0. ORFANI DI UN PENSIERO SU  E DE  LA COMUNITA’

 

Niente sembra più all'ordine del giorno di un pen­siero della comunità: più richiesto, reclamato, annun­ciato da una congiuntura che lega in un unico nodo epo­cale il fallimento di tutti i comunismi alla miseria dei nuovi individualismi.

E tuttavia niente è meno in vista.

Niente così remoto, rimosso, rimandato a un tempo di là da venire, ad un orizzonte lontano e indecifrabile. Non che siano mancate - o manchino - filosofie espres­samente rivolte alla comunità. Al contrario, tendono a costituire una delle tonalità dominanti del dibattito in­ternazionale. Eppure esse non soltanto restano nel sol­co di questa impensabilità, ma ne costituiscono l'e­spressione più sintomatica. In questo dato c'è qualcosa che va anche al di là delle modalità specifiche - comu­niali, comunitarie, comunicative - che la filosofia e la psicologia poli­tiche contemporanee, di volta in volta, assumono.

 

La comunità non è tra­ducibile nel lessico psico-politico se non al prezzo di un'insostenibile distorsione - o addirittura perversio­ne - di cui il nostro secolo ha avuto ben tragica esperien­za.

 

Ciò può apparire in contraddizione con la tendenza di certa filosofia politica (ad es. i communitarians) ad individuare nella questione della comunità il suo medesimo oggetto. Questa riduzione ad 'oggetto' del discorso filosofico-po­litico piega la comunità ad un linguaggio concettua­le che la stravolge nel momento stesso in cui tenta di no­minarla: quello dell'individuo e della totalità, dell'iden­tità e della particolarità, dell'origine e del fine. E’ il linguaggio ‘soggettivista’ con tutte le sue più irrinunciabili connotazioni metafisiche di unità, assolutezza, in­teriorità.

Non è un caso che a partire da simili premes­se la psicologia politica tenda a pensare la comunità nel modo di “una soggettività più vasta” e,  a di­spetto della pretesa opposizione al paradigma indivi­dualista, finisca per fare della filosofia neo­comunitaria una traslazione nella figura ipertrofica dell'«unità di unità». O come anche accade a quelle culture dell'intersoggettività sem­pre intente a cercare l'alterità in un alter ego simile in tutto e per tutto all'ipse che vorrebbero contestare e che invece riproducono clonato.

 

La verità è che tutte queste concezioni sono unite dal presupposto irriflesso che la comunità sia una 'proprietà' dei soggetti che accomuna: un attributo, una determinazione, un predicato che li qualifica come appartenen­ti ad uno stesso insieme.

O anche una 'sostanza' pro­dotta dalla loro unione.

In ogni caso essa è concepita co­me una qualità che si aggiunge alla loro natura di soggetti, facendone soggetti anche di comunità. Più soggetti. Sog­getti di un'entità maggiore, superiore o addirittura mi­gliore, della semplice identità individuale - ma da essa originata e ad essa alla fine speculare.

Da questo punto di vista - nonostante le ovvie difformità storiche, con­cettuali, lessicali - la sociologia organicistica della Ge­meinschaft, il neo-comunitarismo americano e le varie etiche della comunicazione (ma per certi versi, e nono­stante una ben diversa caratura categoriale, perfino la tradizione comunista) stanno al di qua della stessa linea che li trattiene nell'impensato della comunità.

 

Per tutte queste filosofie, infatti, essa è un 'pieno' - o un 'tutto' (giusto il significato originario del lemma ~'teuta che in diversi dialetti indoeuropei indica l"essere gonfio', 'po­tente', e dunque la 'pienezza' del corpo sociale in quan­to ethnos, Volk, popolo). O anche, con una terminolo­gia solo apparentemente diversa, un bene, un valore, un'essenza che - a seconda dei casi - si può perdere e ri­trovare come qualcosa che ci è già appartenuta e dunque ci potrà tornare ad appartenere. Come un' origine da rim­piangere o un destino da prefigurare secondo la perfet­ta simmetria che collega arche e telos. In ogni caso, co­me il nostro più 'proprio'.

 

Che ci si debba appropriare del nostro comune o comunicare il nostro proprio, il prodotto non cambia: la comunità resta legata a dop­pio filo alla semantica del proprium.

 

A dimostrazione di ciò, basta richiamare la sobria e già largamente secolarizzata comunità weberiana per ve­dere campeggiare la medesima figura dell' appartenenza: «Una relazione so­ciale deve essere definita 'comunità' (Vergemeinschaf­tung) se, e nella misura in cui la disposizione dell'agire poggia (...) su una comune appartenenza soggettivamen­te sentita (affettiva o tradizionale), degli individui che ad essa partecipano» (Max Weber, Comunità e società, Milano, 1979). Che tale possesso sia qui riferito soprattutto al territorio non sposta le cose dal momen­to che il territorio è definito appunto dalla categoria di “appropriazione” come matrice originaria di ogni altra proprietà successiva.

 

Se ci si ferma solo un attimo a ri­flettere fuori dagli schemi correnti, il dato più parados­sale della questione è che il 'comune' è identificato esat­tamente con il suo più evidente contrario: è comune ciò che unisce in un'unica identità la proprietà - etnica, ter­ritoriale, spirituale - di ciascuno dei suoi membri.

 

Essi hanno in comune il loro proprio; sono i proprietari del loro comune.