DINAMICHE DI
GRUPPO E RICERCA
Guido
Contessa
Nella mia pratica quotidiana
di psicosociologo e formatore di operatori sociali mi trovo sempre davanti alla
richiesta insistente di fornire aiuti concreti, suggerimenti pratici,
indicazioni operative precise.
Di fronte alle
sollecitazioni teoriche ed agli stimoli emotivi che sottopongo ai miei
“
clienti
”,
mi sento
implacabilmente domandare: — Cosa e come devo fare?
— Nel settore della scuola,
questa richiesta di soluzioni miracolistiche è proporzionale allo stato di
profonda frust razione e insicurezza in cui perennemente giacciono gli
insegnanti.
Come l’esperienza
professionale suggerisce, abitualmente interpreto queste richieste come
ricerche di rassicurazioni e dimostrazioni di una sostanziale dipendenza
dall’“ esperto ”. Di solito quindi non
colludo con queste richieste e mi sforzo di insegnare ai miei clienti a fare da
sé.
Da tempo però mi chiedevo se
questo comportamento, diffuso fra le correnti più avanzate della moderna
psicologia applicata, non fosse in parte difensivo e in parte frutto di una
scarsa conoscenza del campo. Mediante questo intervento del non-intervento,
lo psicologo per la verità continua a detenere il suo potere magico,
evitando di mettersi concretamente in discussione. Malgrado, infatti, la
diffusione di questo atteggiamento, ciò che mi fa avere tale dubbio è proprio il
costante aumento della domanda di psicologia. Inoltre in questo modo lo
psicologo perpetua, magari involontariamente, la divisione fra teoria e
prassi, riservando a sé (inutile dirlo) il campo della prima, e abbandonando i
clienti nelle panie della seconda.
Per questo mi sono deciso a
scendere in campo: in un campo minato come quello della pedagogia e della
organizzazione scolastica, per misurarmi e confrontarmi, da psicologo, con
gli operatori della scuola, sui temi della loro prassi quotidiana. Può darsi che
l’operazione sarà criticata dalla psicologia accademica, ancora così
arroccata, malgrado le demagogiche dichiarazioni congressuali, nella torre
dell’astrattezza.
Spero però che questo libro
sarà accolto con simpatia dai numerosi operatori della scuola che hanno
finora ricevuto dalla psicologia solo occasioni di frustrazioni e
colpevolizzazione. Con simpatia, perché è un tentativo di essere utile, da
parte di uno psicologo che troppo spesso si sente inutile. Questo libro
vuole essere uno strumento di lavoro, un’ipotesi concreta, per gli insegnanti
che non sono soddisfatti del loro lavoro e cercano di
migliorarlo.
Essendo uno strumento, non è
legato a nessuna disciplina scientifica in senso stretto, ma vuole essere il
frutto di una riflessione interdisciplinare. È una prova di ciò anche la
voluta assenza di citazioni e riferimenti
accademici.
Credo che il valore di una
affermazione derivi più dal suo rapporto con la realtà, che dal richiamarsi
a qualche autore sacro. Se c’è qualcosa di vero in questo libro, saranno i
lettori a dirlo, confrontando le proposte in esso contenute col loro
lavoro.
L’assenza di citazioni non
significa che il libro sia originale. Al contrario esso è stato ispirato da una
gran quantità di autori, i cui nomi sarebbe lunghissimo
elencare.
Tanto per dare una mano a
coloro che non sanno sottrarsi alla tentazione di dargli una collocazione,
dirò che il libro tenta una sintesi, un avvicinamento fra la pedagogia
non-direttiva e la pedagogia istituzionale da una parte, e la psicologia
del lavoro dall’altra. Una psicologia del lavoro intesa nella sua accezione
moderna, che comprende la psicosociologia (scienza dei piccoli gruppi) e la
psicologia dell’organizzazione. Sul primo fronte posso ricordare C. Rogers,
P. Freyre, M. Pages, G. Lapassade; sul secondo fronte K. Lewin, E. Jacques, E.
Enriquez, G. W. Bennis, E. Schein ecc.
Per fare due nomi meno
esotici, citerei F. De Bartolomeis per la pedagogia e E. Spaltro per la
psicologia del lavoro. Ma tutto sommato non credo che sia tra questi illustri
studiosi che vada ricercata la fonte del mio
libro.
I debiti maggiori sento di
averli con quel centinaio di bambini che mi hanno sopportato nei miei sei anni
di esperienze di Scuo
la dell’Obbligo; e con quel
migliaio di insegnanti di ogni ordine e grado, che mi hanno fatto imparare un
sacco di cose sulla scuola in cambio delle poche cose che ho insegnato loro nei
corsi di aggiornamento e di formazione
permanente.
Accanto a questi due grandi
debiti, ne voglio ricordare altri non meno importanti. Un debito filiale verso
Enzo Spaltro, che col suo “ Gruppi e Cambiamento
”
mi ha
aperto agli orizzonti della psicologia del lavoro.
Un debito fraterno nei
confronti di Giovanni Bianchi e di Vito Volpe: col primo ho fatto le prime
riflessioni di Sociologia della Educazione e Pedagogia degli adulti, col secondo
ho diviso le prime esperienze professionali come
psicologo.
E infine un debito verso mia
moglie, Maria Vittoria, che, come lavoratrice della scuola, mi porta in
casa tutti i giorni notizie e riflessioni “ calde ”.
I PERCHE' LA RICERCA E
PERCHE' IL
LAVORO DI
GRUPPO
Passati gli anni
dell’iconoclastia sessantottesca, il problema che si pone a tutti i livelli
della società negli anni settanta è quello della ricerca di strumenti e modelli
di cambiamento reale. Gli anni sessanta sono stati caratterizzati dalla fase del
Gran Rifiuto, della rivolta generazionale, della lotta generalizzata agli schemi
della società. Una grande febbre drammatica e purificatrice nello stesso
tempo, ha scosso tutti gli aspetti della vita e tutti gli spazi di
convivenza sociale. Dagli albori della musica pop all’autunno caldo, il
decennio 1960-69 ci ha portati ad un riesame critico di ogni aspetto della
società industriale avanzata. Il culmine di questo processo arriva in questo
primo quinquennio degli anni ‘70, in cui la crisi tocca ormai i vertici più alti
delle istituzioni statuali, arrivando a scuotere persino l’assetto geopolitico
planetario. Ma mentre questa mutazione profonda è ancora in atto, negli spazi
sociali in cui più violenta è stata l’azione demolitrice, si va facendo strada
un’istanza di rigenerazione concreta. Nella scuola il problema degli anni
settanta è quello di reperire modelli culturali e strumenti pratici su cui
basare un reale cambiamento. Abbandonata l’apocalittica e millenaristica
concezione della rivoluzione globale e della nascita di un mondo nuovo, la
società cerca di realizzare situazioni innovative “ qui ed ora ”.
Utilizzando il titolo di un
lavoro del Living Teathre, possiamo dire che la tensione di questi anni è
rivolta all’attuazione del “ paradiso subito
”.
La volontà
di un cambiamento non solo verbale e astratto, ma fattivo e realistico si sta
sempre più generalizzando. Nel campo scolastico i sintomi di questa tendenza
sono evidenti
dall’accettazione della
democrazia scolastica anche da parte delle frange più radicali della
contestazione, all’entrata in massa dei genitori nella “ questione scolastica
”; dalla diffusione di
sperimentazioni pedagogiche fino agli angoli più remoti della penisola, al
dilagare di studi, ricerche e proposte sul tema dell’innovazione
educativa.
Dunque alla fase critica è
seguita quella del modello alternativo; ora siamo alla ricerca degli
strumenti più idonei per realizzare o verificare questo modello. Questi
sforzi per la ricerca di nuovi mezzi didattici sono per un verso facilitati e
per un altro ostacolati dalla situazione attuale del nostro Paese. La
facilitazione deriva dalla strana e felice concordanza generale sulle linee di
fondo del nuovo modello di scuola. Se negli anni ‘60 c’era un confronto quasi
rabbioso fra diverse ideologie, sul modello di scuola da realizzare, ora
c’è una larghissima maggioranza del Paese che converge (almeno nelle
dichiarazioni) su alcuni principi di fondo. Una scuola basata su
un’organizzazione pluralistica e democratica, al posto della tradizionale retta
da monocrazie gerarchizzate. Al vecchio sistema
allievo-insegnante-preside-provveditore tutti sono propensi a sostituire il
modello degli organi collegiali in rapporto fra loro: gruppo classe-consiglio di
classe o interclasse-giunta-consiglio distrettuale. Insomma da un sistema
centrato sul singolo ad uno fondato sui gruppi.
Altro principio di fondo è
quello dell’apertura della scuola alla comunità, contro il tradizionale
isolamento. Apertura di contenuti, ma anche di rapporti fra operatori della
scuola ed altre figure socialmente significative. Parlare in classe di un
problema del quartiere, invitare un genitore a raccontare qualcosa circa il suo
lavoro, incontrarsi con amministratori locali, sono cose che avvengono sempre
più spesso e non scandalizzano che retrive minoranze.
Terzo principio condiviso
largamente: sostituire la certezza dei contenuti tradizionali con una cultura
più “
dubbiosa
”, meno autoritaria, in
sostanza pluralista. Ormai sono pochi quelli disposti a giurare sulla
indispensabilità della storia romana, del Pascoli e delle capitali sudamericane.
Si tende a pensare che non tutta la cultura dei Padri debba essere
autoritariamente travasata nei figli; si è rivalutata la personalità del
fanciullo e dell’adolescente, aumentano il rispetto per le sue curiosità e
le sue esigenze. Sono pochissimi gli operatori scolastici che non si
arrovellano attorno al problema delle motivazioni e degli interessi degli
allievi, laddove dieci anni fa era tutto risolto semplicemente con diversi gradi
di autoritarismo. Dunque il lavoro di rifondazione della scuola è facilitato dal
generale consenso sui principi della partecipazione, dell’apertura e del minor
autoritarismo didattico e pedagogico. L’ostacolo da cosa deriva? Come sempre nel
nostro Paese, deriva dal “ come fare ”. Privi del sano empirismo
anglosassone, sprofondati in secolari diatribe siderali, preferiamo
risolvere i dissensi in termini astratti piuttosto che concreti. Raggiunto
dunque un accordo generalizzato sulle linee di fondo della “ scuola nuova ”, siamo ora di fronte al
problema di “
come farla
” concretamente.
Un problema di strumenti, di
metodi, di tecniche? Sicuramente esiste un tale problema, e questo libro
tenta di dare un contributo in tal senso. Ma non possiamo non esprimere,
qualche dubbio malizioso sulla possibilità che queste incertezze sul
“ come ”, nascondano in realtà
radicati dissensi sul “ se e cosa fare
”cioè che l’unanimismo
progressista raggiunto in tempi recenti non sia altro che una tregua verbale,
parolaia e astratta e che dietro alle difficoltà pratiche di portare avanti
l’innovazione si nasconda la scarsa volontà di farla
davvero.
La verifica di questa
malignità arriverà presto, quando i tanti libri come questo, usciti negli ultimi
tempi, avranno tolto al mondo della scuola ogni alibi circa la mancanza di
strumenti concreti.
LA RICERCA COME
FONDAMENTO DELLA NUOVA PEDAGOGIA
Una scuola meno autoritaria
e carismatica, aperta alla società, e pluralistica, è una scuola che, per
coerenza, deve ribaltare i suoi tradizionali principi pedagogici. La vera
rivoluzione è tutta qua:
nei contenuti. Quello strano
crogiuolo culturale fatto di illuminismo liberale, romanticismo
risorgimentale e cattolicesimo aristocratico che ha informato la scuola
fino agli anni sessanta, presentandosi come scienza obiettiva e cultura
naturale, è stato messo in discussione. Così come è in discussione la classe
sociale della borghesia (piccola e media) che di questo coacervo è la prima
portatrice.
Di fronte a questa duplice
crisi culturale e politica c’è chi ipotizza l’avvento di una nuova classe
egemone portatrice di valori diversi, e dunque una nuova scuola informata a
questi valori. Ma sono molti coloro che vanno più in là. Costoro mettono in
discussione il ruolo stesso della scuola e il rapporto che deve legare
questa alla società. Essi negano che la scuola debba avere il fine di conformare
le nuove alle passate generazioni; che la scuola debba avere un ruolo passivo
nei confronti dalla società; che debba essere un ente di conservazione e
trasmissione. In una società statica, integrata e autoritaria la scuola ha un
ruolo adattivo, cioè (ende a modellare i figli ad immagine dei padri. In una
società dinamica, pluralistica e democratica la scuola non può che assumere
un ruolo innovativo, cioè deve mettere i giovani in grado di modellarsi da soli.
La differenza fra le due concezioni non è puramente verbale: si tratta di
una rivoluzione copernicana. Da una scuola centrata sui valori del sistema
dominante si passa ad una scuola che pone al centro il bambino e la sua realtà.
Da una scuola che vive di passato, di certezze e di conoscenze acquisite si
passa ad una scuola che si basa sul futuro, sul dubbio e sulle conoscenze
da scoprire. La vecchia scuola si basa sull’assunto che il giovane, prima di
essere se stesso e progettare la sua vita, debba ripercorrere la storia e la
scienza dei “
patres
”.
Dopo dieci
o venti anni di sforzi culturali per acquisire la cultura dei padri, i giovani
sono uguali ai padri. Con un enorme svantaggio: quello di essere fuori dalla
storia. La nuova scuola punta a fare dei giovani i protagonisti della loro
storia, ad aiutarli ad essere soprattutto se stessi. Questa spiegazione un
po’ letteraria ha in realtà risvolti politici e sociologici ben più profondi, ma
fin troppo analizzati e descritti dalla saggistica degli ultimi anni. Mi
limito a sottolineare che se la vecchia pedagogia si preoccupava
dell’insegnamento (da in-segno cioè incido, scrivo sopra), la nuova si
occupa più dell’apprendimento (prendere, appropriarsi) e dell’educazione (da
ex-duco cioè tiro fuori). Prima l’allievo era passivo, oggetto di azione,
ricevente; ora è attivo, soggetto del lavoro scolastico,
ricevente-trasmittente.
Non esiste più una cultura o
una scienza “
vera
”, da trasmettere nella
scuola con la seduzione o l’autorità dell’insegnante detentore. Ci sono
diverse culture e conoscenze a confronto dialettico; e ci sono culture e
scienze sconosciute da cercare ed elaborare. Dalla scuola come cinghia di
trasmissione della cultura, alla scuola come laboratorio di
cultura.
E' importante indicare quali
sono gli elementi che hanno portato l’istituzione scolastica verso questa
visione. Il fattore più cospicuo è quello rappresentato da fenomeni di
evidenza sociologica:
la rivolta generazionale e
l’emergenza culturale di ceti e classi subalterni. Hanno iniziato i giovani del
‘60 a rifiutare la musica e la moda dei padri, e subito dopo sono arrivati alla
media dell’obbligo migliaia di figli di contadini e operai che faticavano a
capire l’importanza delle vicissitudini del Pelide Achille. Direttamente o
indirettamente (magari ripetendo tre volte la prima media) i
giovani del
rock e i fanciulli della Media Unificata hanno contestato l’ineluttabilità della
cultura tradizionale. I maliziosi critici del sistema capitalistico danno più
importanza ai fattori economici e dicono che la rivolta giovanile è stata
innescata dai Produttori Associati di Consumi Alternativi (chitarre
elettriche, blu-jeans. mangiadischi, motocross, droga, ecc.); mentre l’accesso
dei ceti subalterni alla scuola dell’obbligo si deve alla necessità del
sistema industriale di disporre di manodopera più qualificata per la
concorrenza del mercato internazionale.
Anche la psicologia e la
pedagogia hanno dato una mano. Socrate, Galileo e gli empiristi inglesi
sono stati rivisitati e aggiornati da Piaget, Rogers, Freyre, tanto per citare
tre autori centrali nella evoluzione del pensiero
psicopedagogico.
Torna alla ribalta
l’esperienza diretta, il fattore umano nel processo d’apprendimento; la
centralità del soggetto discente. Si riconosce che l’allievo impara molto meglio
ciò che lo riguarda da vicino e che può verificare direttamente. Si valorizza la
necessità di sviluppare il potenziale del discente e si ammette che questo
sviluppo non può che basarsi su motivazioni e su stimoli. Si riconosce
l’assurdità di imporre autoritariamente lo sviluppo del giovane.
L’apprendimento deduttivo viene criticato come emarginante di fatto, e, in sua
vece, si propone un lavoro induttivo, cioè dal particolare al generale. Quando
chiesi alla maestra come era fatto e come viveva il mio pesciolino rosso, mi
sentii descrivere tutta la scienza zoologica a partire dai dinosauri. Arrivammo
per gradi giù giù dall’era glaciale al piccolo pesciolino rosso, ma tre mesi
dopo quando venne il momento di parlare di lui, era già morto (forse di freddo,
dato che mi ostinavo a metterlo sempre sul balcone!). L’apprendimento è
autentico e facile se passa dall’esperienza. La nuova pedagogia ha riscoperto
che si impara ad andare in bicicletta pedalando, prima che ascoltando
lezioni di fisica, storia dei veicoli e teoria della circolazione. E
l’esperienza è significativa se al giovane interessa farla. La famosa gita ai
“ luoghi manzoniani
ӏ stata sostituita con mete
più motivanti. Infine si è scoperta l’umanità dell’insegnante e
l’importanza del suo rapporto con la classe:
obiettività, equidistanza,
impersonalità sono state giudicate antipedagogiche. L’uomo-docente e
l’uomo-discente devono essere in un rapporto di fiducia, di disponibilità, di
apertura e di solidarietà.
Insomma ci sono elementi
sociologici, economici e psicopedagogici che hanno concorso ad elaborare il
nuovo modello di scuola. Un modello speciale tuttavia, tanto da ridursi ad un
metodo. Non si tratta dunque di sostituire al crogiuolo culturale tradizionale
un impasto più moderno, si tratta invece di sostituire un modello con un metodo.
E il metodo ha postulati molto semplici e chiari: non c’è una cultura sola, ma
tante conoscenze e tanti valori in dialettica; l’insegnante e la classe
cercano, insieme, di rispondere alle proprie curiosità; obiettivo della classe è
sviluppare le potenzialità di tutti e imparare a imparare.
Ecco il perché di una
pedagogia basata sulla ricerca. Perché la classe deve cercare risposte alle
proprie domande, cioè deve elaborare una conoscenza e una cultura che non ci
sono come date; perché la ricerca è il solo metodo che consenta un approccio
induttivo alla realtà; infine perché attraverso la ricerca l’allievo si
impadronisce di un metodo che gli servirà per rispondere alle numerose
curiosità che gli sorgeranno fuori e dopo la scuola. Di fronte ad una curiosità
generalizzata in classe (per esempio sul “ perché ” di uno sciopero)
l’insegnante tradizionale ha due reazioni: dichiarare “ fuori tema ” l’argomento e liquidarlo;
oppure rispondere esprimendo più o meno velatamente la propria opinione del
problema. In entrambi i casi avremo aumentato la dipendenza della classe
verso l’insegnante e avremo non soddisfatto o soddisfatto parzialmente un
interesse della classe.
Una pedagogia che si basa
sulla ricerca suggerisce di invitare la classe ad organizzarsi per rispondere
coi suoi mezzi al quesito. Utilizzando fra i suoi mezzi anche l’insegnante,
ma non solo:
anche i genitori, gli
scioperanti, gli allievi della classe accanto, i giornali e le statistiche.
Insomma la risposta al quesito deve essere trovata attraverso una ricerca.
Per questa via avremo diminuito la dipendenza, gradualmente, verso
l’insegnante; offerto una risposta molto più esauriente alla domanda della
classe; e messo la classe nelle condizioni di imparare a fare una ricerca.
Imparare a rispondere alle proprie domande, ad essere autonomi, ad
imparare. I cinesi dicono che ad un affamato è meglio insegnare a pescare
piuttosto che regalare un pesce. La scuola della ricerca è una grande palestra
di allenamento dove non si fanno gare, ma ci si irrobustisce la muscolatura e si
imparano i metodi per la corsa a ostacoli (nessuno sa di quale entità) della
vita.
GRUPPO IN SENSO
PSICOPEDAGOGICO
Ho detto che la ricerca
è il fondamento della nuova pedagogia, ma non si può dimenticare che il
secondo pilastro dell’innovazione è il lavoro di gruppo. Ricerca e
gruppo sono un binomio inseparabile: due facce della stessa medaglia
pedagogica. Mentre la ricerca muta i contenuti ed i metodi scientifici del
lavoro scolastico, il lavoro di gruppo tocca il messaggio sociale e
politico della scuola. La ricerca rivoluziona i processi cognitivi, il lavoro di
gruppo quelli emotivi. D’altra parte l’una e l’altro discendono dalle stesse
premesse culturali e sono collegate a filo doppio. L’accettazione di un
pluralismo sociale porta la conseguenza di sostituire all’insegnante il
consiglio di classe, all’allievo singolo il gruppo-classe, al preside il
Consiglio d’Istituto. Vengono valorizzate tutte le culture presenti nella
classe: quella dell’insegnante come quella di ciascun bambino, quella espressa
in italiano appropriato come quella espressa in dialetto, quella urbana e
quella contadina, la operaia e la borghese.
Il privilegiare le
curiosità, cioè le motivazioni, attraverso il lavoro di ricerca, porta ad
affrontare il problema in termini di mediazione fra le diversità di interessi,
in termini di consenso e di rispetto delle minoranze. Cioè in termini di gruppo
invece che in termini di autorità. Non potendo l’insegnante imporre la sua
cultura, non resta che trovare soluzioni dialettiche e pluralistiche con
gli allievi, con i genitori e con tutte le forze sociali interessate al processo
educativo. Al tradizionale rapporto autorità-dipendente si sostituisce il
rapporto di collaborazione fra pari (anche se diversi). Infine l’obiettivo del
massimo sviluppo delle potenzialità individuali, porta alla cooperazione e
al sostegno reciproco, invece che alla competizione; alla valutazione collettiva
e relativa, invece che individuale e assoluta. Il problema non è più stabilire
degli obiettivi (l’allievo ottimale) e misurare gli scostamenti individuali
risultanti da un insegnamento indifferenziato. Al contrario si tratta di
recepire i bisogni individuali, valutare i risultati nel contesto complessivo e
relativamente ad esso. Non occorre più tanto stabilire quanto un allievo
apprende, ma piuttosto di quanto ha bisogno e quanto gli viene dato
dall’insegnante e dal gruppo-classe in termini di
cooperazione.
Insomma, se si abbandonano i
miti dell’oggettività e dell’autoritarismo in favore della ricerca e del
consenso, non si può che pensare ad un lavoro scolastico di gruppo. Se la scuola
deve essere un laboratorio di elaborazione culturale, questa elaborazione
non può che essere un lavoro collettivo. Sottolineo che tutto il lavoro
scolastico deve essere “ di gruppo ”, non solo quello che fanno
gli allievi. Come può un insegnante che persevera nel tradizionale
individualismo, proporre credibilmente agli allievi un modello cooperativo? E
come possono tanti singoli insegnanti elaborare una scuola diversa? Si può
arrivare al lavoro di gruppo in classe, se lo stesso lavoro di gruppo è
realizzato nei consigli di classe e interclasse, nei collegi dei docenti, nei
consigli di Circolo, di Istituto e di Distretto. Il che non deve fornire un
alibi per non attuare l’innovazione educativa: al contrario questo significa
lavorare per il lavoro di gruppo in ogni ambito dell’istituzione
scolastica.
A questo punto occorre
precisare il significato esatto che attribuiamo al termine gruppo, in senso
psicologico. Non è infatti sufficiente che più persone facciano la stessa cosa,
per parlare di lavoro di gruppo: al massimo si può parlare di lavoro
“ in ” gruppo, o in assemblea.
Il lavoro di gruppo ha caratteristiche precise:
a - comuni obiettivi di
fondo;
b - ruoli di interazione
reciproca;
c - senso di
appartenenza.
a - Un gruppo si può definire
tale solo se queste caratteristiche ci sono o sono ricercate. Avere dei comuni
obiettivi di fondo, non significa essere unanimi: significa invece che le
motivazioni individuali sono integrabili fra loro, che ci sono condizioni
oggettive analoghe per tutti i membri, che almeno alcune motivazioni sono
simili.
Fra insegnanti quasi tutti
hanno la motivazione ad educare, tutti hanno condizioni retributive e
contrattuali simili: semmai le divergenze sono sul come realizzare gli
obiettivi. Fra gli allievi la’ motivazione comune è imparare (in linea
generale) e le condizioni oggettive, almeno dentro l’aula, sono simili. Molte
difficoltà a svolgere un lavoro di gruppo sorgono dalla esistenza di
condizioni oggettive troppo diverse (una famiglia miserabile per un bambino, o
un rapporto di supplenza per un insegnante); oppure da motivazioni di fondo
in contrasto fra loro (un delegato ad un organo collegiale che ha il solo scopo
di far prevalere un partito in vista delle elezioni). Spesso queste difficoltà
sono oggettive o di ordine sociologico, dunque non possono essere
rimosse con interventi psicologici o pedagogici.
b - Che esistano ruoli in
interazione reciproca vuol dire che i membri del gruppo devono dare un
contributo significativo, se pur diverso, al lavoro del gruppo e devono
comunicare l’un l’altro il più possibile, senza che ci siano interruzioni o
barriere. Questo è un tipico problema psicopedagogico, che riguarda la
mobilitazione delle energie potenziali e l’uso di tutte le risorse
disponibili nel gruppo.
c - Infine il senso
dell’appartenenza significa la sensazione da parte dei membri di “ far parte ” o di lavorare per costruire
una entità il cui valore supera quello dei singoli membri. La percezione insomma
di essere parte di un tutto superindividuale, diverso e più ricco della somma
degli individui. E' il senso sociale dell’insieme, il superamento del
particolare: anche questo è un problema
psicopedagogico.
Non dobbiamo vedere queste
tre condizioni del gruppo come statiche (o ci sono o non ci sono) ma come
fattori dinamici, situazioni che si raggiungono e si perdono nel flusso
storico della vita del gruppo. Ciò che importa è che ci siano oppure che si
lavori per raggiungerle: anche questo gruppo dunque è l’obiettivo di una
ricerca.
Le condizioni suddette
possono essere realizzate casualmente, per una serie di circostanze occasionali,
ma è possibile facilitarne l’attuazione se si tiene conto di alcuni accorgimenti
organizzativi. Anzitutto la dimensione: un gruppo ha qualche probabilità
di funzionare come tale se ha un numero di membri compreso fra i sei e i
quattordici. Numeri più grandi, come quello di una classe, procurano difficoltà,
superabili in parte con la durata del lavoro comune, e in parte con una serie di
strumenti organizzativi che suggeriremo nei capitoli
seguenti.
Poi il tempo: un
lavoro di gruppo deve avere tempo sufficiente, ma anche pause
significative. Non si può fare un gruppo riunendosi un ora al mese, come si
distrugge ogni possibilità stando riuniti otto ore consecutive. E' chiaro
che la durata è funzione degli obiettivi, ma è ormai dimostrato che un gruppo
può concentrarsi per un massimo di due ore, dopo le quali necessita di
mezz’ora di pausa per lasciare ai singoli il tempo di
riposare.
Infine lo spazio: si
facilita la costituzione di un gruppo se l’ambiente in cui si lavora è
confortevole (illuminazione, riscaldamento, sedie, tavoli) e se
l’ambiente è personalizzato, cioè viene riconosciuto come proprio dal gruppo.
Nelle classi si fa già molto in tal senso, mentre per le riunioni degli
insegnanti o dei vari organi collegiali questo elemento è assai trascurato.
L’ultimo elemento utile a facilitare il lavoro di gruppo a scuola è il
sistema di norme di funzionamento del gruppo stesso: organizzazione del
lavoro, interventi, ordini del giorno, verbali, coordinamento, materiale
documentario ecc. Se è vero che le norme sono importanti è altrettanto vero che
ridurre gli sforzi del gruppo alla sola attività normativa è un fattore
disfunzionale. Le norme sorgono dal gruppo con naturalezza, poco alla volta,
nella informalità: sarebbe un grave errore utilizzare le regole come una
prigione della creatività e della spontaneità del gruppo.
Molte delle cose dette,
almeno quelle teoriche circa l’importanza del gruppo, sono già diffuse nella
cultura scolastica. Lo sono
tanto che se ne è parlato
persino nelle premesse della legge sulla Scuola Media Unificata del ‘62 e se ne
è poi ribadita l’indispensabilità nella recente legislazione sugli organi
collegiali. Addirittura c’è chi interpreta la 477 come una legge che
sancisce formalmente il gruppo come strumento principe della istituzione
scolastica.
Resta dunque da chiedersi
come mai, a fronte di tanto consenso verbale, siano così rare le
applicazioni reali del lavoro di gruppo nella scuola. Possiamo darne una
interpretazione di ordine sociologico ed una di ordine
psicologico.
In senso sociologico
dobbiamo constatare che, al di là delle dichiarazioni di principio, il
legislatore non ha accompagnato l’introduzione del concetto di gruppo nella
scuola con accorgimenti che ne facilitassero l’applicazione. Il discutibile
stato giuridico degli insegnanti, l’ammissione di fatto di insegnanti
part -time (non certo superata dalle famose venti ore), gli incredibili
ritardi nelle assegnazioni, lo scandaloso balletto dei trasferimenti, l’assenza
di ogni strategia formativa verso insegnanti che nessuno ha mai seriamente
pensato di preparare all’insegnamento, sono tanti ostacoli strutturali alla
realizzazione concreta del lavoro di gruppo nella scuola.
In senso psicologico
l’ostacolo si ritrova nell’ambivalenza che incombe sempre sulle relazioni
interpersonali e sociali. Il gruppo significa protezione, collaborazione,
solidarietà, arricchimento, efficacia e perciò è buono, oggetto di investimento
emotivo e entità rassicuratrice. Ma il gruppo è anche limitazione, norme,
conformismo, minaccia dell’equilibrio individuale, spazio di
confronto, rischio e perciò è cattivo, entità minacciante e luogo di
dispersione della identità del singolo. Il gruppo è insieme una possibilità di
valorizzazione dell’individuo e una limitazione della sua onnipotenza. E' il
luogo dove si riceve in proporzione a quanto si offre. E' il luogo del
cambiamento necessario, dello stadio maturo dell’evoluzione dell’individuo,
cioè del passaggio dalla sicurezza interpersonale a quella dei valori. Per
queste ragioni diciamo che il gruppo trova un ostacolo psicologico
nell’ambivalenza: se da una parte c’è qualche motivazione a realizzarlo,
dall’altra ci sono molte tentazioni di affossarlo.
Questa ambivalenza viene
espressa di solito con adesioni in-condizionate al lavoro di gruppo accompagnate
da alibi che ne giustificano la mancata realizzazione. Il primo di questi alibi
è quello detto “
strutturalista ”: non c’è
tempo, non abbiamo l’autorizzazione, non ci sono le solidarietà degli altri
e così via. I sostenitori di queste tesi rimandano il lavoro di gruppo ad un
futuro in cui ci saranno tutte le condizioni legali, organizzative
e
politiche che lo possano
facilitare. Se è vero che spesso le condizioni strutturali sono un ostacolo
insormontabile, è anche vero che esse vengono usate come alibi per evitare
l’impegno. Questo alibi in particolare trascura l’insegnamento storico, per cui
la pratica sociale precede sempre la regolamentazione istituzionale: ci
saranno leggi, spazi, retribuzioni, appoggi solo dopo e grazie al fatto che il
lavoro di gruppo è stato avviato.
Un secondo alibi è quello
definito “
tecnocratico ”: non
siamo capaci, ci manca l’esperto, dobbiamo prima studiare e sapere come si
fa ecc. Secondo tale alibi è un problema di strumentazione e di perfezionismo;
non si può avviare un nuovo modo di lavorare se non se ne è padroni. Questo
alibi dimentica le regole fondamentali dell’apprendimento, per cui il modo
migliore per imparare a fare qualcosa è farla. Sarebbe come dire che non si
può andare in bicicletta, se non si è bravi di condurla: come si può
imparare ad andarci, senza provare? Che questo sia un alibi ancora
meno fondato del primo, è provato dalla spregiudicatezza e dal coraggio che gli
insegnanti mostrano nei primi anni di insegnamento. Non mi risulta che
alcuni rifiutino incarichi e supplenze, con la giustificazione che nessuno ha
loro insegnato ad insegnare!
Il gruppo come elemento
principe del processo di apprendimento è dunque giustificato
dall’innovazione educativa che si profila all’orizzonte con un largo consenso
degli operatori della scuola: gli ostacoli da superare sono di ordine
strutturale, psicologico e tecnico. I primi sono eliminabili attraverso un
quadro legislativo facilitante, i secondi attraverso una presa di coscienza
degli insegnanti e degli altri ruoli educativi (presa di coscienza facilitata da
una strategia di formazione permanente). Gli ostacoli tecnici si possono
superare con l’addestramento e in parte, forse, con l’aiuto di libri come
questo. Certo è che le tre cose non sono graduabili nel tempo: occorre
cominciare subito da parte di legislatori, insegnanti e psicopedagogisti,
ciascuno nell’ambito che gli è proprio.
PROCESSI
EDUCATIVI DI GRUPPO
Sui rapporti fra processo
educativo e lavoro di gruppo occorre soffermarsi ancora un po’, sia per
controbattere alcune fra le più diffuse obiezioni verso questo metodo, sia per
evidenziare le caratteristiche strettamente pedagogiche del gruppo. Ecco alcune
obiezioni spesso accampate per contrastare il lavoro di
gruppo.
La prima è che il lavoro di
gruppo può attenuare la creatività e l’autonomia del singolo. Si può rispondere
che, purché il lavoro sia impostato correttamente, il gruppo è un
“ più ” rispetto all’educazione
individuale, cioè che esso è un completamento e non una sostituzione. Inoltre va
ricordato che il gruppo è un mezzo, una tappa del lavoro educativo. In
quest’ottica esso non può che offrire all’allievo più occasioni di sviluppo
della propria creatività, più stimoli e situazioni di confronto
cooperativo.
Una seconda obiezione è che
il gruppo consente agli individui di sottrarsi alle proprie responsabilità, di
perdere la capacità di decidere e di rischiare. Questa obiezione deriva dall’uso
diffuso, specie nelle università, di chiamare lavoro di gruppo ciò che è solo
una catena di montaggio dell’apprendimento, o peggio lo sfruttamento dei
migliori da parte dei meno capaci. Al contrario un lavoro di gruppo effettivo
aumenta la responsabilità individuale, assegnando a ciascuno il compito di
portare avanti il risultato complessivo; addestra in maniera formidabile la
capacità decisoria, essendo la storia del gruppo una sequenza di decisioni
interrotte; aumenta
enormemente la capacità di affrontare il rischio, essendo il gruppo per sua
natura una entità “
rischiosa
”.
Possiamo dire che
mentre chi è abituato al lavoro solitario, non è detto che sia autonomo e maturo
né che sia capace di lavorare in gruppo; al contrario chi sa lavorare in gruppo,
riesce ad agire individualmente con autonomia e maturità.
La terza obiezione è che in
fondo sempre un insegnante fa del lavoro di gruppo, per il fatto che lavora con
una classe. L’infondatezza di una tale tesi è dimostrata in ogni pagina di
questo libro: attuare una pedagogia basata sul lavoro di gruppo richiede un
training appropriato ed uno sforzo di innovazione nella struttura
scolastica complessiva.
Per offrire un’idea più
precisa della funzione del gruppo nei processi educativi, possiamo elencare una
serie di obiettivi il cui raggiungimento non solo è facilitato dall’esperienza
di gruppo ma addirittura è condizionato da essa.
a - Il raggiungimento di un
livello di sicurezza superiore. L’individuo passa
attraverso una serie successiva di stadi di sicurezza che gli derivano da
conferme al suo tessuto di bisogni:
al primo livello troviamo la
necessità di conferme oggettuali, cioè legate ad oggetti o fatti (pensiamo alla
sicurezza del neonato legata al capezzolo);
al secondo livello si
colloca la conferma dell’autopercezione (il bambino che si riconosce come entità
diversa dalla madre);
al terzo livello c’è una
sicurezza interpersonale, cioè legata ai rapporti con individui (i primi sono i
genitori);
al quarto livello, la
sicurezza di gruppo o sociale, cioè derivante dalla capacità di sentirsi
“ parte ” di una entità
superindividuale (il primo gruppo è la famiglia intesa come
totalità);
all’ultimo livello c’è la
sicurezza etico-estetica, quella legata a valori, concetti, principi (è la
scoperta del bene e del bello senza incarnazioni).
Tutti questi stadi non sono
necessariamente cronologici, e l’arrivo all’ultimo non significa il
superamento definitivo dei primi. Certamente la capacità di passare da una
sicurezza infantile ad una più adulta, comporta la sopportazione della mancanza
di sicurezza. Paradossalmente possiamo dire che è sicuro solo chi
riesce ad essere insicuro. E d’altra parte l’insicurezza è affrontabile
solo se esiste nell’uomo la conoscenza di una sicurezza precedente da
superare. L’assenza totale di esperienze di sicurezza (come in molti
orfani) provoca lo stato d’angoscia; mentre la cristallizzazione ad uno
stadio qualsiasi delle sicurezze elencate è nel contempo sintomo e causa di
nevrosi o disturbi del comportamento. La mancata esperienza del gruppo
provoca una forte insicurezza nelle relazioni sociali, e quindi meccanismi
di difesa sostanzialmente negativi per l’individuo e la società. I
cosiddetti disturbi di socializzazione (aggressività, inibizione,
timidezza, ecc.) trovano spesso la loro origine in questo mancato o errato
riferimento di gruppo. Frequentemente mediante una corretta esperienza
di gruppo possono essere superati: se questo divenisse patrimonio della
cultura scolastica ci sarebbero tante nevrosi e tante classi differenziali in
meno.
b - Il controllo del senso di
colpa. L’individuo acquisisce un
complesso di norme dall’esterno: all’inizio le regole del padre, poi quelle
delle figure paterne (prete, insegnante, preside, capufficio) e infine
quelle delle strutture sociali e culturali. Nel rapporto fra l’io e
queste norme, è sempre il primo il polo più debole e ben presto l’individuo si
percepisce come trasgressore, cioè colpevole. Un individuo che non sa
controllare i suoi sensi di colpa, rischia la paralisi del comportamento,
l’inibizione o l’autopunizione, la paura o l’impotenza ad agire, la
fragilità nei confronti di ogni tipo di struttura
autoritaria.
L’esperienza di gruppo
consente la interposizione fra l’io e le norme esterne, di regole molto
più controllabili ed agibili. Fra le norme paterne introiettate e il bambino si
collocano le norme di gruppo, che possono essere confrontate con le prime, e più
fa-
cilmente modificate.
Imparando a gestire le regole del gruppo, il bambino o l’adulto (se il gruppo è
fra insegnanti) riescono a gestire il senso di colpa, e questa capacità
resta acquisita anche nei confronti delle norme paterne o sociali. Questo
controllo è una delle chiavi di volta della capacità che l’individuo ha di
cambiare la situazione in cui è inserito, di vivere il suo ruolo
criticamente, di essere autonomo e dialettico.
c - Il miglioramento dei
processi di apprendimento. L’apprendimento è
facilitato dal confronto costante che la situazione di gruppo consente. Il
continuo paragone con gli altri favorisce la consapevolezza dei risultati
raggiunti dall’individuo, al di fuori del tradizionale schema valutativo
dell’autorità. L’allievo misura il livello del suo apprendimento, non
attraverso il giudizio dell’insegnante che spesso inibisce proprio in
quanto proveniente dell’autorità, ma nel confronto con gli altri
allievi.
d - La facilitazione della
maturazione affettiva. L’affettività tende ad
esprimersi in modo personale e irrazionale, cioè in modo soggettivo e non
sociale. L’esperienza di gruppo consente di dare all’affettività un’espressione
socializzata; offre un aiuto a regolare le pulsioni affettive mediandole con le
esigenze della razionalità del gruppo. Una volta che questa regolazione e
socializzazione dell’affettività è fatta propria dall’individuo, egli potrà
controllarla e utilizzarla nella maniera più
efficace.
ANALOGIA FRA
GRUPPO-CLASSE E GRUPPO DI INSEGNANTI
Quanto detto finora riguarda
indifferentemente ogni tipo di gruppo. Con alcune precisazioni, peraltro non
sostanziali, un gruppo ha sempre dinamiche, fenomeni, e funzioni simili: sia
esso un gruppo di bambini o un gruppo di insegnanti, un gruppo di studio o un
gruppo decisorio.
Nell’ambito della situazione
scolastica possiamo trovare: gruppi-classe, gruppi di organi collegiali,
gruppi di studio fra insegnanti, gruppi sindacali e gruppi amicali.
Ciascuno di questi gruppi mostra forti analogie con gli altri, anche se
vanno sottolineate alcune specificità.
Il primo e più importante
elemento di differenziazione è nella figura del leader, cioè del polo di
riferimento e di unità del gruppo. La classe è l’unico gruppo fra quelli
scolastici in cui il leader è formale, cioè è investito ufficialmente,
incaricato dall'alto con un ruolo di autorità e di insegnamento. Tale formalità
è rafforzata dalla qualifica di pubblicò ufficiale assegnata
all’insegnante:
egli rappresenta il Potere e
la Cultura. La pedana e la cattedra sono simboli del ruolo formale
attribuito all’insegnante.
E' raro che in altri gruppi
scolastici esista una figura in cui è concentrato tanto potere simbolico ed
effettivo: ci si può rifare ai vecchi Consigli di classe presieduti dal Preside,
altro leader formale. Usualmente i gruppi esistenti nella scuola vedono
l’emergere di leaders informali, che diventano tali attraverso il
prestigio, il consenso, la capacità dialettica o
operativa.
La differenza fra la
presenza di un leader formale invece che informale non è trascurabile. La
formalità dell’insegnante come leader della classe pone il gruppo-classe in uno
stato di dipendenza totale e di aspettativa, cioè rende assai più difficile
la nascita e lo sviluppo di un vero gruppo. Laddove invece una
leadership formale non esiste il gruppo ha più difficoltà di avvio, ma
maggiori prospettive di diventare un gruppo effettivo. Il lavoro di gruppo
in classe dipende moltissimo dalla capacità dell’insegnante di giocare il
suo ruolo formale, distaccandosene gradualmente e facilitando il sorgere di
altre leadership di tipo informale fra gli allievi.
Nei gruppi degli organi
collegiali e nei gruppi sindacali l’elemento differenziante consiste nella
presenza di conflitti di potere e di atteggiamenti stereotipati. Mentre infatti
in classe gli allievi partono da una sostanziale disponibilità reciproca, in
questi gruppi la partenza è spesso inquinata da ideologie, lotte di potere,
pregiudizi relativi all’appartenenza dei membri a diverse compagini sociali
o politiche.
Nei gruppi amicali, quelli
che si formano nei corridoi in base alle simpatie fra insegnanti, la specificità
consiste nella quasi totale assenza di conflitti proprio perché essi
vengono composti da persone che “ la pensano allo stesso modo
”, ed hanno una funzione
compensativa rispetto alle tensioni cui sono sottoposti gli insegnanti giorno
per giorno. Il problema di questi gruppi è che in essi si annulla ogni
possibilità di rapporti interpersonali dialettici; e che rappresentano nella
organizzazione scolastica dei sottogruppi difensivi e antagonistici.
-
Le differenze sussistono
anche per quanto riguarda gli obiettivi dei diversi gruppi: il gruppo amicale ha
il solo scopo della socializzazione; i gruppi degli organi collegiali e i
gruppi sindacali hanno uno scopo prevalentemente decisionale; i gruppi di studio
sono focalizzati sullo scambio di informazioni e opinioni. Il gruppo-classe è il
tipo di gruppo più complesso, allo stato attuale delle cose, perché contiene
simultaneamente tutti gli obiettivi degli altri gruppi: in esso si deve
studiare, decidere, socializzare. Dico allo stato attuale delle cose, perché in
prospettiva tutti i gruppi presenti nella scuola dovranno despecializzare le
loro funzioni, pena la loro morte come gruppi. Attualmente nel Consiglio di
classe si decide, delegando la elaborazione dei contenuti ai singoli
componenti; nel Consiglio di Circolo o d’Istituto si decide,
demandando la elaborazione ad organizzazioni esterne (associazioni
genitori, sindacati docenti, movimenti politici ecc.); nei gruppi
sindacali si decide, demandando spesso il dibattito ai vertici delle
federazioni; nei gruppi amicali non si decide quasi niente, vista la loro natura
prevalentemente terapeutica.
Una delle ragioni dello
scarso funzionamento di questi vari gruppi presenti nella scuola è proprio la
specializzazione operativa alla quale sono stati ridotti: sarà possibile
recuperare il loro significato solo se essi potranno riappropriarsi di
tutte le funzioni possibili, come elaborare, studiare, decidere e
socializzare.
Se trascuriamo il problema
del leader formale, e la diversità di obiettivi, l’analogia fra i diversi gruppi
nella scuola è completa. Ciò che avviene nel gruppo, come agiscono le difese
individuali e collettive, il ruolo del leader, i livelli di sviluppo, le
modalità di relazione interpersonale, il problema delle decisioni e dei
conflitti, il clima: tutti questi elementi sono presenti in ogni tipo di gruppo
scolastico e sociale, quasi nello stesso modo. Il fatto che gli allievi
siano fanciulli o adolescenti non fa che sottolineare alcuni problemi rispetto
ad altri: ma la sostanza non cambia, e nel corso del libro non mancheranno di
essere evidenziate le sorprendenti analogie. Per questo motivo nei capitoli
seguenti si fa spesso riferimento alla classe ed al gruppo di insegnanti
(sottogruppo del collegio o consiglio di classe) che si pone un obiettivo
di apprendimento. Fra una classe ed un gruppo di insegnanti che desidera
fare una ricerca o uno studio comune, c’è una sola differenza: la formalità
o informalità del leader.
Nei capitoli seguenti, per
distinguere le due situazioni, parleremo di leader per indicare il membro
che promuove e guida inizialmente il gruppo di insegnanti; mentre parleremo
di insegnante per indicare colui che guida inizialmente il gruppo di allievi.
Non solo la differenza è concettualmente inesistente, ma l’insegnante dovrà
lavorare i primi tempi con lo scopo di diventare leader (informale e
democratico) del gruppo-classe; cioè dovrà impegnarsi per eliminare le
differenze fenomenologiche che sono create nella classe dalla formalità del suo
ruolo.
GRUPPO E
ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA
DA
QUI
Una scuola che sposa nuovi
metodi e contenuti, non può che
darsi una diversa
organizzazione. La sociologia e la psicologia dell’organizzazione che hanno
fatto tanti passi avanti nelle organizzazioni produttive (aziende) e
in quelle assistenziali (ospedali), nel campo dell’organizzazione
scolastica hanno dato in Italia contributi assai scarsi. Eppure il nostro Paese,
attraverso gli organi collegiali, offre una delle strutture organizzative
concettualmente più avanzate d’Europa. Questo fenomeno è forse da
attribuirsi al fatto che l’organizzazione scolastica è quella che fa un uso
inferiore e meno qualificato di psicologi e sociologi. Mentre nelle fabbriche e
nelle istituzioni assistenziali questi professionisti delle scienze umane,
lavorano da qualche decennio, nella scuola sono raramente ammessi solo gli
psicologi e con funzioni poco qualificanti (prevalentemente identificare ed
emarginare i casi “
difficili
”).
Non è certo
possibile in questo capitolo approfondire il discorso, mi basta accennare
ad alcuni motivi di riflessione.
La organizzazione
tradizionale della scuola è gerarchizzata; ogni livello della gerarchia ha
compiti precisi e dipende dal livello superiore: dagli allievi a1 Ministro.
Altra caratteristica della scuola tradizionale è una organizzazione di
tipo
“
tayloristico ”. Ciascun ruolo interno
alla scuola, specie dalla media in poi, è specializzato: ogni operatore
compie una porzione del processo di apprendimento e non si interessa del
resto’. Il medico ha in carico la salute, la segretaria l’iter burocratico, i
bidelli la manutenzione dell’edificio, l’insegnante del mattino l’insegnamento,
quella del pomeriggio le attività ricreative. Nelle medie e superiori questa
divisione è ancora ampliata dalla spezzettatura delle materie. Una divisione del
lavoro che rispecchia la più ampia divisione del lavoro sociale e che viene
introiettata dagli allievi come modalità “ oggettiva ” di organizzazione sociale e
culturale. La separazione delle diverse scienze nella mente degli individui, è
instillata fin dai primi anni di scuola, quando la stessa maestra divide e
classifica i diversi argomenti coi nomi di precise discipline (questa domanda
devi farla nell’ora di storia!). Ancora, la scuola tradizionale si fonda su un
modello meritocratico, come l’azienda. Viene stabilito dall’insegnante il
modello dell’allievo ideale, e ciascun bambino
Un elemento di questa organizzazione è il principio della
competenza:
ciascun insegnante insignito di competenza per la sua
materia, la scuola nel suo insieme avocatrice della competenza ad istruire ed
educare.
viene poi giudicato in base
allo scostamento da questo modello: i piccoli scostamenti vengono tollerati, i
grossi scostamenti vengono puniti. Più o meno col sistema del cottimo in
fabbrica.
L’impietoso meccanismo della
efficienza della fabbrica è reso ancora più sadico nella scuola in quanto esso
vale solo per gli allievi: non mi risulta che qualche insegnante fra quelli
che bocciano molto, abbia chiesto al Ministero di essere sottoposto a prove
periodiche di efficienza! Il modello meritocratico è collegato al sistema
della competizione e dell’individualismo. Ogni allievo è giudicato anche in
paragone cogli altri: ne deriva la necessità che gli allievi competano fra loro
per mostrarsi migliori dei compagni, e questa competizione è ovviamente
individuale. D’altronde questo modello è omologo a quello vigente fra gli
insegnanti, più competitivi che collaborativi fra loro; e fra i direttori e
presidi, gestori solitari dell’organizzazione scolastica.
Come ha fatto a stare in
piedi questo sistema gerarchico, tayloristico, meritocratico nella scuola,
è stato un mistero anche negli anni caldi della contestazione. E' solo ora che
se ne può dare una spiegazione ragionevole. La cosa è tanto più sorprendente in
quanto, se nella fabbrica si possono invocare standards di efficienza
produttiva misurabili, nella scuola è impossibile ogni dimostrazione o
misurazione di efficienza per giustificare un sistema
negativo.
Gli utenti, cioè gli
studenti, hanno accettato il sistema descritto essenzialmente grazie agli
strumenti repressivi di cui la scuola dispone: la bocciatura e l’ignoranza sono
stati e sono tuttora deterrenti, almeno ai livelli sociali in cui c’è
qualcosa da perdere. Gli utenti indiretti, cioè i genitori, hanno accettato
quella organizzazione per un misto di motivi pratici ed ideologici: in
senso pratico perché la scuola è stata fino al ‘68 l’unica speranza di
promozione sociale; in senso ideologico perché le organizzazioni
gerarchica, tayloristica, meritocratica insieme alla cultura della
classe media, erano ritenute “ oggettive ”, cioè le uniche possibili.
Essendo i genitori per lo più adattati ad una organizzazione simile in
azienda, ritenevano giusto che anche i figli fossero precocemente adattati nello
stesso senso. Anche quei genitori che rifiutavano, perché impegnati
sindacalmente o politicamente, l’organizzazione aziendale, accettavano
l’omologa organizzazione scolastica come una sorta di iniziazione sociale per i
figli (è giusto che i figli provino le stesse sofferenze dei padri, così si
rendono più forti!). Gli utenti finali della scuola, cioè le aziende,
accettavano il sistema scolastico perché fatto a loro immagine e somiglianza, e
perché una tale organizzazione forniva loro manodopera preselezionata in
giusti quantitativi e già passivamente adattata alla organizzazione del lavoro
corrente.
Gli operatori della scuola
(insegnanti e presidi) accettavano questa organizzazione, per loro
oggettivamente alienante, per tre motivi: il primo è che essi erano i
rappresentanti di quel ceto medio che aveva ispirato la cultura e
l’organizzazione della scuola; il secondo è che essi compensavano l’alienazione
con uno stipendio ed un prestigio sociale (più il secondo del primo) molto
al di sopra della media di altri ruoli sociali; il terzo è che gli insegnanti,
un po’ come i quadri intermedi nella fabbrica, disponevano di una parte di
potere molto gratificante nei confronti degli allievi. Un quarto motivo potrebbe
essere trovato nella composizione femminile del corpo docente:
caratteristica questa che può aver facilitato l’accettazione di una
organizzazione autoritaria e alienante.
Ripeto spesso la parola alienante a proposito dell’organizzazione scolastica tradizionale, perché è già stato ampiamente dimostrato come la divisione del lavoro, la gerarchizzazione e la meritocrazia siano elementi organizzativi che espropriano l’operatore della autonomia, della responsabilità e anche di ogni gratificazione professionale. Va comunque sottolineata la duplice caratteristica (strutturale e ideologica) della adesione generalizzata all’organizzazione tradizionale. Se infatti negli ultimi anni sono venute meno tutte le condizioni oggettive e strutturali a sostegno della vecchia organizzazione, permangono fortissime le condizioni ideologiche che svolgono un pesante ruolo di freno all’innovazione. Nelle aziende si è instaurato un conflitto oggettivo che vede contrapposti interessi diversi; nelle scuole il conflitto è essenzialmente ideologico e vede solo una contrapposizione di culture. Se il cambiamento in fabbrica può quindi essere gestito attraverso la lotta frontale, l’innovazione scolastica non può che essere prodotta da un’azione dialettica e formativa. Forse non è impossibile (per alcuni) pensare di costruire automobili senza o contro il padrone; ma è impensabile una scuola senza o contro gli insegnanti. L’equazione padrone-insegnante, lanciata come slogan nel ‘68, già un anno dopo trovava una smentita dagli