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TEORIA E TECNICA
PER L'INDUZIONE DELLA CREATIVITA'
di Guido
Contessa e Margherita Sberna*
La
creatività non è solo "fantasia evasiva" nè
"originalità artistica", essa appartiene all'uomo quotidiano
e costituisce una preziosa capacità di soluzione dei problemi. Superate
così le antiche diffidenze culturali, il pensiero creativo diventa
un requisito di grande importanza all'interno dei nuovi processi produttivi,
caratterizzati oggi da un incalzante ritmo di cambiamento.
Per gli autori è necessario un intervento pedagogico di formazione
che aiuti l'individuo a coniugare più computamente le proprie componenti
emotive con quelle cognitive. Le tecniche di intervento individuale dell'autore
fanno riferimento diretto al gruppo, considerato un momento di confronto
e di arricchimento decisivo per lo sviluppo della creatività.
Può
sembrare paradossale, ma è vero. Solo venti anni fa i sostenitori
della creatività umana nel processo produttivo, erano guardarti con
sospetto. Oggi, lo scenario produttivo e sociale è sempre più
consapevole della necessità di uomini creativi. Non solo per lo sviluppo,
ma anche per la stessa sopravvivenza, il complesso sistema produttivo-sociale
necessita di "nuovi" modi di pensare e di reagire ai problemi.
L'automazione e la terziarizzazione stanno trasformando, in occidente, assai
più in fretta e più in profondità la qualità
del lavoro e della vita, di quanto potessero sperare le ideologie più
conflittuali degli Anni Sessanta.
Di fronte alla sfida di cambiare interi comparti produttivi e la "cultura"
di milioni di lavoratori e cittadini, il sistema produttivo ha compreso
la necessità di sviluppare il potenziale di creatività presente
(sia pure in latenza) in tutti.
La creatività infatti sembra la capacità indispensabile per
affrontare i problemi posti dalla transizione post-industriale. Essa infatti
non è intesa come fantasia evasiva ne come originalità
artistica, ma come "capacità concreta" di risolvere in modo nuovo
i problemi.
Sono noti i lavori di famosi autori che hanno identificato la creatività
come "pensiero divergente" (Guilford) o come "pensiero laterale" (De Bono);
come "sentimento oceanico" (Koestler) o come "processo terziario" (Arieti);
come "pensiero produttivo" (Wertheimer) o come "sorpresa efficace" (Bruner).
E centinaia sono gli studi e le definizioni di creatività che le
scienze umane e sociali hanno elaborato.
Non altrettanto numerosi sono i contributi che possono fondare una prassi
pedagogica. Purtroppo, il cambiamento epocale che stiamo attraversando ci
chiede una pedagogia ed una didattica della creatività, più
che una filosofia. Ed allora occorre approfondire la questione, a partire
dal "come" si possa sviluppare e diffondere la creatività, piuttosto
che a partire dal "cosa" sia.
Tale procedimento può sembrare superficiale, ma è assai diffuso
anche nelle scienze cosiddette "dure".
Per esempio, ci si è chiesti come si poteva sfruttare l'energia elettrica
assai prima che si avessero le idee chiare su cosa fosse. Tutta la scienza
e la tecnica si sviluppa a partire da teorie intermedie, di carattere molto
ipotetico.
L'asse emotivo/razionale: ovvero la bi-logica
La
secolare querelle circa la natura intellettiva o emotiva della creatività,
può considerarsi superata dal lavoro di Matte Blanco. Tale autore
dimostra in modo definitivo l'inscindibilità degli aspetti razionali
dalle emozioni, e degli aspetti emotivi dall'intelligenza.
Possiamo dunque affermare che lo sviluppo della creatività
richiede una ristrutturazione cognitiva ed emotiva. Se il pensiero creativo
è un ampliamento ed una ricomposizione del modo abituale di pensare,
esso è anche una "ristrutturazione dei sentimenti". Il
mosaico razionale del soggetto (o dell'organizzazione) muta assieme al suo
caleidoscopio emotivo.
In termini pedagogici, questo assunto indica la strada di un doppio intervento,
finalizzato a modificare l'asse emotivo/razionale. Sul piano razionale deve
trovare una sospensione temporanea l'intero sistema di pensiero della tradizione
occidentale: il principio di non contraddizione, il principio di causa-effetto,
l'intera architettura logica. Sul piano emotivo devono trovare contenimento
l'ansia, l'incertezza ed il senso di colpa connessi a tutti i cambiamenti;
e devono invece essere favoriti l'abbandono, il galleggiamento, la fiducia,
la curiosità.
E' intuitiva la difficoltà di agire, in chiave formativa, nel territorio
di questa bi-logica. Un'eccessiva facilitazione della mobilitazione emotiva
(attraverso forti stimolazioni transferali), a parte la difficoltà
ad essere realizzata in contesti formativi ordinari, porterebbe a risultati
di dipendenza "mistica", cioè a un tipo di "peak
experience" nient'affatto nuovo e creativo.
Un troppo insistito lavoro sui meccanismi cognitivi, cioè sui processi
di pensiero, sarebbe accompagnato da una eccessiva "vigilanza"
della razionalità a scapito della mobilitazione emozionale.
Mi pare che la via d'uscita stia in una struttura binaria dell'azione
pedagogica, capace di operare sul piano della bi-logica necessaria a stimolare
la creatività.
Una struttura pedagogica (setting, didattica, stile del formatore) che
si caratterizzi come ambigua e ambivalente, atta a "riscaldare"
e "raffreddare" alternativamente il clima emotivo, ma anche capace
di attivare processi razionali "divergenti".
L'asse individuo/gruppo
Da
una parte esiste la tradizione dell'artista, creativi e solitario. Dall'altra
è diffusa l'equazione gruppo=conformismo. Tutto ciò è
bastato per associare la creatività con la singolarità.
In realtà il pensiero creativo può essere inteso come "espansione
plurale". Esso richiede infatti una estensione spaziale e temporale,
una moltiplicazione delle prospettive, una pulsazione ed un rimescolamento
della diversità, che sono dimensione tipiche della pluralità.
Una cosa è puntare sulla ricerca del genio isolato, risultante diversa
ed originale del tessuto storico e sociale, creativo in quanto eccentrico
e marginale, singolare eccezione frutto di un'alchimia casuale. Altra cosa
è ricercare la trasformazione di atteggiamenti generalizzati, chiamati
a passare da un sistema di pensiero ad un altro, da un ordine logico ad
un altro attraversando una foresta di apparente "disordine logico"
o di "ordine illogico".
La singolarità artistica non è altro, in fondo, che il distillato
di una pluralità di milioni di persone. La creatività diffusa
è invece la pluralizzazione dei soggetti. L'individuo o l'organizzazione
, per sviluppare la loro creatività, devono rendere plurale la loro
"macchina del pensiero".
Sul piano pedagogico è acquisito (da Lewin in poi) che ogni processo
di pluralizzazione è facilitato dal gruppo. Dal momento che lo sviluppo
psichico del soggetto è sicuramente un fatto gruppale (famiglia,
pari, micro-ambiente, ecc.), la ristrutturazione di questo sviluppo è
condizionata ad una esposizione gruppale.
Lo sviluppo della capacità creativa individuale è favorito
dalle relazioni interpersonali, non tanto a motivo della muta integrazione,
quanto grazie ai processi psico-mentali che la pluralità provoca.
Sul piano emotivo il gruppo può offrire motivazione e protezione,
fiducia e curiosità, grazie alla sua doppia natura di "ignoto/circoscritto"
o di "contenitore/misterioso". Il gruppo infatti è una
dimensione ignota quindi esplorabile, potenzialmente oggetto di investimento
e di curiosità. Ma è anche una dimensione controllabile e
controllata, atta a contenere e circoscrivere l'incertezza e la colpa connesse
all'ignoto.
Dal punto di vista razionale il gruppo è il luogo di confronto/scontro
di diversi modelli di pensiero. E' tale diversità che, appartenendo
allo stesso sistema logico, ne evidenzia le dimensioni "altre".
Se tante diversità possono rientrare nella stessa logica di pensiero,
allora è legittimo ipotizzare l'esistenza di più logiche,
cioè di molte dimensioni nascoste nell'universo del pensiero.
L'induzione o lo sviluppo della creatività non è dunque
un processo solitario, né è massificato : è un'attività
formativa fondata sulla dialettica individuo-gruppo. Dove il gruppo
non è spazio fusionale, né fondale teatrico del soggetto,
ma rappresentazione e specchio della sula pluralità interna, attuale
e potenziale.
I fattori "tecnicamente" facilitanti l'induzione della creatività
P.
Matussek racconta che ad un simposio sulla creatività svoltosi negli
USA gli scienziati presenti diedero più di 400 definizioni del concetto
di creatività. M a è proprio questa mancanza di univocità
che mette in luce una caratteristica fondamentale del concetto stesso e
della "modalità creativa" di operare: la pluralità.
E la pluralità "plurale", cioè a differenti
livelli e con possibilità molteplici per ogni situazione.
Nessun percorso può essere considerato, in tale ottica, irrinunciabile
per ottenere un certo risultato, e dunque nessuna tecnica di stimolazione
è essenziale in se stessa.
Chi si occupa di creatività non solo in termini di ricerca teorica,
ma anche di individuazione di strategie formative efficaci, o come professionista
che si serve della creatività nel proprio lavoro, può verificare
di persona, su sé stesso quanto tutto questo sia vero.
La
motivazione
Un primo elemento
determinante è l'esistenza nell'individuo di una motivazione che
lo spinge a cercare di migliorare le proprie capacità creative.
Non si tratta di una semplice adesione di massima ad un progetto, o di un
atteggiamento da "buoni propositi", perché tali impostazioni
di partenza si svuotano di contenuto alla prima difficoltà tanto
da trasformarla in un ostacolo insuperabile. Occorre dunque un convincimento
profondo e serio che può essere stimolato o "predisposto"
attraverso un intervento di tipo psicologico.
Due sono gli elementi su cui far leva: il primo è una specie di "competitività
intrapsichica" usando questo termine per indicare la tensione
continua a superare se stessi, a migliorarsi, a non accontentarsi dei risultati
cui si arriva. Questa insoddisfazione non ha però connotazioni
depressive o in qualche misura autodistruttive, ma trova nei successi che
precedono il nuovo livelli di insoddisfazione lo stimolo e l'energia sufficienti
a compiere il nuovo passo.
Il secondo elemento importante è l'allenamento alla sopportazione
delle situazioni in cui si verifica una delusione delle aspettative. Chi
affronta un training per migliorare la sua creatività è spesso
portato a credere che scoprirà cose eccezionali sia rispetto alle
tecniche che verranno utilizzate, sia relativamente alle proprie capacità
nascoste. Ma è un pò come l'uovo di Colombo: le tecniche non
sono miracolistiche né da prestigiatore e per vedere dei risultati
occorre "del tempo" non quantificabile.
La
curiosità e il bagaglio culturale
Un secondo fattore
determinante è costituito da un atteggiamento psicologico di curiosità
e interesse per tutto quanto sta intorno. Infatti più è consistente
il bagaglio di informazioni possedute sia a livello individuale, sia di
gruppo, più è possibile che si produca l'insight creativo.
Questa serie di dati immagazzinati nella memoria aumentano nell'individuo
in proporzione con l'interesse, la attenzione, l'atteggiamento psicologico
nei confronti della realtà. Ma aumentano anche in rapporto alle connessioni
che si riescono a stabilire fra essi e alle tecniche di "allenamento
creativo" che si utilizzano nei momenti in cui è necessario
risolvere dei problemi.
Quindi non si tratta di avere una mente costruita come una sorta di "banca
dati", ma anche di conoscere bene le tecniche di pensiero creativo
per poter individuare, nella necessità, le strategie più efficaci.
Informazioni, tecniche, capacità personali non possono dunque
mai essere considerate in quantità e quantità sufficiente
così come un atleta non considera mai definitivo il record appena
raggiunto nella sua specialità.
L'emotività
Un terzo fattore determinante
è rappresentato dall'aspetto emotivo già menzionato in precedenza.
In termini tecnici si tratta di sviluppare un potenziale energetico che
risulti funzionale alla situazione ed ai risultati che si perseguono. Da
un lato ciò significa favorire l'emersione dei desideri, degli impulsi,
anche dell'immaginazione di ciascuno, intendendo tutto questo come risorsa
che è connotata emotivamente.
Da un altro punto di vista può significare creare dei "marchingegni"
utili a scatenare l'emotività. Uno degli strumenti più
efficaci consiste nel simulare in qualche maniera situazioni di competizione
o di emergenza. Le prime, nelle quali l'individuo o un gruppo sfidano
altri individui o gruppi, sono le più facili da realizzare in termini
tecnici e anche di immersione dei partecipanti, che in brevissimo tempo
si scatenano per prevalere nella gare predisposte.
La situazione "emergenza" è forse un po' più difficile
da simulare, ma se è provocata (per es. privando i partecipanti di
strumenti necessari alla soluzione del compito che gli è stato assegnato)
produce discreti effetti anche in tempi brevi.
Occorre avere presente in questa situazione, che si devono tenere sotto
controllo le difficoltà oggettive e la complessità del problema,
per evitare che la depressione e lo sconforto producano una demotivazione
al lavoro.
La
connessione come "meccanismo" di fondo
Ovviamente le variabili
che entrano in gioco ed influenzano lo sviluppo della creatività
sono anche altre ed alcune di esse non sono nemmeno influenzabili, nel senso
che sfuggono alla possibilità di "intervento formativo".
Però tutte sono idealmente unite da un filo conduttore rappresentato
dalla "connessione", che può essere considerata il fulcro
attorno al quale si svolge il processo creativo. Connettere, unire, congiungere
in modo sempre diverso entità o parti di esse può diventare
un gioco.
Certo è un'attività che, una volta appresa, tende a coinvolgere,
a conquistare tanto da essere utilizzata non solo dove e quando è
necessario, ma anche in termini "speculativi". Inoltre la sua
"giocosità" sta nella possibilità di utilizzarla
sia per ricercare la soluzione di un problema complesso, sia per formulare
una battuta spiritosa. Queste caratteristiche la rendono particolarmente
adatta non solo alle diverse fasi del processo creativo, ma anche consentendo
il continuo sviluppo delle potenzialità creative dei soggetti.
* Estratto da IMPRESA E SOCIETA'- Anno sedicesimo, 28 febbraio 1986, Roma, pag.15-18