|
|
SOMMARIO:
1. Dai Sessanta
agli Ottanta: in attesa del terzo millennio
2. Gli anni Settanta: apprendisti stregoni, naufraghi e api operaie
3. Gli anni Ottanta, ovvero la transizione continua
4. LOccidente come "museo delle cere": la soffitta e il frigorifero
5. Il cubo di Rubik, il labirinto e la confusione
6. Enciclopedia, supermarket e superfluità
7. Bisogni e risorse possono incontrarsi: dipende da chi sarà il capostazione
8. E la Psicologia?
1. Dai Sessanta agli Ottanta: in attesa del terzo millennio
Gli
anni Sessanta sono di gran moda, ma non è solo una questione di nostalgia
degli attuali dirigenti verso unepoca nella quale sognavano Katherine
Spaak. La mia idea è che gli anni Sessanta abbiano rappresentato, per
il mondo occidentale, il vertice più alto di una curva: essi sono stati
insieme vetta di un processo e punto di svolta per un altro.
Il processo,
la vetta del quale è stata raggiunta nei primi anni Sessanta, è
quello che è stato definito come società industriale moderna.
Un processo durato quasi due secoli e che ha visto il progressivo sviluppo
dellimpresa industriale, fino ai giganti multinazionali. In termini
culturali possiamo riconoscere che fino ai primi Anni Sessanta il mondo occidentale
era organizzato secondo una logica "gerarchizzata". In vetta lidea di
Futuro e di Progresso Illimitato; subito dopo il Potere del Capitale e dellImpresa
(da una parte) e del Lavoro (dallaltra); poi il resto, ai gradini inferiori,
con in fondo, sotto a tutto, il Soggetto. Questo era sottomesso dal Progresso,
dal Futuro, dallImpresa, dal Lavoro, dalla Ideologia e dal Partito,
dalle Istituzioni.
Un processo
iniziato nel Settecento come anti-aristocratico, aveva attraversato via via
la fase liberale, poi quella borghese, quella capitalista, quella statalista
e quella assolutista; fino ad arrivare, nel secondo dopoguerra, a quella "rarefazione
del totalitario" che era il Sistema Industriale, Capitalistico, Multinazionale.
Quella che era definita come Democrazia post-bellica, nelle parole e nelle
intenzioni ideali, era in realtà una sorta di totalitarismo impersonale,
astratto, massimamente repressivo della Soggettività, cioè dellUomo
e dei suoi bisogni.
Una simile
contraddizione non poteva non essere messa in luce e passata al vaglio della
critica. Praticamente su ogni fronte della cultura e della ricerca, in campo
cattolico come in campo liberale o marxista, si è evidenziata una enorme
riflessione di portata rivoluzionaria: la riflessione sul Soggetto, e le sue
dimensioni peculiari, cioè il tempo, lo spazio ed il valore. i~ negli
Anni Sessanta che ci si è cominciati ad interrogare a livelli di massa
sul "COSA FARE", per tradurre in pratica i valori della democrazia, cioè
delluomo.
In questo
senso si è operata una svolta cruciale. Il mondo occidentale si è
messo a ripensare alluomo prima di tutto in termini di tempo: alla logica
del Futuro è subentrata unattenzione al PRESENTE ("qui ed
ora"). Poi in termini di spazio: alla dimensione solitaria delluomo-massa
di Riesman, è subentrata laspirazione collettivistica o comunitaria
(sia come compagno di lotta sia come fratello sono riapparsi lAltro
ed il NOI). Infine si è ripensato alluomo in termini di valore:
dalluomo come merce si è passati alluomo come protagonista.
A mio avviso, la gran parte dei guasti successivi, come dei punti positivi,
traggono le loro radici proprio negli Anni Sessanta. La grande piramide materiale
e culturale, perfezionata in due secoli di esperienze industriali moderne,
ha cominciato nei Sessanta ad incrinarsi per una mutuazione che solo oggi
intravediamo.
2. Gli anni Settanta: apprendisti stregoni, naufraghi e api operaie
I
Sessanta terminano col terremoto di Maggio, in Francia, e dautunno in
Italia. Le grandi imprese scricchiolano paurosamente, abituate comerano
a navigare in acque placide. Qualcuna esplode in mille pezzi. Ma dagli spezzoni
fumanti delle gigantesche macchine industriali nascono le "piccole imprese".
Piccolo è bello, e bellissimo se sommerso.
La cultura
di massa, prima solida e gerarchizzata, esplode anchessa in mille pezzi,
come nellultima scena di "Blow up" di Antognoni.
Di fronte
al terremoto molti si sentono come naufraghi: galleggiano su relitti, piangono
ed imprecano, si isolano, oppure cercano di difendere allarma bianca
i pochi resti salvati dal mondo passato. La "strategia della tensione" e i
vari progetti di golpe, sono sussulti di naufraghi.
Altri sono
divenuti apprendisti stregoni. Impadronitisi delle arti dei maestri (buoni
e cattivi), fatte proprie le critiche elaborate o riscoperte nei Sessanta,
hanno cercato di fare subito il Nuovo Mondo, ipotizzato proprio dalla cima
della curva dellevo industriale moderno. Forse per diventare stregoni
ci vuole meno, ma certo per cambiare un mondo che ha richiesto due secoli
per farsi, non bastano due lustri. La "critica delle armi" ha voluto accelerare
la nascita del mondo ipotizzato con le "armi della critica". Ma gli apprendisti
stregoni non hanno saputo "controllare le acque": e gli anni di piombo hanno
bruciato tanti simboli, insieme a mezza generazione. Intanto però avveniva
qualcosa, malgrado la "scomparsa delle lucciole". Le api operaie, i cittadini
e lavoratori qualunque, hanno continuato a costruire nelle direzioni indicate
negli Anni Sessanta. Partecipazione, conflittualità, protagonismo,
emancipazione, integrazione, animazione: ecco alcune delle parole messe
in luce nei Sessanta, ma nutrite e irrobustite nei Settanta, fra naufragi
e fischi di P38.
Milioni
di uomini si sono misurati coi problemi che la Soggettività, messa
come centro della Storia, poneva nella ristrutturazione del mondo occidentale.
Si sono incontrati e scontrati col decentramento, politico e produttivo; col
conflitto e la mediazione; con le diversità di tutti i tipi; coi problemi
della famiglia e dello Stato; col corpo e col tempo libero; col lavoro e la
crisi energetica. Gli Anni Settanta sono passati mentre il mondo occidentale
ha dovuto, per ogni scelta, chiedersi "PERCHE FARLO". Perché
fare una scelta o unaltra. Nei Sessanta la domanda era "cosa fare" (know
what) per realizzare qualcosa che sembrava ovvio e chiaro; nei Settanta
la domanda e diventata "perché farlo" (know why) se nulla più
è chiaro e condiviso? Perché lavorare, perché votare,
perché studiare, perché sposarsi o divorziare, perché
fare figli, perché vivere? Per fortuna le api operaie, mentre pensano,
lavorano. E mentre si chiedevano tanti laceranti perché, lentamente
e confusamente, hanno realizzato cose che nei Sessanta si osava appena sognare.
Forse appare poco, ma sono loro che hanno tenuto insieme il mondo in pezzi
ed hanno cominciato a ricomporlo in modo nuovo: con una faccia forse presentabile
al terzo millennio.
3. Gli anni Ottanta, ovvero la transizione continua
Gli
Anni Ottanta non sono la svolta o luscita dal famoso tunnel. Semmai
sono la fase adolescenziale del processo di transizione iniziato ventanni
or sono. Un processo che facilmente non terminerà prima della fine
del secolo.
Anche se
ogni giorno i gazzettieri annunciano il Nuovo Rinascimento, e più probabile
che ci voglia mezzo secolo per trasformare un mondo che ha impiegato due secoli
a farsi.
Gli Ottanta
sembrano però connotati da caratteri del vecchio mondo, lacerazioni
degli anni Settanta e auspici del 21° secolo.
Il sistema
produttivo prima gigantizzato e multinazionale (Sessanta), poi miniaturizzato
e localistico (Settanta), ora sembra connotato dalla "complessità"
e dalla " articolazione".
Grandi imprese
multinazionali e "global competitors" convivono con micro-imprese specializzatissime
o a mercato locale. Qua la produzione si concentra in macro-strutture, là
si discioglie nei mille rivoli del decentramento territoriale. La forma Stato,
dominante nei Sessanta, è stata affiancata aggressivamente dagli Enti
Locali nei Settanta, e riacquista un ruolo negli Ottanta: il centro e la periferia
stanno cercando un rapporto equilibrato e dialettico.
La cultura
di massa, prima gerarchizzata e poi esplosa, sta trovando una sintesi nella
filosofia delle "connessioni". Non più la gerarchia dei valori e delle
istituzioni, né la separazione ed il conflitto, influenzano la cultura
degli Ottanta. Bensì i collegamenti, le interfacce, le sintesi: fra
le discipline scientifiche, fra le arti, fra le forme di spettacolo. Si intravede
laurora di un "pianeta cablato", cioè interconnesso in ogni parte,
regolato da una logica " federativa " o "pattizia".
La domanda
più ricorrente non riguarda più tanto il "saper cosa fare",
o il "sapere perché farlo", ma il "SAPER COME" (know how) gestire
la transizione. Il dibattito principale non è più ideologico,
né filosofico, ma tecnico e metodologico. I valori delluomo,
cantati dagli aedi dei Sessanta, ora sono chiari a tutti, e quasi universalmente
accettati (in Occidente). Resta da esplorare il "come" innescare, diffondere,
governare, valutare la transizione in questo scorcio di secolo. La ricerca
tecnica sta dominando il panorama scientifico, e sta entrando lentamente anche
nelle scienze umane. Qua e là si intravedono i bagliori di una "NUOVA
SINTESI" o nuova unità del sapere e del convivere, ma si sente che
lOccidente non è ancora maturo. La transizione continua: siamo
solo "post"-moderni.
4. LOccidente come "museo delle cere": la soffitta e il frigorifero
La
società post-moderna, definita così prematuramente rispetto
alla sua maturazione storica, è assai bene simbolizzabile con un chip
di silicio: tecnica e flusso di informazioni. Non ha un passato preciso o
un futuro identificato: ha tutti i passati ed i futuri possibili. E' solo
un corridoio di passaggio in cui può fluire, in maniera equivalente,
una formula fisica o un testo omerico. Larchitettura post-moderna, come
la moda, larte e la musica, sono sincretiche. La Via Novissima e la
scena di "Blade Runner" propongono il capitello dorico accanto al neon. I
designers di Memphis offrono mobili che ricordano lEgitto e la Bauhaus.
Ne risulta un effetto da "museo delle cere": accanto a Giulio Cesare spicca
il biondo di Marilyn Monroe e la sagoma di ET.
La letteratura
ed il cinema si fondano sullammicco, il rimando, la citazione. Esplodono
i revivals di tutte le epoche. Tutto sembra affiancabile, equivalente, sostituibile.
Si ha spesso
una "sensazione di soffitta", polverosa, piena di ricordi e di stracci, con
il windsurf da usare in estate accanto agli sci, i quaderni delle elementari
vicino alle bambole della nonna. In questo mondo che sempre più si
avvicina al chip di silicio, è forte la tentazione di andare a caccia
di ricordi e di sentimenti. Musica elettronica, moda apocalittica, flussi
ininterrotti e memorie rimosse portano molti a "sentire freddo". Come se avessimo
messo le "emozioni in frigorifero".
5. Il cubo di Rubik, il labirinto e la confusione
La
scienza post-moderna ha perso i suoi binari. Dopo la esplosione critica degli
anni Settanta, le discipline sono alla ricerca di nuovi collegamenti, nuove
sintesi, diverse connessioni. I linguaggi non riescono ancora ad aprire nuove
strade, ma si ricombinano allinfinito. Proliferano i "modi di dire",
ma non riusciamo ancora a trovare nuovi "modi di pensare", cioè nuove
teorie unificanti e unitarie visioni del mondo.
Nel cubo
di Rubik sono possibili infinite combinazioni, ma non si produce mai alcuna
forma nuova: esce sempre e solo un cubo.
Se gli anni
Sessanta possono essere simboleggiati da una strada, i Settanta da una trincea,
gli Ottanta richiamano alla mente il labirinto. Gli scienziati e gli intellettuali
arrivano a prendere decine di sentieri nuovi, che però convogliano
tortuosamente a vicoli ciechi. La complessità, almeno per ora, risulta
magmatica, confusiva, vischiosa.
Ogni tentativo
per gestire la complessità, mediante aggregazioni e connessioni, viene
vissuto come minaccia. Le istituzioni e le persone, perse nel labirinto, si
parlano urlando, ma restando divise dai muri. La confusione deriva da un insieme
di vissuti maniacali, persecutori e colpevolizzanti che pesano simultaneamente.
La tecnica
è insieme rifugio e risposta possibile. Ma in agguato stanno sempre
i nuovi tentativi di gerarchizzazione oppure le utopie millenaristiche.
Gli uomini
persi nel labirinto e confusi, sentono sempre il fascino di seguire un capo
"che sa come se ne esce", e poco importa se si tratta di una persona, di un
partito o di una fede; oppure di attendere una salvezza futura, sconosciuta
ma certa. Qualcuno soltanto, per ora, prova a collegarsi e federarsi con gli
altri dispersi in altre strade del labirinto, per uscirne presto e insieme
e con le sole forze dellUomo.
6. Enciclopedia, supermarket e superfluità
La
cultura, intesa come comprensione del mondo, si riduce nella società
post-moderna ad una valanga di informazioni. Una marea di bit elementari,
sconnessi tra loro, inonda la mente ed i sensi delluomo post-moderno.
Il settore lavorativo ed economico relativo al trattamento ed alla trasmissione
di dati è in espansione vertiginosa.
Il sapere
si allontana sempre più dal comprendere, per avvicinarsi allessere
informati. Il pianeta è un supermarket di stimoli visivi, olfattivi,
acustici, di cui riesce difficile comprendere la logica, il senso e lordine.
il post-moderno rivive amplificata la fase dellEnciclopedia: limmane
fatica cui luomo è chiamato è quella di trovare una "mappa-guida"
che serva da contenitore e selezionatore dei dati.
Il discrimine
fra dati nuovi e ripetizioni, fra dati essenziali e dati superflui va ricercato
e tenuto fermo mediante sforzi continui di riferimento ai valori. Poiché
i valori si sono soggettivizzati, ciascuno è solo in questo lavoro
di selezione: non può godere di solidarietà e consensi generali.
La riduzione
della cultura a informazione produce inoltre una ipersemplificazione dei problemi
allo schema binario (si-no) tipico del computer. Le sfumature e le analisi
sistemiche sono lontane dalla mentalità di massa. Ogni dato risulta
polisemico ed equivalente, senza una guida valoriale. Né senza questa
sono possibili gradazioni valutative a posteriori; le valutazioni diventano
"a priori", ideologiche e pregiudiziali, quanto occasionali ed emotive.
Ciò
che risulta evidente è la moltiplicazione e la diffusione delle contraddizioni
fra interpretazioni in tempi diversi, fra gruppi diversi, fra teorie ed azioni.
Loverdose
di informazioni e la conseguente binarietà del processo culturale di
massa risultano quindi governabili solo dal criterio dellinteresse immediato
e dello stimolo superficiale. Allo stesso modo in cui la scelta di un prodotto
nel supermercato risulta influenzata dal colore delletichetta o dal
prezzo, considerato in astratto, cioè senza riferimenti al valore delloggetto.
Da una parte
dunque il potere si trova a lavorare sul terreno della seduzione, del simbolico
e dellimmaginario (cioè dello spettacolo); dallaltra si
esprime come neo-corporativismo, viscerale quanto pervicace.
La moda
in generale ed il fenomeno del travestitismo in particolare sono emblematici
della funzione della seduzione nel post-moderno; così come le grandi
kermesses di massa. Mentre loccupazione dello Stato da parte delle lobbies
partitiche o dei gruppi piduisti, insieme agli scioperi dei medici o delle
minoranze dei trasporti, sono emblematici del processo di neo-corporativismo.
In questo
scenario dominato da una cultura enciclopedica-enigmistica, appare sempre
più superflua ogni informazione ulteriore.
7. Bisogni e risorse possono incontrarsi: dipende da chi sarà il capostazione
LOccidente post-moderno presenta dunque soprattutto bisogni post-materialistici. Forse per la prima volta nella Storia, lOccidente si trova a dover rispondere ai bisogni superiori della scala di Maslow, e cioè si trova a gestire problemi non ricattati dalla penuria delle risorse. Fame e sicurezza fisica non sono più problemi prioritari: il loro posto è stato preso dai bisogni di socialità, di autonomia e di autorealizzazione. Per seguire lo schema danalisi presentato qui, diciamo che i nuovi bisogni delluomo, in questa fase di adolescenza della transizione, sono:
1) il recupero dei sentimenti e del "tempo lineare": cioè di un passato, un presente ed un futuro con le corrispondenti emozioni (Storia);
2) la rifondazione di un "nuovo modo di pensare" unificato ed unificante (Scienza);
3) il consolidamento di un nuovo sistema di valori, che fondi il linguaggio e le identità (Etica).
Questi
bisogni non si identificano necessariamente in un Nuovo Rinascimento o peggio,
in una riedizione del Sacro Romano Impero. Il post-moderno può sfociare
in un Terzo Millennio a sviluppo multiplo, differenziato ma interconnesso.
In altre
parole, ci sembra possibile che anche la complessità e la pluralità
trovino una Storia, una Scienza ed unEtica a "minimo comune denominatore".
Le risorse
per rispondere a questi bisogni esistono da sempre, ma oggi trovano anche
maggiori spazi, grazie alla transizione del post-moderno:
1) il corpo, la fisicità, la natura e le relazioni, sono il luogo delle emozioni e del tempo lineare (ricordo-consapevolezza-progetto);
2) lepistemologia e le discipline "di frontiera" sono la risorsa per la fondazione di una Nuova scienza;
3) lumanesimo cristiano, laico e marxista è il patrimonio, apparso negli anni Sessanta e potenziale base della Nuova Etica.
Lo sviluppo e la diffusione di massa della cultura e della scienza, da una parte, e linformatica dallaltra, sono condizioni potenzialmente favorenti lincontro fra bisogni e risorse. La posta in gioco è il Potere di orientare il Terzo Millennio verso una riunificazione gerarchizzata, totalitaria, disumanizzata, oppure una riunificazione policentrica, federativa ed umanistica. Il treno dei bisogni e quello delle risorse si incontreranno in punti diversi, a seconda di chi sarà il capostazione. I secoli XIX e XX si sono giocati il potere al tavolo del danaro; nel secolo XXI il potere si giocherà altrove: sui sentimenti, sulla scienza e sulletica. E il dilemma non sarà relativo a quale persona o classe controllerà queste variabili; ma semmai sarà sul grado di diffusione di questo controllo. Se esso sarà oligarchico (poco importa di quale gruppo) il destino del Terzo Millennio sarà Imperiale.
8. E la Psicologia?
In
un mondo di neon, perspex ed echi egizi, poliglotta e multirazziale, raffreddato
e labirintico, enciclopedico ed interconnesso, la Psicologia è chiamata
(come sempre) a promuovere e difendere la "soggettività".
Anzitutto
il CORPO, inteso come emozioni, fisicità, natura, a difesa contro
la razionalità fredda e lartefatto tecnologico. Il corpo inteso
come memoria, coscienza e tensione; il corpo inteso come "erotismo" e vitalità,
flusso e calore.
Poi il GRUPPO,
inteso come protagonismo decentrato, proliferazione del potere, appartenenza
comunitaria, luogo delle differenze, delle relazioni e dei conflitti regolati.
Il gruppo
come associazione minima, spazio di legittimazione e identità; il gruppo
come attore di patti e scambi; il gruppo come difesa e come agente della Storia.
Infine il
VALORE, inteso come senso, etica e religione. Il valore come fede e
come sacro; come magico e mistico; il valore come significato, magari irrazionale
ma miliare.
Nella transizione
post-moderna, la Psicologia può dare un contributo per far pendere
da una parte o dallaltra la bilancia del Potere. La Psicologia può
lavorare per la repressione o per la contrattazione, per lomologazione
o per la differenziazione, per la separazione o per le connessioni, per la
semplificazione o per la complessità.
In un mondo
che rischia di diventare sempre più somigliante alle notti polari senza
sole e senza luna, la Psicologia può offrire una visione della vita
simile ad un quadro fiammingo, pieno di sfumature ed arricchito da una solida
cornice dorata.
Insomma
la Psicologia può dare un suo contributo a costruire un futuro che
non sia "post"-qualcosa, ma "neo"-qualcosa.
*Estratto da ANIMAZIONE SOCIALE, Rivista del volontariato e della cooperazione di solidarietà sociale, anno XV - n.61- gennaio- febbraio 1985