VERONA CITTA’ APERTA

Note in margine allo “sgombero quotidiano”

Acarus, 24 agosto 2007

 

L’identità di un gruppo, una comunità, una nazione non è altro che una foto mossa, un po’ sfocata. Anche se si riduce al minimo il tempo di esposizione alla luce della pellicola, il risultato è sempre un’immagine dai contorni confusi, indecifrabili. E anche se si riuscisse a fermare il tempo, l’immagine che se ne avrebbe sarebbe “di quel momento”: c’è sempre un prima e ci sarà sempre un dopo.

 

Oggi ci troviamo calati in mezzo a flussi di persone, idee e merci che si muovono a forte velocità. Viviamo in contesti spesso svincolati dal territorio e le opzioni possibili sono sempre più numerose.

Quando la gente circola con i propri significati e quando i significati, grazie alla velocità impressa dai mezzi di comunicazione e spostamento, trovano il modo di circolare anche senza la gente, i territori non possono essere gli unici contenitori delle culture.

Pertanto non solo diventa discutibile il rapporto tra cultura e territorio, ma anche che il portatore di una cultura debba essere un popolo, come sostiene la teoria sociocentrica.

Nonostante il passato, come il presente, sia stato attarversato da una miriade di persone in movimento, continuiamo a pensare a una stretta analogia tra cultura, popolo e territorio.

 

Ciò vale anche per una città come Verona.

I tentativi estivi che l’amministrazione sta strenuamente perseguendo non hanno altro a che fare con il desiderio di stabilire, definendo, un’identità alla città. Desiderio ahimè illusorio. Perché le identità collettive sono prive di fondamenti storici reali, sono frutto di tradizioni inventate e pertanto non costituiscono dati essenziali inscritti nel carattere degli individui.

I richiami - che da qualche anno si odono nella città di Verona – alla purezza e alle origini della “veronesità” non sono altro che proiezioni all’indietro di aspirazioni attuali. Manipolazioni della storia in funzione di rappresentazioni fantasiose del presente, che denotano una profonda incapacità di interpretare la complessità e una fragilità tale da produrre insicurezza ed ansietà.

 

E la neonata amministrazione comunale (in tragica continuità con la precedente, seppur di colore opposto), invece di ridurre queste faticose emozioni collettive con processi di ri-negoziazione della convivenza sociale, sceglie la via del totalitarismo dell’iper-legiferazione. Il cui esito è un mortale circuito di maggiore trasgressione, più fragilità, e progressiva crescita e diffusione di sentimenti persecutori e depressivi. Il cui punto di arrivo comunitario non potrà che essere catastrofico, come ogni processo psicotico: l’emersione di persecutori reali sulle ceneri di processi consensuali aperti e condivisi da tutti i cittadini.

 

Infatti già in questi giorni stiamo assistendo alla emersione di questi persecutori che tentano di ristabilire “ordine e giustizia”, nascosti nel “cavallo di Troia” dentro il quale proclamano una nuova “legalizzazione” nascondendo (forse neanche troppo!) il tentativo di ristabilire il predominio della ‘razza veronese’.

 

Alla fluidità e inafferrabilità del quotidiano si contrappone la natura stabilizzante dei potere  costituito. E il bersaglio prediletto sono i detestati “nomadi”: non solo coloro che non accettano la civilizzazione attraverso la sedenterizzazione, ma anche chi non si pone in modo netto, tale da essere facilmente classificato. Rom e Giovani del CSOA La Chimica. Corpi e idee in movimento.

 

Ma l’altra faccia di questa illusione è tragica. Essa non si radica solo nei corridoi del Palazzo.

La città è in silenzio. I cittadini ammutoliti.

Ogni giorno che passa la città si inabissa nella sua fragilità esistenziale.

Invece di alzare la testa, ribellarsi ai processi di espulsione e di negazione della vita, tace.

In un silenzio assordante.