ARTEFICI&CURATORI DI DISAGIO
E ci sono dei tribunali per minorenni, ci
sono degli psicologi.
Ci sono quelli che dicono: ‘Mostrami il tuo
Rorschach e ti dirò chi sei’.
Pescatori in acque basse”.
Fernand Deligny, I vagabondi efficaci, Jaca
Book
Se si pensa che il Secolo appena concluso, doveva essere “il secolo dei fanciulli”, possiamo immaginare che di tempi felici, per i giovani, non ce ne siano stati molti. E ai ragazzi importa poco sapere se i loro coetanei di due generazioni fa stavano male quanto loro. Che stiano male è un dato evidente.
D’altra parte anche la specie cui appartengono, la terra che abitano, la cultura e i prodotti dello spirito delle comunità in cui nascono non se la passano troppo bene.
Perché loro dovrebbero costituire un’eccezione?
Frequentando consigli di classe, servizi sanitari, cooperative sociali, leggendo sentenze dei tribunali minorili, progetti o cartelle ‘cliniche’, certificazioni scolastiche, si ha l’impressione che difficilmente il senso che psicologi infantili, giudici, assistenti sociali, educatori, logopedisti, amministratori di cultura e educazione danno al termine “disagio” possa discostarsi più profondamente dalla natura reale del malessere vissuto da bambini e ragazzi.
Una miopia, nella maggior parte dei casi, così goffa da non meritare niente più che l’invettiva e un corpo a corpo proporzionale alla volgarità di certe analisi.
Se non fosse che nello scollamento creato fra “ordine del discorso” ed esperienze realmente vissute da ragazzi e ragazze, le pratiche messe in campo per sostenere e curare il disagio non solo non riescono a intercettare il problema, ma diventano sempre più pericolosamente parte in causa.
La sofferenza che si riferisce a bambini e ragazzi e prende il nome confuso e inflazionato di ‘disagio’, fu coniata negli anni ‘60 dalla psichiatria adulta allo scopo (nobile) di evitare etichette più stigmatizzanti. Oggi la categoria di disagio viene utilizzata con chi si trova nella fase evolutiva della propria vita in modo così ambiguo da allargare a dismisura i suoi confini semantici, tanto da abbracciare potenzialmente l’intera classe degli adolescenti.
La stessa leggerezza con cui nelle ricerche e nei documenti ufficiali vengono usati indifferentemente i termini “disagio” e “disturbo” rivela tutta la profonda crisi epistemologica in cui si trovano le scienze dell’anima e della mente. O più probabilmente la cospirazione di una pletora di operatori del disagio che, con un semplice gioco linguistico, si autoinvestono di tutto il potere di un feudo medico derivato.
I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che soffrono e che mostrano – a
volte in modo molto visibile e disturbante, a volte in modo pericolosamente
silenzioso – i segni di questa sofferenza sono molto semplicemente, coloro che,
con più intensità e per ragioni diverse (a volte anche chiaramente
psicopatologiche), vivono contraddizioni cui tutti siamo sottoposti. La
differenza è che loro, nel complesso, le subiscono, noi, nel complesso, ne
siamo gli artefici.
Sarà che i ribelli contro la psichiatria borghese e di regime sono arrivati, in tutto il nostro Bel Paese, ai gangli del potere ma, da vent’anni a questa parte, ogni riferimento alle parole d’ordine, alle analisi e al fermento politico che hanno portato, alla fine degli anni ‘70, alla riforma basagliana, sembra pressoché completamente scomparso. Siamo passati da una rozza e primitiva individuazione del ‘diverso’ a una visione più complessa del ‘disagio’, ma tutto sommato ancora marcatamente medica e assistenzialistica, di fatto ricondotta a “casi”, isolati dalle fratture del contesto sociale. Poco importa se a una interpretazione biologica si è sostituita una “psicologia del disagio”: le analisi della sofferenza dei ragazzi sempre più spesso e sempre più profondamente vengono allontanate dal terreno (politico) del rapporto tra contraddizioni sociali e sofferenze individuali.
Lo spazio tecnico in cui avveniva questo sequestro (manicomi, elettroshock, terapie psico-farmacologiche selvagge) era, negli anni del fermento anti-psichiatrico, più violento, visibile e volgare di quello di oggi e quindi più identificabile e attaccabile. Qualcosa di paragonabile, in ambito neuropsichiatrico, alla tendenza, “ferma” da tempo ma sempre a rischio di esplosione, di una sconsiderata e generalizzata somministrazione di psicofarmaci ai bambini. Ma anche alla pratica di strategie e meccanismi oggi più efficaci e striscianti per isolare la sofferenza di un ragazzo in ambiti estranei al contesto che l’ha originata. Basti pensare a certe pratiche, cosiddette ‘dolci’ (counseling, gruppi di apprendimento e di empowerment, terapie familiari e sistemiche e via dicendo) o all’abbraccio a volte mortale fra servizi sociali e servizi sanitari. Per non parlare della connivenza con cui sempre più la Scuola sfrutta la certificazione e il sostegno scolastici per riversare sui ragazzi “disabilità” per lo più imputabili al sistema-scuola.
Capita sempre più spesso, a chi lavora in questo ambito, di trovarsi nella
situazione di dover “proteggere i ragazzi dai loro protettori”. Ciò che
complica terribilmente le cose è che non ci riferiamo soltanto ai volenterosi
servitori del sistema. Di fianco alla categoria degli operatori “incoscienti”,
inetti, cinici, corporativi, ne esiste una seconda, ben rappresentata, di
“curatori di ferite”, professionisti o volontari coscienziosi, che si limitano,
con la tenacia di chi sente di incarnare una missione, ad alleviare le cause
più immediate ed evidenti delle difficoltà dei ragazzi che di volta in volta si
trovano di fronte.
Una contraddizione d’altra parte che viviamo più o meno tutti, soprattutto chi lavora all’interno o a fianco delle istituzioni. Ricattati dalla filosofia del mattone dopo mattone, schiacciati sul piano della relazione con chi soffre, quello che sinceramente preoccupa è la refrattarietà che molti mostrano, chi per cinismo e disillusione, chi per mancanza di tempo e di forze, chi per bruciature di esperienze passate, ogni volta che la storia di un giovane costringe a tentare di inserire le fatiche quotidiane in un contesto d’analisi più ampio, che comprenda anche una dimensione sociale e politica.
Ogni sforzo di rieducazione e cura non sostenuto da una ricerca e una rivolta, diceva Deligny, sa troppo rapidamente di biancheria per imbecilli.