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Animazione - Formazione - Terapia di Guido Contessa*
SOMMARIO
1. Premessa
2. L'animazione
3. La formazione
4. La terapia
5. Animazione, formazione e terapia: tre facce del cambiamento individuale
e sociale
1. Premessa
Negli ultimi tempi la domanda di Servizi Sociali è aumentata proporzionalmente
al livello di alienazione cui ci ha condotto la nostra organizzazione sociale.
Le mafie scientifiche e politiche si sono date da fare per dare una risposta
a questa domanda secondo il classico schema della divisione del lavoro. Siamo
così in presenza di almeno tre settori in concorrenza: quello artistico-culturale,
quello scolastico e quello medico. Ciascuna di queste branche, frammenti di
una cultura disintegrata, dispongono di operatori, esperti accademici e assessorati;
e tutti sfornano proposte il cui denominatore comune è quello di essere
parcellizzate. Si parte dalla constatazione che un'istituzione non funziona
al servizio dell'uomo; poi si fonda un movimento d'opinione che anteponga
l'aggettivo " nuova " al nome dell'istituzione stessa (nuova psichiatria,
nuova pedagogia, nuova cultura,ecc.); ed infine si richiedono a gran voce
dei Servizi Sociali che esprimano la strategia del rinnovamento per ciascuna
istituzione. Viene il sospetto che tutto ciò non sia altro che una
raffinata politica finalizzata all'avvicendamento delle élites.
Gli operatori più onesti sul piano ideologico arrivano naturalmente
all'analisi della dipendenza delle singole istituzioni dal sistema sociale
complessivo, e " dichiarano ", con coerenza, che il problema della
emarginazione, della alienazione e della ignoranza non dipendono dall'inefficienza
della singola istituzione. II guaio è che " dichiarano "
soltanto, mentre raramente realizzano in pratica un'esperienza alternativa.
II problema sta nel fatto che politici locali ed operatori sociali sono immersi
nella contraddizione fra unitarietà dell'esperienza umana e divisione
del lavoro e del sapere. Inoltre essendo politici ed operatori i detentori
del potere nel caso dei Servizi Sodali, è logico che essi tendano a
perpetuare la divisione del sapere, che sta alla base del loro stesso ruolo.
In seguito al processo di decentramento del potere statale, le Amministrazioni
locali e le comunità stanno moltiplicando i progetti di Servizi Sociali
di zona. Si assiste così ad una fioritura di Centri d'animazione e
biblioteche; di Centri di formazione permanente, d'orientamento scolastico
e di innovazione educativa; di Centri di igiene mentale e di recupero psicofisico;
di Centri di consulenza per la coppia, la donna, la gestante e l'anziano;
di Gruppi di animazione teatrale, espressiva e corporea.
Se questo pullulare fosse motivato da semplici esigenze di pluralismo, non
ci sarebbe niente da dire. Inoltre la prospettiva delle Unità Sanitarie
Locali o dei Comprensori per i Servizi Sociali, può far pensare ad
una prossima ricomposizione de! tessuto dei servizi. Credo però che
il pluraliamo delle iniziative e l'anelito pianificatorio non possano da soli
cancellare un problema culturale, scientifico e politico di così vaste
implicazioni. Anzitutto il problema è politico, nel senso che
ogni azione di cambiamento su un sistema complesso come quello sociale, deve
essere più articolata che settorializzata. Per esempio, fare un intervento
di animazione nella scuola dell'obbligo per stimolare una creatività
che poi sarà repressa; oppure fare un'innovazione pedagogica senza
tener conto del tempo extrascolastico; oppure attivare un intervento terapeutico
su bambini scolarizzati trascurando il cambiamento scolastico: sono operazioni
improduttive se nona addirittura dannose.
L'affermazione secondo cui un sistema alienante e repressivo deve essere combattuto
nella sua totalità, se può essere accettabile sul piano teorico
non lo è sul terreno pratico e porta a pericolose contusioni fra professionalità
e politica. Tuttavia anche l'illusione che l'innovazione specialistica, per
esempio nel settore dell'igiene mentale, possa realmente cambiare qualcosa,
è perlomeno ingenua.
In secondo luogo il problema è scientifico, ne! senso che il
dibattito teorico e tecnico sui rapporti fra creatività e socialità
e malattia mi sembra assai raro nel nostro Paese. Infine il problema è
culturale nel senso che esistono pregiudizi, stereotipi, particolarismi
di categoria, per cui gli operatori sociali riescono di rado a staccarsi dai
modelli tradizionali di divisione del lavoro
È difficile dire se questi problemi sono la causa o l'effetto di un
diffuso corporativismo degli operatori sociali che si traduce in una volontà
conclamata di " artistizzare " o " educare " o "
terapeutizzare" (secondo la corporazione) il mondo intero.
2. L'animazione
Questa attività
sociale ha assunto negli ultimi dieci anni una diffusione progressiva, articolandosi
in una varietà di spazi, di tecniche e di operatori diversi.
Per anni si è dibattuto se l'animazione fosse un modo particolare di
lavorare delle figure di operatori esistenti (insegnanti, attori, bibliotecari,ecc.)
oppure fosse una nuova specifica figura di lavoratore. Attualmente si intende
ad accettare entrambe le cose: molti operatori tradizionali fanno animazione
svolgendo in modo nuovo il loro vecchio lavoro, mentre altri operatori fanno
animazione gestendo un ruolo specifico. Si dovrebbe parlare per la verità
di due tipi di animatori: il tradizionale (che " anima " un dibattito,
o uno spettacolo, o un viaggio per nave) che lavora come catalizzatore di
curiosità o di divertimento; ed il " nuovo" animatore, che
lavora in termini altamente educativi. Della prima categoria fanno parte anche
gli animatori di circoli, centri culturali e riviste: spazi nei quali essi
hanno un ruolo di promozione e organizzazione.
I cosiddetti
nuovi animatori, con un atteggiamento spesso aggressivo e denigratorio, negano
ai vecchi la qualifica di animatori e identificano l'animazione con il proprio
modo di farla. Se questa posizione può essere corretta sul piano teorico,
in pratica ha prodotto una ghettizzazione delle due categorie ed una radicallizzazione
delle differenze, non sempre giustificata. L'ideologia che ispira la "
nuova " animazione, parte dalla constatazione che il nostro sistema sociale
reprime le istanze creative, espressive e socializzanti dell'individuo (bambino
o adulto). L'animatore professionale o l'operatore sociale che opera attraverso
un atteggiamento d'animazione, hanno il compito di facilitare e stimolare
la presa di coscienza di questa repressione e la riappropriazione delle istanze
represse. L'animazione dunque come educazione liberatoria. Il
gioco, l'espressione artistica (plastica, pittorica, musicale, teatrale o
visiva), la ricerca-intervento e la dimensione collettiva sono gli strumenti
principali di questo genere d'animazione. L'idea forza è che la liberazione,
cioè l'educazione, dell'individuo passi attraverso la appropriazione
da parte di tutto di strumenti che sono stati sottratti: l'arte (intesa come
attività espressiva e creativa), !a scienza (intesa come conoscenza
della realtà); la socialità (intesa come dimensione plurale
dell'uomo).
Tutti i nuovi animatori partono
da queste premesse generali, pur lavorando
in spazi e con tecniche diverse, e pur provenendo da matrici culturali diverse.
I tre settori più occupati da questi operatori sono: il soggiorno di
vacanza, la scuola ed il territorio. Non mancano presenze in altri spazi,
come le istituzioni assistenziali e totali, i centri culturali, i villaggi
vacanze; ma i tre mondi indicati occupano i 4-5 degli animatori disponibili.
In termini di utenza,
i più si rivolgono a bambini in età scolare. Dal pento di vista
delle tecniche sono privilegiate le tecniche teatrali ed il gioco, anche se
c'è una certa diffusione delle attività espressive, recentemente
allargate all'espressione corporea, gestuale e musicale.
Osservando qual
è l'ambito istituzionale nel quale operano gli animatori,non si può
non sottolineare la precarietà. Gli animatori di colonia (pubblica
o privata) hanno solo un impegno stagionale; mentre gli animatori scolastici
o effettuano brevi interventi volanti o lavorano nei doposcuola comunali.
Da qualche tempo però vanno diffondendosi, promossi dalle Amministrazioni
locali o da animatori uniti in cooperative, dei veri Centri d'animazione sparsi
sul territorio. Il Comune di Roma ne ha lanciati ben otto nel '75; il Comune
di Milano ha oltre cento campi-gioco sparsi perla città; la Regione
Lombardia ha teoricamente trasformato le biblioteche in Centri di animazione.
Molti Comuni dell'hinterland milanese stanno avviando o consolidando dei Centri
sociali o ricreativi o sportivi con funzioni d'animazione.
Tralasciando le esperienze più selvagge che si trovano spesso in questo
settore ancora giovane e trascurato, le iniziative più serie arrivano
quasi sempre ad un punto morto. Sia l'animatore che interviene nella scuola
sia quello che lavora in un Centro di quartiere, constatano l'inutilità
di un'operazione rivolta ad utenti che sono in relazione stabile con sistemi
più forti dell'animatore stesso. Che senso ha infatti un'animazione
in una scuola al pomeriggio, se l'eventuale creatività liberata non
trova incentivi (oppure viene punita!) nelle ore scolastiche del mattino?
Lo stesso vale per le famose "
feste in piazza ", che il più delle volte sono solo un'edizione
modesta del vecchio Carnevale. Molti dicono che uno stimolo alternativo in
una comunità è sempre meglio di niente, e si illudono che se
un bambino di Pietralata ha partecipato al corteo degli animatori con una
maschera fatta da lui stesso, questi ha " liberato la sua creatività
". Seguendo questa logica risulta difficile distinguere, dal punto di
vista dell'utente, il grado di animazione di una spettacolazione di Passatore
e quello di un concerto dell'orchestra Casadei. Il fatto è che obiettivi
educativi si raggiungono solo con attività che hanno almeno tre caratteristiche:
la lunga durata del rapporto, l'estensione del campo pedagogico e la verificabilità.
Se non vogliamo affiancare l'animazione alla folgorazione mistica, l'intervento
non può che essere di durata ragionevole (cioè di più
mesi), dal momento che l'educazione è un processo, non un fatto circoscritto
nel tempo. Inoltre perché l'intervento sia davvero liberante occorre
che il campo d'azione sia esteso, sia in senso spaziale sia in senso tecnico.
Se la comunità è organizzata in modo da reprimere la creatività,
l'espressività e la socialità, è solo essa stessa (o
una sua larga porzione) che può effettuare un cambiamento. La scuola
ha scoperto da tempo il concetto di " comunità educativa"
e quello di " continuum " pedagogico: è ora che anche l'animazione
se ne renda conto. Anche la metodologia e la tecnica hanno una grande importanza.
Non è possibile facilitare la creatività, l'espressività
e la socialità, che sono dimensioni plurali ed articolate, se non attraverso
l'esperienza di situazioni e tecniche diversificate.
La maggioranza dei gruppi operanti sul mercato fa uso esclusivo di una o due
metodologie, riproducendo la divisione del lavoro anche fra gli animatori,
ed inducendo negli utenti solo l'idea che l'animazione sia una" nuova
materia ": c'è l'ora di grammatica, quella di geografia e poi
l'ora di animazione.
Infine la verificabilità. Se è vero che i processi educativi
non sono mai totalmente misurabili, è anche vero che attualmente gli
animatori usano il sistema del " colpisci e fuggi", stenta a trovare
una giustificazione teorica. Non basta dire che con l'animatore i bambini
si esprimono liberamente, per asserire che le capacità espressive sono
state recuperate. Cioè non basta che un utente faccia un'esperienza
"liberata "; occorre che si abbia una ragionevole induzione di atteggiamenti
liberati che persistano e si sviluppino.
All'animazione occorre quindi una condizione di " organicità "
nei confronti del sistema utente. Questo utente non può essere solo
un individuo ed una volta tanto. L'utente, in ogni caso, è sempre la
comunità " con " la quale l'animatore opera facilitando processi
di cambiamento.
Infine all'animazione occorre un atteggiamento"scientifico" nel
senso di consapevole delle proprie metodologie e tecniche, dei loro effetti
sull' utente e sugli stessi animatori.
3. La formazione
Con questo termine si
indicano una serie di attività educative, cioè rivolte all'espansione
del potenziale umano. Si comprendono nel termine generico di formazione: l'istituzione
scolastica, l'addestramento e l'aggiornamento,e l'educazione permanente o
ricorrente. Siamo nel campo della pedagogia, rivolta ai bambini o agli adulti.
Anche qui c'è una distinzione fra pedagogia tradizionale e quella "
nuova ", anche se i nuovi formatori (essendo una larga minoranza) non
riescono a riservare a se stessi questo nome. L'ideologia che ispira la nuova
pedagogia è assai simile a quella che orienta l'animazione. Il sistema
sociale ha influenzato, plasmato, il sistema scolastico affinchè producesse
manodopera funzionale: ossequente, ripetitiva, rinforzando o riscoprendo la
creatività, l'espressività e la socialità nei bambini.
È messo in discussione anche il campito tradizionalmente precipuo della
scuola: la trasmissione delle conoscenze e della cultura. La cultura non è
oggettiva, quindi da veicolare, ma è soggettiva e dunque da costruire;
ogni soggetto individuale e collettivo deve costruirsi la cultura che gli
serve. Le conoscenze hanno un valore strumentale: servono all'uomo per cambiare
il mondo o se stesso. Quindi non tutte le conoscenze sono utili,alcune sono
addirittura dannose: l'allievo allora deve essere aiutato a scoprire le conoscenze
che gli servono. La scuola non è più un luogo di conferenze
e ripetizioni, bensì un laboratorio di ricerca. E il metodo della ricerca
è forse l'unico contenuto necessario nella scuola.
Questo discorso vale per i bambini, ma a vale ancora di più per gli
adulti. Questi hanno infatti un'esperienza cui attingere, su cui riflettere,
e da espandere, hanno delle precise motivazioni, dei chiari interrogativi
e dei pressanti interessi concreti. La formazione deve essere dunque "attiva",
perchè deve coinvolgere il discente trasformandolo da oggetto dell'
insegnamento a soggetto dell'apprendimento, e perché deve attivizzare
li discente facendogli " imparare a imparare ".
Naturalmente i formatori che partono da queste premesse sono molto pochi.
Circa settecentomila formatori sono inseriti nell'istituzione scolastica,
ma sono quasi tutti lontani dalla " nuova " pedagogia. Questa invece
ispira largamente i formatori dei formatori, gli alfabetizzatori, i formatori
popolari e permanenti. Non credo che si arrivi neanche al 5% dei settecentomila
tradizionali, ma ci sono, maestri delle scuole popolari, insegnanti delle
150 ore, esperti di vario genere, collegati alle scuole di educazione permanente
o ai corsi aziendali. Anche costoro lavorano in stato di precarietà
o comunque molto scollegati dalle realtà che si propongono di "
formare ". Negli ultimi tempi tuttavia molti di costoro si stanno istituzionalizzando,
attraverso gli Enti locali. Si stanno diffondendo sensibilmente Centri, istituti
o gruppi che si propongono l'obiettivo di " formare" adulti. Sensibilizzare
i genitori, gli insegnanti, i giovani, gli sposi; informare i cittadini, le
donne; aggiornare insegnanti, operatori culturali, lavoratori; alfabetizzare
gli analfabeti o gli anziani. Per esempio, la Regione Lombardia ha trasformato
i vecchi Centri di Orientamento Scolastico in Centri per Innovazione Educativa;
i Comuni di Bologna e Milano hanno avviato due Centri per l'informazione e
la formazione in campo scolastico; i futuri distretti scolastici non potranno
non munirsi di Centri di formazione; i Consorzi sanitari hanno avviato Centri
di intervento preventivo-formativo; infine tutti i Centri diffusi sul territorio
stanno scoprendosi un ruolo formativo (biblioteche, Centri di igiene mentale,
teatri stabili, ecc ).
Anche il campo formativo non è esente da contraddizioni analoghe a
quelle in cui si dibatte l'animazione. Che senso ha fare conferenze sulla
" nuova" pedagogia ad un collegio di docenti? Uguale perplessità
suscita l'attività di informazione sulla droga o sullo sbocco professionale
per i diplomandi. La droga, prodotta da un sistema sociale particolare, non
può essere combattuta che modificando i meccanismi che la incentivano
come la solitudine, la carenza di strutture associative giovanili, un dialogo
familiare interrotto. Una conferenza sulla differenza fra LSD e canapa indiana,
ha solo l'effetto di allarmare oppure di mettere la coscienza a posto al buoni
cittadini. Così è per l'orientamento scolastico che si realizza
solo attraverso un particolare impianto pedagogico, un modo diverso di fare
scuola: la conferenza sulle diverse professioni, messa a fine d'anno, è
una finzione improduttiva. È vero che una conferenza può fungere
da stimolo alla curiosità, a volte anche da elemento di crisi, ma è
altrettanto indubbio che definire formativa questa attività equivale
a considerare formativi la televisione, i quotidiani, il cinema o il teatro.
Questi " media " comprendono elementi formativi, cioè educativi,
ma hanno obiettivi di massima assai diversi come l'informazione, l'espressione
artistica, lo spettacolo. In senso stretto si può definire educativa
un'attività che si ponga, come obiettivo principale e verificabile,
nella direzione di cambiare o ampliare una o più facoltà umane.
Questa azione di cambiamento mediante la formazione non può che essere
realizzata con una strategia cui coordinare varie tattiche.
Si tratta di trasferire all'utente dell'attività formativa una reale
capacità strumentale o di base. Ben presto i formatori intuiscono che
la condizione per cui i " formati " possano far uso delle loro acquisizioni
è quella di avviare un processo di cambiamento nella totalità
dell'istituzione di appartenenza. Anche qui risultano necessario le tre caratteristiche
elencate per l'animazione: lunga durata dell'intervento, estensione del campo
pedagogico, verificabilità. Utente dell'intervento formativo è
sempre meno l'individuo, e sempre di più la comunità o l'istituzione.
Il che non significa che un'azione formativa verso l'individuo sia impossibile.
Al contrario è quella più facile, perché più richiesta
dal committente (sia pubblico che privato). Semmai è antieconomica
socialmente parlando, perché rivolge solo ad alcuni il vantaggio di
un'azione formativa; è poco efficace, perché il soggetto "formato"
rischia di perdere il confronto con l'istituzione che ha fatto nascere il
suo bisogno formativo; è scorretta, perché individua e rafforza
atteggiamenti elitari. In generale la formazione, per adulti e per bambini,
risente di un equivoco di fondo sul potere della ragione. Si crede che per
un individuo sia sufficiente conoscere qualcosa, per agire e comportarsi "
di conseguenza ". In altre parole, si confonde l'educazione con l'informazione.
Il problema dell'attività formativa, oggi, non è tanto di aumentare
la quantità di informazioni, quanto quello di fornire capacità
operative e atteggiamenti psicologici.
4. La terapia
Questo termine è stato oggetto di un acceso dibattito negli ultimi anni, dal momento che si è iniziato a discutere di tutta l'istituzione sanitaria del Paese. In termini tradizionali l'attività terapeutica è intesa come strumento per la diminuzione o l'estinzione di una sofferenza. A volte non si tratta di estinguere una sofferenza del paziente quanto quella dell'ambiente che lo circonda. Essendo la devianza comportamentale un elemento di sofferenza per la comunità o per l'istituzione, si usa spesso la terapia come elemento regolatore del dissenso. In tutti i casi, essendo la malattia causata prevalentemente da fattori esterni all'individuo, la terapia è usata per lo più come attività sanatoria della5. Animazione, formazione e terapia: tre facce del cambiamento individuale e sociale
Come appare chiaro dai
paragrafi precedenti, animazione, formazione e terapia hanno molti aspetti
comuni. Tentiamo di dare tre definizioni, nella speranza di evidenziare la
diversità dei tre termini.
L'animazione può essere definita come un'attività finalizzata
alla presa di coscienza, un processo di ricerca di un individuo, un gruppo
o un'istituzione su se stessi.
La formazione (o educazione) può essere considerato come un
processo di appropriazione di strumenti emotivi, intellettuali e tecnici per
agire.
La terapia può essere
intesa come la rimozione, preventiva o successiva, degli ostacoli che si oppongono
all'azione, alla presa di coscienza e alla formazione dell'individuo, di un
gruppo o di una istituzione.
L'animazione ha a che fare con il risveglio, la scoperta, la riattivazione
di potenzialità represse e di contraddizioni rimosse. La formazione
attiene al settore dell'espansione, dell'arricchimento, del consolidamento
di capacità sottoutilizzate; oppure comprende l'acquisizione di nuove
capacità. La terapia riguarda il lavoro di manutenzione, la riparazione
dei guasti, la riattivazione di funzioni compromesse.
È evidente come le differenze fra questi tre tipi di intervento sociale
siano molto poche e come ciascuna attività possa in ogni momento debordare
nell'altra.
C'è molto di terapeutico quando un insegnante cerca di socializzare
un bambino solitario, silenzioso, timido o aggressivo. C'è molto di
educativo nell'azione del terapeuta, che oltre alla rimozione del disagio,
tenta di far prendere coscienza, deve rimuovere blocchi, far acquisire capacità.
La drammatizzazione (che i diversi operatori chiamano con svariati
nomi: teatro-gioco, psicodramma, role-playing, sociodramma, ecc,) è
una tecnica che illustra molto bene l'interdipendenza fra le tre modalità
di intervento. Essa può essere usata per i suoi aspetti catartici,
proiettivi, identificatori, fantastici o interpretativi; e con lievi variazioni
d metodo può servire per l'animazione, la formazione o la terapia.
Ma sopra ogni altra considerazione, credo che ad avvicinare i tre tipi di
pratica sociale sia la loro principale caratteristica comune: il cambiamento.
Animazione, formazione e terapia sono accomunate dal fatto di essere metodi
di cambiamento individuale e sociale. L'animazione è un'attività
di movimento, di passaggio dalla stasi al moto; la formazione è un'attività
di arricchimento, cioè di passaggio dal meno al più; la terapia
è un'attività di sottrazione, cioè di passaggio dal più
male al meno male.
Animazione e formazione sono finalizzate al cambiamento preventivo ed evolutivo;
la terapia invece si occupa del cambiamento successivo ad una crisi. In un
certo modo possiamo dire che molta terapia potrebbe essere resa
mutile da una seria azione di animazione e formazione.
Il cambiamento dunque,
non l'evoluzione o la riproduzione o la conservazione, è il dato che
accomuna i tre tipi di intervento. E il cambiamento si distingue da altri
processi storici o personali in quanto è un'azione finalizzala, un
progetto intenzionale . Animazione, formazione e terapia sono sempre interventi
politici nel senso che rispondono ad una specifica visione dell'uomo e
del mondo. Ciò che le differenzia dall'azione politica è la
specificità del campo, del tempo o delle tecniche. Esse infatti si
rivolgono a situazioni microsociali (individui, coppie, gruppi o comunità)
e si propongono come interventi verificabili in tempi relativamente brevi.
In termini riduttivi, diciamo che l'animazione conduce gli utenti a "
fare ", la formazione a "sapere" (saper fare,
sapere e saper essere), la terapia a " potere ": tre azioni
inseparabili. Tre anelli consequenziali di una strategia del cambiamento e
della riappropriazione. Cambiamento della realtà interna ed esterna,
e riappropriazione degli strumenti necessari a questo cambiamento.
In definitiva, animazione, formazione e terapia sono tre metodi per trasformare
gli individui ed i sistemi da oggetti a soggetti della storia.
*Tratto da Animatori di Quartiere , a cura di Guido Contessa e Aldo Ellena, Quaderni di animazione sociale, ISAMEPS, Milano, 1981