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Premesse: società italiana ed animazione in ambito di tulle
Premesse: società italiana ed animazione in abito di tulle
La società italiana,
come tutto l'occidente, sta attraversando una grave crisi. Ovunque si respira
l'aria di decadenza ed insieme di barbarie. La fine di un'epoca e di un
impero si celebrano fra omicidi e congiure di palazzo, complotti e società
segrete, ripiegamenti nel "privato" e disperazioni collettive.
Le città scoppiano, la produzione e l'occupazione decrescono, il
malessere sociale ed individuale dilaga senza freni colpendo classi e ceti
diversi. Può sembrare superstizione, ma il clima generale è
apocalittico e millenaristico.
Gli unici a guardare oltre la soglia del 2000 sono pochi umanisti visionari
e pochi rapaci ottimisti del Capitale.
La società post-moderna ed energotronica sembra avviata ad assomigliare
al mondo della fantascienza: una massa amorfa schiavizzzata e drogata a
fronte di un'élite del potere e del danaro; in mezzo, qua e là,
qualche mistico predicatore.
Viene subito da pensare alle somiglianze con epoche quali l'alessandrina,
il tardo impero romano, il seicento, il fascismo.
Epoche decadenti, raffinate anche, ma odorose di morte, ridondanti , orpellose
e gaudenti; amorali per disperazione.
La facciata è decorosa, quasi elegante. Le facce dei cronisti televisivi,
il linguaggio degli elzeviristi, i discorsi dei politici sono compassati,
dignitosi, qualche volta raffinati e sottili. Riprende corpo la cronaca
rosa (come negli anni '50) dei reali d'Inghilterra; rinasce il music-hall;
il cinema propone la fantasia, magari tecnologizzata, dei più ingenui
fumetti; l'androgino furoreggia. L'effetto è tragico.
Come quando nei film si vede la figlia del colonnello festeggiare i suoi
diciott'anni in abito di tulle, mentre fuori il padre viene scotennato dagli
indiani.
L'Italia mostra un abito di tulle. Intanto, circa duecentomila giovai si
stanno facendo il buco quotidiano nel solito sottoscala. Dieci milioni di
"vecchi" vengono rinchiusi in monolocali e guardati a vista dai
televisori. Tre milioni di handicappati percorrono il loro calvario da un
"territorio" all'altro. Cinque mila operai ogni anno muoiono per
"disattenzione" sul lavoro. Centoottantamila adulti circa, nella
sola Milano, vengono classificati analfabeti (d'andata e ritorno). Quindicimila
famiglie del Belice vivono quasi sempre accampate dopo oltre due lustri
dal terremoto. Mezzo milione di persone è già virtualmente
sfrattato e senza casa. I suicidi sono in aumento: d'altronde la droga non
è un suicidio "differito"? Le psicoterapie si moltiplicano
geometricamente. Cartomanti, astrologi, esorcisti vivono un periodo aureo.
Ma l'Italia mostra un abito di tulle.
Una delle balze di questo tulle è l'animazione I governi locali,
di ogni colore e gradazione, hanno scoperto l'animazione. Persino l'esercito
ha scoperto l'animazione. Venezia muore, il Comune riscopre il Carnevale.
Una bomba uccide 80 turisti ignari? Bologna commemora il fatto con l'animazione.
Il centro storico di Roma si decompone per il traffico e lo smog: la Giunta
lancia il cineclub di massa. A Milano si arriva a morire di animazione,
cadendo da un fatiscente ponticello, ma la Giunta seda le angosce con risotti
più abbondanti.
L'animazione è dunque diventata una decorazione, un'evasione, un'attività
illusionistica, una droga culturale. Essa ripristina i fatti e le nefandezze
etiche degli imperatori romani, del barocco e del nazifascismo.
Gli antenati di Nicolini, assessore di una Giunta "progressista",
sono Nerone (?) ("panem et circenses") , G.B. Marino ("
è del poeta il fin meraviglia"), G. D'Annunzio l'immagnifico.
Con qualche eco dell'architetto nazista Speer (scenografo delle Olimpiadi
di Berlino).
Ha una grande tradizione dunque il nostro teorico dell'effimero, dell'immaginario
e del meraviglioso.
Al confronto sbiadisce il radicale Aghina, che si muove sulla scia dei vecchi
dopolavoro padronali ne dei caserecci sabati fascisti sull'aia. Sport (la
Stramilano è uno dei fiori all'occhiello degli assessori milanesi);
un pò di ballo liscio e di musica tradizionale con ruderi riciclati
(Rita Pavone e don Lurio al Castello Sforzesco!); un pizzico di spregiuducatezza
con Renato Zero e di avanguardia coll'impacchettamento del monumento a Vittorio
Emanuele; ed infine tante belle mangiatone di risotti in piazza Duomo.
Ecco la ricetta dei minculpop degli anni '80 nella città più
europea d'Italia.
Ma anche Bologna non scherza. Commemorare un'ottantina di morti facendo
"dire" da Carmelo Bene qualche pezzo dantesco dalla torre degli
Asinelli, è un'idea da premio Nobel per la pace.
Vorrei subito sgombrare il campo dal dubbio che qui si voglia fare un attacco
ai governi locali di sinistra. La manipolazione, la stupidità, l'incultura
inquinano purtroppo Giunte di ogni colore. Si parla qui di Roma, Bologna,
Milano perchè sono grandi città e perchè si sono esse
stesse "fatte chiacchierare" su ogni mezzo di informazione. Più
avanti parleremo di esempi positivi, gestiti da Giunte anch'esse "rosse".
Un fatto indiscutibile, purtroppo, è che i cattivi esempi sono sempre
più seguiti. Giunte di ogni color, città e paesini di ogni
parte d'Italia, stanno imitando i "mostri" arrivando al grottesco.
Bari, Rivisondoli Capracotta, Desenzano, Rimini, Cuneo stanno "nicolizzandosi"
alla caccia dell'effimero, purchè sia costoso e chiacchierabile.
Una caccia smodata in una logica da circo Barnum: sempre più stupefacente.
Se non si trattasse delle nostre teste e dei nostri soldi, ci sarebbe da
ironizzare sulle prossime trovate.
Stefano Benni auspica un incontro di calcio Roma-Brasile in piazza Navona,
facendo saltare le fontane. Bologna potrebbe commemorare il secondo anniversario
della strage, facendo suonare le Valchirie dall'orchestra della Scala, sospesa
ad un pallone aerostatico a cento metri dal suolo. Milano, che si appresta
a commemorare Leonardo, potrebbe offrire risotti surgelati a tutti i Leonardi
del mondo; far cantare Leonard Coen dalla Madonnina; costruire una statua
della Gioconda con 100.000 lattine di birra. Venezia potrebbe coprire per
una settimana tutti i canali ed aprire al traffico la città, lanciando
un "carnevale meccanico".
Ma il segno della degradazione e della strumentalizzazione maggiore viene
dall'operazione "caserme aperte". Ancora non si parla di animazione,
ma ci saremo presto. I luoghi di addestramento alla morte e all'omicidio;
gli spazi dell'incultura e del paradosso; i territori di assuefazione alla
droga ed alla omosessualità: le caserme, si aprono al territorio
con feste, frizzi, lazzi, cotillon.
A quando l'animazione carceraria?
Ho detto che l'animazione
è divenuta una balza dell'abito di tulle dell'Italia, perchè
essa non è nata per essere usata come ora.
Non è colpa della nudità se viene trasformata in pornografia;
nè del papavero se diventa droga. L'animazione, nel peggiore dei
casi, è nata come sogno illuminista, come speranza nell'uomo e nel
futuro; ed è diventata quello che è, nelle mani di necrofori
post-moderni.
Assai più onesta è l'animazione di Rotschild, che nel Club
Mediterranèe la usa dichiaratamente per risparmiare sui servizi alberghieri
ed attirare clienti in cerca di illusioni. O l'animazione delle vendite,
che si propone apertamente di vendere di più.
Almeno costoro usano l'animazione pagandola direttamente. Mentre le nuove
èlites del potere locale ne fanno un uso commerciale-partitico, illusionistico
e plagiatorio, a spese dei contribuenti.
Paradossalmente, era dai tempi del fascismo che non si vedeva un uso tanto
privato della cultura, quanto oggi che sembra di massa.
La cultura oggi è diventata un business politico, un mercato di tessere,
clientele, favori a vantaggio dell'assessore di turno. Forse era la stessa
cosa nei vent'anni di regime democristiano, ma ciò non migliora di
una virgola la situazione. L'animazione culturale non è affatto promozione,
sviluppo, cambiamento, investimento sul futuro.
Essa è mero consumo. Sfruttamento del plusvalore politico da parte
dei governi locali. Assopimento delle coscienze.
Per fortuna ci sono delle eccezioni ed è di queste che ci occuperemo.
Esse sono numericamente ridotte, poco appariscenti, faticose, scarsamente
redditizie sul piano clientelare. Non fanno notizia su una stampa che è
fatta sugli stessi paradigmi del sensazionale e dell'effimero. Purtuttavia
esistono e sono nostro il futuro.
Prima di entrare nel tema, un'ultima notizia. Gli assessori d'assalto difendono
spesso le loro iniziative segnalando come un successo quello di aver mosso
masse di cittadini.
Mi sembra facile rispondere che "muovere le masse" è meritevole
solo se lo è il "motivo" per cui si muovono. Se non analizziamo
questo motivo, dobbiamo ammettere che i veri animatori socioculturali dell'epoca
moderna sono Mussolini, la Federazione Italiana Gioco Calcio, Fausto Coppi,
Franco Franchi, Mike Buongiorno e Sophia Loren. A quando un cineforun, una
mostra ed un convegno su costoro?
1. Ente pubblico ed animazione socioculturale
Essenzialmente sono
due i motivi validi per cui l'Ente pubblico deve occuparsi di fornire servizi
ai cittadini.
Il primo è quello si coprire aree di bisogno la cui soddisfazione
non è economicamente remunerativa. Pensiamo ad una linea telefonica
in un paesino sperduto, oppure alla ricerca scientifica, oppure ancora ai
trasporti suburbani.
Il secondo motivo è quello di sottrarre alla speculazione
privata (economica)e/o ideologica) settori ritenuti essenziali ai cittadini.
La scuola, la sanità,l'assistenza pubblica si fondano su questo principio.
Ciò che differenzia lo Stato totalitario da quello democratico è
che il primo vuole sottrarre certi settori alla speculazione ideologica
privata, per garantirsi una propria influenza ideologica.
I regimi fascista, nazista, sovietico (tre classici esempi di Stato totalitario)
controllano la scuola, la sanità, la cultura, l'arte, l'informazione
allo scopo di influenzare attraverso esse la società civile.
I regimi democratici si basano su una diversa concezione del pubblico. In
essi l'intervento pubblico ha una funzione garantista; serve a creare uno
spazio di tutela delle libertà, che altrimenti rischiano di essere
asservite ai potentati economici o ideologici privati.
L'ordinamento scolastico italiano dichiara esplicitamente che non esiste
una "pedagogia di Stato", ma, nell'ambito di principi ispiratori
generali,viene lasciata una libertà d'insegnamento ai singoli docenti,
ed una certa discrezionalità d'orientamento agli organi collegiali.
Tutte le critiche rivolle alla Scuola italiana, da ogni parte politica,
hanno riguardato in questi anni semmai la scarsa traduzione in pratica di
questo principio,l'eccessiva centralizzazione, il soffocante controllo ideologico.
Discorso analogo vale per l'informazione pubblica, che viene sostenuta da
ogni parte come tutela della pluralità e delle libertà, non
come portavoce del Governo. Quando ciò accade (anche troppo spesso)
si parla di ingerenze di regime.
Gli interventi culturali dell'Ente pubblico sono dunque di due tipi.
Il primo è
finalizzato ad orientare, convincere, manipolare, trasmettere,controllare
i valori, le conoscenze, le mode, i comportamenti. Riducendo alla sostanza
la questione, possiamo definire questo intervento come totalitario, qualunque
sia il colore del governo che lo gestisce. A questa categoria appartengono
gli interventi del Minculpop dell'era fascista; gli interventi per l'arte
del realismo socialista; gli interventi per la celebrazione dell'effimero
e del meraviglioso di certe amministrazioni attuali.
Un secondo tipo di intervento pubblico è quello finalizzato a garantire
la libertà , ad offrire ulteriori opzioni, a stimolare lo sviluppo,
a consentire spazi e strumenti. Possiamo definire questo tipo di intervento,
democratico e pluralista.
La differenza fra i due modi di intervenire del pubblico è centrata
sul fatto che lo logica totalitaria si considera depositaria di valori da
conculcare (una volta l'ordine, un'altra il realismo, un'altra ancora la
kermesse ); mentre la logica democratica si considera garante di spazi che
la società civile deve riempire di valori. La prima si basa sui contenuti,
la seconda sui contenitori. A questo secondo tipo di intervento si ispira
la nostra Costituzione Repubblicana, ma anche gli interventi culturali di
una minoranza (per ora) di Enti locali fra cui annoveriamo Torino, Verona,
Massa, Pordenone, Genova, Forlì: per citare solo quelli che conosciamo
più direttamente...
Questa dicotomia tipologica non va confusa con l'antinomia fra Stato etico
intenzionale e Stato liberale qualunquista. Un Ente pubblico che garantisce
solo spazi, strutture, servizi (cioè contenitori) si basa sui valori
della libertà, della pluralità, della fiducia nella crescita
dal basso, dell'autonomia della società civile.
L'animazione socioculturale è un'attività che si può collocare a cavallo fra l'intervento educativo e l'intervento culturale.
Essa non è ne
può essere priva di intenzionalità e di valori; ma ciò
non significa che debba essere il "braccio seduttore" del governo
in carica. L'Ente pubblico può e deve occuparsi di animazione socioculturale
in quanto essa oggi rappresenta un'occasione di investimento sul futuro,
dì recupero della qualità della vita, di sviluppo delle potenzialità
dei cittadini e delle istituzioni.
Tutto dipende dal "come".
Esiste molta confusione oggi tra animazione socioculturale, festa e spettacolo.
Amministratori locali, gestori di campeggi e pseudo-operatori culturali di regime, organizzano piccoli baccanali di provincia, con tanto di giullari , menestrelli e saltimbanchi, ma paludano l'evento con la definizione nobilitante di animazione. Per lo spettacolo
la questione è anche più chiara. Se lo spettacolo è
di consumo, come lo sono la maggior parte di quelli promossi dagli Enti
locali, allora e giusto che sia pagato da chi lo consuma. Trovo perlomeno
folle che l'Ente pubblico, coi soldi di tutti i contribuenti, finanzi anche
solo parzialmente spettacoli di Renato Zero, di Rita Pavone o del teatrino
d'avanguardia, iscritto al partito di turno. Lo spettacolo va pagato coi
soldi di chi ne fruisce; se questi non bastano, lo spettacolo non si fa.
I cittadini che, a buon diritto, non fruiscono di certi ignobili avanspettacoli,
non hanno alcun dovere di contribuire alla spesa. È ora che si sancisca
che impresari da operetta, cantanti e attori da soffitta, artisti variopinti,
ballerini con deficit psicomotori, che non riescono a vivere del loro lavoro,
devono trovarsi un altro lavoro con cui vivere. Oltretutto si pone un problema
di concorrenza fra Ente pubblico e privati. Certi interventi di Enti locali
hanno messo in ginocchio i già boccheggianti gestori di cinema; in
qualche caso hanno fatto fallire gestori di balere e impresari di spettacoli.
Il risultato finale è una dequalìficazione dei prodotti spettacolari
ed una inclusione nelle mafie partitiche dei commercianti puri di spettacolo.
Dieci anni fa a Milano esistevano impresari privati di spettacoli internazionali.
Oggi si fanno gli stessi spettacoli, agli stessi prezzi, solo che gli impresari
privati sono "taglieggiati" da organizzazioni para-politiche,
senza la intermediazione delle quali non si fanno spettacoli. Brillante
risultato dell'intervento dell'Ente pubblico nel settore spettacoli.
Qualcuno afferma che questo intervento e necessario per evitare che le
classi ed i ceti meno
privilegiati siano esclusi dagli spettacoli.
Obiezione numero uno: il fatto che certe classi o ceti siano esclusi da
certi spettacoli e solo un loro privilegio; l'esclusione consente loro di
perdere con meno velocità lo spirito di classe e la dignità.
Obiezione numero due: è tutto da verificare che a certe kermesse
urbane partecipano classi, ceti e gruppi abitualmente esclusi. Certe serate
populistiche di "decentramento culturale" nei quartieri periferici,vengono
affollate dai soliti magnifici "happy fews" che si godono spettacoli
creati solo per loro, pagando metà del prezzo che sarebbero disposti
a pagare (l'altra metà la paga la collettività).
Obiezione numero tre: anche se ceti o classi o gruppi sottoprivilegiati
sono esclusi da certi spettacoli, ciò è assai meno grave del
fatto che questi stessi sono esclusi dalle scuole d'arte, dai conservatori,
dalle accademie che sono tenute in pessimo conto dagli Enti pubblici; sono
esclusi a volte anche dalle scuole medie; sono esclusi dai luoghi di ritrovo
di quartiere (che non esistono). Tanta sensibilità per la fruizione
di spettacoli da parte di gruppi emarginati, sarebbe assai meglio riposta
se diretta alle precondizioni della stessa fruizione.
Una seconda categoria di casi, riguarda gli spettacoli cosiddetti d'arte:
il balletto, la musica "seria", le mostre, ecc. Tutto quanto riguarda
la "cultura alta". Coloro che convengono sull'assurdità
di finanziare spettacoli di basso livello, difendono l'intervento culturale
dell'Ente pubblico nei casi di "arte e cultura".
A parte il fatto che la distinzione fra cultura alta e bassa, arte e non
arte è un dibattito insoluto da duemila anni, il problema è
di economia delle risorse. Solo la stupidità dell'Italietta può
pensare che la caccia al "primato" si persegue puntando tutto
sulle star.
È in base a questa logica che dietro la Scala come dietro Mennea;
dietro Fellini come dietro Eduardo, c'è il semivuoto. Che nelle Facoltà
di Psicologia si insegna più psicologia animale che psicologia del
Lavoro. Che città culturalmente cadaveriche, come Trieste, spendono
soldi per mostre sugli ori precolombiani.
È ammissibile l'intervento pubblico in settori artistici e culturali
tradizionali elevati e sofisticati, purché si sia prima provveduto
alla creazione di un tessuto culturale di base e di massa. O purché
l'intervento artistico e culturale "di spicco" si innesti in un
programma strategico dell'Ente locale. In questo settore si raggiunge il
grottesco. Operazioni spericolate, sofisticatissime, d'avanguardia, in paesi
e cittadine dove la vita è segnata dal deserto culturale. Aggregati
urbani dove normalmente ai giovani si offre solo la corsa ciclistica domenicale,
non mancano una volta l'anno di ospitare (investendo gran parte del bilancio
culturale del Comune) il coro brasiliano, il trio di musica celtica, il
gruppo di ballerini cambogiani. L'esotico, l'astruso, l'incomprensibile,
diventano simbolo della vocazione alla "cultura alta" dell'assessore
d'assalto.
Ci sembra di aver dimostrato che le feste e gli spettacoli non devono essere
gestiti dagli Enti locali e che esse hanno raramente a che fare con l'animazione
socioculturale.
Questo discorso vale naturalmente per molte situazioni italiane nelle quali
feste e spettacoli, per lo più di dubbio gusto, sono l'unico o il
maggiore tipo di intervento pubblico nel settore culturale. Non escludiamo
che all'interno di un programma pluriennale, sulla base di strutture e servizi
diffusi, l'Ente locale possa anche saltuariamente occuparsi di di feste
e spettacoli. Questi non sono l'Animazione nè debbono essere l'intervento
pubblico, ma possono essere un momento dell'animazione e dell'intervento
pubblico.
2. L'animazione socioculturale
Già in altri
contributi ho cercato di definire con qualche rigore il termine di animazione:
limiterò al massimo qui il dibattito su questo tema.
L'animazione è un'attività di promozione degli individui,
dei gruppi e delle comunità urbane. Il terribile aggettivo di socioculturale
serve a distinguere l'animazione che si rivolge alla città (socio)
ed all'area culturale, da altri tipi di animazione che si specificano per
i mezzi che usano (teatrale, musicale, ecc.). La specificazione si giustifica
assai più per eredità storiche ed influenze geografiche, che
per un'esigenza sostanziale.
Il termine è di origine francese ed ha navigato dalle famose "maisons
de la culture" ai nostrani "centri di lettura". L'accezione
più diffusa oggi in Italia è quella di "un'azione culturale
rivolta agli adulti". Il termine "animazione" tout court
richiama troppo l'aspetto ludico e d'altra parte il concetto di intervento
o azione odora troppo apertamente di colonialismo.
2.1. Si usa il termine
di animazione socioculturale per indicare "una pratica sociale organizzata
al fine di sviluppare la cultura di un aggregato civile". Il nodo da
risolvere in definizioni di questo tipo è cosa significhi "sviluppare
la cultura".
Oggi nessuno identifica la cultura con le nozioni. Qualcuno considera cultura
la padronanza dell'insieme di conoscenze sviluppatesi nella storia dell'uomo.
Ma questa concezione è troppo "passiva" e "archivistica"
per essere attuale ed esaustiva. Alla conoscenza delle conoscenze si tende
affiancare la conoscenza degli strumenti che producono conoscenza. Alla
cultura intesa come enciclopedia, si aggiunge oggi una cultura intesa come
officina. Dieci anni fa si sognava di officine culturali che sorgevano miracolosamente
dalla coscienza e dalla storia, mentre si rinnegava l'enciclopedia come
retaggio autoritario Oggi si conviene che la produzione di conoscenze segue
la padronanza di almeno le maggiori conoscenze precedenti.
Per conoscenze non intendo qui quelle scientifiche soltanto, ma anche quelle
artistiche, storiche e sociali. Sviluppare la cultura oggi significa dunque
sviluppare la padronanza della cultura esistente e la capacità di
produrne di nuova. Questo oggi è tuttavia un compito da realizzare
"a valle" di un altro compito forse più difficile, che
è quella di "stimolare la gente a scoprire il proprio interesse
e potenziale culturale". La cultura ha a cha fare colle attività
mentali e psichiche. Anche quando nasce da un'esperienza o da un'azione
manuale, la cultura, per divenire tale, deve passare attraverso riflessioni
e produzioni simboliche. La stessa tradizione orale, che sembra più
immediata, per essere fatto culturale deve subire la mediazione dei valori
simbolici, che sono prodotti da attività mentali e psichiche. La
stessa caccia alla preda nella foresta, fatta da un giaguaro e da un indigeno,
è fatto culturale solo per l'indigeno, in quanto solo per lui essa
ha connotati simbolici, religiosi, rituali, sociali. Sviluppare la cultura
significa dunque sviluppare le attività mentali e psichiche. Attività
che sono assai rare nell'adulto contemporaneo. Contemplare, riflettere,
provare emozioni sono attività sostituite pesantemente da altre più
comuni oggi: consumare, stordirsi, guardare, funzionare freddamente. La
logica produttivistica tende all'automatismo ed alla specializzazione, al
conformismo ed alla ripetizione. I giudizi sono assai più faticosi
ed antieconomici dei pre-giudizi.
Pensare, produrre cultura, produrre atre, sono attività sottratte
all'uomo comune e delegate all'esperto o all'artista, trasformati in lavoratori
dell'industria culturale. L'attività culturale, che connota l'umano
nella sua essenza, è stata mercificata e sottoposta alle leggi del
mercato. La filosofia, la teologia, la politica e la psicologia sono territori
da esperti.
Ormai ciò che sembra distinguere una società democratica da
una non democratica è solo il fatto che , nella prima, gli esperti
e i tecnici possono essere "guardati" liberamente. La gente comune
sembra non avere interesse a "produrre cultura" e sembra non avere
coscienza di poterlo fare. Sviluppare cultura oggi significa primariamente
risvegliare nella gente la coscienza del bisogno di cultura e del potere,
che essa ha, di fare cultura. E non è possibile fare questo, dando
ai cittadini prodotti culturali preconfezionati, da osservare e applaudire.
Occorre anche chiedersi se la cultura sia un fine o un mezzo.
Credo che essa sia in parte
un fine, un godimento ed un'elevazione in sè. Ma ritengo sia necessario
vedere la cultura anche come un mezzo per migliorare la vita. Conoscere
la storia dell'umanità e saper produrre idee nuove, sarebbero un
esercito decorativo se per esempio non servisse a frenare l'apocalisse nucleare.
Chi sa leggere, accetta più difficilmente le manipolazioni. Chi riesce
a pensare, mette
mano alla pistola più raramente. Chi sa produrre idee o arte, cerca
meno intensamente una morte per droga.
L'animazione socioculturale è dunque una delle tante leve utili al
cambiamento della vita sociale. Dico "una delle tante" e non "la"
leva, perché non basta il dotto cineforum a far sparire la disoccupazione.
L'utopia illuminista è in questo ridimensionata. Lo sviluppo culturale
è un vettore del cambiamento da affiancare ad altri vettori (economici
politici, giuridici, ecc.). Per concludere possiamo definire l'animazione
socioculturale come "una pratica sociale organizzata alfine di sviluppare
i bisogni, le potenzialità e la cultura di un aggregato, che aumenta
attraverso essa le possibilità di migliorare la qualità della
sua vita".
2.2 Naturalmente questa è una definizione teorica.
L'uso dell'animazione
ne richiede una definizione operativa.
Migliorare la qualità della vita di un quartiere o una città,
attraverso operazioni culturali, significa far discendere da questa finalità
generale degli obiettivi concreti. Un'Amministrazione locale seria, programma
il raggiungimento di obiettivi mediante piani articolati. Tali piani possono
centrarsi su direttrici diverse ma precise e devono consentire la identificazione
di indicatori del loro successo o insuccesso.
Finora la politica culturale degli Enti locali è dominata dalla casualità
dalla provvisorietà e dall'assenza di verifiche.
In molti casi questo impostazione viene suffragata da teorizzazioni sull'effimero
, ma in moltissimi casi si spiega solo con l'assenza di visione prospettica,
con l'avidità di consenso e di clientela.
Le iniziative culturali non si giustificano quindi per i risultati, ma per
se stesse e per il numero di partecipanti. La quantità di partecipanti
è il metro sostitutivo della qualità e della intenzionalità
degli interventi.
Le direttrici principali su cui centrare gli obiettivi operativi, sono:
la partecipazione e l'aggregazione sociale, l'educazione e i linguaggi espressivi
, la riduzione della devianza e dell'emarginazione.
Aumentare la cultura per migliorare la vita, significa aumentare il grado
di coinvolgimento e quindi di potere dei singoli e dei gruppi nella comunità
:
a) Un programma culturale deve proporsi quindi di moltiplicare l'aggregazione , facilitando la creazione di gruppi, associazioni, cooperative che abbiano forma stabile e vita continuativa. È ridicolo chiamare aggregazione quella dei centomila ascoltatori di Bob Marley a S. Siro. Per aggregazione sociale intendiamo un accorpamento stabile e duraturo di persone o gruppi, che abbiano fini comuni, relazioni significative, attività compartecipate. Nello stesso senso va l'incentivazione della partecipazione alla vita associata: gli organi collegiali della scuola, i comitati di gestione delle biblioteche e dei servizi sanitari, i consigli comunali e circoscrizionali, le associazioni ed i Partiti.
b) II miglioramento culturale e della vita passa anche attraverso la diffusione delle conoscenze e degli strumenti per produrre nuove conoscenze. Obiettivi di un programma culturale sono dunque: la riduzione dell'analfabetismo e l'aumento della diffusione libraria; la moltiplicazione dell'innovazione scolastica e la riduzione delle ripetenze e degli abbandoni; la trasmissione di linguaggi espressivi non tradizionali (teatro, cinema, manualità, pittura, ecc-); l'aumento dell'educazione non direttamente scolastica (alimentare, ambientale, stradale,sanitaria, sessuale, ecc.).
c) La terza direttrice
è quella della riduzione della devianza e dell'emarginazione.
L'aumento della cultura è sterile accademismo se non consente la
riduzione di fenomeni quali la droga, la delinquenza minorile , la violenza
sulle donne e sui minori, la ghettizzazione delle minoranze sociali (anziani,
handicappati, immigrati, ecc.).
Fare animazione socioculturale significa impegnarsi concretamente in queste
tre direttrici, con interventi pianificati poliennali e controllabili negli
effetti, attraverso indicatori sociali predeterminati.
Non occorre essere intellettuali per capire che Bari e Rovereto devono fare
interventi culturali di questo tipo prima di promuovere serate con Luis
Falco e il teatro Kathakali.
3. Strutture, organizzazione, programmi, persone
Indirizzare l'animazione
socioculturale verso gli obiettivi concreti su indicati è certo cosa
meno facile ed eclatante che fare spumeggianti serte del teatro kabuki.
Fare dell'animazione socioculturale sul serio richiede la messa in azione
di strutture, organizzazioni, programmi e persone qualificate.
Non è problema economico, come sostiene qualcuno in evidente malafede.
A parte il fatto che una valutazione economica dipende dai risultati: è
senz'altro più colpevole buttare al vento cento milioni che investirne
fruttuosamente duecento. Un programma di animazione socioculturale serio
può costare la stessa somma di un programma effimero Questi ultimi
fra l'altro, per la loro naturale tendenza alla Bamum, tendono a gonfiarsi
vertiginosamente di anno in anno.
Sarebbe interessante, per esempio, conoscere quale eredità ha lasciato
l'operazione Ronconi-Prato, costata pare mezzo miliardo. O sapere il costo
dell'operazione di archeologia filmica sul Napoleon a Roma. Oppure , quanti
gruppi giovanili si sarebbero potuti finanziare a Bologna, con quei sessanta
milioni bruciati in una sera per sentire la voce di Bene?
I queruli Amministratori che pongono perennemente per i tagli di bilancio
e le magre finanze locali, dovrebbero anzitutto fare i conti di quanto sperperano
persistendo nella incapacità (o non volontà) di fare programmi
interassessorili coordinati. In molte città non solo non si fanno
iniziative coordinate, ma addirittura si esibisce la più squallida
concorrenza.
Un operatore culturale di prevenzione del fenomeno droga deve certo coinvolgere
competenze sanitarie, sportive, assistenziali, magri anche urbanistiche.
Nove interventi su dieci, fra quelli realizzati oggi in Italia, sono fallimentari
in partenza per la mancanza di una visione integrata e coordinata.
L'animazione socioculturale richiede strutture, edifici, spazi ed attrezzature.
3.1 Non è necessario
pensare a faraoniche nuove costruzioni affidate ai soliti architetti di
moda. In Italia non mancano affatto le strutture, se non in casi rari. Si
tratta di riutilizzare il patrimonio pubblico esistente. Ci sono
spazi sportivi sequestrati da singole società ad uso strettamente
riservato per l'agonismo. Ci sono palazzi e locali comunali assegnati ad
associazioni e gruppi, morti da decenni. Ci sono biblioteche frequentate
da dieci persone la settimana; scuole utilizzate cinque ore al giorno; teatri
e cinema vuoti la mattina e parecchie sere la settimana e parecchi mesi
all'anno. In compenso se un gruppo di giovani vuole riunirsi può
sciegliere solo fra bar, l'oratorio o le cantine dei palazzi fatiscenti.
A Milano, un gruppo che desidera fare un convegno si sente di consigliare
dal Comune, l'affitto delle sale dell'Hotel Michelangelo. Le nuove costruzioni
possono anche essere progettate, per il futuro.
Da subito lEnte
locale potrebbe instaurare la regola che tutti gli ambienti pubblici possono
essere usati da tutti i gruppi di interessati, in orari diversi concordati
con una segreteria centralizzata. Il rischio che si corre è qualche
danneggiamento o qualche inconveniente circa lordine e la pulizia.
Ma gli ossessionati dallordine, dalla pulizia, dovrebbero pensare
ai rischi che una città corre nel lasciare costantemente ai margini
della vita associata e culturale, migliaia di persone.
3.2
Oltre che strutture servono attrezzature. La maggior parte dei gruppi
spontanei muoiono per non avere un luogo di ritrovo e per mancanza di soldi
per un telefono, un ciclostile. Un Ente locale interessato a fare animazione
socioculturale dovrebbe pensare anzitutto ad organizzare una segreteria
cittadina aperta a tutti i gruppi di persone interessate ad avere un
servizio pubblico di segreteria, ciclostile, archivio, magazzino.
Sorge dunque un problema di organizzazione. In genere i funzionari operanti
nelle organizzazioni culturali hanno provenienze molto variopinte: i loro
sistemi di formazione e selezione sono largamente discutibili. Tuttavia
è pur sempre qualcosa che esistano e che si occupino stabilmente
del settore socioculturale. Ho conosciuto Assessorati che conducevano operazioni
socioculturali disponendo di un regioniere della contabilità o di
un funzionario del decentramento a part-time, e nessun altro. Parlo di cittadine
di 50-60.000 abitanti, non di frazioni.
Un Ente locale che voglia effettuare interventi socioculturali deve disporre
di uno o due addetti al centro, che siano preparati o che si preparino dal
momento in cui si avvia un progetto; ma soprattutto deve disporre di un'organizzazione
periferica. Nella migliore delle ipotesi questa organizzazione deve essere
autonoma, cioè fatta di operatori socioculturali che lavorino full-time
per l'Assessorato, come dipendenti o attraverso un contratto di prestazione
professionale o per convenzione. Nel caso in cui non sia possibile la situazione
ottimale, occorre provvedere all'utilizzo e alla valorizzazione
delle risorse esistenti.
Per esempio, organizzando un apposito gruppo di lavoro composto di operatori
pubblici organizzati (ce ne sono molti di più di quanto si pensi):
dal bibliotecario all'assistente sociale, dall'insegnante comandato al direttore
del teatro comunale. Oppure concordando programmi con le istituzioni già
operanti, magari confusamente o svogliatamente, sul territorio urbano: dalla
USL al Distretto Scolastico; dal museo al centro sportivo. Oppure infine
stimolando e convogliando le forze attive del volontariato, organizzato
e non: associazioni culturali, ricreative e sportive, gruppi spontanei,
studenti universitari.
Esiste un'enorme quantità di risorse male incanalate, sottoutilizzate,
sprecate nella società metropolitana, che necessitano solo di stimoli,
indirizzi, aiuti e coordinamento.
3.3 Un altro problema cruciale è quello dei programmi finalizzati.
La logica attuale
degli interventi culturali, abbiamo detto, è prevalentemente
quella dei fuochi d'artificio.
La logica tradizionale,
più compassata e realista, e quella del servizio
culturale. Biblioteche, Centri di lettura, Centri per il tempo libero,
musei, conferenze dotte: l'Ente locale organizza servizi che offrono, ad
orario fisso s'intende, la possibilità di fruizioni culturali.
Questa logica ha due
nei.
Il primo è che non ci si può rendere conto se e quanto
questi servizi servano, quale è la loro incidenza sul costume culturale
e sulla qualità della vita.
O meglio, salvo rari casi, si intuisce che hanno poco o nessun peso dal
numero dei loro utenti, che in genere è bassissimo.
Il secondo neo ha come spia proprio la scarsità dell'utenza. L'ideale
utente infatti, tanto consapevole dei propri bisogni culturali e dei modi
per soddisfarli, che dovrebbe far uso del servizio culturale pubblico, è
quello che ha meno bisogno del servizio stesso in quanto ha le possibilità
di soddisfare in altri luoghi le proprie esigenze culturali. Gli analfabeti,
che sarebbero i più bisognosi dei servizi di biblioteca, non vanno
certo in un posto di cui non sanno nemmeno leggere gli orari d'apertura.
I giovani sbandati saranno gli ultimi ad entrare in un Centro di tempo libero
(anche perché in genere, quando in questi Centri entrano troppi "sbandati",
l'Ente locale li chiude, come è successo a Torino ed a Milano).
Insomma i "servizi" rispondono ad un'impostazione illuministica che
immagina un cittadino capace di ascoltare i propri bisogni, scegliere fra
diverse opzioni, usare i servizi nel modo più giusto. Qualcosa come
le nobili teorie illichiane sulla scuola. La realtà è diversa.
Occorre passare dai "servizi" ai "programmi". Questo
significa utilizzare in modo diverso le risorse strutturali ed umane. L'Ente
locale deve identificare una direttrice di intervento, enucleare dei sub-obiettivi
pluriennali, e concentrare tutte le risorse centrali e periferiche, professionali
e volontarie, in interventi focalizzarti ; infine verificare se l'intervento
ha avuto un qualche risultato. Per fare questo non occorre chiudere i "servizi",
ma orientarne le attività verso le direttrici prescelte. Il programma
messo in cantiere a Torino e Forlì per i giovani, va un po' nella
direzione qui delineata, almeno stando ai documenti scritti.
3.4 Ma per evitare
di addentrarmi troppo nella cronaca, farò un
esempio di programma d'animazione socioculturale
per una cittadina intorno ai 50.000 abitanti, priva di operatori socioculturali.
Supponiamo che si sia decisa la priorità di un intervento di prevenzione
delle tossicodipendenze giovanili di durata triennale.
La scuola sarà coinvolta (nelle terze medie) non per le solite conferenze,
ma per l'avvio di attività espressive associate. Saranno promossi
ateliérs e corsi di avvio alle attività espressive per i ragazzi.
Parallelamente la biblioteca e la USL, d'intesa col Comune, prepareranno
dei volontari come animatori di giovani. Al termine della media e nei primi
anni delle superiori i giovani saranno collegati in gruppi ricreativi ed
espressivi dai volontari. Le famiglie seguiranno corsi di sensibilizzazione
alla droga, promossi dall'USL Per i giovani disoccupati funzionerà
un "servizio" comunale che stimola il sorgere di cooperative;
e che organizza i giovani in gruppi di lavoro sociale volontario.
Questo programmino appena abbozzato, non può che essere realizzalo
d'intesa con tutte le forze della comunità, laiche e religiose, professionali
e volontarie, partitiche ed istituzionali. Esso potrà avere scadenza
triennale ed alla fine essere verificato. Non soltanto in base al freno
posto alla tossicodipendenza (fenomeno che può avere portata più
ampia di quella locale), ma, per esempio, in base al numero dì gruppi
spontanei sorti nel triennio e sopravvissuti, al numero di volontari impegnati
continuativamente nel progetto, alla sensibilità mostrata dalle famiglie
nel trattamento immediato e responsabile dei casi presentatisi.
Tutto questo non si fa senza persone.
In Italia aborriamo il tecnicismo dei politici. Pensiamo sia inutile il
ministro supertecnico, perché egli deve anzitutto occuparsi di orientamenti
generali. Il guaio è che abbiamo fatto discendere questa logica fino
al più piccolo organismo di Amministrazione locale. Così abbiamo
insegnanti che fanno l'Assessore all'urbanistica; medici che fanno il Presidente
del Consiglio di circolo; sarti che fanno il Presidente dell'USL ; impiegati
che sono preposti; alle biblioteche, e così via. Credo dovremo distinguere
meglio fra quelle cariche la cui parte preponderante è l'indirizzo
generale, e quelle la cui parte preminente è la gestione del quotidiano.
Gli Assessori dei comuni piccoli e medi sono certamente anche i
managers del settore cui sono preposti per gli Assessori dei grandi
Comuni la cosa cambia di poco. Roma ha fatto una politica culturale
vergognosa, a mio avviso, ma ha fatto una politica culturale; e ciò
si deve anzitutto
alla presenza di un Nicolini, familiare ai temi della
cultura. Torino, che resta, secondo me, il miglior esempio attuale di
animazione urbana in Italia, deve questo primato al fatto di aver avuto
per anni un Assessore (Alfieri), con una seria esperienza d'insegnante e
di animatore.
Poiché i politici, si sa, ce li manda Iddio, dovremmo tener fermo
l'impegno di avere dei funzionari e degli operatori socioculturali preparati.
Il problema è
dove e come.
La Lombardia, regione pilota, ha da anni in gestione corsi per operatori
socio-educativi e socio-assistenziali, ma reputa evidentemente che non ci
sia bisogno di scuole per operatori socioculturali. Ci sono qua e la sporadiche
iniziative formative (citiamo Massa e Pordenone per tutte) ma sono assai
lontane dalle esigenze del Paese. Inoltre spesso capita che la formazione
delle risorse umane non va di pari passo con le necessarie strutture, coi
programmi d'intervento, con l'organizzazione dell'ente locale.
Di seguito parleremo di due esperienze di formazione di animatori, che
con tutti i limili ci sembrano paradigmatiche ed esemplari. Molti problemi
legati alle risorse umane sono aperti. Per esempio, la selezione e formazione
dei funzionari comunali preposti ai programmi di animazione socioculturale.
Perché non sceglierli fra coloro che hanno già una sensibilità
ai temi dell'intervento culturale? Perché non offrire loro un training
preliminare intensivo di un mese, prima di avviare un progetto che dovranno
coordinare? Perchè non offrire loro occasioni di consulenza e confronto
con altri funzionari in posizioni analoghe?
Per esempio ancora, la selezione e la formazione, l'aggiornamento e la supervisione
degli animatori inviali nei quartieri. Perché non investire su queste
cose, invece che sui risotti, gli altoparlanti e i fuochi d'artificio?
4. Caratteristiche di una vera animazione socioculturale
Per concludere, cercherà
di sintetizzare alcuni criteri generali che distinguono una vera animazione
socioculturale da altre iniziative ludico-effimere:
a) Animazione socioculturale
vuoi dire stimolazione e riappropriazione della cultura, e dunque del potere.
b) Fare animazione significa provocare cambiamenti utili al miglioramento
della vita dei cittadini.
c) Migliorare la vita
dei cittadini significa offrire loro la possibilità di espandere
le proprie potenzialità culturali.
d) Un intervento di animazione socioculturale deve soprattutto puntare al
futuro; il suo valore dipende da ciò che lascia di stabile.
e) Un vero intervento di animazione modifica (anche in piccola parte) strutture
ed istituzioni.
f) Gli ambiti principali dell'intervento socioculturale sono l'aggregazione
sociale e la partecipazione, l'educazione e la padronanza dei linguaggi
espressivi, la lotta contro l'emarginazione.
g) Gli interventi di animazione sono orizzontali, comunitari, partecipati;
l'animazione opera sull'intera utenza urbana e sulla prevenzione, con una
vasta gamma di strumenti.
h) L'animazione socioculturale deve integrarsi con tutte le altre forme
di azione sociale, presenti sul territorio.
i ) L'animazione opera principalmente per programmi poliennali e si prefigge
l'identificazione di indicatori di valutazione
1 ) L'animazione si avvale della competenza di animatori professionali,
di operatori sociali coinvolgibili in programmi d'animazione e di tutti
i volontari, organizzati e non presenti, sul territorio.
m) L'animazione opera in strutture apposite o collabora a strutture esistenti,
modificandole con la sua azione.
*
Estratto da QUADERNI DI ANIMAZIONE SOCIALE- ANIMARE LA CITTA, ISAMEPS,
Milano, 1982, pag.115- 132