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PSICOLOGIA SOCIALE E SCUOLA
È abbastanza spiacevole
dover iniziare un discorso divulgativo su una disciplina con l'affermazione
che non si sa bene cosa sia D'altronde tutte le scienze cosiddette umane sono
ormai ad una crisi di identità tale che si sente ovunque la necessità di rompere
gli schemi disciplinari a favore di uno sviluppo pluridimensionale della ricerca.
Forse questo è anche un segno della maturità cui sono Giunte le scienze sociali,
rinunciando al bisogno difensivo di ricercarsi uno spazio delimitato e aprendosi
senza umore a nuove prospettive.
Un fatto è certo. Disquisire sulle differenze fra psicologia, psicologia sociale,
sociologia, antropologia e un lavoro Impossibile e oltretutto inutile. Anche
perché la tendenza generale della scienza moderna, è quella di abbandonare
gli empirei teorici per preferire le applicazioni pratiche. Le discipline
non sono tanto approfondite di per sé, ma per quanto di utile offrono al ricercatore
o al fruitore nella prassi concreta.
Le applicazioni della scienza si rivolgono all'uomo o al sistema sociale:
due strutture complesse e interattive difficilmente aggredibili con un solo
filtro interpretativo. Credo che sia in via di estinzione quella categoria
di psicologi che tentavano interpretazioni dell'uomo e quindi terapie sull'uomo,
escluse dal contesto sociale e prive di connessioni con l'ambiente.
Così come quei sociologi che studiano 5 modelli sociali senza tener conto
delle aspirazioni, dei comportamenti e delle relazioni degli individui.
A maggior ragione chi deve usare le scienze umane per arricchire le sue capacità
pedagogiche, come il nostro lettore, credo non abbia alcun interesse a sapere
se un certo modello di ragionamento appartiene a questa o a quella disciplina.
È invece possibile e più utile evidenziare le problematiche che ciascuna scienza
si pone, perché questo serve ad arricchire il numero dei punti di vista e
quindi le possibilità le ha dato un grosso contributo alle scienze umane aprendo
ampi spazi di ricerca che stanno consolidandosi anch'essi in nuove discipline:
la psicologia industriale o del lavoro, la psicologia dei piccoli gruppi,
la psicologia dell organizzazione, la psicologia economica, ecc.
Questo significa probabilmente che esiste tutta una serie di problemi che
la psicologia e la sociologia non riescono ad affrontare con i loro soli strumenti.
E dire, come abbiamo detto, che le scienze umane sono travagliate da una crisi
di identità non significa, ovviamente, che su tali scienze non esistano punti
di vista ben qualificati. Ci sembra pertanto opportuno abbordare il nostro
problema mettendo in luce, prima di tutto, proprio questa pluralità di punti
di vista.
PLURALITÀ DI CONCEZIONI
W. W. Lambert e W. E.
Lambert dicono: "La psicologia sociale è lo studio sperimentale degli individui
nelle loro situazioni culturali e sociali ". La definizione trova una netta
corrispondenza con quella data da P. F. Secord e C. W. Backman: "La psicologia
sociale si occupa sostanzialmente dell'azione reciproca tra la personalità,
il sistema sociale e
in misura minore, la cultura".
Jean Stoetzel, riesce a fare molte interessanti riflessioni su questa materia
ma evita di darne una definizione. Espone la storia della disciplina, evidenzia
le differenze con le scienze limitrofe ma quando si tratta di dire cos'è la
psicologia sociale non trova di meglio che elencarne i campi di studio.
" Comunque sia — conclude Stoetzel dopo 57 pagine di tentativi
definitori — e mettendo da parte sia i problemi storici ed epistemologici,
sia la questione delle applicazioni che sono numerose ed importanti, sembra
che si possa vantaggiosamente ripartire l'insieme del campo studiato attualmente
dagli psicologi sociali in cinque settori di interesse:
I - Problemi dei rapporti
dell'individuo con la cultura;
II - Studio dei comportamenti psicologici nelle condizioni sociali;
III - La personalità dal punto di vista psicosociale;
IV - Studio dei diversi aspetti dell'interazione tra le persone;
V - Comportamenti nei gruppi di grandi dimensioni o, se si vuole, la psicologia
delle masse ".
RELAZIONE FRA SCHEMA INDIVIDUALE E SOCIALE
La questione ultima che
si pone nell'identificare la gerarchia fra le scienze e che è alla base dello
sviluppo della psicologia sociale, è la seguente (Stoetzel, op.cit. pag. 20):
"Due idee si incontrano (nella tradizione scientifica occidentale) persistentemente:
1- le disposizioni psicologiche individuali producono le istituzioni sociali;
2- le condizioni sociali influenzano i comportamenti degli individui".
La propensione alla prima tesi è poi quella che ha condotto gli psicologi
a tentare di guadagnarsi la supremazia delle scienze sociali; così come i
sociologi usano la seconda tesi per dimostrare forza e l'importanza della
loro disciplina.
Queste tesi riduzionistiche sono crollate dagli anni '50 in poi, quando la
psicologia sociale ha cominciato a mostrare la sua vocazione scientifica.
F. Alberoni ha dato un ottimo saggio di come sia infruttuoso il riduzionismo
sociologico di fronte al problema dei consumi.
C. Levy Strauss aveva proposto, nella introduzione al libro di M. Mauss Sociologie
et Antropologie, di vedere la struttura individuale e quella sociale di
parallelo: la formulazione psicologica sarebbe la traduzione sul piano individuale
di una formulazione sociologica, e viceversa.
Questa soluzione, se pur utile sul piano delle interpretazioni analogiche,
non dice nulla tuttavia sui nessi di relazione intercorrenti fra schema individuale
e sociale.
I Lambert e Stoetzel indicano una terza modalità di di approccio al dilemma
individuo-società o psicologia-sociologia : il modello della circolarità causale,
modello secondo il quale i processi individuali condizionano i processi sociali
e sono essi stessi condizionati da questi ultimi. In senso molto generale,
dunque, la psicologia sociale trova la sua fondazione epistemologica proprio
nella verifica di questo schema della circolarità causale. (Lambert)
Secord e Backman parlano più precisamente del comportamento individuale come
oggetto principale del lavoro dello psicologo sociale, intendendolo come "il
punto di intersezione dei tre sistemi" (di personalità, sociale e culturale).
LA PSICOLOGIA SOCIALE E LE SCIENZE UMANE
La posizione di Secord
e di Backman è la più sintetica: "lo psicologo sociale studia il comportamento
degli individui nei suoi diversi contesti sociali e, in questo senso, egli
si differenzia pertanto dal comune psicologo che spesso invece isola il comportamento
individuale dal suo contesto sociale; ma si differenzia anche dal sociologo,
che studia per lo più i modelli di interazione sociale prescindendo dal comportamento
degli individui".
(Già da queste prime battute è facile intuire quanto importante sia la conoscenza
della psicologia sociale da parte degli insegnanti, e come lo sia da diversi
punti di vista. Si può pensare ancora - ad esempio - ad una scuola che voglia
studiare la psicologia di ogni singolo alunno al di fuori della psicologia
del gruppo sociale di cui fa parte? E al di fuori delle dinamiche interne
alla classe di tipo socializzante, ad esempio dinamiche di gruppo, o individualizzante,
ad es. instaurazione di un clima di competitività?)
Jean Stoetzel è ancora più preciso e dedica ampio spazio nella descrizione
delle differenze e nelle sovrapposizioni di interessi fra le varie scienze.
A proposito della psicologia, Stoetzel dice: "è certo difficile contestare
che queste due scienze abbiano un vastissimo dominio in comune: quello particolarmente
delle diverse <<funzioni psicologiche>>. Ma la psicologia sociale
lascia quasi del tutto da parte ciò che concerne i problemi psicologici e
soprattutto psicofisiologici. Al tempo stesso, essa si interessa in dettaglio
dei processi di interazione e dei comportamenti di gruppo che la psicologia
generale vuole trascurare. Si può dunque dire che i campi di queste due discipline,
pure comprendendo una parte comune, sconfinando ciascuno dal proprio lato."
PSICOLOGIA SOCIALE,
SOCIOLOGIA, ANTROPOLOGIA: SCIENZE DI CONFINE
Aggiungerei che la stretta
concessione delle due discipline deriva dalla diversa funzione di entrambe:
la sociologia è interpretativa e descrittiva, la psicologia sociale è molto
più applicativa.
Due parole, infine, sul rapporto fra psicologia sociale ed antropologia. Stoetzel
dice che esse sono in "cosciente cooperazione".
Da una parte la psicologia sociale acquisisce dalla antropologia un'attitudine
comparativa che le manca: infatti tradizionalmente essa ha limitato i suoi
studi alla società occidentale. Dall'altra, l'antropologia usa schemi di riferimento
psicologico (età evolutiva, costumi sessuali, aggressività, carattere nazionale,
ecc.) e strumenti di ricerca psico-sociali (l'intervista).
La dialettica fra cultura e natura indica come il campo tipico della psicologia
sociale è anche oggetto della antropologia: mentre la prima tende a confrontare
le "nature" (gli individui nelle loro relazioni), la seconda preferisce paragonare
le "culture".
I SETTORI DI INDAGINE OGGI
Abbandoniamo ora le ulteriori
ed infinite disquisizioni epistemologiche, per addentrarci più utilmente nei
campi della ricerca, nei settori di applicazione della psicologia sociale.
Solo così il lettore potrà farsi un'idea di questa scienza e della sua utilità.
Naturalmente vista l'imprecisione delle demarcazioni anche i settori di indagine
sono diversi secondo gli autori, e comunque, estremamente dinamici.
Possiamo tentare di seguire la catalogazione di P. Grosso, secondo il quale
la psicologia sociale è divisa in tre indirizzi fondamentali.
INDIRIZZO COMPORTAMENTISTICO
L'indirizzo comportamentistico o behaviouristico ha come pietra miliare Experimental social psychology di G. Murpphy, L.B. Murphy, T.M. Newcomb (New York, Harper 1937).DALLA PSICOLOGIA DELLA FORMA ALLE DINAMICHE DI GRUPPO
A questa impostazione si affianca quella che Grosso chiama fenomenologico-razionalistica, che si richiama al significato irripetibile dell'esperienza e della totalità unitaria dei comportamenti e degli eventi.INDIRIZZO PSICOANALITICO
Infine, possiamo catalogare un indirizzo psicoanalitico della psicologia sociale che privilegia le inter- relazioni dei fatti pulsionali ed arazionali cioè delle dinamiche emotive ed inconsce.QUESTIONI DI PSICOLOGIA SOCIALE
Il discorso diventa molto più chiaro per i neofiti se vengono espressi i grossi problemi che la psicologia sociale si pone, problemi nei quali l'insegnante si imbatte quotidianamente nella pratica scolastica ma che, o gli sfuggono perché rendono sensibile alle questioni emergenti, o vengono affrontati su basi empiriche o di buon senso, non sempre sufficienti o, infine, vengono lasciati cadere perché ritenuti di secondaria importanza.IL LIVELLO INTERPERSONALE E INTRAPERSONALE (MOTIVAZIONI. ATTEGGIAMENTI, COMUNICAZIONE)
Qui è molto difficile
schematizzare, catalogare e suddividere i vari autori, perché è ovvio che
i problemi si presentano complessi ed unitari nel contempo.
Uno schema proponibile anche se impreciso è quello dei vari livelli di analisi.
Il primo livello è quello intrapersonale ed interpersonale cioè legato alle
problematiche dell'individuo nella sua relazione con un altro individuo.
Sottolineando lo stretto rapporto fra individuo e società, la psicologia sociale
si chiede quali siano le molle che spingono l'individuo ad agire in un senso
piuttosto che in altro; porto fra individuo e mondo esterno ; quali siano
i modi per comunicare ed i modi per difendersi dagli attacchi esterni.
Ecco allora le ricerche sulle motivazioni, sugli atteggiamenti, sulla comunicazione
verbale e non verbale, sui meccanismi di difesa naturali e sulle relative
patologie.
MOTIVAZIONI
L'individuo sente in
sé delle pulsioni principali (motivazioni) che lo indirizzano a privilegiare
certi comportamenti, certe relazioni, certe strutture sociali .
Conoscere queste pulsioni e le loro dinamiche significa capire il comportamento
dell'individuo, in alcuni casi prevederlo ed in altri addirittura modificarlo§
Le teorie motivazionali sono numerosissime data la centralità del problema,
e tentare di unificarle è impossibile. Fra l'altro non è per nulla risolto
il quesito circa il grado di incidenza che il sistema sociale e la tradizione
hanno sulle motivazioni: cioè fino a che punto esse siano innate o siano apprese.
Ad esempio: un bambino è motivato ad apprendere per una innata curiosità?
o perché vi è costretto dai genitori e dal maestro? o perché comprende che
la cultura è un utile bagaglio per la vita? Lo stesso vale per il maestro:
cosa lo ha spinto a questo lavoro? L. Ancona tenta una esposizione sistematica
delle varie teorie motivazionali, catalogando gli autori in varie correnti.
Alla fine del suo lavoro l'Ancona offre una sintesi indicando le motivazioni
come il frutto di una interazione dinamica fra il principio della realtà,
quello del piacere e la ricerca dei valori.
ATTEGGIAMENTI
Un'altra serie di problemi
riguarda gli atteggiamenti. È data, cioè, dalla somma di opinioni, emozioni,
comportamenti individuali che precedono e condizionano la percezione e la
relazione.
Ciascuno organizza più o meno consciamente la propria personalità formandosi
una serie di atteggiamenti in funzione utilitaristica (persistere in atteggiamenti
che sono a "premianti ") o in funzione difensiva (atteggiamenti che reprimono
pulsioni inaccettabili o che emarginano forze esterne minaccianti).
Tanto per esemplificare: un atteggiamento di rispetto e di dipendenza nei
confronti di una autorità ha la funzione utilitaria di continuare a garantirsi
benevolenza; un atteggiamento aggressivo ha lo scopo difensivo di nascondere
la paura e la timidezza, così come un atteggiamento conservatore e ritualista
ha la funzione di difendere dal cambiamento. Il bambino che intuisce come
un atteggiamento deferente verso il maestro gli permetta una vita più facile
in classe, assocerà la sottomissione all'idea del premio e quindi da adulto
tenderà a restare deferente, sottomesse, ecc. Allo stesso modo il bambino
aggressivo nasconde una debolezza di fondo che, se non fosse mascherata, potrebbe
renderlo vulnerabile. Infine un atteggiamento di un maestro rigidamente attaccato
al programma, nasconde il timore della novità e del rischio.
Gli atteggiamenti, quando sono ultrasemplificati e sclerotizzati, diventano
stereotipi o pregiudizi. Anche in questo settore la psicologia sociale tenta
di stabilire in che modo il sistema sociale produce, influenza e fa mutare
gli atteggiamenti e gli stereotipi.
Se essi sono più legati ad esperienze individuali o sociali; fino a che punto
essi dipendano dai rinforzi sociali, cioè da meccanismi di premio e punizione,
o dalla appartenenza a certi gruppi (ad esempio, riconoscibilissimi sono i
bambini così detti "di buona famiglia" soprattutto a causa di certi loro atteggiamenti);
da cosa dipenda il mutamento degli atteggiamenti, in quali condizioni è possibile,
mediante quali tecniche; infine, come sia possibile misurare e comparare gli
atteggiamenti e le loro variazioni.
APPLICAZIONE DELLA PSICOSOCIOLOGIA
Gli studi delle motivazioni
e degli atteggiamenti hanno trovato una larga applicazione in almeno tre settori:
la pubblicità, la formazione degli adulti, la politica. Il consumatore, l'elettore,
ed il partecipante a seminari di formazione permanente sono stati sia l'oggetto
di questi studi sia l'utente ultimo di questi.
Conoscere le motivazioni e gli atteggiamenti degli individui può essere utile
per impostare intere campagne di marketing, competizioni elettorali
e programmi formativi. Attraverso il processo conoscenza-misurazione-mutamento-verifica
è possibile progettare una strategia di intervento sugli individui.
Da questa considerazione sorge la diffusione di questi studi ed anche la loro
pericolosità. Perché è evidente come l'influenzamento può divenire facilmente
manipolazione e strumentalizzazione (magari in buona fede, quante volte gli
insegnanti manipolano gli alunni proponendo loro o privilegiando manifestamente
il comportamento di un certo tipo sociale). Sono proprio queste ricerche,
unitamente a quella sul lavoro industriale, ad aver creato da una parte la
fortuna della psicologia, dall'altra la sua fama di scienza al servizio degli
interessi capitalistici.
Gli studi sugli atteggiamenti sono tuttavia basilari anche per le teorie del
cambiamento. Questo problema è divenuto negli anni '60 il nodo centrale della
scienza sociale e della psicosociologia con particolare riferimento ai problemi
formativi.
Partendo dall'assunto che il cambiamento sociale (aziendale, familiare, istituzionale,
ecc.) passa attraverso il mutamento individuale, i ricercatori si sono chiesti
che cosa significasse questo concetto.
Le conclusioni ormai condivise, sono che il mutamento individuale è reale
non solo quando mutano o aumentano le conoscenze razionali degli individui,
ma soprattutto quando muta il suo atteggiamento complessivo.
Mutamento individuale, in questa prospettiva, significa mutamento della componente
cognitiva, ma anche emotiva e comportamentale del soggetto. Non esiste un
mutamento nè un apprendimento, se oltre al "capire" non si produce un "sentire"
e un "fare". L'allievo può anche comprendere un problema aritmetico, ma l'apprendimento
sarà minimo, se egli non sarà emotivamente convinto della sua importanza,
e disposto ad utilizzare nel concreto quanto appreso. Chi ha un atteggiamento
ostile verso i negri, o verso i compagni meno abbienti, meno fortunati, diversamente
educati, non lo modificherà solo in seguito ad una dimostrazione scientifica
dell'uguaglianza fra gli uomini; potremo definirlo cambiato solo se il soggetto
sarà emotivamente e praticamente disposto ad avere un rapporto aperto coi
negri o con i compagni di diversa estrazione sociale.
Sul piano della scuola, questo significa che quanto insegniamo attraverso
la ragione è solo una parte di quanto noi possiamo insegnare e gli allievi
possono apprendere: pretendere che l'educazione si sviluppi solo con la circolazione
di conoscenze è scientificamente errato.
NUOVE TECNICHE
Da qui è sorto l'utilizzo delle nuove tecniche attive, destrutturate, autocentrate nel campo della formazione degli adulti (insegnanti, managers, operatori sociali, ecc.) cui non si chiede solo un aggiornamento tecnico-scientifico, ma una vera formazione permanente finalizzata alla gestione innovativa del proprio ruolo. Attraverso queste tecniche si cerca di modificare, cioè di cambiare attraverso la presa di consapevolezza, i tratti di personalità che ostacolano il mutamento (modi di comunicare, selezione della percezione, aggressività, motivazioni, rigidità, stereotipi, ecc.).I MECCANISMI DELLA COMUNICAZIONE
La psicologia sociale si chiede quali siano i meccanismi reali di comunicazione, come questa possa essere più efficace, quali siano i rapporti fra parola e gesto o espressione mimica, che rapporto esista fra comunicazione e influenza e potere. Qui il numero dei problemi è enorme e la ricerca è solo agli inizi, anche se l'argomento è stato affrontato da una serie di discipline disparate.IL CODICE LINGUISTICO
Da queste osservazioni si è sviluppata addirittura una disciplina come la semiologia che tenta di dare un'interpretazione della realtà attraverso la chiave della comunicazione, nella sua dialettica fra segno, significato e significante.MODI DELLA COMUNICAZIONE
Un altro aspetto del problema delta comunicazione è quello del modo con cui essa si realizza: se è unidirezionale o bidirezionale; se assume una forma a catena o circolare, ed è inutile che richiamiamo l'attenzione degli insegnanti sull'importanza di questa questione.L'INSEGNAMENTO COME DIALOGO
Anche da queste riflessioni sono sorte le tematiche dell'insegnamento come dialogo e ricerca, del controllo dei mezzi di informazione, dei mezzi audiovisuali utilizzati col feed-back immediato.IL LIVELLO DI GRUPPO E DI INTERGRUPPO
L'arco dei problemi relativi
al gruppo è sicuramente quello centrale nella psicologia sociale, sia perché
è il settore meno avocabile da altre scienze limitrofe sia per la sua enorme
portata applicativa.
Lo studio dei gruppi, nel loro significato, nella struttura e nel funzionamento
permette al ricercatore una effettiva possibilità di intervento modifìcatorio
assai più che nei confronti del singolo, troppo debole di fronte ai condizionamenti
sociali, e nei confronti della società, entità troppo vasta ed incontrollabile*.
Gli studi sui gruppi hanno riguardato ogni settore dell'attività umana: l'esercito,
la scuola, l'impresa, gli istituti di ricerca, gli sportivi, i consumatori,
tanto per citare i campi più solcati.
Per dare un'idea dì questi studi credo sia utile riferire un esperimento fra
i tanti, creato da Morton Deutsch nel 1949, esperimento che, ad un attento
esame, mostra molte analogie con situazioni scolastiche proprie anche della
scuola primaria.
Egli divise in gruppi gli studenti del corso di psicologia e disse loro che
avrebbero lavorato mediante seminari basati su discussioni ed analisi di casi
individuali. Ad alcuni gruppi disse che ciascun membro sarebbe stato classificato
giorno per giorno in base al modo con cui sapeva analizzare e discutere i
casi. Agli altri gruppi disse che la votazione finale del corso dipendeva
dalla qualità del lavoro dell'intero gruppo. In pratica, si contrapponevano
gruppi invitati alla competizione individuale (è quello che capita nella scuola
quando, ad esempio, si valutano i singoli sulla base di rese immediate come
interrogazioni, compiti in classe ecc.), e altri alla collaborazione.
*Sia i Lambert che Stoetzel, concordano nel far risalire agli anni fra il 1920-24, con le ricerche di F. H. Allport sulla facilitazione sociale l'inizio degli studi sui gruppi. Krech, Knitctuield e Ballachey indicano in uno studio dei 1924 di V. M. Bechterew e M. de Lange, l'inizio delle ricerche sperimentali sulle influenze di gruppo. In ogni caso F. L, Strodbeck e A. P. Hare pubblicano su "sociometry " del 1954, una bibliografia sulle ricerche sui gruppi dal 1900 al 1953 indicando ben 1407 titoli. Da allora ad oggi il conTo è impossibile.
Alla fine del corso,
Deutsch osservò sostanziale diversità nei due gruppi ed anche negli individui.
I gruppi collaborativi avevano prodotto più idee ed analisi migliori; la comunicazione
fra membri era elevata ed il clima molto cordiale; molti membri avevano a
cuore il compito di regolare ed integrare le discussioni. Nei gruppi competitivi,
invece, si era raggiunta una produzione inferiore, il clima era sovente teso
e la regolazione dei lavori era segnata da continui tentativi autoritari.
Questo esperimento, insieme ad altri analoghi, dimostra che gli individui
mutano il loro comportamento in base ai meccanismo di premi e punizioni che
la società (e, nel nostro caso, la scuola) indica loro; e che il comportamento
individuale (quindi il rendimento) è largamente influenzato dalla situazione
di gruppo, dalla sua struttura e dal suo funzionamento complessivo.
CRITERI DI CLASSIFICAZIONE
DI UN GRUPPO
A questo punto è bene chiarire cosa si intende col termine di "gruppo", sia
per quanto concerne le esigenze della nostra trattazione, sia in considerazione
del fatto che, a mano a mano che la scuola prende più specifica conoscenza
del valore sociale del processo educativo, molto si comincia ad operare con
attività di gruppo.
Il gruppo è un insieme di persone in interazione reciproca, con obiettivi
comuni e con la consapevolezza di far parte di un gruppo.
Alcuni studenti che chiacchierano nell'atrio dell'Università, sono in
situazione di interazione ed hanno l'obiettivo comune di attendere l'ora di
inizio della lezione, ma non possono essere definiti un gruppo nel senso psicosociale
in quanto nessuno di loro pensa di far parte del "gruppo che attende la lezione".
Così come gli emigrati italiani a Ginevra non sono un gruppo, anche se sentono
l'appartenenza ed hanno il comune obiettivo di rimpatriare, perché non sono
in rapporto tra loro.
E' evidente che il termine "interazione" o "rapporto" è ambiguo se non specifica
se l'interazione deve essere costante, quotidiana o periodica. Così come il
parametro "obiettivo comune" ha un valore relativo in quanto è difficile per
due o più individui non avere alcun obiettivo comune, in assoluto.
Forse, dunque, il criterio più fondante per la identificazione di un gruppo
è quello del senso di appartenenza ad una entità superindividuale; anche se
la totale soggettività di questo criterio rischia di vanificare ogni osservazione
obiettiva.
Questi paramentri sono comunque i più attendibili e possono essere perfezionati
se definiamo l'interazione come una strutturazione di ruoli interdipendenti;
l'obiettivo comune come una ideologia di gruppo, cioè un insieme
di valori e norme condivise; e l'appartenenza come un soddisfacente adattamento
a un conformismo di massima.
IL GRUPPO: ENTITA' NATURALE O SPAZIO CASUALE DI AZIONE?
Alcuni si chiedono se
il gruppo sia una entità naturale e necessaria o se invece non sia uno spazio
casuale di azione per l'individuo.
Questo problema ci riporta direttamente al processo di socializzazione ed
al percorso che il bambino compie dal rapporto con la madre a quello con la
società.
E. Spaltro offre una serie di profonde riflessioni a questo proposito. Senza
voler riferire tutte le analisi complesse, possiamo affermare che la dimensione
"gruppo" è un momento centrale del processo di socializzazione in quanto permette
il passaggio dall'esperienza del rapporto a due a quella della relazione
sociale.
L'individuo sperimenta la protezione materna (quindi la dinamica sicurezza-insicurezza
derivante dalla sua assenza o presenza), poi la norma paterna (cioè la dinamica
della colpa per la trasgressione dei divieti). E' solo il gruppo che gli permette
di vivere da adulto queste dinamiche che sono ineliminabili, ma che possono
essere controllate e vissute attraverso rapporti interdipendenti (in troppi
casi scolastici il maestro oscilla fra la rappresentazione dell'autorità -
padre - e quella della protezione - madre -: così il sorgere di un senso del
gruppo, cioè della conoscenza del "noi", è ostacolato).
Appartenere ad un gruppo, vivere la dimensione collettiva, non è dunque una
moda culturale o una esperienza casuale. Al contrario, è una tappa fondamentale,
e una acquisizione indispensabile per la misurazione dell'Io.
STRUTTURA DEL GRUPPO
Esaminando come un gruppo si struttura al suo interno, dobbiamo tenere conto che esso può avere diverse strutturazioni in base al criterio di analisi che scegliamo.L'ASSEGNAZIONE DEL RUOLO
Questo tema del ruolo è centrale nella ricerca della psicologia sociale in quanto è l'esatta intersezione di un'ottica sociologica (Dahrendorf vede nel ruolo vede nel ruolo l'entità fondamentale del sistema sociale) e dell'ottica psicologica (nel ruolo convergono atteggiamenti, aspettative, motivazioni, comportamenti e relazioni).Circa l'assegnazione dei ruoli e le modalità con cui questo avviene, ci sono numerose esperienze in gruppi di delinquenti minorili come in reparti aziendali. A ciascun insegnante sarà capitato di osservare nella sua classe una vera distinzione di ruoli: "la femminuccia" , "il clown", "il duro", "il solitario", "il capobuono", "il secchione", ecc.
IL FUNZIONAMENTO DEL GRUPPO
Tutti gli insegnanti
hanno constatato, magari solo empiricamente, che l'appartenenza ad un gruppo
soddisfa solitamente i bisogni dei singoli membri. Anzi, appartenenza e soddisfazione
sono direttamente correlate.
Inoltre far parte di un gruppo significa accettarne le norme, i valori e gli
obiettivi. Ne consegue che la prima regola del funzionamento del gruppo è
il conformismo ad ad esso.
Asch, fra gli altri, dimostrò l'efficacia della pressione del gruppo persino
sui giudizi ottici; Festinger associò il conformismo al livello di coesione
di un gruppo. Questo approccio è stato tuttavia messo in dubbio da Lewin,
Cartwright e altri che hanno invece sottolineato l'aspetto consensuale del
conformismo come frutto di un accordo. Le due posizioni sono ovviamente mediabili,
perciò possiamo concludere con L. Ancona: "Il comportamento associato deve
considerarsi come la risultante finale della interazione delle due variabili
in gioco, la forza del gruppo e quella del singolo membro".
Ciò detto, dovremmo dilungarci su ciò che avviene nel gruppo una volta che
si costituisce: come funziona, quali sono le sue dinamiche interne.
DINAMICHE DI GRUPPO
Su questo argomento la
psicologia sociale ha prodotto valanghe di materiale, la cui sintesi è impossibile.
Seguiremo lo schema di P. A. Achille interessante per la sua semplicità.
Egli divide in tre categorie i ruoli che si strutturano all'interno del gruppo,
a seconda del modo con cui questi agiscono, ruoli che non è difficile individuare
all'interno della classe, o, ove funzionino, dei piccoli gruppi:
1 - I ruoli legati alla particolare struttura dei partecipanti; sono quelli
della fase iniziale che risente dei condizionamenti esterni e precedenti.
Essi esprimono:
a- aggressività (attacchi diretti sui partecipanti, insoddisfazione per ciò
che avviene nel gruppo, scherno ecc.);
b- opposizione (atteggiamento sistematicamente negativo del " bastian contrario",
ripresa di argomenti già risolti, ridiscussione di vecchie decisioni ecc.)
c- esibizionismo (continui riferimenti a se stessi, richiamo dell'attenzione,
monopolio degli interventi, ecc.(
d- superiorità (disinteresse, distacco, sarcasmo, distrazione, ecc)
e- dipendenza (ricerca dell'appoggio altrui, richieste di aiuto e simpatia,
sfiducia in se stesso ecc.);
f- dominazione, (comportamento mellifluo o autoritario, manipolazione, presa
del potere decisorio ecc.
2 - I ruoli che facilitano
la costituzione di una solidarietà nel gruppo, emergono nella fase avanzata
del gruppo, e sono quelli che esprimono:
a- incoraggiamento (espressione di adesione, sostegno, solidarietà)
b- armonizzazione delle differenze (azioni che sdrammatizzano i conflitti,
e cercano di ridurre le tensioni)
c- ricerca dell'accordo (azione di mediazione tra le parti e rinuncia alla
propria rigidità)
d- facilitazione della comunicazione (azione di canalizzazione dei loquaci
e stimolazione dei silenziosi)
3- I ruoli che favoriscono
la soluzione del compito, emergono nei tentativi di fuga che il gruppo mette
sovente in atto. Si esprimono attraverso:
a- stimolazione del gruppo (proposte di nuove idee, suggerimenti concreti,
sintesi, ecc)
b- informazione (richiesta di chiarimenti, produzione di materiale chiarificatore,
ecc.)
c- richiesta di opinioni (separazione fra patti e opinioni)
d- organizzazione pratica (preparazione, annotazione interventi, elencazione
decisioni, ecc)
Questo excursus logico,
non temporale, del funzionamento del gruppo, deve essere completato con una
osservazione relativa alle difese che ciascun membro del gruppo mette in atto
quando vive come minacciante l'immagine del gruppo stesso. Secondo Enzo Spaltro
esse sono:
a- il rifiuto dell'ansia
b- il rifiuto delle differenze individuali
c- la personalizzazione dei conflitti
L'ansia può essere definita
come lo stato di contraddizione fra desideri e realtà o come paura del gruppo
in quanto fonte della dispersione del proprio Io o voragine sociale. Il rifiuto
di questo stato attraverso i più disparati meccanismi è in realtà una sorda
opposizione al gruppo.
Le differenze individuali, secondo la teoria della dissonanza cognitiva di
Festinger, sono uno stimolo preciso all'apprendimento cioè al cambiamento
degli atteggiamenti. Rifiutarle significa non voler apprendere la dimensione
sociale. Un significato analogo assumono i conflitti personalizzati, in cui
viene rifiutata l'idea come prodotto del gruppo, e quindi il gruppo come realtà.
Il funzionamento, come le difese di gruppo, riportano ad una figura centrale
del discordo, cioè quella del leader.
LEADERSHIP
Un breve cenno su questo
argomento può partire da un noto esperimento ideato da K. Lewin, R. Lippit
e R. White all'Università dello Iowa.
Essi sperimentarono su gruppi di ragazzi undicenni tre tipi diversi di istruttori:
uno democratico, che partecipava attivamente al lavoro come se fosse uno del
gruppo; uno autoritario, che dava ordini dettagliati e controllava l'esecuzione
delle attività; infine uno permissivo, che si limitava ad essere presente
lasciando del tutto liberi i ragazzi.
Quest'ultimo gruppo non produsse alcun risultato; il gruppo condotto autoritariamente
sviluppò una forte aggressività fra i membri, una generale indifferenza e
demotivazione per il lavoro; solo nel gruppo guidato democraticamente si espresse
solidarietà fra i membri, si elevò la produttività ed il benessere dei singoli.
Sul problema della leadership sono state fatte infinite ricerche, delle
quali faremo solo qualche cenno utile all'attività scolastica.
FUNZIONE POSITIVA DEL LEADER
Bales distinse una leadership
"funzionale", cioè centrata sulla esecuzione dei compiti del gruppo e una
"socio-emotiva", tesa alla manutenzione del gruppo e della sua unità.
Per emergere come leader, un soggetto deve essere percepito dai membri del
gruppo come "uno di noi", come "il più forte di noi" , o come "il migliore
di noi". Inoltre è largamente dimostrato che il leader deve soddisfare
le aspettative e i bisogni del gruppo: in tal senso si dice che le caratteristiche
della leadership riflettono sia la personalità del leader sia
i fini e la composizione del gruppo. Viene così sfatata l'idea degli attributi
del capo, e del capo come personalità magnetica e capace di imporsi anche
al di fuori di singole situazioni.
Secord e Backman, al termine di una approfondita ricognizione di contributi
empirici e teorici descrivono in questo modo i motivi della divisione dei
ruoli nel gruppo: "I benefici ottenuti dal leader comprendono le soddisfazioni
derivanti dal successo nella realizzazione degli obiettivi del gruppo e le
soddisfazioni intrinseche alla stesa funzione di comando. I costi comprendono
invece le energie spese, l'ansia di fronte alla eventualità di un fallimento,
le critiche e i sentimenti di ostilità cui egli è esposto e il distacco emotivo
che tale funzione richiede. I benefici ottenuti dai seguaci comprendono la
realizzazione degli obiettivi del gruppo, la soddisfazione dei bisogni di
dipendenza, l'identificazione con un leader forte e l'esenzione dei
costi che deriverebbero dall'assunzione di un ruolo di comando. I costi dei
seguaci comprendono il relegamento ad uno status inferiore, un minor controllo
sulle attività di gruppo e la perdita dei benefici inerenti allo svolgimento
delle funzioni di comando."
Da queste riflessioni si deduce come il ruolo della leadership sia
un ruolo non solo utile, ma assolutamente necessario nello sviluppo di un
gruppo. Addirittura l'espressione di un leader è uno dei passaggi obbligati
per la costituzione di un gruppo. La patologia di questo fenomeno sorge al
momento in cui la leadership non è più funzione della situazione, ma
anzi determina e costringe il gruppo mediante la forza, l'influenzamento o
il potere burocratico.
LEADERSHIP E RUOLO DELL'INSEGNANTE
Il distacco fra una gestione
manipolativa ed una corretta della leadership è uno dei problemi focali
del ruolo dell'insegnante. Esso infatti oscilla fra un ruolo di tipo fiscale-burocratico
e autoritario che deve "riempire" gli allievi, ed un ruolo di leader democratico
che deve funzionalmente servire il gruppo di riferimento. Da una parte Gentile
e dall'altra Rogers e Freire.
Nell'ottica psicoanalitica la figura del leader è quella del padre
rassicurante e punitivo, amato e invidiato, per il quale passa la conquista
di un rapporto adulto con la sicurezza e con la colpa. Nella vita del gruppo
il leader può essere un padre "educativo che emancipa", cioè che soddisfa
i bisogni sempre più maturi dei membri, oppure un padre sbagliato, diseducante
e che soddisfa quasi soltanto il bisogno di dipendere.
FENOMENI, PROCESSI E DINAMICHE
Su questo aspetto del
gruppo già molto è stato anticipato. D'altronde è assai difficile in questo
argomento distinguere fra forma e sostanza, metodi e contenuti. Osservare
e descrivere un gruppo significa tener conto di ciò che fa, di come lo fa
e di cosa avviene al suo interno. Per questo le difese, la comunicazione,
le relazioni emotive, la distribuzione dei ruoli, la leadership sono
accadimenti di un gruppo oltre che aspetti della sua struttura.
Un fenomeno centrale della vita di un gruppo è quello che Moreno definì "sala
degli specchi", per cui ciascun membro si "specchia" negli altri che fungono
da controllo e da schema di riferimento. Ciò produce effetti fondamentali
per la diminuzione delle difese, la dinamica della colpa e i processi di apprendimento.
Poi la socializzazione, cioè il sorgere della relazione sociale, espressa
attraverso un linguaggio comune e avente il noi come soggetto invece
dell'io.
Anche i silenzi sono fenomeni di gruppo, da interpretare nella giusta luce
e non come un'assenza di comunicazione, ma come un modo particolare di esprimersi.
A questo aggiungiamo: la creazione di capri espiatori, cioè di membri su cui
far convergere tutta l'aggressività del gruppo senza timore di ritorsioni;
la formazione in sottogruppi; la dipendenza e la controdipendenza verso il
leader; l'identificazione di nemici esterni; i meccanismi decisionali ecc.
Tutti fenomeni che possono avere un decorso positivo nel senso di condurre
al massimo livello il processo di socializzazione, oppure possono assumere
un aspetto negativo limitante o fuorviante perché rafforzano le difese che
portano alla disgregazione del gruppo. Tenere sotto controllo questi fenomeni
e in qualche modo dirigerli al positivo è compito del leader, che nei gruppi
informali è spontaneo, mentre nei gruppi formali è imposto dall'Istituzione.
Naturalmente il funzionamento di un gruppo è legato agli obiettivi del gruppo
stesso, che normalmente si aggiungono a quelli intrinseci della socializzazione.
TIPI DI GRUPPO
Krech, Krutchfield e Ballachey individuano quattro diversi tipi di gruppo in base ai loro criteri di efficienza e i loro scopi; gruppi di lavoro, gruppi creativi, gruppi ricreativi e gruppi di azione sociale.INDICAZIONI TECNICHE
È utile aggiungere ancora
qualcosa circa gli aspetti tecniche della formazione di un gruppo.
Circa la dimensione è ormai appurato che essa deve permettere la massima partecipazione
e interazione tra i membri. Una serie di esperienze (A. P. Hare, J. James,
L. A. Rosemberg ecc.) hanno dimostrato che i migliori risultati si ottengono
con gruppi da 6-7 a 12-13 membri.
Dimensioni maggiori rendono difficile la comunicazione, il consenso e quindi
la soddisfazione; dimensioni minori rischiano di non offrire una varietà di
contributi. Un altro fattore importante è quello della composizione del gruppo.
Per questo problema non ci sono indicazioni univoche; la composizione ottimale
può variare in base all'orientamento del gruppo.
Krech, Krutchfield e Ballachey riportano una serie di ricerche non definitive
ma che offrono qualche indicazione:
a - il funzionamento
di un gruppo non è solo spiegabile in base alle caratteristiche (personalità,
intelligenza, motivazioni ecc.) dei singoli membri, ma anche ai tipi di rapporto
instaurato fra i membri;
b - l'omogeneità è solitamente un elemento di soddisfazione in quanto meno
conflittuale; l'eterogeneità invece di solito stimola la creatività ed aumenta
la produttività;
c- la comunicazione, e quindi il funzionamento del gruppo, è largamente influenzata
dalla gerarchia di status all'interno del gruppo;
d - l'efficienza di un gruppo dipende dalle disposizioni dei membri a lavorare
per le mete del gruppo;
e - se l'accettazione delle mete si unisce a un rapporto di amicizia fra i
membri, l'influenza sul gruppo diventa ancora più positiva.
I RAPPORTI FRA I GRUPPI
I problemi relativi ai
rapporti fra gruppi sono stati studiati con riferimento particolare alle minoranze
etniche e linguistiche, ma molte scoperte sono ugualmente riferibili alla
situazione scolastica dove esistono numerose forme di pregiudizio fra gruppi
di allievi, fra insegnanti della stessa scuola o di scuole diverse.
L'esperimento più noto realizzato per lo studio del conflitto fra gruppi è
quello di M. Sherif. Ventidue ragazzi di circa 11 anni furono invitati ad
un soggiorno di 3 settimane in una colonia estiva.
Furono formati due gruppi che per la prima settimana vissero isolati e con
contatti rari e casuali. Durante questo tempo i gruppi rafforzarono la loro
coesione, strutturarono i ruoli interni, evidenziarono le leaderships: cioè
divennero gruppi psicologici.
Nella seconda settimana entrarono in contatto, anche su loro richiesta, ma
solo in occasioni competitive, esprimendo una elevata aggressività che sfociò
talvolta in aperta ostilità.
Nella terza settimana era prevista dagli sperimentatori la soluzione del conflitto,
ma le iniziative prese (rendere più piacevole la situazione di incontro fra
gruppi con pasti migliori, film, ecc.) non sortirono effetti particolari.
La soluzione, cioè l'inizio di un rapporto collaborativo e la diminuzione
del conflitto, si profilò quando Sherif pensò di presentare ai due gruppi
una comune situazione difficile. Di fronte al pericolo essi trovarono la capacità
di superare le divisioni e collaborarono con evidente soddisfazione. Da quel
momento aumentarono i contatti amichevoli e gli stimoli verso compiti che
sollecitano la massima competitività fra gruppi e fra classi sperando che
questi stimoli l'apprendimento. In realtà queste esperienze sono una scuola
di di aggressività e distruttività. Porre il problema della lotta contro
qualcuno è molto meno educativo del favorire la lotta per qualcosa,
insieme a qualcuno.
Questo esperimento sostiene la nota teoria esposta da S. Freud in Psicologia
delle masse ed analisi dell'Io , per cui la coesione del gruppo è mantenuta
scaricando l'aggressività verso l'esterno.
Il problema dei rapporti tra gruppi è interpretabile in maniera analoga a
quella dei rapporti tra le persone: pregiudizi e discriminazioni, lotte per
il potere, difficoltà di comunicazione, diversità di codice, sono presenti
ad entrambi i livelli. Ed il rifiuto del collettivo da parte di un gruppo
non è il corrispettivo della difesa individuale dal gruppo?
Il tema dei rapporti tra gruppi conduce direttamente al settore delle organizzazioni
o istituzioni come l'impresa, la scuola, l'ospedale, il carcere, ecc.
IL LIVELLO DI ORGANIZZAZIONE
Non c'è dubbio
che questo campo è assai vicino a quello della sociologia. Tuttavia l'ipotesi
che esista un comportamento specifico dell'individuo e del gruppo inseriti
in una organizzazione complessa, ha spinto la psicologia sociale a ricercare
anche su questo versante.
La psicologia sociale ha fatto molta strada in questo settore, da quando si
limitava ai problemi di selezione e di valutazione degli uomini, ad oggi che
invece è impegnata a studiare le organizzazioni come sistemi umani complessi.
A questo livello i settori della ricerca sono di questo tipo: in un periodo
di rapida trasformazione sociale come è possibile organizzare un ambiente
umano in modo che i suoi membri possano sviluppare con soddisfazione le loro
capacità? Come si può progettare una organizzazione in modo che i gruppi al
suo interno funzionino con la massima integrazione? Quali sono le patologie
organizzative, come si producono e come è possibile superarle?
Naturalmente questi interrogativi si basano sul fatto che l'individuo,
il gruppo e l'organizzazione sono ritenuti parti interdipendenti di un sistema
integrato.
CONFLITTUALITA' FRA I GRUPPI
La prima importante
osservazione su una organizzazione è che in essa coesistono gruppi formali
e gruppi informali. I primi sono quelli che si costituiscono per compiti specifici,
che siano in rapporto con l'obiettivo generale dell'organizzazione. E' il
caso della classe in una scuola. Quelli informali sono i gruppi che sorgono
nell'organizzazione con obiettivi che sono più legati ai bisogni dei singoli:
per esempio un gruppo di insegnanti della stessa opinione politica.
La compresenza di questi due tipi di gruppo può essere benefica o indifferente
ad una organizzazione, ma può anche essere dannosa. Non è difficile osservare
l'elevato numero di conflitti generati dallo scontro fra gruppi formali ed
informali, in aggiunta ovviamente ai conflitti fra due gruppi della stessa
specie. Nella scuola ci sono un pò tutti: fra il collegio di classe o il collegio
dei docenti (formali) ed i gruppi (informali) in rappresentanza dei genitori;
fra il gruppo di insegnanti del mattino e quelli del doposcuola; fra due classi
della stessa sezione o fra due sezioni diverse, ecc.
II problema del conflitto
fra gruppi" all'interno di una organizzazione è ulteriormente complicato nei
casi in cui alcuni membri hanno una doppia appartenenza.
La crisi che colpisce l'insegnante di una scuola frequentata anche da suo
figlio, è di questo tipo: da un lato appartiene al gruppo formale degli insegnanti,
dall'altro a quello informale dei genitori. Se i due gruppi entrano in conflitto,
come si comporterà? La risposta dipende dal grado di appartenenza all'uno
o all'altro gruppo; dalla capacità del soggetto di vivere situazioni ambivalenti;
dalla sua capacità di mediazione.
E' interessante riferire le conseguenze derivanti dalla competizione fra due
gruppi. Mi rifarò allo schema di S. Schein in cui si richiama alle ricerche
di Sherif sopracitate, e agli studi di Blake e Mouton nell'ambito aziendale.
Ritengo utile fare questi cenni in occasione del varo degli Organi Collegiali,
che sicuramente riprodurranno queste dinamiche.
Cosa accade ad un gruppo che entra in competizione?
- Diventa più unito e
solidale all'interno;
- Muta il suo clima: da un orientamento informale e casuale passa ad una maggiore
tensione verso il compito;
- La leadership tende ad essere meno democratica;
- Si struttura e si organizza maggiormente;
- Le regole aumentano e diventano vincolanti.
Cosa accade invece fra due gruppi?
- Entrambi si percepiscono
come nemici
- Aumentano le deformazioni percettive: ciascun gruppo percepisce solo le
parti migliori di sé e le peggiori dell'altro
- Aumenta l'ostilità e diminuisce la comunicazione, il che garantisce il mantenimento
degli stereotipi negativi
- In caso di interazione ciascun gruppo ascolta più attentamente il proprio
rappresentante e più criticamente l'altrui.
— Conserva o aumenta
la propria coesione.
— Perde aggressività e diventa più compiacente.
— Aumenta la collaborazione interna e diminuisce l'interesse per il compito.
— Si conferma lo stereotipo positivo ("a allora è vero che avevamo ragione")
E al gruppo sconfitto cosa accade?
— Tende a negare o deformare
l'insuccesso.
— Tende a disintegrarsi, aumenta l'aggressività interna
— Cerca di trovare un colpevole: il leader, le regole della lotta, il giudicante,
ecc.
— Mostra minor interesse ai bisogni individuali interni.
— Può apprendere molte cose, di fronte alla smentita del suo stereotipo positivo,
di sé.
COME SUPERARE LA FASE CONFLITTUALE
Le modalità di uscita del conflitto sono diverse. Certamente le cause strutturali di conflitto (stipendi, normative, dinamiche macrosociali, ecc) non sono eliminabili dall'ambito dei due soli soggetti del conflitto: possono esserlo invece quelle di natura psicologica.1 - adattabilità, cioè
capacità di reagire con flessibilità alle mutate condizioni ambientali;
2 - senso dell'identità, cioè chiara consapevolezza da parte dell'organizzazione,
di se stessa e dei suoi obiettivi;
3 - capacità di applicare il principio di realtà, cioè di percepire correttamente
e interpretare nel modo giusto l'ambiente.
LA PSICOLOGIA SOCIALE PER LA SCUOLA
Al termine di questo
excursus sulla psicologia sociale è naturale chiedersi se e in che modo tutto
ciò possa essere utile a chi fa pratica pedagogica.
Il problema non è certamente quello di affiancare alle nozioni che vengono
trasmesse finora, le scoperte di questa disciplina; ne è quello di applicare
le tecniche da essa elaborate, come l'ultimo grido della pedagogia.
La psicologia sociale deve essere un nuovo strumento di interpretazione della
realtà complessiva dell'uomo e della scuola; una diversa prospettiva per gestire
innovativamente il ruolo dell'insegnante: un nuovo criterio da tenere in conto
nell'elaborazione degli obiettivi educativi.
Nel quotidiano sforzo di insegnare non è possibile non avere presente ciò
che la psicologia sociale ha detto dell'individuo, del gruppo e dell'organizzazione
perché la scuola è appunto un'organizzazione, composta di gruppi con l'obiettivo
di educare gli individui. Se la psicologia sociale è la scienza del comportamento
e se la scuola, specie elementare emedia, ha il compito primario di incidere
sul comportamento, si vede come un insegnante non possa tener conto di questa
disciplina.
Dico che la scuola ha il compito primario di incidere sul comportamento in
quanto essa non ha tanto l'obiettivo di trasferire un "saper fare" quanto
un "saper essere".
IL RUOLO DELL'INSEGNANTE
II ruolo dell'insegnante
prevede una serie di rapporti e per ciascuno di questi egli è al tempo stesso
attore e osservatore.
L'insegnante ha innanzitutto rapporti con gli alunni, poi coi genitori, i
colleghi e il direttore; ha rapporti con individui e con gruppi.
La maggioranza degli insegnanti si limita ad essere una parte in questi rapporti,
vivendoli come attore. Questo modo di essere crea enormi problemi sugli effetti
del lavoro perché permette difficilmente un'azione modificatoria, cioè ostacola
il vero insegnamento.
Modificare, intervenire in una situazione è possibile solo se a monte esiste
un atteggiamento di osservazione e riflessione.
L'essere anche osservatore, cioè il riuscire a distaccarsi emotivamente dalla
situazione, è la condizione per poter modificare (cioè insegnare). Se l'insegnante
vive un rapporto conflittuale con un allievo o col direttore, potrà incidere
positivamente su questo rapporto solo dopo essersi messo all'osservazione
di sé e dell'allievo o direttore.
Per fare ciò l'insegnante deve conoscere i meccanismi che regolano il comportamento
proprio e altrui e sapere come è possibile incidere positivamente su questi.
La conoscenza tuttavia non è sufficiente: occorre un atteggiamento congruente.
Disponibilità a cambiare, sensibilità alla relazione sociale, motivazione
alla gestione attiva del proprio ruolo, sono la sostanza di questo atteggiamento.
Un buon insegnante non può accontentarsi di conoscere a memoria i sacri testi
di psicologia sociale, se poi è riluttante al cambiamento, angosciato dalla
situazione di gruppo o ambiguamente motivato.
Come attore dei vari rapporti l'insegnante dovrebbe tener conto di parecchie
cose che lo riguardano.
MOTIVAZIONE ALL'INSEGNAMENTO
Anzitutto la motivazione:
cosa mi spinge a intraprendere l'insegnamento?
Essere arrivato a questo lavoro casualmente o costretti per esclusione di
altri, o per interesse effettivo al tipo di professione non è certo irrilevante
rispetto all'impegno e ai risultati. Un lavoro che inizia come una frustrazione
sarà ovviamente carico di componenti aggressive, che l'insegnante scaricherà
sul lavoro.
E poi ancora. Avere scelto l'insegnamento significa avere scelto questo lavoro
per i suoi caratteri intrinseci (rapporto col bambino, produzione culturale,
ecc ) o per i suoi aspetti collaterali come l'orario limitato, lo status socialmente
apprezzato, il potere di decidere il futuro degli altri. Molte insegnanti
in Italia sono diventate tali perché l'orario ridotto permette loro di continuare
a badare alla famiglia e perché questa posizione è in certe province, quella
di minor costo fra quelle di maggior prestigio (medico, avvocato, farmacista,
ecc.). Chi è motivato a svolgere bene questo lavoro cerca di prepararsi adeguatamente,
si aggiorna di continuo, sperimenta e discute per trovare modi sempre diversi
e più interessanti: chi è motivato essenzialmente dal prestigio, da potere
o dal part-time non ha alcun bisogno oltre a quello di ottenere il posto.
A livello ancora più inconscio la scelta della scuola come luogo di lavoro
potrebbe significare l'incapacità ad affrontare il mondo aziendale, le esigenze
stringenti della produzione, l'umiliazione di una selezione: cioè una sostanziale
immaturità emotiva. Restare a scuola come insegnarne può assomigliare il continuare
una vita goliardica, con pochi rischi e poche verifiche personali.
Oppure potrebbe essere una scelta di potere esercitato su soggetti inermi
e incapaci di reagire, sui quali l'insegnante può sfogare ogni istanza personale.
Naturalmente queste possibilità non sono che ipotesi circa le motivazioni
all'insegnamento ma quanti sono coloro che hanno fatto su di se queste osservazioni
minuziose?
L'ATTEGGIAMENTO
Poi sui problema dell'atteggiamento.
Qual è l'atteggiamento con cui l'insegnante entra in rapporto coi bambini
coi colleghi, coi genitori o col direttore? Ciascuno vede con chiarezza il
comportamento degli altri ma più raramente si sofferma sull'analisi di quanto
di se ha determinato gli atteggiamenti altrui.
Entrare in aula con la sicurezza della scienza nello sguardo significa indurre
atteggiamenti di dipendenza; così come esprimersi forbitamente coi genitori
serve ad erigere una barriera di incomunicabilità; come dire sempre "si signor
direttore " rinforza l'atteggiamento direttivo dello stesso.
E poi gli stereotipi di cui si fa uso quotidiano nella scuola: il collega
giovane è inesperto, la collega anziana è fuori moda, il preside è autoritario,
il genitore è poco interessato o rompiscatole, quelli del doposcuola sono
inutili, il bambino silenzioso è tardivo ecc.
Infine i pregiudizi. Quante volte certi insegnanti dicono che i bambini meridionali
con molti fratelli sono "un bel problema", gli handicappati non possono imparare
come gli altri, i colleghi dell'altro partito non si possono avvicinare, quando
gli " esterni " vogliono entrare a scuola è solo per creare pasticci, i problemi
politici e sociali non c'entrano?
Ciò che connota l'atteggiamento positivo dell'insegnante è lo scarso numero
di stereotipi e pregiudizi; la disponibilità ad entrare in rapporto, cioè
ad essere messo in discussione come persona e come professionista; la capacità
di cambiare opinioni, disposizioni emotive e comportamenti; la volontà di
identificarsi con l'alunno per capire esattamente il suo modo di vedere le
cose, senza giudicarlo dall'esterno; la fiducia negli altri e l'impegno a
cercare insieme ai bambini una cultura comune.
Infine la comunicazione. Come avviene, come insegnarla, come interpretarla.
Comunicazione, che più del sapere esprimersi, è entrare in rapporto, trasmettere
e ricevere messaggi su un codice comune, parlare ed ascoltare; facendo in
modo che il risultato dello scambio sia il mutamento reciproco. Allora comprendiamo
che le affermazioni definitive non lasciano porte aperte per un feed-back:
il tono della voce, la scelta delle parole, il numero dei vocaboli usati,
incidono sulle risposte altrui; certe cose le trasmettiamo con le parole,
altre col comportamento, altre col silenzio.
Un atteggiamento autoritario e punitivo usato mentre si insegna la Costituzione
Italiana è certamente un esempio di comunicazione contraddittoria. Il silenzio
di un allievo non significa solo assenza di idee o consenso, ma anche disinteresse
per l'argomento, timore di essere giudicato, disagio per il clima di discussione.
Parallelamente una eccessiva loquacità non esprime solo ricchezza espressiva,
ma anche aggressività, desiderio di imporsi e di ricevere attenzione, ansia,
timidezza o volontà di manipolazione.
Se poi comunicazione è codice comune, non possiamo non evidenziare cosa significa
il passaggio dal dialetto alla lingua italiana ufficiale. I bambini che a
casa parlano dialetto devono fare uno sforzo non solo intellettuale per apprendere
la lingua; devono ricrearsi un nuovo codice e quindi in qualche modo abbandonare
il codice precedente la cultura che l'ha prodotto ed i valori che essa simboleggia.
Il mutamento richiesto a questi bambini è anche emotivo.
LA COMUNICAZIONE -""
E poi la comunicazione formale. La circolare del direttore che arriva improvvisa, così come la disposizione ministeriale hanno in loro una serie di significati: inutile intrusione, prevaricazione autoritaria, formalità burocratica. Vengono percepite con indifferenza o ostilità perché sono estranee, impositive, staccate dalla realtà del momento. Molto spesso gli insegnanti dimenticano che i genitori o gli allievi hanno gli stessi vissuti, di fronte alle loro disposizioni fatte scrivere sul quaderno.LA STRUTTURA DEL GRUPPO NELLA SCUOLA
La struttura del gruppo è importante da considerare: cioè le interazioni reciproche, i livelli e le modalità di comunicazione e l'assunzione dei ruoli.LA PSICOLOGIA SOCIALE E L'ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA
La scuola è una organizzazione
ed in quanto tale non si sottrae a tutte le riflessioni che la psicologia
sociale sta offrendo. La comprensione della dinamica istituzionale è essenziale,
nella misura in cui il livello gruppo-classe ne e sicuramente influenzato.
La conflittualità fra gruppi interni alla scuola, l'esistenza di iniziative
sperimentali, le decisioni organizzative riguardanti gli spazi comuni, i rapporti
di interclasse, le attività ricreative, sportive e culturali, i rapporti con
la società sono argomenti che riguardano l'organizzazione ma che hanno precisi
riflessi a livello individuale e di gruppo. Il rifiuto a considerare l'istituzione
e a tenerla presente a livello di classe è un aberrante meccanismo di difesa
dell'insegnante, che tenta in tal modo di creare un'oasi fittizia. Così gli
alunni si abituano a ragionare ed a vivere in termini micro-sociali, trascurando
ed estraniandosi dalla realtà organizzativa o macrosociale. Una delle più
grosse perversioni è quella per cui ciò che si dice o si decide nel consiglio
di classe o nel Collegio resta segreto agli alunni, i problemi dell'istituzione
non vengono nemmeno accennati all'allievo. Così inizia l'educazione alla asocialità.
D'altronde l'insegnante stesso, abituato a ritenere indiscutibile la macchina
burocratica, difficilmente ne comprende le dinamiche ed incide su di esse.
L'abitudine è che tutto è regolamentato, codificato e spersonalizzato. Gli
unici spazi di discrezionalità competono al preside o al direttore, l'insegnante
può misurare la sua iniziativa solo in classe. Se a ciò si aggiunge l'inesistenza
di un concreto sindacalismo, si può capire perché le strutture della scuola
sono rimaste di tipo tayloristico fino al 1974. Conseguenza di questo è il
senso di estraniazione (cioè alienazione) degli insegnanti verso la scuola,
assai simile a quello degli operai in fabbrica.
La psicologia sociale offre una quantità enorme di strumenti per interpretare
ed incidere sulla organizzazione scolastica. Nei prossimi dieci anni la Scuola,
nel dover applicare la Legge 477, si scontrerà tutti i giorni con problemi
del tipo indicato da G. W. Bennis.
Conflitti fra gruppi, assenza di integrazione, confusione di ruolo, problemi
di rapporto fra gruppi formali ed informali, difficoltà di avere interazioni
con l'ambiente, crisi di identità ed adattabilità.
Il problema centrale sarà il passaggio da una visione chiusa gerarchizzata
ed individualistica dell'organizzazione, ad una prospettiva aperta collegiale
e pluralistica. Questo creerà enormi problemi di cambiamento degli atteggiamenti
di tutti i ruoli implicati.
LA PSICOLOGIA SOCIALE E I BAMBINI
Finora abbiamo parlato
dell'uso della psicologia sociale da parte degli insegnanti, come loro bersaglio
professionale. Resta da vedere se questa disciplina è utilizzabile anche direttamente
dai bambini, cioè se qualcosa è trasferibile.
Data la sua natura di scienza del comportamento, la psicologia sociale è essenzialmente
trasferibile attraverso il comportamento. Ciò non vale solo nel caso dei bambini
per via della loro limitata capacità di astrazione. Vale anche per gli adulti.
Il principio è che l'apprendimento del comportamento passa attraverso l'esperienza
(di vissuto o di osservazione) del comportamento da apprendere.
Non si tratta quindi di spiegare ai bambini cosa è il processo di socializzazione,
la disponibilità al mutamento, la capacità di comunicare, il valore del gruppo.
Si tratta piuttosto di far vivere ai bambini questa esperienza, sia direttamente,
sia attraverso l'osservazione del comportamento dell'insegnante.
Che la psicologia sociale non sia una disciplina affiancabile alla geografia
o alla storia è provato da almeno due considerazioni. Un insegnante di matematica
può tranquillamente e con successo improvvisare una lezione di geografia;
mentre un insegnante incapace di vivere la dimensione collettiva, non può
che trasmettere messaggi individualistici. Un bambino può maturare positivamente
anche se non conosce un solo concetto di geografia, mentre la scuola può dichiararsi
fallita se il rapporto educativo non risulta fisiologico.
Con Spaltro possiamo dire che la fisiologia del rapporto educativo è " il
procedimento con cui si aiuta un soggetto in evoluzione a raggiungere la maturità
psichica".
Questa fisiologia è individuata da Spaltro come inscindibile dall'esperienza
del gruppo. Ciò infatti permette:
— il raggiungimento di un livello di sicurezza inteso come capacità di affrontare
e gestire il rischio della relazione;
— il controllo della dinamica della colpa, cioè la capacità di sperimentare
norme di gruppo consensuali e modificabili, in opposizione alle regole paterne
imposte ed inderogabili;
— l'accelerazione dei processi di apprendimento, favorita dall'aumento delle
comunicazioni, dai paragoni interpersonali, e dai feed-back degli altri membri;
— la maturazione affettiva, cioè la capacità di incanalamento funzionale delle
espressioni affettive in base alle regole del gruppo.
L'assenza o la ridotta esperienza di questi obiettivi è definita da Spaltro
col termine di patologia del rapporto educativo. Essa indica il mancato sviluppo
della relazione sociale, le cui conseguenze possono essere:
— un rallentamento dello sviluppo intellettivo, cioè una più lenta introiezione
della cultura del gruppo;
— un rallentamento dello sviluppo affettivo, nel senso della difficoltà ad
entrare in rapporto;
— una irregolarità nella organizzazione delle difese individuali, cioè la
loro inefficienza (eccesso di socializzazione) o eccessiva potenza (comportamento
asociale).
IL GRUPPO COME MOMENTO DI SOCIALIZZAZIONE
In sostanza chi non ha sperimentato nel rapporto educativo una vera relazione sociale, cioè l'appartenenza a una entità superindividuale come il gruppo, può arrivare ad un comportamento asociale.PSICOLOGIA SOCIALE E FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI
Naturalmente non credo
che tutte queste osservazioni risultino nuove. Molti insegnanti fanno uso
da anni di questi strumenti, e ci sono arrivati con l'intuito o con l'esperienza.
Per costoro spero che quanto detto sia stato utile ad una riflessione più
organica e sistematica. Altri insegnanti, invece, avranno scoperto qualcosa
di nuovo e osserveranno con rammarico la scarsità di strumenti concettuali
e operativi che possiedono in questo campo. Purtroppo questo fa parte delle
tante storture del sistema scolastico italiano, che investe sempre meno e
sempre peggio per la formazione del proprio capitale umano. D'altronde, coerentemente
con quanto già detto, non credo che queste riflessioni siano utilizzabili
solo in seguito ad una lettura o ad un apprendimento razionale. Anche per
gli adulti il recupero di certe esperienze non può che passare attraverso
l'esperienza.
Questo significa che gli insegnanti dovrebbero sperimentare modelli di formazione
diversa proprio su loro stessi. In realtà invece l'unico modello di scuola
cui possono fare riferimento è quello tradizionale, in cui la psicologia sociale
non è molto in auge. Allora è importante che gli insegnanti trovino da soli
momenti di formazione e autoformazione, in cui poter attivamente riflettere
sul modo di gestire il proprio ruolo, sulle capacità relazionali e sulla loro
disposizione al mutamento. Invece si può dire che molta della formazione attualmente
offerta agli insegnanti in realtà è solo una informazione, quando non è addirittura
deformazione. Il problema no è saper più cose o saper essere diversi , innovativi,
creativi, interdipendenti, dialettici, aperti, riflessivi. Cioè saper passare
dal ruolo di trasmettitore a quello di animatore. Le esperienze ci sono ed
anche i modi per fare questo tipo di formazione per insegnanti. Le aziende
stanno diventando sempre più attente al capitale umano e si preoccupano della
formazione permanente come del rinnovo degli impianti o forse più. La scuola
italiana che già quanto a strutture lascia a desiderare, mostra un disinteresse
mostruoso verso la prima formazione, l'aggiornamento, la specializzazione
e la sensibilizzazione della sua forza principale, cioè gli insegnanti. Al
punto che, mentre le metodologie e le tecniche formative scoperte dalla psicologia
sociale sono largamente usate nelle imprese e nella formazione di operatori
sociali, sono sconosciute nella scuola. Ci sono diverse esperienze, ma ancora
irrilevanti nel grande mare della scuola. Corsi auto-progettati, seminari
attivi sui contenuti della scuola, seminari di dinamiche di gruppo, laboratori
complessi semistrutturati, gruppi di studio su problemi, gruppi di ricerca
e di lettura: sono alcune delle modalità già sperimentate per la formazione
degli insegnanti. Tutta una serie di metodologie che applicano i principi
educativi enunciati nei capitoli precedenti: la logica non è quella di "ascoltare
per sapere " ma quella di "vivere per saper essere", cioè imparare attraverso
un'esperienza personale. Questo tipo di apprendimento che l'insegnante matura
è lo stesso di cui può fare uso per l'apprendimento degli allievi.
L'educazione nuova, quella psicosociale, che forma il bambino al sapere, al
saper fare e al saper essere non può essere gestita da insegnanti che sanno
soltanto, e non sempre benissimo.
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*Estratto da SCUOLA ITALIANA MODERNA- 1 maggio 1975- Editrice La Scuola- Brescia, pag. 66-80