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SOMMARIO:
Nota bibliografica
Esercitazione
1. Loperatore sociale cortocircuitato
Chi è
loperatore sociale cortocircuitato? E 1operatore di un Centro
antidroga in superlavoro, sotto pagato, che sente la tentazione di "evadere"
come i suoi utenti; è linsegnante che prova nausea per le riunioni,
gli sforzi innovativi e i rapporti coi genitori; è linfermiera
che si stente sommersa dalle continue pressanti richieste dei pazienti; è
lo psicologo che si accorge che i suoi pazienti guadagnano il triplo di lui;
è lassistente sociale che vede i suoi "casi" ripetere
continuamente gli errori contro i quali essa lavora; è il direttore
didattico che sperimenta ogni anno un ricambio del 50% degli insegnanti;
è lamministratore di servizi sociali cui le leggi impediscono
di fare bene il proprio dovere. Cortocircuitato è loperatore
che alla domanda se sarebbe disposto ad essere fra dieci anni allo stesso
posto a fare lo stesso lavoro, risponde: "Preferirei essere morto".
Secondo J. Edelwich
e A. Brodsky, autori di un testo sul "burn-out", lentrata
di cortocircuito corrisponde a "una progressiva perdita di idealismo,
energia e scopi vissuta da operatori sociali, professionali e non, come risultato
delle condizioni in cui lavorano".
Nel nostro
Paese mancano ricerche precise sullentità della diffusione di
questa sindrome, ma basta un po desperienza per ipotizzare che
sia assai diffusa. Tale diffusione è forse più alta in Italia
che altrove a causa della discrepanza fra londa di entusiasmo innovatore
degli anni 60-70 e londa (da alcuni chiamata di riflusso) degli anni
80.
Le conseguenze
del cortocircuito sono molto gravi a tre livelli:
1. a
livello degli operatori, che pagano il cortocircuito in termini personali,
anche attraverso gravi somatizzazioni (mancano dati sulle malattie professionali
degli operatori sociali), ma soprattutto attraverso frustrazioni, dispersione
di risorse, sotto utilizzazione di potenziali, ecc.;
2. a livello
dei clienti, per i quali un contatto con operatori sociali in cortocircuito,
risulta frustrante, inefficace o dannoso;
3. a livello
sociale, per la comunità in generale, che vede svanire forti investimenti
nei servizi sociali.
2. Cause del cortocircuito
In genere
in Italia, quando appare un fenomeno sgradevole, ci si precipita ad accollarne
le cause a entità lontane o imprecisate come "i politici",
"il governo", "lignoranza", ecc. Ciò non
aiuta affatto a capire il fenomeno e quindi ad affrontarlo. In questo caso,
il cortocircuito é il risultato di numerose concause, appartenenti
ad ordini logici diversi. Vediamo in sintesi:
a) entusiasmo
iniziale e nobili aspirazioni,
b) mancanza
di criteri e metodi per misurare il successo,
e) bassa retribuzione
a fronte di alti livelli di istruzione, capacità e responsabilità,
d) possibilità
di carriera limitate al settore amministrativo,
e) maschilismo,
f) inadeguatezza
dei fondi e dei supporti istituzionali,
g) uso irrazionale
delle risorse,
h) alta visibilità
unita a diffidenza e incomprensione.
In genere
la visione di cosa determini maggiormente il cortocircuito, varia in base
alla posizione gerarchica delloperatore ed in base alla sua formazione
e mansione.
In base alla
gerarchia possiamo trovare tre livelli:
- léquipe di coloro che operano direttamente con lutenza (costoro hanno come principale il problema dellimpotenza e della inefficacia, e, come conseguenza, una polarizzazione antagonista verso operatori di più alto status nello stesso servizio: infermieri contro dottori, assistenti sociali contro psicologi, psicologi contro medici, ecc.);
quadri intermedi (costoro hanno il problema di equilibrare la propria lealtà verso lalto e verso il basso);
vertice responsabile (il problema di costoro è trovare un equilibrio fra interno ed esterno: dirigere linterno, ma difenderlo da un esterno minaccioso e critico).
In base alla formazione ed alla mansione, elenchiamo:
i volontari senza una formazione formale (temporaneità),
i tirocinanti (sovra-identificazione collutente),
- gli operatori professionali con diploma (gruppo più cortocircuitabile),
- gli operatori professionali con laurea (isolamento),
- amministratori e coordinatori (impreparazione).
Il cortocircuito è
una malattia contagiosa. Esso procede dai clienti alléquipe,
da un membro delléquipe ad un altro, dalléquipe
agli utenti.
Perciò la
sindrome non è affatto una questione personale di chi ne è affetto,
ma riguarda lorganizzazione dei servizi, la comunità, gli utenti
oltre che lindividuo stesso.
3. Stadi del cortocircuito
Edelwich e Brodsky identificano 5 stadi del cortocircuito:
Questi stadi hanno due caratteristiche: anzitutto sono molto contagiosi; in secondo luogo la loro progressione non è lineare, ma ciclica. Il ciclo può essere interrotto in ogni punto con un intervento appropriato, ma può ripresentarsi più volte nella vita.
3.1 FASE 1: Entusiasmo idealistico
Quali sono le motivazioni
che spingono un operatore sociale a fare questa scelta professionale?
Sicuramente un
elemento centrale è la voglia di fare qualcosa per migliorare il mondo.
In certi casi cè un sottofondo ideale, religioso, politico o
umanistico; in altri una base tecnocratica: ma sempre la base è entusiastica.
Un secondo motivo
è la sicurezza dellimpiego pubblico e sicuro. Un terzo è
quello di svolgere un lavoro non manuale e di prestigio.
Ci sono poi motivazioni
meno consapevoli come: il desiderio di approfondire la conoscenza di sè
e il desiderio di esercitare un controllo o un potere sugli altri.
In questo stadio
un intervento possibile ha a che fare con la formazione di base, che oltre
a dare capacità, dovrebbe approfondire molto le motivazioni reali che
stanno alla base della scelta. In linea generale tutte le motivazioni possono
essere usate positivamente, purché siano consapevoli.
Spesso una spinta
alla scelta deriva dalla identificazione con un operatore che ha lavorato
con successo col soggetto che compie la scelta. Molti diventano psicoterapeuti
dopo una psicoterapia fortunata; molti scelgono linsegnamento come emulazione
di un loro maestro. In questi casi le scelte partono da una base di ottimismo,
che sottolinea più i lati positivi e fortunati di una professione,
piuttosto che quelli negativi e scomodi.
La formazione di base
deve perciò tendere a mettere in luce le motivazioni reali e a
far affrontare agli studenti frustrazioni simili a quelle correnti nella professione.
In altre parole la formazione di base deve tendere al realismo, diminuendo
gli aspetti utopici e idealistici degli studenti.
Argomento a parte
è quello che riguarda le aspettative delloperatore:
aspettative di onnipotenza o "idealismo narcisistico",
aspettative miracolose per se stessi (la mia vita sarà risolta),
aspettative di soluzioni semplici (negazione delle resistenze),
aspettative di successo generalizzato (negazione delle incompatibilità),
aspettative di successo immediato (negazione dei lunghi periodi),
aspettative circa le motivazioni degli utenti (negazione dellalienazione),
aspettative di controllo (negazione della fantasmatica dellutente),
aspettative di apprezzamento (negazione dellostilità dellutente),
aspettative di rapporto con lutenza (negazione del lavoro a tavola),
aspettative di status (negazione della quotidianità).
Queste aspettative, se presenti in misura eccessiva, sono una delle cause del cortocircuito.
Quando a queste si aggiungono:
aspettative di compiti concreti (negazione della complessità),
aspettative di formazione permanente (negazione dellefficienza), la situazione diventa ancora più pericolosa.
La fiducia irrazionale e magica è dura a morire. In genere i tests di realtà non bastano a demolire le aspettative. Semplicemente loperatore tende a far permanere le illusioni, negando valore allesperienza. Subentra la logica dellaltrove o dellaltra volta. Si ipotizza che le aspettative sono frustrate non perché irreali, ma perché la situazione ed il tempo non sono quelli "giusti"..
3.2 FASE 2: Stagnazione
Questa fase riguarda un primo stallo dopo liniziale entusiasmo.
Loperatore
continua a lavorare, ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto i
suoi bisogni. Di solito le prime avvisaglie della stagnazione derivano dalla
scoperta che i risultati dellimpegno sono impalpabili, incerti e aleatori.
"Che cosa sto facendo?" è la domanda tipica, che apre la
stagnazione. Il superimpegno iniziale, la chiusura delloperatore nel
"primo mondo" dei colleghi, luso di "portarsi a casa"
il lavoro cominciano a diventare meno giustificati e sopportabili.
In questa fase
si affacciano i rimpianti per il superinvestimento nel lavoro ed il disinvestimento
nel privato.
Avanza un sentimento
di "carriera bloccata", come se non ci fossero nuove esperienze
e nuovi sforzi da fare. Diventa consapevole anzitutto la delusione circa il
basso salario. Questa delusione si accentua nel confronto con: i salari
di alcuni utenti, i salari di operatori di più alto status nello stesso
servizio, i salari di operatori con stessi titoli ma operanti in settori privati.
Si affaccia
anche una preoccupazione per la carriera. Loperatore sociale scopre
che una eventuale carriera comporta un cambiamento di lavoro, cioè
un salto dal lavoro sul campo ad un lavoro dufficio, di solito a natura
prevalentemente amministrativa. Spesso a questo punto sorge lesigenza
di riprendere gli studi, passare ad un livello superiore distruzione,
per ottenere un più alto status nellambito dello stesso servizio.
Durante la fase di stagnazione loperatore rischia di passare da una
situazione di superinvestimento ad una di disinvestimento totale; oppure di
fuggire alla ricerca di altre situazioni che dovrebbero consentirgli la realizzazione
delle sue magiche aspettative.
Possibili interventi
in questa fase sono gli aiuti provenienti dai colleghi e dai colleghi più
anziani o coordinatori. Una situazione di lavoro collettiva, aperta e creativa,
dialettica e "calda" può servire come prevenzione del cortocircuito
nella fase di stagnazione.
3.3 FASE 3: Frustrazione
La frustrazione
è il nocciolo del cortocircuito.
La frustrazione
massima appare quando loperatore comincia a pensare di "non aiutare
realmente nessuno" e di non "servire a nulla". Appare a fianco
di dubbi globali sul tipo di lavoro, il suo significato, la sua utilità
effettiva.
3.3.1 Fattori di frustrazione
I due cardini centrali della frustrazione sono: il senso di impotenza delloperatore e la non rispondenza del servizio ai bisogni reali degli utenti. Insomma la frustrazione riguarda il vissuto di inutilità del lavoro sociale sia individuale sia organizzato e istituzionale.
a)
Limpotenza riguarda il rapporto operatore-utente, ma anche il rapporto
operatore-comunità e il rapporto operatore-istituzione.
Molti lamentano il fatto di non riuscire a influire effettivamente sui problemi;
ma altri si lamentano di essere lasciati soli a decidere. Il senso di impotenza
non ha dunque a che fare con lassenza di potere: sorge essenzialmente
dalla caduta dellonnipotenza e dalla constatazione della parzialità
radicale del proprio intervento.
Anche le istituzioni
nelle quali loperatore lavora vengono vissute come impotenti ed emerge
drammaticamente la discrepanza fra obiettivi dichiarati e formali, e modalità
e risultati realizzati.
Servizi di prevenzione
che diventano ambulatori; servizi antidroga sommersi da compiti burocratici;
servizi di educazione, che operano come centri di custodia. A ciò si
aggiunga il burocratismo, i giochi di corridoio a sfondo partitico, il conservatorismo
istituzionale, la rigidità organizzativa, la spersonalizzazione: tutto
porta ad un quadro di impotenza istituzionale e di frustrazione generalizzata.
Potremmo qui allargare
lanalisi sulle origini istituzionali del malessere, ma il tema è
stato talmente dibattuto negli ultimi anni che diamo per acquisite molte considerazioni.
Una sola osservazione.
Loperatore
in cortocircuito trova un terreno fin troppo vulnerabile nellaccusare
linsipienza o la malafede degli amministratori; daltra parte questi
ultimi hanno sempre un potere politico superiore cui addossare ogni responsabilità,
oppure trovano comodo accusare gli operatori di incompetenza, disaffezione,
dilettantismo, utopismo.
Il gioco non è
altro che un mega-corto-circuito nazionale, dove le vie duscita sembrano
inesistenti: come è infantile negare ogni responsabilità in
nome di un magico destino crudele, che rende i servizi non funzionanti, è
altrettanto infantile cercare "il" responsabile della inefficienza
o del cortocircuito.
Negli anni 80,
lunica via per uscire dal cortocircuito generalizzato dei servizi, è
data da una riprogettazione globale e contrattata dei servizi sociali, evitando
che tale lavoro sia orientato esclusivamente a penalizzare qualcuno.
b) Uno
degli elementi del senso di impotenza delloperatore è la scoperta
che lui stesso e listituzione per cui lavora non rispondono ai bisogni
reali degli utenti. Quali bisogni e quali utenti?
Gli utenti dei
servizi sociali, come i genitori della scuola, vengono tirati in ballo strumentalmente
a seconda dei casi dai conservatori o dai progressisti, dagli operatori di
base e dagli amministratori, dai politici locali e dalle avanguardie
degli utenti stessi.
Gli utenti sono
via via soggetti che conoscono i loro bisogni o che li ignorano; che vanno
coinvolti o che vanno esclusi; che hanno sempre ragione o sempre torto; che
sono insieme vittime e colpevoli.
Il problema è
sempre derivante dal fatto che lideologismo e la magia prevaricano sul
realismo. La frustrazione in questo caso ha origine nella difficoltà
a considerare la realtà come un sistema plurale, complesso, lento,
contraddittorio.
c) Un altro elemento di frustrazione è lo scarso apprezzamento dei superiori, siano essi coordinatori, capi, supervisori, amministratori. La gerarchia è il sistema sociale più odiato e desiderato nel contempo. Il superiore è di fronte di frustrazione sia che imperversi sia che si assenti. Lidea del superiore "democratico" sottintende spesso quella di un superiore che si comporta come il subalterno desidera.
d) Causa di frustrazione è anche lo scarso apprezzamento da parte degli utenti. Ci sono utenti in qualche modo "obbligati" ad avvicinare un servizio: costoro sono comprensibilmente ostili. Altri chiedono cose che gli operatori non vogliono o possono dare, e da ciò nasce lo scarso apprezzamento (pensiamo al rapporto scuola/Csz). Altri infine avvicinano il servizio chiedendo cose che loperatore può dare, ma in misura controllata e limitata: anche qui lapprezzamento cala. Il bisogno di stima degli operatori nasconde spesso insicurezza o volontà di potere.
e) E' frustrante il lavoro dufficio. Schede, relazioni, rapporti, progetti trasformano loperatore in un impiegato e ciò frustra il suo desiderio "di campo". La maggior parte degli operatori rifiuta questo lavoro, trascurandolo del tutto o espletandolo sciattamente. Alcuni ci si buttano, spesso come difesa ad una situazione cortocircuitata, compilando volumi enciclopedici e dal linguaggio fumoso ed incomprensibile.
f) Infine la frustrazione deriva dalla consapevolezza di un inadeguata formazione al lavoro sociale. - Questa frustrazione colpisce non solo le équipes, ma soprattutto i quadri, totalmente impreparati a gestire questo ruolo. Questo rimanda alla responsabilità delle scuole e delle università, ma rimanda parimenti allo scarso auto aggiornamento individuale.
g)
La frustrazione è generata anche da altri fattori, forse
meno importanti dei primi, ma ugualmente diffusi.
Per esempio, il
maschilismo è fonte di frustrazione per le operatrici. Di maschilismo
sono affetti gli utenti (quando uno entra al consultorio e alla dottoressa
chiede: "dovè il dottore?"); gli operatori che raramente
delegano una donna a rappresentarli; gli amministratori, che per scegliere
i capi-settore, pensano sempre agli uomini.
Altra area di frustrazione
è il dilemma fra area politica ed area tecnica. La cosa è
ancora più complessa quando dei tecnici vengono eletti in organismi
di gestione. Il gioco delle invasioni di campo o delle abdicazioni è
frenetico e diventa un moltiplicatore di frustrazioni incrociate.
Limmagine
sociale è causa di frustrazione. Gli insegnanti hanno perso negli
ultimi anni gran parte della loro immagine; i medici dei servizi pubblici
hanno abbassato la loro immagine a burocrati; le assistenti sociali appaiono
spesso come le assistenti degli psicologi; e questi ultimi sono considerati
sovente stregoni inutili.
Una comunità
(territorio) insensibile e ostile è fonte di grosse frustrazioni.
Per motivi ideologici o per arretratezza culturale, per diffidenza verso i
tecnici o per timore di vedere rotti certi equilibri consolidati, il territorio
respinge spesso gli operatori, oppure chiede loro servizi impossibili; collabora
scarsamente, per poi accusare i servizi di inefficienza; chiede di partecipare,
per poi disinteressarsi.
Infine provoca
frustrazione linsieme dei rapporti coi colleghi. In un lavoro
che non può fare a meno della collegialità e della interdisciplinarietà,
anzi dove questi elementi sono idealizzati come un aspetto fondante della
scelta lavorativa, la scoperta che essi sono sottoposti alle stesse regole
di tutti i rapporti umani, può portare frustrazioni fortissime.
3.3.2 Il ciclo della frustrazione si autoalimenta
Operatori
frustrati si contagiano a vicenda e trasmettono il contagio agli utenti. Costoro
rispondono in modo da rafforzare la frustrazione dei primi e così via.
Sintomi della
frustrazione sono: stanchezza, tensione, irritabilità, pessimismo,
perdita della dimensione progettuale, mal di testa, abuso di fumo e alcol,
impazienza, insonnia, difficoltà relazionali e sessuali, ulcera, difficoltà
di respirazione e digestione. Insomma vengono colpite le aree psicosomatiche,
alimentari e relaziona li.
3.3.3 Risposte alla frustrazione
1. aggressività distruttiva (auto o etero),
2. aggressività positiva (cambiamento),
3. disinvestimento (sfuggire gli utenti, i colleghi, il lavoro attivo).
3.4 FASE 4: Apatia
Lapatia
prende forma come un progressivo disimpegno emozionale, conseguentemente ad
una situazione di frustrazione. Il punto di partenza è sempre lentusiasmo
idealistico, la iperidentificazione del neofita.
Per scendere a
terra e lavorare efficacemente, un qualche distacco è desiderabile
ed inevitabile. Ma molti operatori non si fermano al distacco "giusto".
Lapatia può essere sentita come noia o nausea. Il desiderio di
aiutare gli altri sparisce, come il coinvolgimento verso lutente.
Operatori che erano
partiti preoccupandosi degli utenti, diventano preoccupati solo della propria
salute, benessere, serenità e sopravvivenza.
Latteggiamento
è rassegnato e infelice; le aspettative si abbassano, e così
limpegno: dallempatia si è giunti allapatia.
Si tratta di unevidente
difesa dalla frustrazione. Il ciclo è del tipo:
rabbia tentativi
di rimedio senso di inutilità degli sforzi indifferenza.
"Un lavoro
è un lavoro" "chi me lo fa fare" "chi se ne frega...":
sono frasi tipiche
della situazione apatica. Lapatia nasconde una disperazione: lapatia
non è divertente.
A parte il costo
che questo stadio procura al servizio, agli utenti ed ai colleghi; a parte
la contagiosità di questo stadio; resta il fatto che lapatia
è soprattutto una sorta di consapevole "morte professionale"
delloperatore. Ideali e potenziale personale, realizzazione sul
lavoro, autostima, subiscono un arresto.
In questo stadio
solo una forte scossa emotiva o un drastico cambiamento possono superare il
cortocircuito.
4. Interventi
Ho accennato
allinizio che il cortocircuito è il risultato di condizioni di
lavoro.
Questo significa
che la prevenzione o il superamento di un cortocircuito non possono non
svilupparsi attraverso il cambiamento delle condizioni in cui lavora loperatore.
Legislazione, cambiamenti strutturali e organizzativi dei servizi, mutamenti
culturali degli attori coinvolti nel servizio sono leve indispensabili.
Lanalisi di queste variabili esula tuttavia dal presente lavoro, che
si propone di considerare il fenomeno dalla sola ottica individuale.
4.1 Dobbiamo fare un accenno ai (falsi)) interventi, che non risolvono il problema, ma lo negano o lo spostano:
1. attività formative saltuarie brevi ed eclatanti,
2. assenteismo,
3. cambio di lavoro, senza cambiare gli atteggiamenti.
In linea generale possiamo dire che per ogni fase del cortocircuito le vie duscita sono del tipo:
entusiasmo/realismo,
- stagnazione/movimento,
frustrazione/soddisfazione,
4.2 Sul piano organizzativo occorre che:
1. gli operatori siano preparati a interpretare ed accettare situazioni di cortocircuito;
2. sia possibile ristrutturare i compiti (riduzione di orari di lavoro con gli utenti, lavoro in coppia, rotazione mansioni);
3. siano previsti supporti per gli operatori (supervisione, counseling, affiancamento con operatori più anziani, riunioni apposite delléquipe).
Questi provvedimenti possono sembrare utopici, vista la nostra attuale situazione; ma al contrario è paradossale il fatto che équipes incaricate di operare col disagio degli utenti siano così poco attrezzate ad operare coi propri disagi. Allo stesso modo è paradossale che insegnanti professionali, non siano mai in grado di fare auto aggiornamento reciproco. Sul piano privato occorre che loperatore recuperi spazi propri di tempo libero e cultura, estranei al lavoro; relazioni sociali con persone che fanno un altro lavoro. E' sempre sorprendente notare come operatori del tempo libero non sappiano affatto gestirsi il proprio; psicologi che si occupano dellequilibrio altrui siano tanto poco attenti al proprio; insegnanti tanto educativi con gli allievi, siano poi distratti nei rapporti coi figli.
4.3 Sul piano del proprio lavoro le possibilità sono:
partecipare ad iniziative di riqualificazione e formazione ricorrente;
- modificare la propria mansione o ridurre il contratto di lavoro;
- cambiare mansione del tutto o cambiare servizio;
fare del lavoro privato, fuori dalla propria istituzione;
cambiare lavoro del tutto, ricominciando con un nuovo atteggiamento.
4.4 Tutto ciò
non basta se non si innesta su una modificazione degli atteggiamenti, per
la quale indichiamo delle linee generali.
Un operatore sociale
che voglia prevenire il cortocircuito, deve rifiutare come irrazionali:
1. lidea che
sia necessario essere amato da ogni utente;
2. lidea
che sia necessario avere la simpatia dei superiori;
3. lidea
che si debba essere sempre competenti e avere sempre successo;
4. lidea
che chiunque sia in disaccordo su certe idee o metodi, sia "cattivo"
e diventi un nemico da combattere;
5. lidea
che ci si debba occupare di tutti i problemi di tutti;
6. lidea
che la propria infelicità sia causata dagli utenti o dalla istituzione;
7. lidea
che se i clienti o listituzione non fanno ciò che ci aspettiamo
da loro, sia una catastrofe;
8. lidea
che ci sia sempre una giusta e precisa soluzione ai problemi umani e che
non trovarla sia una catastrofe.
4.5 Superate o ridotte queste idee magiche circa il lavoro sociale, occorre tenere presenti altri suggerimenti:
a) loperatore sociale non è responsabile che per se stesso: non è responsabile degli utenti o dellistituzione;
b) loperatore deve ancorarsi ad aspettative realistiche, come:
aspettarsi di fare un lavoro difficile e senza grandi aiuti,
aspettarsi di avere a che fare anche con persone spiacevoli e con punti di vista totalmente opposti,
aspettarsi di essere lontano dalla perfezione, e che anche i colleghi e gli utenti lo siano;
c) loperatore deve darsi obiettivi realistici: il mondo non chiede di essere salvato dalloperatore sociale;
d) è più efficace sottolineare i successi che i fallimenti: nessuno può risolvere i problemi di chiunque;
e) è più salutare centrare lattenzione sui processi che sui risultati;
f) darsi una prospettiva di lungo respiro: una prospettiva storica;
g) non attribuire a se stesso, nel bene e nel male, tutto ciò che capita allutente.
Come si può imparare
tutto ciò? Con lesperienza ragionata e partecipata, con una buona
formazione di base e una ricorrente. Ma certo alcuni operatori hanno la strada
più facile, per i livelli di sviluppo raggiunti prima della maturità.
Forse in Italia
ci sarebbero meno cortocircuitati se esistesse una forma di orientamento professionale
e di selezione anche per il lavoro sociale. Molti operatori scelgono il lavoro
sbagliato sia per sè che per gli utenti. Chissà quanto operatori
sociali cortocircuitati sarebbero felici ed efficaci geometri, designers,
artigiani!
4.6 Sidney Wolf indica dieci dimensioni o caratteristiche di personalità che facilitano lefficacia nei rapporti interpersonali:
1. empatia:
la capacità di percepire esattamente ciò che sente laltro
e di comunicare questa percezione;
2. rispetto:
la capacità di apprezzare la dignità ed il valore dellaltro
ed il suo diritto di fare le sue scelte nei suoi tempi;
3. genuinità:
la capacità di essere liberamente e profondamente se stesso;
4. concretezza:
la capacità di esprimersi in coerenza coi bisogni dellutente;
5. confronto:
la capacità di provocare lutente circa le sue contraddizioni;
6. apertura:
la capacità di rivelare sentimenti ed opinioni a beneficio dellutente;
7. immediatezza:
la capacità di entrare in contatto "qui ed ora";
8. calore:
la capacità di esprimere, verbalmente e non, interesse-affetto;
9. forza:
la capacità di offrire sicurezza;
10. autorealizzazione:
la capacità di vivere con pienezza.
Forse non tutte queste qualità si possono imparare, ma si possono imparare i comportamenti ad esse conseguenti: lacquisizione di questi comportamenti rende loperatore più efficace e meno cortocircuitabile.
Note bibliografiche
J. EDELWICH,
A. BR0DSKY, Burn-out, Human Sciences Press, N.Y., 1980.
S.WOLF, Counseling-for
better or worse, Alcohol Health and Research World, Winter 1974-75, pp.
27-29.
W.GLASSER, Reality
therapy, Harper Colophon Books, N.Y., 1975.
PROPOSTA DI RICERCA
Poiché Guido Contessa sta avviando una ricerca sul cortocircuito nei Servizi Sociali in Italia, proponiamo ai lettori di collaborare compilando questa scheda e inviandola in busta chiusa allISAMEPS, via M Gioia 48/50, Milano 20124, Tel 02/68.98.414.
1. Qualifica lavorativa
2. Tipo di
Ente presso cui lavoro
3. Lavoro
nel "sociale" da anni
3.1 Mi sono trovato in una delle fasi del cortocircuito:
spesso ( ) raramente ( ) mai ( )
3.2 I colleghi che mi sembrano affetti da sindrome da cortocircuito sono:
tanti ( ) abbastanza ( ) pochi ( )
3.3 Ho intrapreso
questo lavoro (indicare due scelte):
( ) per caso
( ) per aiutare il prossimo
( ) per cambiare la società
( ) perché mi aiutava a crescere
( ) per il suo prestigio
( ) altro (specificare)
4. Gradua in ordine di importanza (1 max) i seguenti items, in base a quanto li senti come problema nel tuo lavoro oggi. Allultimo spazio indica un problema dei tuoi, che non è compreso negli items:
( ) paga troppo bassa,
( ) troppe ore di lavoro,
( ) nessuna possibilità di carriera,
( ) troppo lavoro burocratico,
( ) formazione insufficiente,
( ) scarso apprezzamento degli utenti,
( ) scarso apprezzamento dei superiori,
( ) nessun aiuto nelle decisioni,
( ) impotenza,
( ) istituzione insensibile ai bisogni degli utenti,
( ) programmi inadeguati del servizio,
( )
..
*Estratto da "Animazione Sociale" N. 42-43 - Novembre 1981 - Febbraio 1982, pag.29-41