del potersi riconoscere in essa.

Ma l'appartenere implica anche l’essere posseduti. Io appartengo ad un gruppo dal quale ricevo un nome originario, un battesimo della terra, un segno che mi immunizza dal male, dal dolore del disconoscimento e fa si che io stesso attivi procedure di disconoscimento verso i non appartenenti.

 

Chi vive nella propria Terra, circondato da altri che condividono l'appartenenza ad una pólis, ha il dono di un'identità fatta di sentimenti e valori coerenti con il senso della continuità, ricordi condivisi e un destino comune. Ma tale dono ha però anche il potere di trasformare i non-appartenenti alla comunità nei "devianti della società immunizzata”.

Da evitare, espellere, sopprimere.

 

Il dono che la comunità condivide è un vaccino contro il diverso. Il pegno che paga è farsi tutore dell’ordine, mano qualunque per contrastare il Male.

 

 

Verona è solo questo. Oggi.

Campane che suonano a morte.

Sindaco, Vescovo, Prefetto, ad alta voce: certezza della pena.

Parole di circostanza e fazzoletti verdi. Per asciugare lacrime.

Legalità a suon di botte. Sicurezza a furor di popolo. Ronde a primavera.

Verona città dell’amore. Che odora di morte.