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SOMMARIO
Nessun
animatore può lavorare da solo: ciascuno lavora sempre in un gruppo:
questo, a sua volta, è inserito in unorganizzazione ed in una
comunità.
Gli operatori socioculturali
di Massa sono organizzati per gruppi di quartiere ed appartengono allorganizzazione
dellAmministrazione comunale; inoltre essi operano nella scuola, unaltra
organizzazione, e per unutenza di quartiere, cioè di comunità.
Le entità gruppo, organizzazione e comunità sono dunque cruciali
per ogni operatore sociale, il quale deve conoscerne le dinamiche e imparare
a muoversi in esse col massimo di sicurezza.
1. Tecniche, valori, metodi: la dimensione " plurale"
Molto
spesso gli operatori considerano importanti soprattutto le tecniche inerenti
il loro lavoro. Attraverso le tecniche essi sembrano acquistare sicurezza,
per quel tanto di potere che consentono e per il senso di onnipotenza che
inducono. Ma il potere della tecnica si basa sulla specializzazione e sulla
razionalità, cioè sulla separazione e sulla oggettività.
In realtà nessuna tecnica, e la crisi del mondo contemporaneo lo dimostra,
ha senso per luomo, se è svincolata da un insieme di valori,
da un metodo e da un contesto. Se la ricerca dei valori è compito
del singolo operatore, è pur vero che il Corso ne ha proposti alcuni
e molto precisi: la massima realizzazione delle persone concrete, la dialettica
fra individuale e sociale, il decentramento e lautonomia, la creatività
ed il dissenso, il recupero di potenziali repressi o rimossi, come la socialità
e lespressività.
Anche un metodo
è stato proposto: la partecipazione, la collegialità, il
gruppo.
Nessuna azione di
cambiamento è infatti possibile se non passa attraverso la socialità,
il plurale, il gruppo. Ma questi non sono solo obiettivi e contenuti: essi
sono anche strumenti metodologici. Ogni cambiamento è cambiamento di
me e degli altri, cioè è collettivo; e non può essere
promosso se non da me e dagli altri, cioè da un collettivo. Il gruppo
è dunque unentità centrale, non solo un mezzo per
rendere più efficace il lavoro; è un metodo ma insieme un contenuto;
è uno strumento ma anche un valore.
Ogni azione sociale
si svolge allinterno di un contesto, che in questo caso è duplice:
lorganizzazione e la comunità (urbana e di quartiere).
Per organizzazione
o istituzione intendiamo qui un insieme di strumenti, norme esplicite,
ruoli, finalizzato al raggiungimento di obiettivi specifici. La scuola o lAmministrazione
comunale sono organizzazioni o istituzioni. Per comunità intendiamo
invece linsieme dei gruppi o degli individui che vivono nello stesso
spazio e sentono di appartenervi.
Lorganizzazione
o listituzione hanno contorni specifici e maggiore rigidità;
la comunità è un ente generale, comprendente il lavoro e la
vita sociale, è indefinibile nei suoi contorni e si caratterizza nel
vissuto e negli atteggiamenti dei suoi membri.
Lorganizzazione
e listituzione sono enti essenzialmente formali; la comunità
è per lo più informale. Le prime due si basano sul principio
di finalità e di efficienza; la comunità si basa sul principio
di identificazione e di soddisfazione.
Naturalmente questi
modelli teorici si presentano nella realtà mescolati: sono indispensabili
elementi caratteristici della comunità anche nelle organizzazioni e
nelle istituzioni, così come non esiste una comunità priva di
organizzazione.
Ciò che interessa
qui è rilevare come per loperatore socioculturale, il contesto
organizzativo e comunitario siano una realtà importante, con cui occorre
avere familiarità.
Il fallimento di
molte iniziative sociali non è dovuto a mancanza di tecniche o a povertà
teoriche, ma alla trascuratezza delle dinamiche di gruppo, di organizzazione
e di comunità.
Purtroppo le dinamiche
di gruppo e di comunità sono così numerose da non poter certo
essere trasmesse in un seminario di qualche giorno. Allinterno del Corso
dovevamo operare delle scelte quantitative. Esisteva poi un problema di metodo
didattico. Che senso ha insegnare le dinamiche di gruppo e di comunità
attraverso conferenze o dibattiti? Un apprendimento simile sarebbe risultato
astratto, ideologizzato, avrebbe al massimo inciso sul sistema cognitivo
degli operatori. Ciò che noi volevamo era invece offrire unesperienza
da vivere in prima persona, un apprendimento che toccasse anche il sistema
emotivo dei partecipanti, che si basasse su comportamenti e fatti concreti.
Si è deciso
quindi per un " laboratorio " residenziale di cinque giorni, basato
sulle tecniche autocentrate e sulla simulazione.
2. Il "laboratorio" (Lab)
Il nome
di " laboratorio " deriva dal fatto che i partecipanti non assistono,
ma lavorano attivamente, sono attori dellesperienza. Il carattere della
residenzialità è dovuto allesigenza di una immersione
intensiva: ciò che si ottiene in cinque giorni residenziali, è
molto più di quanto si ottiene in venti giornate non residenziali.
La residenzialità offre maggiore concentrazione e completo distacco
dalla vita quotidiana; offre ampi spazi per scambi informali fra i partecipanti,
in aggiunta a quelli che si verificano nelle ore formali di incontro; infine
elimina per i partecipanti la possibilità di un recupero delle difese,
che risorgerebbero col ritorno a casa a fine giornata. I punti fermi di un
Lab sono essenzialmente solo due.
Il primo è
la centratura dellattenzione dei partecipanti su se stessi, sul
gruppo, sulla situazione presente. I partecipanti vengono stimolati ad uno
sforzo di vivere, discutere, riflettere in tempo reale. Ciò che in
un Lab si tenta di ottenere è il superamento delle dicotomie tradizionali
di passato-futuro, io-voi, vivo-penso ecc. Gli eventi si susseguono nella
esperienza dei partecipanti, come in un presente continuo; soggetto ed oggetto
del lavoro sono sempre: io e noi, qui ed ora.
E' questa immersione
centrata sul sé, sul noi e sul presente che consente un apprendimento
vivo, radicato neesperienza personale e diretta, basato sia sullintelligenza
che sulla sfera emozionale e comportamentale. Il Lab è unoccasione
per capire ma anche per vivere; i partecipanti possono leggere le varie dinamiche,
ma sono anche stimolati ad agire in esse, sperimentando i comportamenti più
diversi.
Il secondo punto
fermo è quello della simulazione. Il Lab è come una grande
drammatizzazione, o un grande sociodramma, in cui sono previsti alcuni eventi,
occasioni, spazi, ed i ruoli principali (trainer, osservatore, partecipante,
staff): tutto il resto è nelle mani dei partecipanti; ciò che
accade nel Lab è ciò che essi fanno accadere. I trainers e gli
osservazioni, cioè lo staff, hanno un ruolo di facilitazione nel lavoro
interpretativo e di tutela della struttura minima (spazi, tempi, eventi principali).
Nellarco dei
giorni del Lab, ciò che si sa subito è: come è strutturato
il tempo (ore di lavoro ed intervalli), quali sono le stanze per i lavori
dei gruppi, chi sono i trainers e gli osservatori dei vari gruppi, quale è
il " focus " centrale del lab. Tutto ciò che accade allinterno
di questa " gabbia " metodologica non è noto prima, né
ai partecipanti né allo staff: sarà frutto del lavoro e delle
interazioni reciproche.
Nel caso di Massa
sono stati previsti sette gruppi di circa 12-13 persone, ciascuno dei quali
con un trainer ed un osservatore. Il trainer aveva il ruolo di conduttore-facilitatore,
losservatore doveva osservare senza diritto di intervento nel
gruppo, per poi collaborare negli intervalli col trainer o con lo staff. Lo
staff era linsieme dei trainers e degli osservatori: gruppo responsabile
di tutto il lab.
Le tecniche
auto centrate, usate per la prima volta durante un seminario condotto da K.
Lewin nel 1946, sono, secondo C. Rogers, la più importante invenzione
delle scienze sociali del nostro secolo. Lauto riflessione individuale
e collettiva, basata sul " qui ed ora ", consente da una parte lintrospezione
sulle dinamiche personali e di gruppo, dallaltra lo scambio, cioè
la verifica intersoggettiva della realtà e linterazione. Essendo
il " qui ed ora " un patrimonio di tutti i presenti, ciò
che accade può essere verificato ed " agito " da tutti i
presenti.
Naturalmente ci
sono delle difficoltà.
3.1 La
principale è che la situazione auto centrata, proprio per le sue caratteristiche,
consente di smascherare le difese.
Ogni individuo sceglie
una serie di comportamenti e di atteggiamenti che ritiene funzionali alladattamento
con la realtà che (apparentemente) gli costa meno. Per esempio, una
persona che non parla in pubblico per timidezza, è una persona che
usa la timidezza ed il silenzio come difesa dal suo sentirsi in colpa per
tutto e con tutti. Gli sembra meno costoso stare zitto e sopportare gli altri,
piuttosto che affrontare i sentimenti di colpa che gli sorgerebbero se parlasse.
Di questi esempi possiamo farne a decine. Esistono difese individuali
e difese di gruppo. Le prime proteggono il singolo, le seconde il gruppo.
Difese da cosa? Dalla rottura di equilibri cui siamo adattati, dalla presa
di coscienza, dallo sviluppo. Le difese sono funzionali, entro certi limiti,
sia alla sopravvivenza che alla vita. Diffidenze, precauzioni, prudenze, riservatezze,
pudori, discrezioni, sono strumenti necessari per vivere. Il problema sta
nella loro entità.
Fino a certi livelli
le difese sono fisiologiche, oltre certi livelli sono patologiche. Patologiche
nel senso che ciò che ci impediscono, è assai di più
di ciò che ci consentono, nel senso che lequilibrio e ladattamento
che difendono è tutto a nostro sfavore. Chi è sospettoso (si
difende) nei confronti di funghi trovati in un bosco, non fa che proteggere
la sua vita; ma quando questa diffidenza fosse rivolta a tutti i cibi non
coltivati con le proprie mani, essa impedirebbe la alimentazione quotidiana.
Il crinale fra difese
fisiologiche e patologiche è assolutamente indefinibile a priori; ed
è diverso da soggetto a soggetto e da gruppo a gruppo, da momento a
momento. Non resta che lesperienza: provare e riprovare fin quando ciascuno
trova il suo confine ottimale in un certo momento. E il confine ottimale è
quello che consente alluomo i massimi benefici ai minimi costi.
Le difese si
basano su processi di razionalizzazione di materiali irrazionali. La paura
irrazionale di unautorità, per esempio, viene coperta da ragionamenti
tesi a dimostrare che ogni autorità è cattiva, sulla base di
esempi ed argomentazioni vere ma amplificate. Oppure si basano su denegazioni.
La paura degli altri viene negata: a prova della sua inesistenza, vengono
fatte dichiarazioni o azioni diversive (per esempio: " io sto bene con
tutti "; oppure: " non parlo perché non ho niente da dire
", ecc.). Infine le difese si basano su processi proiettivi per
i quali il soggetto che si difende attribuisce ad altri i propri atteggiamenti
difensivi o le cause di essi.
Insomma le difese
si basano su processi inconsci di mistificazione. Questa mistificazione
è favorita se al soggetto si consente di parlare del passato o del
futuro, di cose lontane a chi ascolta, o di cose che non si possono agire
in concreto.
Se invece il soggetto
è messo in una situazione di " qui ed ora ", la mistificazione
è resa difficile dal rapporto e dalla verifica con gli altri presenti.
Così le razionalizzazioni, le denegazioni, le proiezioni vengono via
via demolite dal confronto e dalla verifica interpersonale e di gruppo. Per
questo un Lab è una sequenza di difese abbattute e riedificate.
3.2 La
seconda difficoltà consiste nello sforzo di superamento delle abituali
separazioni di tempo, di spazio, e di attività.
Noi siamo abituati
a separare i nostri atti in sequenze temporali, per cui sentiamo un prima
ed un dopo. Il presente è un tempo che sembra non appartenerci mai,
se non per differenza aritmetica. Riusciamo a ricordare o a immaginare, ma
solo con difficoltà riusciamo a vivere nel presente consapevolmente.
Mentre riuscire a vivere nel presente significa riunificare il tempo scandito
e separato.
Noi distinguiamo
sempre lIo dallaltro, lIo dal voi o dal noi. Lo spazio individuale
e quello collettivo sono separati e sembrano in contraddizione. Riusciamo
a vivere le due dimensioni (individuale e plurale) sono separandole, dislocandole
nel tempo o nello spazio: qui lIo e là il noi, ora voi poi io.
Nel Lab si viene proiettati in unesperienza in cui individuale e plurale
coincidono, in un tempo presente. La doppia dimensione di tempo e di spazio
viene vissuta come in una totalità simultanea.
Infine siamo
abituati a suddividere le nostre azioni, in sequenze del tipo: esperienza-sentimento-riflessione-comunicazione-azione
ecc. Nel Lab queste attività sono rese possibili simultaneamente; ci
si sforza affinché la complessità della persona e del gruppo
viva, senta, rifletta, discuta, agisca in tempo quasi reale.
Insomma il Lab è
unesperienza di dualità ricomposte, ed è una storia
di continue separazioni e ricomposizioni, assai difficili e costose per i
partecipanti.
3.3
Infine cè la difficoltà del cambiamento. Il
Lab non è solo unoccasione di apprendimento. Esso consente, anzi,
stimola a sperimentare dei cambiamenti. La rottura degli equilibri non è
solo afferrata come possibile; la esperienza delle dualità non è
solo esplorata.
Il cambiamento è
stimolato nella concretezza degli atteggiamenti e dei comportamenti. I soggetti
sono invitati a comprendere ma anche ad agire, superando le difese superflue.
Proprio questa occasione di cambiamento non solo dichiarato né dilazionabile,
è la grande forza e la grande difficoltà di un lab.
3.4 Il
Lab presenta numerosi problemi di metodo anche circa il suo carattere di simulazione.
Lesperienza del Lab non può essere una riproduzione della
realtà in tutti i sensi. La realtà è quotidianamente
sotto gli occhi di tutto, ma non per questo è fonte di apprendimenti.
Daltra parte la realtà è sempre molto sfumata, complessa,
articolata. Essa non si sottopone a schemi o analisi semplici. Ciò
che accade in un Lab deve invece essere interpretabile, con sfumature sì,
ma non infinite.
Insomma il Lab deve
essere simile a una situazione reale, ma non uguale; deve essere una porzione
della realtà, schematizzata e drammatizzata. La situazione del Lab
è una analogia, che ha qualche similitudine e molte differenze rispetto
alla realtà.
Il primo pericolo
che un Lab deve evitare è quello delliperrealismo. Fare una esperienza
identica alla fabbrica o alla scuola non sarebbe di alcun aiuto. Il secondo
pericolo da evitare è quello del grottesco. Presentare nel Lab eventi
o ruoli tanto lontani dalla realtà da essere fantastici, significa
impedire un uso del Lab come esperienza trasferibile. La enfatizzazione di
certi eventi o comportamenti serve per renderli percepibili, definibili, studiabili;
ma la loro esagerazione li rende irreali. La simulazione dunque deve trovare
un equilibrio fra iperrealismo ed irrealismo. Soltanto questo equilibrio
consente ai partecipanti unutile immersione, emotiva ed intellettiva
insieme. Un Lab iperrealista arriverebbe solo alla sfera emotiva, mentre un
Lab grottesco, irreale, allegorico, toccherebbe solo la sfera intellettiva.
La simulazione di un Lab deve consentire unesperienza di " come
se ": simile, ma non uguale alle esperienze reali. La imprecisa definizione
dellequilibrio fra realismo e grottesco, lascia uno spazio soggettivo
ai partecipanti di interpretazione e di azione, che sono sia realistiche sia
innovative. Il grado di realismo, cioè di ripetizione, o di innovazione
che ciascuno vuole mettere nellesperienza, è scelto con libertà,
sulla base della motivazione ad apprendere ed a investire energie nel cambiamento.
In altre parole,
diciamo che un Lab deve essere vicino ma non uguale alla realtà,
non solo perché i partecipanti abbiano la possibilità di
capire meglio lesperienza che vivono, ma anche per permettere loro di
cimentarsi in nuovi comportamenti possibili, trasferibili poi, una volta acquisiti,
in situazioni analoghe.
4. I " fuochi " del Lab: il potere, i rapporti fra gruppi, il cambiamento sociale
Abbiamo
detto che erano necessarie delle scelte sulla focalizzazione da dare al Lab;
le dinamiche di gruppo e di comunità sono numerose e complesse, tanto
da non essere esplorabili nemmeno in sei mesi.
Abbiamo scelto tre
focalizzazioni centrali, senza scartare pregiudizialmente le altre possibili.
La scelta voleva solo dire che il Lab prevedeva alcuni eventi ed alcune simulazioni
finalizzate, e che gli interventi dei trainers dovevano sottolineare con più
intensità le focalizzazioni prescelte.
Questo non avrebbe
impedito lo svilupparsi di altre dinamiche, in base alle situazioni emergenti
nei gruppi.
Le dinamiche
del potere sono state scelte per la loro centralità in ogni situazione
sociale, organizzazione o comunità. Capire come si muove il potere
e come è più utile rapportarsi ad esso, è essenziale
per chiunque, ma ancor più per operatori sociali che hanno a che fare:
con lAmministrazione comunale (datrice di lavoro), con autorità
scolastiche e con poteri informali che sempre serpeggiano sia nei rapporti
interpersonali che in quelli fra gruppi. Nelle dinamiche del potere abbiamo
compreso anche quelle dellinfluenza e del dominio, della repressione
e dellemarginazione, della delega e della rappresentanza.
I rapporti fra
gruppi ci sono sembrati importanti in considerazione del tatto che gli
operatori hanno a che fare quotidianamente con gruppi (di insegnanti, di bambini,
di genitori, di quartiere ecc.) e sono organizzati anchessi per gruppi.
La capacità di gestire le dinamiche intergruppo non solo è importante
per un corretto rapporto con lutenza e col contesto, ma anche per un
efficace funzionamento collettivo degli operatori. Collaborazione, competizione,
contrattazione, conflitto, mediazione, comunicazione, alleanza: queste dinamiche
costituivano il secondo " focus " del lab.
Il cambiamento
sociale era in fondo il filo rosso di tutto il Corso, per cui ci sembrava
importante offrire unesperienza sulle dinamiche del cambiamento allinterno
di un sistema complesso, organizzazione o comunità che fosse. Dinamiche
procedurali, conflitti di ruolo, dinamiche assembleari e di consigli di delegati,
conflitti fra gruppi e devianze istituzionali, strategie del consenso, stili
di cambiamento ecc. erano le focalizzazioni possibili, le scelte prioritarie.
4.1 Il
potere
Allinterno di un
Lab si cerca di presentare il potere e le sue dinamiche, come un ruolo, una
funzione impersonale ed istituzionale.
Questa è la simulazione principale. Nella realtà infatti il
potere non è solo questo, ma anche seduzione, manipolazione, dominio
arbitrario, ricatto e repressione. Nella realtà il potere ha di solito
il fine di autoalimentarsi o difendersi; nel Lab il potere è rappresentato
in modo da farsi smascherare dai partecipanti. Nella realtà il potere
si nasconde con trucchi come il paternalismo, il formalismo giuridico, lassenteismo,
la demagogia o il trasformismo: è questo occultamento che ne rende
possibile la perpetuazione nelle stesse mani e negli stessi modi; ed è
questo occultamento che impedisce la presa di coscienza dei dominati, la loro
emergenza come polo conflittuale, la loro autonomia.
Nel Lab, il potere è rappresentato in modo esplicito, preciso e riconoscibile,
perché il suo obiettivo è quello di essere disoccultato, compreso
e combattuto.
Il più evidente elemento di potere del Lab è la cosiddetta "
gabbia " istituzionale: i tempi, i luoghi ed i ruoli.
Lo staff che conduce il Lab comunica subito le sequenze temporali della esperienza
(ore di lavoro, intervalli); i luoghi di incontro ed i raggruppamenti dei
partecipanti (in quale gruppo ed in quale aula ciascuno debba andare); i ruoli
formali esistenti (trainer, osservatore, staff, partecipanti). Questo potere
istituente è gestito dallo staff e subito comunicato a tutti: la
comunicazione costituisce una sorta di patto sociale del lab. Listituzione
del Lab, originata dallo staff, riguarda ed impegna tutti come una "gabbia
" impersonale, almeno fino a decisione contraria.
E' evidente qui
la simulazione delle realtà istituzionali, cui siamo abituati nella
realtà: ciascuno di noi entra a far parte di una comunità o
di una organizzazione, di cui sono sempre delineate norme, più o meno
numerose e vincolanti. Laccesso ad una organizzazione contiene in sé
una tacita accettazione di queste norme: spesso questa accettazione non è
neppure tacita ma prevede firme di contratti, giuramenti o rituali di ammissione.
4.1.1 Il modello francese
Alcune
esperienze di Laboratorio, per lo più di origine francese (G. Lapassade,
M. Pàges ecc.) hanno proposto di rifiutare la preesistenza di decisioni,
norme o ruoli istituiti. Costoro hanno spesso sperimentato " laboratori
" in cui partecipanti ed animatori partissero da zero, in un processo
di " istituente collettiva ". Questi Labs iniziano impegnandosi
nelle decisioni su tutto ciò che riguarda lesperienza: dal costo
agli orari, dalla organizzazione della cucina alla formazione dei gruppi.
Noi abbiamo rifiutato
questa via per motivi sia pedagogici che politici. Sul piano politico limpostazione
francese sembra più libertaria, mentre in realtà si basa su
unipotesi di democrazia consociativa, rifiuta il conflitto come elemento
fisiologico e, dunque, in ultima analisi, facilita la perpetuazione delle
diseguaglianze. Affermare che lo staff è " alla pari "dei
partecipanti, significa denegare loggettivo potere della sua conoscenza,
ed il potere che i partecipanti vivono soggettivamente proiettato nello staff.
Credo sia una grande e pericolosa mistificazione affermare che staff e partecipanti
(docenti e discenti) sono " alla pari ". Essi sono, in partenza,
collegati in base ad una grossa diseguaglianza: staff e docenti hanno un potere
molto maggiore. Semmai il problema è quello di " diventare alla
pari ", cioè di riequilibrare la disuguaglianza; ma questo non
si ottiene partendo da denegazioni o slogans ugualitari. Si ottiene facendo
acquisire ai partecipanti le armi cognitive ed emotive, per agire un conflitto
che porterà (forse) alleguaglianza.
Sul piano pedagogico
il modello francese è stato rifiutato per il suo carattere di simulazione
fantastica ed irreale. Nessuna organizzazione reale è lasciata ai membri
perché la istituiscano: semmai essi possono cambiare un organizzazione
già istituita, rendendola più vicina ai loro bisogni o demolendola.
Nel Lab, gli apprendimenti trasferibili riguardano perciò il cambiamento
organizzativo e non il processo istituente.
A Massa, dunque, i partecipanti
hanno sperimentato un rapporto con una " gabbia " istituzionale
minima, data per accettata e consensuale fino a prova contraria. In quanto
patto sociale tacito, le regole si consideravano immodificabili da parte dello
staff, anchesso rigidamente sottoposto alla istituzione comunicata in
partenza.
Da questa impostazione
sono discese alcune conseguenze interessanti.
1) La prima era che i comportamenti devianti non potevano essere considerati legittimi, pena la copertura mistificatoria del potere. Quando nella prima giornata, alcuni partecipanti hanno deciso di convocare unassemblea per discutere di problemi a carattere sindacale (rapporti fra partecipanti ed Amministrazione comunale), lo staff è rimasto nelle aule previste per il Lab ed ha seguito gli orari prefissati. Quando, nella seconda giornata, alcuni partecipanti hanno deciso di costituire un gruppo non previsto dal Lab, lo staff ha negato qualsiasi riconoscimento a questo gruppo, che ha dovuto gestire fino al quarto giorno un ruolo extra istituzionale (cioè fuori dal Lab). Queste rigidità hanno creato molta tensione fra i partecipanti e, spesso, erano interpretate come atti di sadismo o come insensibilità o come atteggiamento autoritario. In realtà hanno consentito, alla fine del Lab, importanti prese di coscienza. La principale delle quali ha riguardato il rapporto fra conflittualità legale e di massa, e conflittualità illegale e délite. Il potere ha gestito il suo ruolo fino in fondo, ma questo non impediva un cambiamento istituzionale: naturalmente purché i partecipanti riuscissero a sviluppare una lotta tatticamente corretta.
2) Questa
lotta tatticamente corretta apriva il capitolo dei rapporti di potere orizzontale,
cioè fra i gruppi ed allinterno dei gruppi.
In una situazione
come quella del Lab, e come quella di molte organizzazioni sociali, non esiste
un potere oggettivo di repressione: nessuno può essere licenziato,
trasferito, incarcerato o picchiato. Il potere dello staff risiede solo in
due elementi: la conoscenza e le proiezioni dei partecipanti. La conoscenza
viene gradualmente ceduta nel corso dellesperienza, attraverso i contributi
dei trainers nei gruppi di lavoro. Le proiezioni dei partecipanti, cioè
la loro dipendenza psicologica dallo staff, sono proporzionali al grado di
frammentazione e diseguaglianza esistenti a livello orizzontale. Tanto più
i partecipanti sono solidali e coesi, tanto più la loro dipendenza
dallautorità diminuisce, aumenta luguaglianza col potere
e la forza contrattuale.
Ma laumento
di solidarietà e coesione fra i partecipanti è funzione della
assenza di diseguaglianze fra essi. In realtà i partecipanti hanno
sperimentato nel Lab che certe lotte contro il potere non corrispondono a
processi di uguaglianza, ma sono solo competizioni fra élites. La lotta
contro lo staff fa dimenticare, o addirittura è usata strumentalmente,
per evitare la lotta contro le diseguaglianze fra i partecipanti. I meccanismi
dei leaderini, delle élites, del rapporto fra masse ed avanguardie,
sono stati vissuti a Massa in prima persona, smascherati e, in alcuni casi,
superati. Attraverso unesperienza tesa ed a tratti drammatica, i partecipanti
hanno compreso come nessuna lotta contro il potere dei nemici ha speranze
di successo se non è accompagnata ad una lotta contro il potere degli
amici.
3) Una analisi approfondita delle diseguaglianze orizzontali è stata facilitata da un evento previsto nella terza giornata: la elezione di delegati dei gruppi, che avrebbero dovuto partecipare, a livello paritetico con lo staff, ad un Comitato di " verifica e progettazione " del Lab. Per una giornata i gruppi hanno affrontato i processi di selezione e decisione sui delegati, analizzando sotto ogni aspetto come avviene la scelta, su quale membro cade, quali gradienti di potere delegare, quali significati e risvolti psicologici e politici ha la scelta di un delegato. Quando poi i delegati si sono presentati al Comitato, i partecipanti (ammessi come osservatori), hanno potuto vedere da vicino come una delega viene interpretata, quali dinamiche si sviluppano in un gruppo di delegati, come si può muovere il potere inserito in un Comitato misto.
4.2 I
rapporti fra gruppi
L'impostazione del Lab
prevedeva lesistenza di sette gruppi di partecipanti, ciascuno con una
coppia trainer-osservatore, ed un gruppo di staff. Durante i cinque giorni
sono stati affrontati a fondo i problemi di rapporto fra gruppi di partecipanti
e fra questi ed il gruppo staff. Tale analisi è stata molto favorita
anche da un evento imprevisto: la costituzione, nel secondo giorno, di un
ottavo gruppo di partecipanti composto di " transfughi " degli
altri sette. Questo gruppo è sorto su iniziativa di alcuni partecipanti
che si dichiararono, dapprima, intenzionati a progettare azioni di lotta contro
lAmministrazione e, in un secondo tempo, interessati a modificare lassetto
istituzionale del Lab. Non essendo riconosciuto dallo staff, questo gruppo
ha lavorato per circa tre giorni senza alcun aiuto esterno. Allinizio
questa entità extra istituzionale era vista dagli altri gruppi con
un misto di ammirazione e di invidia, per il fascino della ribellione e dellautonomia
che aveva mostrato.
Portatore dellideologia
della lotta " dallesterno ", lottavo gruppo insinuava
negli altri il dubbio dellinutilità di una lotta " dallinterno
" del Lab. Col passare delle ore il gruppo che si considerava il più
rivoluzionario, scivolava da un ruolo di avanguardia sperimentale ad un ruolo
di minoranza emarginata. La situazione simulativa, non prevista, offriva elementi
di riflessione che nascevano da vissuti diretti, su fatti della politica nazionale.
Lo scivolamento nellemarginazione, induceva nellottavo
gruppo un aumento della chiusura ed un avvio di atteggiamenti e comportamenti
di sfida e di conflitto anche violento (verbalmente, sintende). Ma tanto
più aumentava la chiusura e la aggressività dellottavo
gruppo, tanto più aumentava latteggiamento emarginante degli
altri sette. Una spirale che si è andata acuendo fino ad una
tesissima assemblea generale del quarto giorno, in cui si è arrivati
a scambi molto violenti, fino allespulsione dellottavo gruppo.
Mentre il gruppo extra istituzionale scivolava in questa spirale di emarginazione
e di violenza, gli altri gruppi mostravano una crescente coesione, interna
a ciascuno, ed un aumento della solidarietà intergruppo. In questo
clima, il gruppo ottavo aveva compreso il rischio di entrare in una spirale
perversa ed aveva tentato dei contatti con gli altri gruppi, prima dellassemblea
che sanzionò la rottura definitiva. Questi contatti tuttavia, effettuati
con ambasciatori inviati in ciascun gruppo, furono condotti in modo molto
provocatorio, cosicché sortirono solo leffetto di accelerare
lemarginazione.
Questa complessa
simulazione ha consentito ai partecipanti di sperimentare in anticipo i problemi
di relazione fra gruppo degli insegnanti e gruppo di animatori in una scuola,
fra gruppo di animatori e gruppi di quartiere, oppure fra gruppi di animatori.
Conflitti, problemi di emarginazione e problemi di rapporto avanguardie-masse
sono fra i temi ricorrenti nella vita di operatori socioculturali; ed i loro
fallimenti o successi si misurano proprio dalla capacità di stabilire
corretti rapporti di intergruppo. Naturalmente questi sono facilitati dalla
esistenza di corretti rapporti di gruppo, come se si determinasse una specularità
fra le relazioni interpersonali nel gruppo e le relazioni intergruppali. La
capacità di un gruppo di rapportarsi ad altri gruppi è infatti
proporzionale alla maturità dei rapporti al suo interno. Un gruppo
che si difende dagli altri, si chiude, collude col suo processo di emarginazione,
è un gruppo nel quale non esiste un sufficiente clima di fiducia, oppure
un gruppo nel quale si vogliono mantenere alcune diseguaglianze. Un gruppo
non si apre e non collabora con altri gruppi se teme di " disfarsi "
al contatto, se non si fida delle proprie risorse e della propria coesione.
Allo stesso modo un gruppo non si apre e non collabora se teme di perdere
gli equilibri interni consolidati, se non vuole mettere in gioco la propria
struttura di potere. Allora i rapporti fra gruppi sono possibili solo a condizione
che non siano vissuti come minaccianti; oppure a condizione che la minaccia
sia meno importante dei benefici che essi prospettano.
In tal senso è
una riprova la aumentata solidarietà fra i sette gruppi "
legali ", contro lottavo gruppo extra istituzionale. La minaccia
che era originata dalle aperture fra i gruppi, aveva meno valore della forza
di arginamento ed esclusione che queste aperture consentivano nei confronti
del gruppo deviante. Se la solidarietà " contro " è
processo assai facile nei rapporti intergruppo, la solidarietà "
per " lo è assai meno. Eppure il Lab ha offerto ai partecipanti
anche questa esperienza. Tutti i sette gruppi previsti dallistituzione,
trovata una via di comunicazione ed una minima solidarietà, hanno potuto
contrattare col gruppo staff da una posizione di forza, e quindi ottenere
modifiche al programma del Lab per il quarto e quinto giorno. Questo mutamento
istituzionale ha reso possibili numerose riflessioni sul terzo " focus
" del Lab.
4.3
Il cambiamento sociale
Il cambiamento sociale,
oltre che individuale, è lobiettivo ultimo di ogni attività
di animazione. Quasi sempre gli operatori hanno chiaro " perché
cambiare "; spesso intravedono anche la meta finale del cambiamento;
ma raramente gli
operatori si pongono il problema del " come " cambiare, cioè
della strategia e della tattica del cambiamento.
La psicosociologia,
ovvero la scienza dei gruppi, è stata definita anche " metabletica
", cioè scienza del cambiamento.
4.3.1 Tipologia dei cambiamenti sociali
a) Il mutamento sociale può essere casuale, frutto di variabili non controllabili, privo di finalità o intenzionalità umane: un incontro con una persona e un raffreddore sono mutamenti casuali.
b) Un altri tipo di mutamento è quello violento: si tratta di un cambiamento che qualcuno opera " su " o " contro " la volontà di qualcun altro. Qui " violento " non deve richiamare solo i carri armati o il bastone, che sono il culmine di una gradazione di violenze. Nella stessa categoria possiamo considerare il cambiamento che avviene attraverso il ricatto psicologico, il paternalismo, la manipolazione. Anche se non della stessa gravità, questi tipi di mutamento sociale appartengono allordine della violenza, in quanto si propongono di piegare una volontà ad unaltra. Una misura di mutamento sociale di tipo violento, è quella che si richiama alloggettività, alla razionalità ed alla non storicità. Per piegare la volontà di qualcuno (individuo, gruppo o categoria) si ricorre ad argomenti che giustificano questa violenza come oggettivamente necessaria, razionale e metastorica: luso delle votazioni a maggioranza, la scienza e la tecnica, il predominio maschile, sono esempi di un uso violento di concetti filosofici.
c) Esiste infine un terzo modo per cambiare, e cioè il mutamento intenzionale, programmato e partecipato. Il cambiamento che avviene sulla base di un progetto e di un rapporto. Esempi di questo cambiamento sono la pedagogia e la terapia non direttive, la democrazia decentrata e consiliare, la metabletica appunto.
4.3.2 Il cambiamento sperimentato nel Lab di Massa
a) Il cambiamento sociale, sperimentato nel Lab, si è basato su unesperienza di progetto-programma intenzionale, unita ad unesperienza di rapporti-partecipazione di gruppo e di comunità. Gli operatori socio-culturali devono evitare il pericolo di unazione casuale, non finalizzata e non verificabile; ma devono altresì evitare il rischio di unazione violenta, élitaria ed isolata. Tutte le volte che i gruppi hanno tentato di operare dei cambiamenti nel Lab, senza tener conto dei due livelli (progetto e partecipazione), si sono scontrati con fallimenti cocenti, agevolati dalle astuzie del potere altrui o dalla paralisi della propria impotenza.
b) Un
altro punto fermo, vissuto nel Lab è un corollario del primo: il
cambiamento sociale, appunto perché deve essere partecipato, non
può che corrispondere ad un cambiamento personale.
Spesso gli operatori
sociali confondono la partecipazione degli altri con la adesione alle proprie
idee ed iniziative. La partecipazione si realizza invece nel " cambiare
assieme ". Nessun cambiamento è possibile se non è
simultaneamente individuale e sociale. Molti teorici di formazione vetero-strutturalista
accusano questa impostazione di psicologismo o di riflusso; e molti teorici
di ispirazione idealista controbattono, accusando i primi di economicismo.
Ciò che il Lab ha consentito di sperimentare è che le variabili
strutturali (rapporti di lavoro e di potere), quelle sottostrutturaii
(inconscio, atteggiamenti, sentimenti) e quelle sovra strutturati
(idee, cultura) devono essere agite simultaneamente. Loperatore
del cambiamento deve mutare insieme al soggetto-oggetto del cambiamento.
Lindividuo che vuole stimolare il cambiamento sociale deve di
pari passo provvedere al proprio mutamento personale. Ogni evento del Lab
ha portato alla luce questo principio: il partecipante aggressivo ha dovuto
acquisire capacità di mediazione; il solitario ha dovuto socializzarsi;
il razionalista sensibilizzarsi ai bisogni emotivi e così via. Il
cambiamento sociale è insomma un processo di attuazione del potenziale
plurale possibile; perciò reca con sé la necessità
di recuperare il plurale possibile anche nelloperatore che lo promuove.
c) Una
terza esperienza importante di cambiamento sociale (istituzionale, organizzativo
o comunitario che sia) effettuata nel Lab, è stata quella della crucialità
del piccolo gruppo. Il piccolo gruppo si è dimostrato lo spazio
e lo strumento necessario al cambiamento collettivo. Essendo il rapporto
fra individuo e comunità o istituzione, un rapporto sbilanciato fra
una persona concreta ed unastrazione, solo la mediazione di un piccolo
gruppo può livellare questa diseguaglianza. Il piccolo gruppo è
infatti un insieme di persone concrete, ma anche un insieme di ruoli; un
vissuto palpabile, ma anche unastrazione. Proprio questa sua dualità
intrinseca rende il piccolo gruppo cruciale per il cambiamento. La catena
a doppia via costituita di individui, piccoli gruppi e comunità,
è lunica che consente un cambiamento. Un salto, un buco, un
anello mancante di questa catena, non solo rende oggettivamente difficile
ogni cambiamento: lo rende arduo soggettivamente e scorretto politicamente.
La difficoltà soggettiva deriva dal fatto che non è possibile
un rapporto, una partecipazione fra persone concrete ed astrazioni: se dominano
le prime è unallucinazione, se prevalgono le seconde è
una violenza.
La scorrettezza
politica discende proprio dalla difficoltà soggettiva: come
può essere corretto un rapporto basato sulla allucinazione o la violenza?
Il Lab ha consentito ai partecipanti di sperimentare da attori queste affermazioni. Attori che sono passati attraverso sentimenti e situazioni oggetti ve di alienazione e di violenza istituzionale; tentativi allucinati o violenti, di cambiamento individuale; ed infine successi, promossi dalla appartenenza al piccolo gruppo e da aperti rapporti intergruppo. Ciò ha portato gli operatori a curare il progetto politico, allo stesso modo della partecipazione; il cambiamento sociale-istituzionale simultaneamente a quello personale; il clima ed i rapporti di gruppo, con la stessa intensità del clima e dei rapporti comunitari.
Ricerca
di gruppo (Guido Contessa)
Ricerca
ed intervento sul territorio (Pier Giulio Branca)
La
drammatizzazione (Gottardo Blasich)
Tecniche
di lavoro sociale e teatro. Problemi teorici e metodologici (Guido Contessa)
Giornale
ed animazione (Arturo Bombardieri)
Laboratorio
di attività espressive e manuali (Fiorella Collivadino)
Gioco
e animazione (Pier Giulio Branca, Clara Pezzoli, Francesco DOrsi)
La
creatività (Margherita Sberna)
La
("comunicazione visiva ": tecniche e stile di animazione (Tonino
Milite)
*Estratto da " QUADERNI DI ANIMAZIONE SOCIALE 2 ", ANIMATORI DI QUARTIERE SOCIETÀ EDITRICE NAPOLETANA NAPOLI, pag. 183-197