INTERVENTO IN UN SISTEMA REGIONALE DI FORMAZIONE PROFESSIONALE. GLI AGENTI DI CAMBIAMENTO*

L'intervento descritto in questo articolo presenta numerosi spunti di riflessione, di cui quello sugli "agenti di cambiamento" è solo uno fra tanti. Questa esperienza propone alcuni fra i più importanti problemi, che si presentano in ogni intervento complesso: il livello organizzativo da cui iniziare, il rapporto capi-base, il Comitato di coordinamento, la volontà e il progetto politico, l'uso dei consulenti esterni. Credo che, ora che si avviano i Consigli Distrettuali, questi temi, in campo scolastico, si porranno sempre più spesso. Essi emergono infatti in ogni intervento su una realtà istituzionale o sociale di vaste dimensioni.
Dico subito che l'intervento è stato seguito da me per due anni, dal 1973 al 1975, poi è stato interrotto e dal 1977 è stato ripreso con altri consulenti. Malgrado questa rottura, ritengo che il lavoro abbia ottenuto notevoli successi e che il metodo possa essere confermato come valido sia per i risultati oggettivi ottenuti, sia per la mole di verifiche esperienziali che ha offerto. Quando l'intervento è iniziato, le metodologie e le tecniche del cambiamento di macrosistemi, in Italia, avevano trovato applicazione solo nel settore produttivo. Nel settore formativo non c'era nulla. Potevamo solo fare riferimento alle esperienze anglosassoni, in campo scolastico, oppure a quelle aziendali italiane. Per entrambe queste fonti di ispirazione si trattava di verificare la trasponibilità. A tutt'oggi, i consulenti che hanno lavorato e lavorano all'intervento, dispongono di verifiche serie e consistenti. Credo che essi siano gli unici in Italia a disporre di teorie, metodologie e tecniche per il cambiamento psicosociale di macrosistemi formativi. Mi risulta che solo I'ISFOL disponga di esperienze analoghe, anche se l'impostazione di questo Istituto pubblico è più tecnocratica che psicosociale. Ci si collocano però a livelli assai più empirici. Le esigenze di cambiamento nel settore formativo, e della formazione professionale in particolare, sono ormai così diffuse, che ritengo improrogabile un dibattito fra operatori di Enti locali e di Enti di formazione professionale su questi problemi, affinchè il cambiamento diventi sempre più frutto di un progetto e sempre meno figlio del caso.

1. La situazione iniziale
Nel 1973 la situazione della formazione professionale in Italia era molto disastrata. Essa aveva tutti i mali della scuola non professionale, con alcune aggravanti. Queste erano in particolare: la polverizzazione istituzionale (enti pubblici, enti locali, enti privati laici e cattolici, ecc.); la qualità e le motivazioni degli studenti, di solito appartenenti ai ceti meno privilegiati oppure privi di strumenti culturali di base; la qualità e le motivazioni del personale docente, spesso giunto alla formazione professionale di risulta, o provvisoriamente o per avere una integrazione salariale; infine lo scollamento fra il prodotto della scuola (il giovane qualificato) e le richieste del processo produttivo. La formazione professionale, al momento del passaggio alle Regioni, era appesantita da grossi problemi politico-istituzionali, organizzativi, culturali, tecnici, pedagogici e didattici.
Il passaggio alle Regioni ha creato però grosse aspettative fra gli Operatori e pressanti responsabilità circa il cambiamento, per gli Amministratori. L'Assessore di una Regione settentrionale chiese ad un gruppo di psicosociologi, di cui facevo parte, un aiuto per innovare in generale tutto il sistema della formazione professionale regionale. Naturalmente l'idea era di iniziare da quella porzione del sistema che era alle dirette dipendenze dell'Ente regionale. I privati sarebbero stati solo invitati a rinnovarsi, eventualmente partecipando alle iniziative regionali, ma senza particolari pressioni. L'Assessore, da noi considerato come il "cliente", ci dava garanzie di massima agibilità ed autonomia, offrendo a due di noi un contratto di consulenza ad personam. Noi partimmo con una ricognizione superficiale, che si basava sulla lettura di studi circa la formazione professionale ante Regiones, sulla conoscenza di dati statistici elementari (dimensioni del fenomeno in quella Regione) e su alcune interviste a funzionari.
Le prime rilevazioni, a livello generico, furono usate per una ipotesi provvisoria dell'intervento.

2. Ipotesi provvisoria dei consulenti
Parlo di ipotesi provvisoria, perché non c'era il tempo di effettuare una approfondita ricerca sui vari aspetti del sistema, ed anche perché preferivamo andare avanti per successivi aggiustamenti derivabili dalla dialettica delle forze in campo. Il sistema della formazione professionale regionale comprendeva circa 30 Centri con relativi direttori e
quasi 800 insegnanti teorici e pratici. Le aree di intervento erano numerose, e posso sintetizzarle come segue:
a) adeguamento delle qualifiche, allo scopo di rispondere meglio alla domanda del mondo produttivo. Lo studente che usciva dai corsi, non rispondeva alle offerte di lavoro, sia perché la qualifica non seguiva la dinamica dello sviluppo socioeconomico del comprensorio, sia perché la mansione acquisita era spesso da tempo superata dalla organizzazione del lavoro che non esisteva oppure esisteva in forme diverse;
b) aggiornamento e formazione permanente degli insegnanti, al fine di superare la diffusa disinformazione culturale ed, a volte, anche tecnica, di avviare una qualificazione pedagogica e didattica, e di motivare un organico assai frustrato e depresso. In ogni caso si sarebbe dovuto avviare questo sforzo, perché i sistemi di reclutamento erano stati spesso clientelari, non professionali, ed anche perché mancava a quasi tutti una formazione pedagogica di base. Ma se si fosse passati ad un sistema di qualifiche mobili, cioè coerenti con un mercato del lavoro dinamico, sorgeva ancora di più l'esigenza della riqualificazione del personale docente e della sua formazione permanente;
c) rapporti organizzativi all'interno dei Centri e fra questi e l'Assessorato, al fine di garantire la massima elasticità delle mansioni e dei ruoli interni ai Centri, e la massima articolazione/integrazione fra Assessorato e periferia; sembrava evidente che un Centro che volesse rispondere dinamicamente al mercato, sia in termini di qualifiche che di contenuti professionali, doveva avere una organizzazione interna flessibile e partecipata e doveva avere un giusto rapporto di autonomia e di integrazione col centro coordinatore, cioè l'Assessorato.
Va ricordato che, quando venivano elaborate queste ipotesi provvisorie, non si parlava ancora di organi collegiali, ne di Centri regionali per l'innovazione educativa, ne di osservatori del mercato del lavoro. L'ipotesi provvisoria aveva identificato il problema del cambiamento in tre aree: i contenuti didattici, la formazione degli insegnanti, l'organizzazione dei Centri ed i rapporti fra questi e l'Assessorato. Queste aree erano state identificate non sulla base di astratte dichiarazioni di principio, ma dalla constatazione che il mercato del lavoro era assai più dinamico di quanto i Centri fossero portati a pensare. Il lavoratore qualificato, prodotto finale di tutto il sistema di formazione professionale doveva spesso:
— essere qualificato per mansioni nuove
— essere qualificato per mansioni tradizionali ma svolte in modo nuovo
— essere addestrato ad accettare e addirittura promuovere un riqualificazione permanente, sul posto di lavoro
— acquisire non solo una capacità di adattamento a lavoro tradizionale, ma anche una capacità politica e tecnica di innovazione del processo di produzione.
Se il prodotto del sistema di formazione professionale doveva rispondere a questi requisiti, era ovvio che il sistema si aggiornasse e si organizzasse di conseguenza. Il problema così impostato assomigliava a quello tipico di ogni impresa produttiva "marketing oriented", che deve riconvertirsi in conseguenza al dinamismo del mercato.
Se questi potevano essere gli obiettivi dell'intervento, la metodologia prescelta è stata quella psicosociale.
Questa si basa su semplici principi di base:
— il cambiamento ha efficacia se è progettato ed è realizzato "con" gli utenti, invece che "su" di essi; — il cambiamento è reale se comprende il cambiamento di atteggiamenti, valori, e strutture organizzative;
— il cambiamento effettivo non può che essere permanente;
— il cambiamento si basa sul massimo decentramento possibile, sulla dialettica delle forze in campo, sul lavoro collettivo e sulla responsabilità e motivazione del maggior numero di persone;
— il cambiamento si basa sul massimo consenso, ed ogni imposizione o manipolazione tecnocratica è destinata a fallire;
— il cambiamento si basa su una situazione di disagio reale, ed è reso possibile quando il progetto futuro è più allettante del presente.
L'ultima delle condizioni di base (la maggior appetibilità del cambiamento rispetto al presente) esisteva: non solo l'Assessore era disponibile per motivi politici ed i consulenti, erano entusiasti per motivi professionali, ma anche il corpo docente era sensibile vista la situazione di frustrazione, deprivazione e demotivazione in cui versava.
Gli studenti non erano stati interpellati, ma era presumibile la loro disponibilità al cambiamento. Le incognite restavano i direttori ed i funzionari regionali; l'avevano previsto e proprio da questi è iniziato il rigetto dell'intervento.

3. Il Comitato di coordinamento assessorile
II primo problema che si poneva per l'inizio dell'intervento era il coinvolgimento della struttura burocratica dell'Assessorato, l'unica che poteva facilitare od ostacolare nei fatti l'intervento. La burocrazia poteva darci le informazioni, organizzare materialmente le iniziative, convocare le riunioni: insomma i quadri intermedi avevano un grosso potere. Molto più degli analoghi quadri aziendali, la cui carriera dipende dal management. Al contrario sembra che negli Enti locali la carriera dei politici (cioè del top management) dipenda in larga misura dai burocrati. Oltre a questo potere oggettivo, la burocrazia fu da noi ritenuta importante anche per motivi di coerenza colle premesse di ogni intervento psicosociale. Essa rappresentava un subsistema del macrosistema della formazione professionale, un subsistema abbastanza competente e potente, e quindi era ingiustificabile l'idea di avviare il cambiamento senza di essa. La prima proposta dei consulenti fu quella di costituire un Comitato di coordinamento composto dai consulenti stessi e dai diversi capi-servizio o quadri intermedi interessati all'intervento. La proposta fu brillante, ma insufficiente.
A posteriori posso considerare che essa non è bastata. Un intervento di così vaste implicazioni avrebbe richiesto un maggior impegno da parte del Comitato, cioè dell'Assessorato. Forse l'intervento avrebbe dovuto cominciare proprio dai funzionari, la cui sensibilità, disponibilità e capacità di funzionamento avrebbe dovuto essere la premessa dell'intervento.
Queste caratteristiche non dovevano essere considerate un "a priori", ma un obiettivo da raggiungere. Per vari motivi non ci ponemmo questo obiettivo, e ciò si rivelò forse la più macroscopica carenza di tutto il progetto.
Al comitato furono inviati da noi, con l'appoggio non troppo pressante dell'Assessore, molti funzionari che potevano rappresentare una risorsa: il responsabile ufficio studi, gli addetti all'aggiornamento degli insegnanti, il responsabile dei Centri di Formazione Professionale, gli addetti all'innovazione educativa persino il capo-gabinetto.
La prima difficoltà consisteva nel fatto che l'Assessorato era a quel tempo travolto da lotte intestine di potere, per cui i ruoli non erano ancora stabilmente definiti. Si discuteva a lungo se un servizio dovesse o meno essere accorpato con altri, quali competenze dovesse avere un ufficio e così via. Questi dissidi, come sempre negli Enti pubblici, erano un misto di conflitti sul modo di intendere l'organizzazione, ambizioni personali ed ideologie o appartenenze a partiti e correnti politiche. La seconda difficoltà consisteva nelle resistenze personali all'intervento di alcuni funzionari, che lo guardavano con diffidenza o con scetticismo, oppure con l'evidente timore che esso potesse diminuire funzioni e potere a determinati uffici.
La terza difficoltà era causata dalla nostra veste di consulenti esterni. È noto che verso queste figure si concentra una forte ambivalenza della organizzazione: da una parte essi sono considerati un aiuto valido, dall'altra essi sono visti come intrusi, antagonisti, privilegiati. Il fatto poi che la nostra investitura venisse dall'Assessore, aumentava la fantasia che fossimo "amici del padrone" o addirittura "commissari politici" di un certo partito. Nei circa due anni di lavoro del Comitato, riunito mediamente ogni mese, i componenti sono variati sensibilmente, perché gli uffici venivano riorganizzandosi, ed alcuni di essi hanno sfoggiato un diplomatico assenteismo. Di fatto, il Comitato non ha quasi mai funzionato come spazio dialettico di confronto e di elaborazione delle linee dell'intervento o come momento di verifica, se non in un'ottica fiscale ed organizzativa.
Le decisioni prese al suo interno erano solo formalmente consensuali; la loro applicazione trovava decine di ostacoli sia nelle resistenze di alcuni componenti sia in oggettive lentezze procedurali dell'Assessorato. Molto spesso la presenza o l'assenza di un membro erano giocate in chiave di potere e le diverse iniziative non erano valutate tanto in base alla loro validità rispetto all'ipotesi di base, quanto in base al coinvolgimento desiderato per il proprio servizio.
A questo va aggiunto che, mentre l'Assessore ed i consulenti avevano almeno una ipotesi di massima circa l'intervento, gli altri membri del comitato non erano stati coinvolti a discutere le modalità di applicazione di un intervento in sostanza predeciso. Questo derivava dalla struttura verticistica presente in Assessorato, per cui i vari servizi non concorrevano ad elaborare i progetti fin dal loro sorgere, ma, in sostanza, si limitavano a realizzare progetti ideati dall'Assessore e dal suo staff. Si trattava di un classico conflitto fra staff e line, frequente e diffuso negli interventi psicosociali del settore produttivo. I consulenti avrebbero dovuto tenerne più conto, ma non lo fecero, e ciò si rivelò un errore. D'altra parte, considerato lo stadio primitivo delle Regioni nel '73, era già stupefacente che si avviasse un intervento di questo tipo. Questa fu la ragione per la quale i consulenti non insistettero su un inizio dell'intervento all'interno dell'Assessorato.

4. I capi periferici
La leggerezza fatta nei confronti dei quadri al centro del sistema, non fu ripetuta nei confronti dei capi periferici.
Se da una parte pensavamo che il fuoco dell'intervento dovesse essere centrato sul corpo docente, era altresì chiaro che ogni cambiamento di ruolo degli insegnanti doveva passare attraverso il consenso, la consapevolezza o almeno la non belligeranza, dei Direttori dei centri periferici. I Direttori dei Centri dovevano al contrario essere gli stimolatori del processo di cambiamento; dovevano a loro volta trasformare il loro-ruolo burocratico in un ruolo di educatori-animatori; dovevano arrivare a porsi come soggetti dinamici e dialettici, sia nei confronti del mercato del lavoro sia nei confronti della sede centrale, cioè l'Assessorato. Il primo problema che ci siamo posti è stato quello di modificare gli atteggiamenti ed il ruolo dei Direttori periferici. Essi avrebbero dovuto trasformarsi in "agenti di cambiamento" ed in garanti autorevoli di altri agenti del cambiamento; cioè gli insegnanti. Naturalmente questa strategia cozzava con il tradizionale efficientismo dei capi intermedi, che pensano di trarre la loro autorità solo dal disbrigo puntiglioso delle pratiche correnti.
Quasi subito emersero le difese dei Direttori che, mentre convenivano sulla necessità di un proprio aggiornamento, d'altra parte erano restii a rendersi disponibili per i pochi giorni previsti per il primo seminario. Affinché la partecipazione fosse completa, come fu, si rese necessaria una notevole pressione dei quadri centrali e dell'Assessore stesso. Il programma della prima iniziativa prevedeva un seminario di cinque giorni residenziale, attorno ai temi del cambiamento sociale, industriale e della formazione professionale. Il seminario aveva carattere prevalentemente informativo e si proponeva due obiettivi principali: offrire un quadro generale di analisi sul quale innestare tutta l'innovazione del sistema; rimotivare il personale direttivo, coinvolgendolo in un progetto innovativo di qualità, come soggetto motore. In pratica il seminario comprendeva circa tre relazioni al giorno, tenute dai consulenti e dai capiservizio, seguite da dibattiti in plenaria o discussioni in sottogruppi. Il modello era tenuto volutamente sui binari tradizionali, nell'intento di evitare dall'inizio possibili rigetti.
Gli elementi innovativi erano costituiti dalle discussioni in sottogruppi e da una esercitazione di role-playing. Era la prima volta che i Direttori erano invitati a discutere, coi responsabili centrali e fra loro, di temi non strettamente operativi o sindacali; ed era la prima volta che si faceva della formazione "attiva" in corsi per operatori di formazione professionale. La
partecipazione e l'entusiasmo furono molto alti; i consensi all'iniziativa numerosi, come gli inviti a continuare l'intervento verso il corpo docente. Questo consenso era da noi ritenuto indispensabile, anche per evitare situazioni di isolamento e di repressione, che potevano verificarsi nei Centri, una volta che fossero tornati i primi insegnanti "aggiornati". Naturalmente questa prima iniziativa, doveva (come fu) essere seguita da altre, centrate sui Direttori. Circa un anno dopo il primo, fu promosso un secondo seminario, le cui caratteristiche erano: di essere centrato sul ruolo direttivo e di essere basato quasi soltanto sue esercitazioni attive e lavoro di piccolo gruppo. Questa seconda iniziativa per i Direttori, un anno dopo la prima, fu quasi perfetta sia come modello teorico che come risultati a breve. La partecipazione fu meno numerosa, ma assai proficua. La ipotesi teorica di fondo era quella di aumentare la sensibilità dei Direttori al loro nuovo ruolo di animatori del cambiamento dei Centri di formazione e di responsabili dei rapporti fra questi Centri ed il sistema socioeconomico della zona. Il seminario conteneva poche relazioni teoriche e molte esercitazioni, simulazioni e discussioni di gruppo; cinque giorni di lavoro residenziale su temi come la formazione permanente, il lavoro di gruppo e le sue principali dinamiche, gli stili di direzione, il rapporto fra centro e periferia di un sistema. I cambiamenti indotti nei partecipanti furono visibili anche nel corso del seminario: maggiore apertura e disponibilità, motivazione, curiosità verso l'innovazione, maggiore chiarezza nelle comunicazioni e attenzione nell'ascolto; minore ansietà nelle situazioni poco strutturate e di gruppo.
Il progetto rivolto ai Direttori prevedeva una ripresa dopo sei mesi, centrata essenzialmente sui problemi del rapporto fra i Centri di formazione professionale e la zona produttiva, della evoluzione della dinamica mansionale ed occupazionale, della ricerca-intervento sul territorio. Questa seconda fase non si realizzò, perché, nell'estate, a circa un anno e mezzo dall'inizio dell'intervento, iniziò un freno massiccio a tutta l'attività innovativa.

5. Gli agenti di cambiamento
La seconda parte della strategia dell'intervento riguardava gli operatori di base della formazione, cioè gli insegnanti teorici e tecnici. Essendo il loro numero intorno ad 800, ed essendo le risorse economiche e scientifiche disponibili per l'intervento assai limitate, si scartò l'ipotesi di avviare un lavoro per entità omogenee. Tutte le esperienze di intervento psicosociale precedenti, indicavano che la strategia degli agenti di cambiamento era assai fragile. Questa strategia, utilizzata largamente fino agli anni '60, si basava sull'idea che il mutamento di un sistema potesse essere indotto, immettendo in esso un certo numero di operatori riconvertiti culturalmente e professionalmente. Una sorta di terapia rivitalizzante, indotta mediante iniezioni di agenti di innovazione a pioggia. Questa strategia era risultata inefficace per due ordini di motivi: o i cambiatori venivano in breve risucchiati dal preesistente modello di funzionamento; o essi venivano violentemente repressi dal sistema di potere delle organizzazioni. Gli innovatori isolati possono sperare di svolgere il loro compito solo se vengono affiancati da innovazioni strutturali ed organizzative, oppure se vengono solidamente supportati dai ruoli di potere. I cambiamenti strutturali ed organizzativi dovevano essere apportati dalla legislazione regionale, allora in fase di progettazione, e noi non potevamo aspettare. Ci siamo limitati a sperare che il lavoro compiuto coi Direttori potesse essere una garanzia sufficiente per questi innovatori. Questo si verificò in parte, ed in parte no. Ma anche laddove i Direttori supportavano gli innovatori, l'ambiente (colleghi, regolamenti, norme, territorio) si mostrò più forte e ricondusse in breve le istanze innovative alla routine tradizionale. Noi scegliemmo questa via, pur valutandone i rischi, perché l'alternativa era quella di effettuare interventi in 2-3 Centri all'anno, rallentando molto Rinnovazione globale del sistema di formazione professionale. Scegliemmo dunque una strategia mediana che prevedeva due fasi.
Nella prima si trattava di effettuare dei Corsi di Base per tutto il corpo docente; corsi nei quali l'obiettivo era di omogeneizzare verso l'innovazione tutti gli insegnanti, nell'arco di un paio di anni. Nella seconda fase si sarebbero avviati interventi in microunità omogenee (singoli Centri o gruppi di Centri dello stesso comprensorio), e corsi di formazione e d'aggiornamento specialistico. Insomma abbiamo scelto la strada di un cambiamento a strati di approfondimento successivi, per non perdere di vista il problema della omogeneità regionale. Un'altra strategia possibile poteva essere quella dei Centri pilota, ma essa fu scartata anche per rispondere alle esigenze generali di avvio del cambiamento. Dopo la prima attività per i Direttori (nel marzo), dal settembre al dicembre dello stesso anno, si avviarono fra epiche difficoltà di ogni tipo, sette corsi residenziali, della durata di due settimane ciascuno.

Questi corsi erano definiti "corsi base" a caratteristica despecializzante e propedeutica: il loro obiettivo era di proporre alla analisi dei partecipanti gli aspetti e le relazioni più significative del ruolo del formatore professionale.
Nel dettaglio, gli obiettivi annunciati erano:
— aumentare le capacità interpretative della realtà economica, sociale ed istituzionale nel quale si sviluppa il ruolo del docente;
— migliorare la disponibilità al cambiamento e le capacità di azione nella realtà;
— migliorare le conoscenze culturali e professionali;
— migliorare le capacità personali ai rapporti interpersonali e di gruppo;
— aumentare le motivazioni alla formazione permanente.
In sostanza si puntava a far analizzare ai partecipanti i problemi connessi al loro ruolo: rapporto insegnante-allievo-classe; rapporto insegnante-istituzione formativa; rapporto insegnante-sistema socio-economico-organizzazione del lavoro.
Il corso era articolato in due settimane consecutive di cinque giorni e mezzo ciascuna. Il modello fu il seguente almeno in linea di massima, perché essendo il rapporto fra docenti e partecipanti molto aperto, a volte ci furono modifiche apportate consensualmente:
1) la prima parte del corso durava tre giorni e si poneva l'obiettivo di fornire una consapevolezza di se ne rapporto con gli altri, una sensibilizzazione al lavoro di gruppo, ed una capacità di analisi del comportamento collettivo nelle situazioni formative. La metodologia usata era quella del gruppo autocentrato, condotto da uno psicologo ed un osservatore;
2) i due giorni seguenti erano dedicati ad un'analisi del rapporto educativo, nei suoi diversi aspetti: insegnante-allievo-classe, insegnante-colleghi, valutazione, apprendimento, didattica, ecc. La metodologia comprendeva lezioni teoriche e dibattiti, casi, role-playing, esercitazioni attive. Il lavoro era condotto da docenti esperti sui temi e da un animatore di gruppo, che si faceva carico di seguire gli apprendimenti individuali e del gruppo, oltre che di coordinare i contributi dei docenti;
3) i primi tre giorni delle seconda settimana tendevano a fornire una riflessione critica sul contesto socioeconomico italiano e regionale, con particolare riguardo al mondo del lavoro. La metodologia prevedeva contributi teorici, esercizi attivi, ed incontri con operatori del mondo del lavoro. Il tutto coordinato dal solito conduttore di gruppo;
4) gli ultimi due giorni e mezzo erano dedicati ad un riesame del sistema di innovazione professionale e delle sue possibilità di innovazione, nei confronti del contesto socieconomico, delle scuole di altro ordine, e dello sviluppo dell'ente Regione. La metodologia era simile a quella dei giorni precedenti.

A questi sette seminari, parteciparono| complessivamente 92 insegnanti rappresentativi di tutte le discipline di insegnamento e di tutti i Centri di formazione.
Le prime impressioni che abbiamo avuto, poi ampiamente confermate da un questionario e da un seminario di follow up, ci confortarono enormemente. Tutti gli obiettivi indicati sembravano raggiunti, se pure a livelli diversi. Notammo subito un enorme entusiasmo e una grande volontà di cambiare, innovando il ruolo del docente, i contenuti dell'insegnamento e la didattica; una rafforzata motivazione al lavoro, dovuta alla presa di coscienza dell'importanza della formazione professionale, fino ad allora considerata come un ghetto dagli stessi insegnanti; un interesse ad iniziare un processo di formazione permanente e ad attivare incontri e scambi fra colleghi contro il vecchio particolarismo; una larga fiducia verso l'ente Regione, che sembrava rispondere per la prima volta alle molte speranze degli operatori. Sicuramente gli elementi del successo furono numerosi; dalla stessa residenzialità, al livello dei docenti; dal fatto di essere la prima iniziativa formativa, alla articolazione della stessa nelle diverse aree di interesse dei partecipanti. Tuttavia credo che l'elemento determinante sia da ricercare nella metodologia del Corso base: il lavoro di gruppo l'apprendimento attivo. Credo che tuttora nessun Ente Locale abbia realizzato un modello di corso così metodologicamente sofisticato. Per la prima volta gli insegnanti studiavano in gruppo, si parlavano, si confrontavano, verificavano la connessione tra l'aspetto psicologico e quello tecnico dell'apprendimento, facevano una esperienza socializzante. Inoltre, per la prima volta, sperimentazioni direttamente metodologiche e tecniche di insegnamento, non basate sulle solite verbose conferenze, ma su comunicazioni dialogate, esercitazioni attive, simulazioni, casi di discussione, persino sull'uso del vtr. Metodologie e tecniche non solo utili al loro apprendimento nel corso, ma in parte trasponibili nel loro lavoro quotidiano.
Una prova del successo dei corsi sia anche nei tre quesiti che uscirono spesso nella giornata conclusiva. Quesiti che le testimoniano il livello di consapevolezza acquisita:
— la formazione innovativa ottenuta non si scontrerà con l'abitudine burocratica dei Direttori?
— questo inizio di formazione sarà seguito da iniziative che la renderanno permanente?
— al prevedibile mutamento degli insegnanti si accompagnerà un mutamento strutturale ed organizzativo?

6. Gli "alibi"
È assai interessante raccontare "la storia degli alibi" espressi in questo intervento, perché essa è sintomatica. Durante il primo colloquio con l'Assessore, dopo averci spiegato le sue ipotesi ed averci incaricato di avviare l'intervento, egli ci affermò in confidenza che avremmo trovato delle difficoltà.
Lui, in quanto politico, era deciso ad innovare il sistema e ci avrebbe messo tutto l'impegno; purtroppo non era certo che i Direttori, per lo più ancorati al decrepito sistema della formazione professionale, avrebbero collaborato facilmente. Questa dichiarazione ci convinse della bontà dell'idea di iniziare l'intervento proprio da questa fascia intermedia del sistema. Durante il primo seminario per i Direttori, fummo accolti da una generale ovazione. I Direttori asserirono che da anni chiedevano ed attendevano qualche innovazione nel settore, ma erano sempre stati delusi e maltrattati da Enti nazionali privati asfittici e retrogradi, oppure da apparati ministeriali accentratori e sclerotici. Dichiarando la loro completa disponibilità al cambiamento, espressero tuttavia molti dubbi sulle possibilità effettive di cambiare la mentalità ed il costume di un corpo docente adagiato nella pigrizia mentale, preoccupato a cercare un altro lavoro o un doppio lavoro, professionalmente sottoqualificato e politicamente conservatore.
I 92 partecipanti dei primi Corsi di base ci accolsero con ancora maggiore entusiasmo e dichiarata disponibilità, ci trattarono quasi da salvatori, elencandoci le decennali angherie a cui li sottoponevano i Direttori periferici ed i burocrati centrali. Come ho detto prima, i Corsi base terminarono quasi tutti con quei tre interrogativi, che suonano come una dichiarazione di diffidenza verso i Direttori e verso l'Assessore.
A fronte di queste dichiarazioni, c'è una verità incontestabile: l'intervento fu nei fatti interrotto dopo due anni dal suo inizio, e solo dopo un anno di stasi è ripreso in forme, obiettivi, ambizioni molto ridotte. Le origini di questi atteggiamenti alibistici, che tendono a negare o rimuovere le proprie resistenze al cambiamento, sono ormai note alla psicosociologia. Il mutamento è sempre oggetto di ambivalenza. Esso mette in moto ansietà, fantasmi, incertezze faticosamente sostenibili. Poiché il loro riconoscimento creerebbe sensi di colpa e diminuzione dell'autostima, i soggetti implicati nel cambiamento preferiscono sbandierare la loro disponibilità ed attribuire ad altri le vere resistenze. A questi dinamismi psichici si accompagnano ovviamente elementi oggettivi, cioè concreti interessi economici o di potere, che causano una resistenza al cambiamento. Questi giocano parecchio specie per le fasce intermedie, che dal cambiamento temono sempre (ed a ragione) una diminuzione del loro potere; ma per i vertici politici e per la base, credo che i meccanismi di difesa dal cambiamento siano originati perlopiù da dinamismi psicologici. Di fronte a questi alibi, si può attuare il cambiamento solo portando i soggetti, difesi, alla gestione costruttiva delle proprie ansie e ambivalenze. Questo si ottiene mediante processi lenti e faticosi di presa di coscienza, che di solito vengono indotti da esperienze vissute. La induzione di un simile processo di presa di coscienza, mediante lo strumento formativo, richiede metodologie e tecniche raffinate, strategie a medio-lungo termine e risorse non indifferenti.

7. Questionario e Follow up
Circa tre mesi dopo questi primi Corsi di base, inviammo a tutti i partecipanti un questionario, che si proponeva, da una parte, di verificare quali apprendimenti fossero considerati dai partecipanti più utili e persistenti; dall'altra di sostenere i probabili agenti di cambiamento con un'iniziativa che li facesse sentire meno isolati. Inoltre il questionario tentava di sondare quali aspettative avevano i partecipanti circa la loro formazione permanente.
Va detto che, nei primi mesi del 1974, cioè subito dopo la Fine dei primi Corsi base, erano giunte voci del Comitato di coordinamento che nei Centri si stavano verificando alcune delle situazioni negative ipotizzate insieme ad alcune positive.
Sembrava che in alcuni Centri, specie laddove si concentrarono gruppetti di partecipanti ai corsi e dove il Direttore era più aperto, si tentasse un avvio di cambiamento, con la costituzione di gruppi di studio fra insegnanti e con la innovazione dei rapporti con gli allievi oltre che della didattica di alcune materie. In altri Centri si stavano verificando le ipotesi negative: qualche iniziativa repressiva verso insegnanti troppo accesi innovatori; qualche frustrazione di partecipanti, trovatisi davanti al muro della indifferenza dei colleghi; una certa delusione, circa la lentezza delle modificazioni strutturali ed organizzative, rafforzata dall' aumentato livello di aspettative.
Il questionario fu inviato per posta dall'Assessorato e raccolse 75 risposte. È superfluo riferire qui tutti i dati emersi: ne bastano alcuni.
Gli apprendimenti che più persistevano a tre mesi dal Corso, riguardavano: la dinamica di gruppo, le esercitazioni attive, e le teorie psicopedagogiche. Circa i cambiamenti ottenuti, ben il 70% dichiarò di aver mutato alcune idee, dopo il Corso; una metà notò anche mutamenti del proprio comportamento. Quasi il 70% dichiarò di aver utilizzato subito gli apprendimenti, in queste aree: collaborazione con allievi , comprensione verso allievi e colleghi, lavoro di gruppo, valutazione.
La quasi totalità affermò di voler continuare la propria formazione. Su quali linee dovesse continuare, è così indicato: ampliamento dell'intervento in corso; incontri di verifica; seminari specialistici; interventi nei singoli Centri.
In effetti, la progettazione dell'intervento prevedeva tutte queste quattro linee: il fatto che esse fossero emerse dai partecipanti al Corso è solo una prova del suo successo.
La prima risposta data a queste esigenze furono alcuni seminari di tre giorni, semi residenziali, di follow up, cioè di ripresa del Corso Base.
Questa iniziativa aveva almeno tre obiettivi: sostenere il processo di formazione intrapreso col Corso Base, offrendo ai partecipanti una occasione per tenere viva la propria motivazione e a cambiare; verificare sulla base delle esperienze di lavoro, alcuni apprendimenti; avviare un discorso sugli organi collegiali, la cui applicazione stava per divenire imminente anche nella formazione professionale.
I risultati ottenuti da questa iniziativa non furono granché, salvo una verifica delle ipotesi circa la difficoltà che stavano incontrando gli "agenti di cambiamento" e salvo un generico effetto rimotivante. D'altra parte la situazione dell'intervento stava diventando difficile, per motivi esterni ad esso: i corsi di follow up furono l'ultima iniziativa rivolta agli insegnanti; prima sospensione di tutto l'intervento.

8. I punti critici
Ricordiamo che le ipotesi generali dell'intervento prevedevano le seguenti fasi:
1) corsi base per tutti gli 800 insegnanti, seguiti da brevi follow up, nell'arco di tre anni;
2) corsi base per tutti i 30 direttori, nel giro di due anni;
3) corsi di aggiornamento tecnico per insegnanti della stessa disciplina; corsi di formazione specialistica per insegnanti di un'area; interventi-pilota in singoli Centri o comprensori, al termine della prima e seconda fase.
In un quinquennio l'intervento avrebbe potuto ottenere:
— un cambiamento generale della "cultura" degli insegnanti e dei Direttori, del ruolo, e della organizzazione del lavoro pedagogico;
— l'avvio di un processo di formazione e aggiornamento permanente sia su temi specialistici sia su abilità sociali (lavoro di gruppo, ricerca attiva, sperimentazione, ecc.)
— l'avvio di una serie di interventi-pilota, basati su profonde innovazioni sperimentali.

Invece tutto ciò non è stato realizzato, se non per una piccola parte. Dopo i primi due anni d'attività, già avviata faticosamente e lentamente, l'intervento si è arenato. Le cause di questo arresto, non sono sicuramente imputabili ai cattivi risultali iniziali, visto che essi sono sempre stati, quasi unanimemente, giudicati buoni.
Credo che le cause vadano ricercate in tre fattori principali, ed in un quarto secondario.
Il primo fattore può essere definito con la mancanza di uno volontà politica precisa ed organica. L'Assessore, cioè il cliente, ha dato ben presto prova di non seguire con puntiglio ed ostinazione l'obiettivo, non garantendo due elementi essenziali: l'appoggio attivo della struttura burocratica ed il supporto parallelo delle innovazioni strutturali.
Come ho già detto, un intervento psicosociale, richiede un approccio sistematico, nel senso che deve avvalersi di un obiettivo determinato, un programma preciso ed una serie di interventi collaterali. Innovare psicologicamente e pedagogicamente un ruolo non basta, se non ne vengono innovate anche le condizioni strutturali circostanti. L'innovazione dei ruoli docenti e direttivi periferici, doveva andare di concerto con una serie di provvedimenti legislativi, amministrativi, organizzativi.
Invece la burocrazia assessorile non ebbe un assetto stabile per due o tre anni, la legislazione andò avanti a passo di lumaca, e gli spazi amministrativi di manovra dell'Assessore restarono minimi per molto tempo. Non è questa una ricerca di colpe, ma una serie di constatazioni. Naturalmente l'Assessore può avvalersi di mille attenuanti, ma questo non muta l'analisi. Se egli mancò di esprimere a fondo una sua volontà politica, è anche vero che questo termine, in un Ente locale, coinvolge organismi democratici (Giunta, Consiglio, partiti) e strutture organizzative complesse (burocrazia, enti privati, accordi sindacali, ecc.) la cui caratteristica comune è la spersonalizzazione. Il sistema complesso si arresta per sue inefficienze intrinseche, più che per l'inerzia di qualche individuo. Ciò porta a dedurre che un intervento in un macrosistema richiede enorme prudenza circa il rapporto col cliente, cioè richiede che il cliente sia identificato (e richiesto del consenso attivo) presso più di una fonte decisionale e presso organismi rappresentativi.
Il secondo fattore frenante dell'intervento fu senza dubbio la viscosità della linea burocratica dell'assessorato. Da una parte essa era inefficiente per motivi strutturali come: assunzioni ancora non definite, normativa ancora in trattativa sindacale, organigrammi fluttuanti. Dall'altra essa oppose ostacoli a causa della naturale competitività coi consulenti esterni e del timore che l'intervento potesse giocare in qualche modo sullo spazio di potere degli operatori. Oltre a ciò, esisteva il problema della estraneità alla elaborazione del progetto, della difficoltà con molti funzionari di lavorare in gruppo, della impreparazione di certuni a realizzare progetti così sofisticati. Come ho detto sopra, quest'ultimo aspetto può in parte essere imputato ai consulenti che trascurarono di avviare l'intervento partendo dagli operatori centrali, cioè dalla struttura che poi avrebbe dovuto essere il centro motore dell'intervento. Un terzo fattore ostacolante fu la resistenza mostrata nei fatti dai capi periferici, cioè dai Direttori. La maggior parte di essi percepì che l'innovazione avrebbe significato il cambiamento del loro ruolo ed una diminuzione del loro potere tradizionale e clientelare. Pochi di loro accettarono concretamente di trasformarsi da burocrati e controllori, in operatori sociali, esperti in processi formativi ed organizzazione del lavoro. Le fasce intermedie, che spesso non basano la loro forza ne sul numero ne sulla competenza, sono sempre elemento frenante, ed in questo caso penso che la regola si sia presentata concretamente. Il quarto fattore può essere ricercato nei problemi interni dello staff dei consulenti. Essi dovettero superare una serie di gravi disagi come; il lavorare con una struttura a volte magmatica e a volte resistente; progettare un intervento di tipo nuovo per l'Italia su un macrosistema arretrato e asfittico; inventare per un Ente locale una serie di modelli di funzionamento, organizzare e gestire un'equipe di ricercatori e docenti numerosi ed eterogenei.
Non posso giurare che i consulenti abbiano fatto tutto questo senza errori. In particolare ci fu una disputa interna allo staff che sanzionò l'arresto dell'intervento, anche se esso strisciava da tempo. La disputa riguardava la composizione dello staff dell'intervento. Alcuni consulenti tendevano a privilegiare l'uso di risorse limitate, che tuttavia garantissero una buona omogeneità culturale, politica e metodologica. Altri ritenevano che si dovessero usare risorse più vaste, anche non eterogenee, sia per affrettare i tempi dell'intervento sia per garantire una pluralità di approcci diversi. Questo problema toccò più volte il Comitato di coordinamento, lo divise e lo paralizzò per parecchio tempo. Alla fine prevalse una linea, quella dell'uso limitato delle risorse, ma fu una vittoria solo formale, perché l'intervento si arrestò proprio al termine di questa decisione. E si fermò nei fatti, senza che si decidesse ufficialmente di farlo. Per fermare un'iniziativa innovativa nel nostro Paese, non occorre deciderlo: basta lasciarla morire nelle panie della burocrazia, dei finanziamenti, delle decisioni di bilancio.
Non so se esista un Ente Locale in Italia che stai tentando di effettuare cambiamenti programmati su macrosistemi: ma, se esiste, credo che l'intervento descritta possa essergli molto utile per evitarne gli errori.
Guido Contessa

Bibliografia
- ALEXANDER WINN, da Psicologia e Lavoro, n. 30,1974
- G. CONTESSA, R. VACCANI, A. VOLTOLIN, La formazione alternativa, Etaslibri, Milano 1976
- E. SPALTRO, A. POLLINA, Psicologia dinamica organizzativa, Etaslibri, Milano 1977
- AA.VV., L'intervento psicosociale, Etaslibri, Milano 1976
- W.G. BENNIS, Il cambiamento organizzativo, ISEDI, Milano 1974

* Estratto da FORMAZIONE PROFESSIONALE ED EDUCAZIONE PERMANENTE, marzo 1980, n.3, pag. 21-27

 

 

 

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