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IL SEMIARIO "ANIMARE LA CITTA'" di Guido Contessa*
2.1 Determinare l'obiettivo
La consegna da noi data ai 35 specializzandi fu quella di realizzare "un'esperienza attiva di intervento di animazione nell'intera area urbana".Questo pose tutti di fronte al problema della scelta dell'obiettivo. Un obiettivo tutto interno al Corso esisteva, ed era quello di "imparare a fare interventi". Ma non poteva bastare a nessuno dei presenti. Anche se basta a molti Assessori d'assalto, i quali fanno animazione "perché si" o perché "sono Assessore alla Cultura" o, ancora, per animare la città". Purtroppo i soldi della comunità spesso sono affidati a politici che operano senza intenzioni, senza spiegare perché, senza sottoporsi mai ad una verifica. Gli animatori di Massa sapevano che un intervento deve prefiggersi qualcosa di esterno a se stesso: che sia un divertimento o una rivoluzione, ogni intervento serio d'animazione deve voler ottenere qualcosa e, se è fatto seriamente, deve dichiarare prima quello che vuole ottenere.
2.1.1 Purtroppo la determinazione
di un obiettivo è un fatto assai complesso. È una decisione
che non può e non deve essere presa da una sola persona. Nessun animatore
può decidere da solo gli obiettivi del suo intervento; ma nemmeno un
Amministratore può farlo. Una decisione così complessa implica
il coinvolgimento di almeno tre livelli di persone o organizzazioni; il livello
superiore, quello inferiore ed i pari del proprio livello. Per un animatore
i tre livelli sono incarnati rispettivamente: dall'Assessore preposto al servizio,
dagli utenti, dai colleghi della sua équipe. Per un Amministratore
locale si tratta della Giunta, o del Consiglio Comunale, dei suoi collaboratori
o dipendenti, dei suoi compagni di partito.
Questo è solo uno schema semplificato: nella realtà si presenta
assai più complesso, perché ciascun livello si sdoppia o si
moltiplica. Per esempio,un animatore può avere sopra un Consiglio Direttivo
di cooperativa, un Consiglio di Circoscrizione, oltre che un Assessore; a
fianco, non solo gli altri animatori della stessa cooperativa, ma animatori
volontari o di altre cooperative, operatori di altri servizi sociali; come
utenti non solo singoli cittadini, ma associazioni, gruppi, organizzazioni.
Nel caso dell'Amministrazione la cosa è ancora più complicata,
perché quanto più elevata è la posizione sociale di un
soggetto tanto più fitto è l'insieme di relazioni e legami cui
è sottoposto.
2.1.2 Un obiettivo di
intervento sociale, anche il più modesto, deve sempre essere condeterminato.
Tale esigenza non è affatto dettata da motivi ideologici, ma è
resa necessaria da motivi di efficienza-efficacia. Solo la condeterminazione
infatti consente da una parte la moltiplicazione delle risorse a favore, e
dall'altra una maggiore sicurezza circa la validità della scelta. Molti
considerano le scelte individuali come necessitate dalla maggiore efficienza,
ma questa è una illusione. Solo gli obiettivi condeterminati offrono
una qualche garanzia di efficienza. Naturalmente non identifichiamo condeterminazione
con assemblearismo, o con formalismo giuridico, ma nemmeno col silenzio-assenso.
Ogni livello può collaborare alla determinazione dell'obiettivo
dell'intervento,
in modi e attraverso canali e tempi diversi. Il primo problema che si poneva
agli animatori dunque era quello di come riuscire a decidere un obiettivo,
prima da. soli, poi in piccolo gruppo, poi ancora in 35.
Non mi soffermo sulle dinamiche emotive sottese ad un simile complesso processo,
ma mi limito ad elencare i processi razionali.
2.1.3 Determinare un
obiettivo d'intervento non significa solo decidere quale tipo di cosa si vuole
ottenere (risultato), ma bisogna anche identificare un soggetto (chi?), e
magari un ambito territoriale (dove?). Le variabili in gioco diventano almeno
tre, o meglio sono tre categorie, ciascuna delle quali contiene numerose voci
individuali. Ne esce una matrice a tripla entrata, capace di gettare nel panico
chiunque. Possiamo fare qualche esempio.
Quale risultato? Vogliamo fare dell'animazione per divertire, informare, aggregare,
far prendere coscienza, responsabilizzare? e poi, intorno a cosa? Su quale
contenuto o problema? A quale soggetto vogliamo far ottenere il risultato?
Tutti, i giovani, le donne, i bambini, gli operatori sociali? E poi, intesi
come individui o nelle aggregazioni esistenti? Nelle aggregazioni esistenti,
pensiamo ai movimenti politici oppure alle associazioni volontarie, o ai luoghi
di aggregazione spontanea, o alle istituzioni culturali della città?
E dove vogliamo ottenere il risultato? nelle famiglie o nei bar, nelle scuole
o nei consultori o nelle biblioteche, o nelle strade? Chi ha la passione della
matematica può cercare di quantificare il numero di combinazioni possibili
dai diversi incroci queste tre categorie. Di fronte a questa innegabile difficoltà
ci sono due reazioni molto comuni: una è quella di non scegliere alcun
obiettivo, l'altra è quella di definire un obiettivo che contiene tante
variabili da non essere più un obiettivo. Molti amministratori ed animatori
si muovono nella logica "io faccio qualcosa, e poi si vedrà".
E magari sono gli stessi che tuonano verso gli insegnanti che non programmano
le attività di classe, o contro i politiche non programmano la spesa
pubblica. Altri pili smaliziati, meno primitivi, dicono di voler fare un intervento
"finalizzato all'aggregazione ed alla presa di coscienza della città
sul problema dell'emarginazione, il che significa porsi come obiettivo "tutto,
per tutti, su tutto"
In entrambi questi due casi, non possiamo non domandarci come simili obiettivi
indeterminati, o confusi, possano essere sottoposti a verifica, o corretti
strada facendo; a cosa effettivamente servano; cosa ne possa discendere in
termini di attività, persone, organizzazione.
Ma forse è questo il problema. Porsi come obiettivo l'effimero, così
come non porsi nessun obiettivo, consente un'enorme libertà a chi gestisce
l'intervento. Nessuna verifica è possibile, gli unici cambiamenti di
rotta sono quelli del capriccio o del caso; nessuna effettiva utilità
futura (ma a chi interessa il futuro?); nessun obbligo di coerenza nella pianificazione
delle attività e nella loro scelta (tutte le attività sono coerenti
con un obiettivo assente); nessun legame di persone, o di organizzazione interna:
si può decidere che ogni persona gradita va bene, come va bene l'organizzazione
più comoda al gestore dell'intervento. Non è una meraviglia?
Cosa c'è di meglio per un Assessore il cui unico obiettivo è
"durare", o per un animatore il cui unico obiettivo è "divertirsi"
o "sentirsi al centro"?
2.1.4. Nella fase di determinazione degli obiettivi dell'intervento, si presentano spesso latri due problemi: la non distinzione fra mezzi e gli obiettivi e la mediazione fra i bisogni.
a) Distinzione tra mezzi ed obiettivi
Non c'è niente
che distingua, in assoluto, i mezzi dagli obiettivi.
E' un problema di valori e dei intenzioni. Tipico è il problema del
divertimento: alcuni lo considerano un mezzo dell'animazione, altri l'obiettivo
principale; io credo che possa essere sia una cosa che l'altra: ciò
che conta è che si scelga se considerarlo un obiettivo o un mezzo.
Facciamo l'esempio delle feste di quartiere, organizzate dal Consiglio di
Circoscrizione. Se la festa è considerata un mezzo, allora occorre
che tutto ciò che vi avviene, la sua organizzazione e struttura, siano
coerenti con l'obiettivo. Se, per esempio, l'obiettivo è aggregare
le persone in un modo più umano, occorre che siano previsti spazi,
momenti, stimoli perchè i partecipanti vi abbiano relazioni più
intense, amichevoli, ricche. Come si può ottenete tutto ciò?
Affumicando la gente con olio di macchina usato per friggere? Assordandola
con rumori di ogni genere? Circuendola con luminarie accecanti e ninnoli di
finto-artigianato turco? Magari derubandola con prezzi da haute cuisine? In
qualche caso la festa, il divertimento, l'evasione, lo stordimento, l'allegria,
la sbornia, la trasgressione, si possono considerare obiettivi a se stanti:
"la festa per la festa". A parte il fatto che queste cose è
bene lasciarle fare alla spontaneità, come ho già detto nella
prima parte di questo contributo, perchè il divertimento viene o all'interno
di un rapporto affettivo esistente o contro qualcuno. Ma allora occorre veramente
usare mezzi "divertenti" e "gioiosi"!
Non possono certo considerarsi divertimenti (divergenti) e gioiosi gli imitatori
di serie B dei canti propinati quotidianamente dall Rai-Tv; i banchettini
che vendono torrone a prezzi di gioielleria o i panini di spalla rancida (copie
iperrealistiche dei mercatini di fiera campestre del secolo scorso); la secolare
"pesca a premi" passata inalterata dagli oratori alla televisione,
alle Feste dell'Unità.
Forse molti organizzatori-animatori culturali non vanno mai, da partecipanti,
alle feste che organizzano (e fanno bene): si renderebbero conto di quanta
tristezza, quante arrabbiature, quanta noia, quanta solitudine portano i cosiddetti
"momenti di aggregazione gioiosa di quartiere". Gli stessi equivoci
si producono per i dibattiti, le mostre, i cineforum. Non si contano i dibattiti
assurdi per tema ("Conferenza del prof. Sotutto sulla cultura Ittita:
seguirà dibattito"); o per impostazione ("Parleranno due
segretari di Partito, due Ministri e due Vescovi: seguirà dibattito");
oppure per ipocrisia ("Al Centro Pacifista Internazionale di via...si
terrà un dibattito sulla pace nel mondo"). L'ultima trovata di
un cineforum della provincia bresciana è stata: "ciclo 6 film
registi: Allen, Bellocchio, Forman, Lelouch, Spielberg, Comencini" (un
buon trucco per presentare una non-idea.
b) Mediazione dei bisogni
Nel settore della mediazione
dei bisogni cene sono delle belle.
Ragionamento dell'animatore onnipotente: quello che piace a me, piace
a tutti, perchè io capisco la gente. Ragionamento dell'animatore
impotente (finto democratico): non posso decidere ciò di cui ha
bisogno la gente, devo conoscere i suoi bisogni, allora devo iniziare con
una ricerca sui bisogni.
Nel primo caso l'intervento tipico è una serata con Bon Wilson fra
i contadini delle Langhe; nel secondo caso l'intervento tipico diventa una
ricerca interminabile della demografia locale ai consumi delle massaie, dai
miti giovanili alla vita dei barboni. Variante del secondo caso: serata con
una cinquantina di cittadini catturati da manifesto invitante, ai quali viene
domandato a bruciapelo di dire con naturalezza ed in poche parole "quali
sono i bisogni socio-culturali maggiormente sentiti", oppure "cosa
si aspetta la cittadinanza dall'operatore del sistema bibliotecario".
Ragionamento dell'operatore masochista: io sono al servizio della gente,
non di me stesso; devo fare ciò che la gente vuole, anche se non mi
piace ; anzi, è meglio se faccio quello che non mi piace , così
sarò sicuro di essere veramente al servizio della gente. Risultato:
una serie di iniziative assolutamente cretine (che non corrano il rischio
di piacere all'animatore) ma gestite malissimo, proprio perchè all'animatore
non piacciono.
Gli Amministratori locali sono di solito persone più semplici,
meno tormentate. La domanda principale che si pongono è: come catturare
alla mia iniziativa almeno 5.000 persone? Claudio Villa, le majorettes a coscia
nuda, Enzo Tortora? Vada per tutti e tre, così facciamo quindicimila
presenze. I più raffinati sono da qualche anno in gara con Nicolini,
perciò si chiedono cosa farà più scalpore, stupore, notizia:
ed è subito circo Barnum. Gli animatori massesi si sono tormentati
parecchie ore per trovare una soluzione, almeno in teoria, seria, sul problema
della mediazione dei bisogni.
c) Principi della mediazione
Il primo principio
è che gli utenti in genera hanno bisogni culturali assai confusi,
anzi che l'animazione socioculturale deve rivolgersi principalmente a coloro
che hanno bisogni limitati e confusi, perchè gli altri possono anche
cavarsela senza il servizio pubblico. Ciò non significa che gli utenti
siano dei cavernicoli le cui esigenze vanno derise, ma solo che essi vanno
stimolati con proposte molteplici che sorgano da un abile lavoro interpretativo
(di decodifica) fatto dall'operatore. L'animatore deve saper leggere i bisogni
più profondi degli utenti, interpretarli, eventualmente incanalarli
verso obiettivi di sviluppo. Questa operazione non richiede mesi, ma preparazione,
sensibilità e tentativi. Per fare questo lavoro con meno rischi, ci
sono delle cautele come non progettare interventi senza coinvolgere i colleghi
(l'animazione non è un mestiere di gruppo), o come sforzarsi di fare
iniziative che siano effettivamente congrue, sotto ogni aspetto, agli obiettivi
dichiarati dagli organi politici della comunità (Consiglio comunale
o di Circoscrizione).
Il secondo principio è che gli utenti sono di solito rappresentati
da gruppi, associazioni, istituzioni che fanno quotidianamente sforzi per
capire i bisogni dei loro utenti; lavorare di concerto con questi (tutti questi,
non solo quelli che piacciono all'animatore) è essenziale.
Terzo principio è che l'operatore culturale ha fra i suoi privilegi,
il diritto di mettere proprie intenzionalità, nella determinazione
degli obiettivi. Per cui se tenta anche qualcosa che gli piace o gli sembra
giusto, non commette niente di arbitrario. Poichè l'animatore si trova
al crocicchio di un sistema di relazioni in cui sono presenti gli Amministratori,
i colleghi, gli utenti, le organizzazioni, e se stesso, egli deve cercare
di volta in volta la mediazione più soddisfacente per tutti.
2.2 Criteri di scelta dell'obiettivo
Possiamo elencare alcuni
criteri da tenere presente nella determinazione dell'obiettivo di un intervento
d'animazione:
1. ordine di importanza dei problemi
2. obiettivi principali, sub-obiettivi, obiettivi accessori
3. grado di realizzabilità in dipendenza delle risorse
4. livelli di efficacia
5. verificabilità
Ordine di importanza dei problemi
Quando un animatore o un amministratore cerca di determinare un obiettivo d'intervento, se si tratta di un obiettivo cospicuo nel tempo, si trova di fronte ad una vasta gamma di scelte tutte plausibili. In una società come la nostra è più facile trovare aree nelle quali non c'è bisogno di un intervento socioculturale. I giovani, il gioco infantile, l'educazione alimentare, la droga, gli anziani, i mezzi espressivi, l'aggregazione e così via: sono tutti obiettivi decidibili, insieme a molti altri ancora. Nessun operatore è obbligato a scegliere un obiettivo solo per volta; spesso e possibile portarne avanti due o tre simultaneamente oppure in sequenza ravvicianata. Tuttavia è evidente che la riduzione degli obiettivi consente una maggiore concentrazione delle risorse, un più attento controllo delle variabili in gioco , e quindi una maggiore speranza di efficacia. Allora si tratta di scegliere. Anche perché un programma d'intervento che si occupa di tutto, fatto da operatori che si interessano di tutto, equivale ad un programma che non ha obiettivi. Occorre dunque trovare un ordine di importanza dei problemi che si vogliono affrontare con la leva socioculturale. Abbiamo detto, in altra parte di questo volume, che gli ambiti o le finalità generali dell'animazione socioculturale sono essenzialmente tre: l'aggregazione sociale e la partecipazione, l'educazione e la padronanza dei linguaggi espressivi, la lotta contro l'emarginazione. Queste tre aree sono un pochino meno vaste della direzione "qualità della vita", ma sono ancora troppo generali per poter diventare obiettivi d'intervento.Obiettivi principali, sub-obiettivi, obiettivi accessori
Nello scegliere un obiettivo
d'intervento occorre inoltre distinguere tra quello che è l'obiettivo
principale, intenzionale e mirato, e gli obiettivi accessoria casuali, involontari
ma graditi.
Per esempio, non c'è dubbio che la scelta del CMSR di privilegiare
l'obiettivo "linguaggi", possa anche indurre accessoriamente, una
certa aggregazione, specie fra coloro che sono interessati agli stessi linguaggi.
Questo però non toglie che la struttura, l'organizzazione, le procedure
egli animatori scelti dal CMSR, siano (direi anche, debbano essere)
coerenti con l'obiettivo-linguaggi e non con l'obiettivo aggregazione. Il
contrario dovrebbe avvenire a Torino, dove l'obiettivo è l'aggregazione
di quartiere. Vediamo, in astratto, quali conseguenze hanno sul quotidiano,
i due differenti orientamenti.
A Milano gli utenti sono invitati e stimolati a partecipare a corsi di espressività
, e poi ad aggregarsi nei Centri di Tempo Libero per interessi anche stabili
(gruppo fotografico, gruppo teatrale, ecc.). Non essendo l'aggregazione di
quartiere un obiettivo principale ma accessorio, un gruppo di giovani che
si riunisse continuativamente in un Centro per scopi semplicemente amicali
(stare assieme, senza dover fare qualcosa) o per scopi politici (organizzare
un movimento di contestazione ecologica) dovrebbe essere scoraggiato. Non
so se ciò avvenga sempre, ma so che è avvenuto qualche volta.
A Torino invece gli utenti sono primariamente invitati ad aggregarsi nei Centri
d'Incontro, allo scopo principale di fare attività "al di fuori".
Non essendo i linguaggi un obiettivo principale ma accessorio, un gruppo che
volesse riunirsi periodicamente nel Centro d'Incontro per fare teatro, ne
sarebbe scoraggiato, anche solo per motivi spaziali o organizzativi.
Mi riferisco ovviamente a modelli teorici, sapendo che le politiche degli
Enti difficilmente sono così coerenti da essere conseguenti ovunque
ed in ogni momento. Tuttavia una differenza viene anche nella scelta del personale
d'animazione e dunque nella preparazione di questo. A Milano saranno più
utili animatori di tecniche espressive; a Torino saranno scelti animatori
più esperti nelle tecniche relazionali e nei contatti col territorio.
Un'altra distinzione va fatta fra obiettivo e sub-obiettivi. Questi sono segmenti
del primo. Per esempio, se l'obiettivo è sensibilizzare un quartiere
alla prevenzione dei fenomeno di tossicodipendenza, un sub-obiettivo può
essere la creazione di gruppi volontari di animazione dei giovani adolescenti;
e sub-obiettivo di questo può essere la raccolta di molti giovani per
la partecipazione ad un corso di formazione all'animazione.
Obiettivi e risorse
Nello scegliere un obiettivo
non si può non tener conto delle risorse. Può darsi che l'animatore
o l'amministratore locale intravveda un obiettivo molto importante, ma per
esso non siano disponibili sufficienti soldi o persone o competenze. Il Comune
di Genova sta aprendo una decina di Centri di aggregazione e tempo libero
nella città; l'obiettivo sembra buono, ma lascia perplessi il fatto
che non si parla di reclutamento, selezione e formazione degli animatori.
Mettere in mano dieci Centri a giovani di buona volontà, in una città
piena di problemi come Genova, è una sicura predestinazione al fallimento.
La questione delle risorse umane è una delle più tragiche in
questo settore. Interi piani di centinaia di milioni falliscono perché
gli Assessori non si rendono conto di non disporre ne di personale comunale
ne di collaborazioni sul "campo" minimamente qualificate.
Ne sembra che i politici locali abbiano intenzione di lavorare in prospettiva.
Non abbiamo notizia di tentativi di respiro regionale o interregionale per
la formazione del personale dell'animazione e del tempo libero.
Stante l'attuale deserto, occorre a maggior ragione valutare attentamente
se le risorse disponibili sono in grado di ottenere qualche risultato. Fra
le risorse indichiamo anche gli spazi. Due Comuni come Massa e Pordenone,
che pure hanno tentato lodevoli iniziative, non sono ancora riusciti a trovare
in ogni Circoscrizione nemmeno un locale come sede del Centro d'animazione.
Meglio hanno fatto Comuni come Torino, Milano, Forlì , che si sono
sforzati di reperire degli spazi. Fra le risorse, non lo diremmo mai abbastanza,
c'è il volontariato. Non solo quello delle associazioni di tempo libero,
ma anche quello degli individui, dei gruppi spontanei. È chiaro che
sviluppare un progetto d'intervento in una zona politicamente sensibile (cioè
con un Consiglio di Circoscrizione che funziona), nella quale operano gruppi
spontanei ed associazioni, è assai più efficace che svilupparlo
nel deserto.
Può anche darsi che qualche amministratore coraggioso voglia cimentarsi
col deserto, ma allora deve farlo seriamente, cioè investendo in spazi,
attrezzature e persone. Non certo facendo una kermesse all'anno!
Efficacia degli interventi e sua verificabilità
Questo discorso apre il problema dei livelli di efficacia di un intervento e della loro verificabilità. Abbiamo detto che un vero intervento deve essere efficace (cioè ottenere la soddisfazione di un bisogno) e che tale efficacia deve essere verificabile. Su questo terreno bisogna sperimentare e dibattere ancora molto, ma dobbiamo iniziare.2.3 Animare chi?
Abbiamo già accennato che la variabile utenza entra, contemporaneamente ad altre, nel processo di determinazione dell'obiettivo Per esempio negli anni scorsi era assai diffusa la scelta di obiettivi sull' infanzia, anche perché pochissimi animatori erano in grado di lavorare con gli adulti. È attuale il dibattito sul modello torinese, per il quale si pongono problemi non semplici di convivenza, negli stessi Centri di Incontro, di pensionati e di giovani. La scelta di fasce di età determina gli spazi, i tempi di lavoro degli animatori, le attrezzature, le competenze degli animatori.1. Interventi al primo livello
A livello dell'utente singolo possiamo identificare interventi per tutta la città o per porzioni di essa (circoscrizione o zona, quartiere, caseggiato, parrocchia), cioè per tutti i cittadini indipendentemente dall'età, dal sesso, dal mestiere. Oppure possiamo prevedere interventi centrati sui ruoli professionali o sociali: gli insegnanti, le madri, i giovani disoccupati, i pensionati, i lavoratori in cassa integrazione.2. Interventi al secondo livello
Vorrei soffermare l'attenzione
sull'ipotesi di interventi al secondo livello: quello delle associazioni e
delle istituzioni.
Lavorare con utenza al primo livello significa investire una grande mole di
risorse; spesso significa fare del Centro socioculturale un'Ente in concorrenza
con organizzazioni esistenti; infine vuol dire rinunciare all'effetto moltiplicatore.
Molti Centri socioculturali (di tempo libero, d'Incontro, bibliotecari, ecc.)
si offrono al mercato dell'utenza in concorrenza con altre organizzazioni
come l'oratorio, la banda locale, il gruppo scout, l'Arci, gli ex-alpini e
così via. Questo è un errore politico e tattico. L'intervento
socioculturale deve semmai fare ciò che nessun altro organismo realizza
e valorizzare ciò che le aggregazioni esistenti già fanno.
Credo che l'animatore debba affiancare a progetti che si rivolgono all'utenza
diretta, anche progetti che si indirizzino alle aggregazioni esistenti. Lo
stesso vale per gli amministratori locali. Gli Assessori che buttano soldi
per chiamare il ballerino californiano di richiamo, sono anche quelli che
fanno marcire le istituzioni ed i gruppi già operanti sul territorio.
Lavorare anche con utenti di secondo livello, richiede la scelta di obiettivi
precisi e la messa in atto di capacità particolari, che rendono l'animatore
un "tessitore di connessioni". I progetti di animazione socioculturale
dovrebbero essere momenti "trasformativi" di materiale inerte o
scarico in energia che si autosviluppa. Il progetto d'intervento deve rivolgersi
dunque all'utenza diretta (primo livello) e all'utenza dì secondo livello.
Quando questa non c'è o non risponde (ma bisogna prima averla chiamata
e correttamente), allora l'intervento sull'utenza di primo livello deve proporsi
di trasformarla in utenza di secondo livello. Molti chiamano questo come "passaggio
dell'animatore al ruolo di organizzatore socioculturale".
Quali sono le utenze di secondo livello? Ce ne sono di tre tipi, secondo una
scala di formalità: i gruppi spontanei, le associazioni, le istituzioni.
a) I gruppi spontanei
nascono a centinaia e muoiono per asfissia, cioè per carenza di aiuti.
Aiuti non solo economici, ma anche di informazioni, consigli, suggerimenti.
Chi scrive fa parte di una decina di gruppi spontanei e di associazioni, che
da anni trovano l'Ente locale indifferente e ostile. Avendo una certa esperienza,
ce la caviamo lo stesso. Ma quanti giovani vanno allo sbando, per non avere
avuto accoglienza al loro progetto di aggregazione?
Nessun Comune dovrebbe essere privo di alcuni servizi fondamentali come:
1. una segreteria per il tempo libero che raccolga e distribuisca informazioni
su ogni iniziativa aggregata, e cerchi di promuoverla;
2. una "casa per le riunioni" dove ogni gruppo possa riunirsi ad
ogni ora del giorno e della sera, con la massima autonomia;
3. di una segreteria telefonica che ogni gruppo possa usare come recapito;
4. di un ufficio collettivo per la stampa e la spedizione di ciclostilati,
bollettini e notiziari;
5. di un magazzino collettivo in cui ogni gruppo possa mettere in deposito
apparecchi e attrezzature.
Questi servizi, nelle grandi città, potrebbero essere forniti dai Centri
socioculturali di circoscrizione.
b) Poi ci sono le associazioni, molte delle quali sono così
povere di mezzi da poter essere assimilate ai gruppi spontanei. Alcune di
esse invece sono importanti ed hanno una forza di aggregazione anche a livello
nazionale (Arci, Acli, Csi, per citarne alcune). Ogni animatore ed ogni amministratore
dovrebbe lavorare di concerto con queste che sono moltiplicatori formidabili,
che hanno alle spalle decenni di storia e di esperienze , che dispongono di
un volontariato organizzato ed efficiente. Lavorare di concerto non significa
ne mettersi al loro servizio ne cercare di limitare la loro autonomia, ma
semmai condeterminare progetti d'intervento complessi ed articolati.
e) Infine ci sono le
istituzioni: quelle politico-amministrative (Comune,Circoscrizione),
quelle dei servizi sociosanitari (USL), quelle formative (scuole e biblioteche),
quelle culturali (teatro comunale, fondazioni, musei, ecc.). Tutte possono
essere considerate utenti di secondo livello in un progetto d'intervento socioculturale.
Molti Comuni non tentano neppure di coordinare le istituzioni interne, come
i servizi di animazione ed il Teatro Comunale. Ma un progetto d'intervento
non può non agire sulle istituzioni della città. Se le istituzioni,
in particolare quelle formative e culturali, non funzionano non ha nessun
senso fare interventi d'animazione di massa. Questo non deve essere inteso
come un invito a lavorare prima con le istituzioni e poi con l'utenza di primo
livello, ma come un suggerimento a non dimenticare che un progetto d'intervento
deve operare a più livelli d'utenza.
Naturalmente questo suggerimento non esclude una pianificazione di tempi
e luoghi e modi diversi, a seconda dell'utenza. Invitare ad una festa in piazza
il Direttore del Teatro Comunale non equivale infatti a lavorare "con
l'utenza di secondo livello".
2.4 Quali attività ed in che modi?
Una volta deciso un obiettivo d'intervento, occorre riempire un programma di attività, che dovrebbero consentire il raggiungimento dell'obiettivo. Collegati all'attività, ci sono i modi o metodi con cui essa è realizzata. Occorre che modi ed attività siano congrui con l'obiettivo. L'esempio fatto prima, della festa di quartiere, rappresenta il caso in cui i "modi" non sono congrui all'obiettivo. Le attività sono praticamente infinite. Quello che manca oggi nel nostro panorama è la fantasia. Gli schemi delle attività sono pochi e vengono ripetuti all'infinito. Manca la sperimentazione e la ricerca. Vediamo qualche caso.
a) La categoria di attività
oggi più in voga è quella della ricreazione- evasione effimera.
Le feste di ogni tipo imperversano. Poi ci sono gli spettacoli, il giochi,
il viaggio-vacanza. Può darsi che la ricreazione dell'uomo si debba
necessariamente basare sulle quattro dimensioni:
- mangiare-consumare (feste con gastronomia),
- guardare-ascoltare (shows),
- simulare (giochi),
- muoversi-spostarsi (ballo-viaggio).
Quattro sole dimensioni che in genere vengono combinate fra
loro, ma nei modi più tradizionali, ripetitivi e scontati. In altra
occasione ho cercato di analizzare le feste in un'ottica psicosociale, per
cui qui mi limito a osservare che presto la gente andrà al lavoro per
divertirsi, tanto sono ripetitive le feste! Ogni festa è uguale a tutte
le altre, qualsiasi sia l'Ente che la organizza.
Alle pendici dell'Etna come nel Friuli, con l'Unità o l'Amicizia, con
l'oratorio o gli anarchici, si tratta sempre delle stesse musiche, gli stessi
salsicciotti, gli stessi banchetti
artigianali. Un processo di omologazione e di equivalenza impressionante.
Come attività di animazione, dovrebbe essere proibita per legge ogni
festa per tre anni, in attesa che qualcuno inventi qualcosa di nuovo! Ho già
detto che ritengo assai pericoloso affidare all'Ente locale il divertimento
in quanto tale, a meno che sia utilizzato come strumento per un altro obiettivo.
Le attività ricreative evasive dovrebbero a mio avviso non comparire
negli interventi socio-culturali pubblici, se non occasionalmente e strumentalmente.
b) Un'altra categoria
tradizionale dell'intervento socioculturale e india delle attinta culturali:
teatro, cineforum, museo, mostre biblioteche, conferenze-dibattiti.
Si tratta di proposte culturali finalizzate alla diffusione della conoscenza
prodotta da operatori professionali. Sono certo un aspetto importante dell'intervento
socioculturale purché: 1. diffondano realmente stimoli culturali; 2.
siano collocati a lato di serie possibilità di produzione culturale.
Richiedendo che queste attività diffondano realmente cultura e conoscenza,
non mi riferisco affatto al loro presunto livello (arte o non arte cultura
alta o bassa) ma alle condizioni della loro fruibilità cioè
ai modi con cui tali attività vengono realizzate.
Perché un qualsiasi evento sia realmente stimolo culturale credo che
occorra anzitutto che cada su un'utenza in grado di percepirne qualcosa. Altrimenti
facciamo una provocazione, ma con la consapevolezza che lo sia. L'utenza percepisce
prodotti il cui contenuto e la cui forma toccano i temi ed i modi della sua
vita, toccano i suoi bisogni e le sue aspirazioni. Astruserie, esotismo, sofisticazioni,
equilibrismi e contorsioni mentali sono prodotti vicini ai bisogni di un'élite,
che non deve certo essere "promossa culturalmente" dall'Ente locale.
Fanno parte di queste sofisticazioni anche certi recuperi "finto-popolare"
dei canti delle mondine dell'800 piemontese, che sono i canti meno apprezzati
dalle mondine odierne. Questo discorso, che interessa solo tangenzialmente
il contributo, vale per il teatro, per la musica, per la lettura come per
le conferenze. Queste attività devono essere fruibili come stimolo
culturale, cioè devono servire a conoscere ed a riflettere, sulla vita
di tutti i giorni. Ma rischierebbero di diventare semplici induttori di atteggiamenti
contemplativi se non fossero collocate a lato di serie occasioni di produzione
culturale. Come abbiamo già detto, la cultura è potere ma per
attualizzarsi come tale, deve mettere tutti in condizione di essere produttori.
E qui si apre il discorso più serio dell'intervento di animazione che
può fare un'amministrazione comunale. Scuole, laboratori, ateliers,
spazi e mezzi in cui i cittadini possano imparare a fare cultura, cioè
a produrre musica, teatro, cinema, o letteratura: questo è l'intervento
culturale da fare da qui al 2000.
e) Grazie agli animatori
ed ai Centri da essi condotti, che stanno sorgendo ovunque, si apre una terza
categoria di attività dell'intervento socioculturale: quella dei
linguaggi espressivi. I modelli di Milano, Forlì, in parte, di
Torino si sono avviati in questo senso. Laboratori di attività manuali,
grafico-pittoriche, drammatiche, visuali musicali sparsi nelle città
per avvicinare i cittadini all'acquisizione dei linguaggi della produzione
culturale.
Si tratta quasi di Centri di avviamento ai linguaggi, nei quali chiunque può
accostarsi agli strumenti di produzione. Queste attività sono sicuramente
una parte importante dell'intervento di animazione socioculturale: ma, da
una parte, lasciano intatto il problema di istituzioni specializzante per
l'approfondimento dei linguaggi; dall'altra, aprono il problema del destino
dei gruppi che si sono inoltrati nei linguaggi quel tanto che basta per decidere
di aggregarsi intorno ad essi. Non è certo pensabile che i Centri di
animazione divengano dei luoghi specializzati per l'apprendimento dei linguaggi,
a meno di pensare a centinaia di piccoli Beaubourg-Conservatori-Offìcine.
Credo che i Centri socioculturali possono restare centri di "scoperta
e di smistamento" delle possibilità di esprimersi attraverso diversi
linguaggi. Ne condivido l'ipotesi milanese di utilizzare i Centri come spazi-laboratori
di gruppi aggregati, perché credo che ciò farebbe dei Centri
luoghi aperti soli agli appassionati, cioè a pochi.
2.5 Animazione dove?
Oggi che l'animazione urbana sta esplodendo, si apre il problema del dove farla. Affermo subito che la linea che consiglio è quella della pludislocazione.
Dibattito ormai ventennale è quello fra centro e periferia. Le Amministrazioni oscillano da periodi di, centralismo ossessivo a decentramenti selvaggi. Oggi tende a prevalere il modello del decentramento. A mio avviso il decentramento va perseguito ma con due accorgimenti. Anzitutto decentramento non può essere trasferimento alla periferia di prodotti e operatori del Centro. Fare a Montesacro un'attività pensata per la zona di via Condotti è come portare al Gratosoglio il Piccolo Teatro. Si ottiene solo che gli habitués del Centro passino una sera in periferia.
Però decentramento non può nemmeno essere una operazione di campanilismo provinciale. Affidare a certi Consigli di Circoscrizione, impreparati e dequalificati, tutte le scelte di politica culturale della zona, porta solo alla moltiplicazione degli errori già fatti dagli Assessori comunali. Si rischia di avere in Italia 10.000 Nicolini o 10.000 piccoli Bearzot che organizzano incontri fra "scapoli e sposati" nei quartieri. Assisteremmo alla guerra dei "mini-zecchini d'oro"; all'orgia di "tornei di scala 40"; alla "festa-mercato-continua". Le Amministrazioni locali che assegnano fondi e operatori alle Circoscrizioni, devono mantenere assolutamente un ruolo di proposta, di controllo di qualità e di coordinamento delle varie iniziative. Gli interventi d'animazione vanno dunque fatti al centro e in periferia. Con l'accorgimento di lasciare una parte delle attività periferiche in mano al centro, ed una parte delle attività centrali in mano alla periferia.
Ma in quali luoghi fisici, opera l'animazione socioculturale?
La tendenza attuale è giustamente, quella dei "luoghi riservati", come i Centri di Incontro, i Centri di Tempo Libero, i Centratutto e così via. In genere sono strutture polivalenti, affiancate al Consiglio di Circoscrizione, alla biblioteca o ad una scuola. Questi luoghi appositi sono necessari sia per dare agli operatori un Centro organizzativo, sia per dare un riferimento all'utenza. Tuttavia crediamo che l'animazione debba svolgersi solo per una parte nei centri appositi. Per gran parte essa deve svolgersi nelle sedi di associazioni o istituzioni, nelle strutture culturali e ricreative culturali e ricreative del quartiere; ma anche nei campi gioco all'aperto, nei parchi e giardini, nelle strade e nei circoli, persino nei bar.
Nella logica dell'animatore inteso come "ricucitore", egli può e deve fare uso di tutto resistente per aggregare l'utenza. Perché organizzare qualcosa nel Centro socioculturale, quando magari una iniziativa promossa nel quartiere da un gruppo o un'associazione, va deserta? Perché mobilitare persone apposta per un programma di educazione alimentare quando gli operatori del consultorio sono a disposizione? Perché non sforzarsi di riempire la biblioteca, il cinema parrocchiale, il museo di quartiere o l'atelier di una cooperativa, prima di trascinare la gente nel Centro socioculturale? Perché strappare la gente dal bar, per portarla nel Centro a fare un torneo di scacchi?
2.6 Organizzazione interna degli animatori
La realizzazione di uno
o più interventi di animazione nella città richiede una vera
e propria organizzazione degli animatori. Sia che essi siano tutti dipendenti
comunali, sia che siano a convenzione, sia che abbiano un contratto di collaborazione
professionale, gli animatori devono organizzarsi con una struttura permanente
che all'occasione si renda flessibile per progetti particolari.
Il problema non è semplice perché è legato alla struttura
dei servizi socioculturali comunali, ma è anche legato alle competenze
richieste per ciascuna équipe. Per esempio Forlì, ed in parte
anche Milano, tendono a specializzare i Centri di quartiere intorno ad un
gruppo di linguaggi omogenei, coerentemente con la loro scelta d'obiettivo.
Questo comporta che ogni Centro disponga delle competenze specialistiche necessario.
Torino invece, che è centrata sul quartiere, presenta una maggiore
despecializzazione nei diversi Centri, come è avviata a fare Genova.
Finché si tratta di fare interventi di quartiere, le cose sono relativamente
semplici. Ma si complicano quando si vuole fare un intervento urbano, come
era il caso di Massa.
Che significa intervento urbano? Si può intender come:
- centrato sulle istituzioni centrali della città (teatro comunale,
biblioteca centrate, piazza);
- scomposto in tanti sotto-progetti quanti sono i quartieri
(collegati
dallo stesso tema);
- scomposto in tante parti quanti sono i quartieri (con ogni parte che confluisce
al centro);
- scomposto in 2/3 parti geograficamente significative (centro-periferia oppure
monte-mare);
- scomposto in 2/3 parti significative operativamente (gruppo logistico
- gruppo istituzioni
- gruppo spettacolo, ecc.).
Ciascuno di questi modelli ha vantaggi e svantaggi, ma modifica i processi
di lavoro culturale e quindi le mansioni e le capacità richieste. Se
questa è la problematica dell'organizzazione di un intervento urbano,
ne esiste un'altra legata alla struttura permanente. Non parlo della struttura
formale-istituzionale (cooperative-contratto, ecc.) ma dell'organizzazione
funzionale. Il servizio di animazione socioculturale di una città è
un'organizzazione di lavoro che deve produrre animazione: la sua organizzazione
non è trascurabile rispetto ai processi di lavoro ed ai prodotti del
lavoro.
Il primo problema
è l'assegnazione dei luoghi di lavoro e la composizione delle équipes.
In genere gli animatori tendono, per comodità
e desiderio di rassicurazione, ad operare nel loro quartiere di residenza
e/o con colleghi molto affini. Ma questo è nell'interesse del lavoro
socioculturale? In parte si, perché è ovvio che operatori poco
professionali e psicologicamente gracili, avrebbero un assai scarso rendimento
in un territorio sconosciutoed in un'equipe poco gratificante. Però
ci sono degli svantaggi. Il primo è che l'animatore che opera nel quartiere,
subisce i limiti derivanti dalla conoscenza che di lui hanno gli utenti. Per
esempio sul piano politico: quale credibilità e fiducia otterrebbe
un animatore molto colorato partiticamente? Susciterebbe diffidenza ed ostilità
da parte di tutti coloro che sono di partiti politici diversi. Quale autorevolezza
avrebbe l'animatore nei confronti della sua ex-scuola media, della sua parrocchia,
del suo caseggiato?
Il secondo svantaggio riguarda l'omogeneità dell'equipe. Poche differenziazioni
equivalgono a scarso dibattito e confronto, a poca creatività e complementarietà.
L'omogeneità "affettiva", nei gruppi corrisponde di solito
ad omogeneità nelle pratiche e nelle tecniche d'animazione, e spesso
si basa su rapporti di dipendenza. Perciò assecondare questa esigenza,
per l'amministrazione, può voler dire scarsa vitalità nelle
équipes e scarsa flessibilità, oltre che ristretto ventaglio
di capacità.
Il secondo problema
che si pone nelle équipes di Circoscrizione e resistenza e
le funzioni di un coordinatore.
In genere le Amministrazioni preferiscono avere
un solo interlocutore ed un solo responsabile del lavoro. Questo tuttavia
fa sorgere un livello gerarchico, che, se mal gestito dal coordinatore, rischia
di disturbare lutto il lavoro.
Per esempio, il coordinatore tende ad accentrare in se le informazioni sia
del territorio che dell'Amministrazione. Se non è capace di far girare
ampiamente queste informazioni, l'equipe viene espropriata di dati utili per
gli interventi. Ancora, il coordinatore ha di solito un compito di controllo
delle presenze e degli orari: ruolo spiacevole che rischia di innescare complicità
o malumori. Infine il coordinatore deve ridurre la sua presenza attiva con
l'utenza, per dedicare tempo alla preparazione ed ai contatti. Questo può
portare ad una eccessiva separazione fra il suo lavoro che assume connotati
più prestigiosi e quello dei colleghi, che si assimila a lavoro esecutivo.
Una soluzione al problema potrebbe derivare dalla rotazione periodica del
coordinatore, ma questo apre problemi di formazione e di retribuzione.
Un terzo problema,
assai delicato, e quello del coordinamento a livello comunale.
Molti progetti di mia conoscenza sono falliti per
carenze a questo livello. Non è possibile sperare che il coordinamento
comunale funzioni se le persone che se ne occupano hanno meno capacità
e prestigio degli operatori periferici. Ne certamente il coordinamento comunale
può essere inteso come semplice livello gerarchico di distributore
di ordini, controlli e sanzioni. L'animatore socioculturale non può
essere messo nelle condizioni di "eseguire" un ordine, perché
il lavoro culturale si basa sulla libertà e creatività personale
dell'operatore. Una linea del genere burocratizzerebbe ben presto l'intero
servizio (con sintomi di disaffezione, assenteismi, resistenze passive) oppure
produrrebbe un'elevata conflittualità fra centro e periferia. Il centro
deve promuovere, stimolare, armonizzare e supportare le équipes periferiche;
dirimere i conflitti; rappresentare le loro istanze professionali verso l'Amministrazione.
Naturalmente è utile che al centro non vi sia un solo coordinatore,
ma almeno due o tre, il che consente collegialità e complementarità.In
qualche caso è possibile che al centro pervengano a rotazione i coordinatori
periferici. In ogni caso il centro non può svolgere la sua funzione
di coordinamento senza essere affiancato da organismi del tipo "assemblea
degli animatori" o "conferenza dei coordinatori", che servono
da diffusori dell'informazione, omogeneizzatori degli interventi, spazi di
dibattito interno. Va chiarito che questi organismi sono strettamente professionali,
perciò devono esulare da essi le questioni sindacali, che troveranno
altra sede per esprimersi.
L'assenza di questi organismi collegiali di coordinamento, provoca sia un'eccessiva
gerarchizzazione fra centro e periferia sia un totale scollamento degli interventi
periferici, che devono invece mantenere un'unità di fondo che rispecchi
la politica della città.
Inoltre l'assenza di movimenti di incontro collettivo, rende assai improbabile
la possibilità di realizzare anche una sola volta all'anno interventi
urbani coordinati. Invece una città, specie di media grandezza, può
trarre grande giovamento da progetti periodici di respiro urbano, che si affianchino
ai progetti periodici ed ai servizi permanenti di quartiere.
2.7 II progetto massese scaturito dal seminario
Come ho già detto,
tutte queste cose e molte altre furono il contenuto del lavoro durato quindici
giorni, durante la seconda tranche del Corso di Specializzazione del Comune
di Massa.
Il programma dei lavori del seminario era il seguente:
|
MERC
|
ore
9-10.30
|
ore
11-12.30
|
ore
15.30-17
|
ore
17.30-19
|
ore
21-23
|
|
PLENARIA
|
Gruppi
Base
|
Gruppi
Base
|
PLENARIA
|
Incontro
Circoscriz.
|
|
|
GIOV
|
Gruppi
Base
|
Intergruppi
|
PLENARIA
|
Gruppi
Base
|
|
|
VEN
|
Intergruppi
|
Intergruppi
|
Gruppi
Base
|
PLENARIA
|
Incontro
Associazioni
|
|
SAB
|
PLENARIA
|
PLENARIA
|
-
|
-
|
|
|
DOM
|
-
|
-
|
-
|
-
|
|
|
LUN
|
PLENARIA
|
Gr.
Operativi
|
Gr.
Operativi
|
Gruppi
Base
|
|
|
MART
|
PLENARIA
|
Gr.
Operativi
|
Gr.
Operativi
|
Gruppi
Base
|
|
|
MERC
|
PLENARIA
|
Gr.
Operativi
|
Gr.
Operativi
|
Gruppi
Base
|
|
|
GIOV
|
PLENARIA
|
Gr.
Operativi
|
Gr.
Operativi
|
Gruppi
Base
|
|
|
VEN
|
PLENARIA
|
Gr.
Operativi
|
Gr.
Operativi
|
Gruppi
Base
|
|
|
SAB
|
IN
|
TER
|
VEN
|
TO | |
|
DOM
|
IN
|
TER
|
VEN
|
TO | |
|
LUN
|
Gruppi
Base
|
Gruppi
Base
|
PLENARIA
|
PLENARIA
|
|
|
MART
|
Gruppi
Base
|
Gruppi
Base
|
PLENARIA
|
PLENARIA
|
*-Allegato
Progetto
di massima dell'evento finale del Corso di Specializzazione animatori di Massa
"Obiettivo:
sensibilizzazione della popolazione ai problemi culturali di Massa"
|
1. GRUPPO ZONA MARINA DI MASSA Venerdì
pomeriggio Sabato mattina Sabato pomeriggio Sabato sera |
2. GRUPPO ZONA CENTRO Venerdì
pomeriggio Sabato mattina Sabato pomeriggio
|
3. GRUPPO ZONA MONTAGNA Venerdì
pomeriggio
Sabato |
|
Domenica mattino e pomeriggio - esposizione pannelli
dei dati |
Domenica mattino e pomeriggio - esposizione cartelloni
con dati |
Domenica mattino e pomeriggio - esposizioni dati |
|
LA DOMENICA I TRE GRUPPI CONFLUISCONO NELLA STESSA PIAZZA CENTRALE |
||
Il grande seminario-laboratorio
fu preceduto da due giorni di conferenze e discussioni con ospiti esterni
che presentarono stimoli di esperienze di animazione urbana. P. Ursino presentò
la relazione di una ricerca promossa dal Comune su "spazi e bisogni di
tempo libero a Massa"; A. Cavallara presentò l'attività
del Comune di Torino; M. Bellotti, presentò esperienze fatte nel meridione
dalla Società Umanitaria di Milano.
I conduttori dei gruppi di Base furono: G. Contessa, R. Martini e M.V. Sardella,
affiancati in veste di osservatori da G. Zenone, C. Surini e C. Martignoni.
Come si può intravedere dallo schema orario presentato, dopo i due
giorni di esperienze, i partecipanti avevano tre giorni (nelle serate dei
quali si incontravano con le Circoscrizioni e con le Associazioni in un teatro
cittadino) per delineare l'intervento, cinque giorni per prepararlo, due giorni
per realizzarlo e due giorni per verificare ogni aspetto del processo e del
prodotto.
Poiché questo contributo non riguarda l'aspetto formativo, mi limito
a riprodurre il progetto definitivo elaborato (vedi allegato*). Mentre i momenti
di Plenaria, Intergruppo e Gruppo Base erano condotti dallo staff, i Gruppi
Operativi era previsto che si autogestissero potendo rivolgersi allo staff
come una risorsa di consulenza.
Il progetto non viene presentato in quanto modello perfetto. Ma soprattutto
per rispetto a tutti i partecipanti che si sono impegnati allo spasimo. D'altronde
non avevamo particolare interesse al prodotto, trattandosi di una situazione
formativa e da laboratorio. Ciò che ci interessava era il processo
attraverso cui il progetto veniva pensato, deciso e realizzato. In questo
processo i partecipanti dovevano imparare quanto più possibile sui
problemi principali che si incontrano nella realizzazione di un intervento
urbano. E credo che ci siamo riusciti con quasi tutti i partecipanti.
*Estratto da QUADERNI DI ANIMAZIONE SOCIALE- ANIMARE LA CITTA'- Isameps, Milano, 1982, pag.151- 174