FORMAZIONE PERSONALE E RUOLO COMPLESSO*

Sommario:

1. Premessa
2. Il ruolo complesso del lavoratore
3. Formazione di base
4. Ipotesi di tendenza
5. Proposte applicative

1. Premessa; diversi livelli formativi
Possiamo distinguere tre livelli nel settore della formazione preuniversitaria, ciascuno dei quali deve attenere alla competenza di una diversa istituzione.

1.1 Anzitutto il livello della scuola di base, finalizzata alla formazione dell'individuo in senso generale. Tale ordine di scuola, per ora, limitata alla media dell'obbligo ma auspicabilmente estendibile fino al 16° anno di età, deve fornire all'individuo il possesso di capacità critiche, comunicative e creative, oltre che una esperienza di socializzazione. Giustamente questo livello di formazione, per le sue caratteristiche generali, entra nelle competenze dello Stato, che può raggiungere attraverso questo strumento la massima omogeneità possibile, nella popolazione.

1.2 Il secondo livello è quello della formazione genericamente definibile come superiore. Finora, e sembra che le riforme in cantiere non invertano questa logica, esiste una netta separazione fra la scuola secondaria e scuola professionale. Mentre la prima infatti è considerata la scuola dei predestinati all'Università, di coloro che devono "pensare", comunque dei quadri aziendali e sociali mediosuperiori, la seconda è ritenuta la scuola di coloro che "devono lavorare presto", degli esecutori, dei quadri inferiori.
Questa logica assai diffusa, ha danneggiato non solo la scuola professionale che si è andata dequalificando, ma anche la scuola secondaria, che si è ridotta in un ghetto di sottocultura libresca sganciata dalla realtà del mondo produttivo. Inoltre la connotazione della scuola superiore come un salto di qualità dei ceti meno abbienti, unitamente a difficoltà oggettive di assorbimento da parte del mercato del lavoro, ha accelerato l'aumento della popolazione scolastica proprio nelle scuole meno duttili (licei, magistrali, ragioneria ecc.), facendo emergere una serie di problemi quasi insolubili.
Il problema, a mio avviso, è quello di togliere alle scuole superiori l'immagine di luoghi in cui si ottiene una patente di status economico per tutti: patente di status, che oltretutto, il mondo produttivo respinge con decisione. D'altra canto si tratta anche di far uscire la scuola professionale dallo stato di emarginazione culturale in cui si è posta finora.
Da molte parti si dice che è necessario aumentare i contenuti umanistici delle scuole professionali: e questo è certamente un giusto obiettivo. Ma ancora troppo pochi sottolineano l'urgenza di aumentare i contenuti tecnico-professionali delle scuole medie, ulteriori e superiori. In una scuola nuova, proiettata nel futuro e organizzata per dare a tutti un uguale numero di possibilità, si deve pensare ad una scuola superiore ad uguale livello di responsabilità e dignità, alla fine della quale tutti possono essere in grado di inserirsi nel mondo produttivo o di proseguire gli studi per libera scelta. La scuola superiore dovrebbe essere tutta "professionale", nel senso che dovrebbe fornire gli strumenti per l'inserimento nel mondo del
lavoro, attraverso la specializzazione in un settore ed in una categoria mansionale.
Aldilà comunque delle speculazioni teoriche e futuribili, resta il fatto che la scuola professionale deve perdere la sua immagine di luogo dove si apprende un "mestiere", ma deve al contrario formare i lavoratori all'inserimento in una struttura produttiva organizzata, attraverso specializzazioni di settore economico e di tecniche mansionali generalizzate.
È ovvio che la formazione professionale (e nella tendenza sopra detta, tutta la scuola superiore) sia competenza della Regione. L'agganciamento col mercato del lavoro, vista la eterogenea distribuzione territoriale delle risorse e delle attività produttive, implica una diversificazione locale della scuola professionale. Tuttavia è necessario ricordare che la formazione professionale promossa o finanziata da una Regione, non deve servire alle esigenze delle singole realtà produttive locali, ma fornire ai giovani strumenti professionali validi per situazioni generali e per un mercato la cui caratteristica primaria è il dinamismo accelerato.

1.3 Esiste infine un terzo livello di formazione: quello della mansione specifica, su una determinata macchina o inserita in un particolare contesto aziendale. Questa è la formazione che compete all'impresa, che vuole far calare le conoscenze e le tecniche professionali dei lavoratori, nella sua realtà specifica (caso tipico è l'addestramento a nuovi impianti e macchinari).
Questo livello di formazione deve essere di competenza aziendale, perché una istituzione formativa non potrà mai riprodurre tutte le svariatissime situazioni particolari, ne tener dietro allo sviluppo tecnologico. Inoltre spesso una tale formazione non è esportabile in altri tipi di impresa, quindi non diventa patrimonio conoscitivo del lavoratore, ma è utile solo alla produzione di una determinata impresa; per questo,
una tale formazione deve rientrare fra i costi dell'impresa stessa.
Può sorgere, in tal caso, la preoccupazione che lasciare all'impresa la competenza della formazione legata allo sviluppo tecnologico significa sottoporre i lavoratori a pesanti condizionamenti. Ora, poiché è impossibile che la scuola si adegui allo sviluppo tecnologico, è necessario che essa offra ai giovani tutti gli strumenti validi per il controllo decisionale, cioè "politico", sulla tecnologia. Ed offrire questi
strumenti, significa impostare una formazione professionale che si occupi di tutti gli aspetti del ruolo che il lavoratore gestisce in azienda.

2- II ruolo complesso del lavoratore
Nella situazione produttiva si è abituati a pensare, secondo il vecchio modello tayloristico, che il lavoratore estingue il suo ruolo nel semplice rapporto col prodotto oggettivo del suo lavoro.
Il lavoratore, secondo tale mentalità, è colui che espleta una certa mansione rapportata al prodotto: per esempio, lavoratore è colui che conosce la tecnica di lavorare al tornio, ottimalizzando il prodotto.
In conseguenza, la funzione della formazione professionale è quella di insegnare al lavoratore a svolgere bene questo ruolo lavorativo: buon uso del tornio.
Tuttavia questa ipotesi, mostra oggi tutta la sua stanchezza in rapporto ad alcuni fenomeni tipici dell'impresa. Oggi le strutture del mercato e dell'impresa, sono estremamente complesse: la dinamica tecnologica, economica e sociale è acceleratissima; la mobilità tra i vari settori produttivi è elevata, così come quella delle mansioni. Inoltre esistono alcune manifestazioni patologiche da tenere in considerazione: elevata morbilità e mortalità sul lavoro, disaffezione e assenteismo, minore tasso di redditività, notevole conflittualità.
Senza dubbio possiamo affermare che nell'impresa moderna la capacità di gestire il ruolo in rapporto al prodotto (per esempio, saper usare bene il tornio) è solo uno degli aspetti del ruolo dei lavoratore. In certi casi questo è addirittura l'aspetto meno importante.
Esiste tutta una gamma di altri aspetti connessi al ruolo del lavoratore, la cui importanza è enorme, ma che vengono totalmente trascurati dalla istruzione professionale.
Questa trascuratezza va ricercata in un atteggiamento ormai obsoleto che nega al lavoratore la possibilità di gestire un ruolo complesso, relegandolo nel semplice ed alienante rapporto col prodotto; oppure in mia credenza ingenua e colpevole che dà per scontata la capacità del lavoratore a gestire tutti gli aspetti del suo ruolo. Di fatto, la prima radice dell'alienazione del lavoratore consiste proprio nella disumanità di un rapporto esclusivo uomo-macchina.

3. Formazione di base
La formazione professionale deve dunque essere rifondata sulla base di un fine preciso: fornire ai lavoratori la gamma degli strumenti necessari per gestire in azienda un ruolo complesso. Ad una formazione organizzata per un uomo-divino, deve subentrare una formazione finalizzata all'uomo-totale. Ogni ruolo professionale sottende una serie di dinamiche e di capacità, che possono essere sintetizzate m questo modo:

1) una serie di atti caratterizzanti l'atto produttivo in senso stretto:
a. parte teorica (per esempio: geometria, fisica, ecc.)
b. parte pratica (per esempio: laboratorio, esercitazioni alla macchina, ecc.)
c. parte mansionale (per esempio: sintesi fra parte teorica e pratica, su un tornio o per un prodotto particolare)

2) una rete di rapporti e conflitti con uomini (capo, colleghi, subalterni)

3) una rete di rapporti con strutture formali e informali (gruppo di lavoro, reparto, azienda, sindacato, dopolavoro, ecc.)

4) una evoluzione orizzontale (fare la stessa cosa in campo più vasto o fare più cose affini: Job rotation o Job enlargement)

5) una evoluzione verticale (fare la stessa cosa in una situazione che comporta aspetti decisori: Job enrichment o carriera)

6) uno sviluppo tecnico-scientifico (fare la stessa cosa su una macchina più moderna)

7) uno sviluppo organizzativo (fare la stessa cosa in un contesto aziendale o ambientale modificati).

4. Ipotesi di tendenza
Dopo queste riflessioni resta da chiedersi come poter tradurre, nella realtà della formazione di oggi, le linee di un progetto tanto generale.

4.1 Anzitutto la formazione permanente. In considerazione della dinamica accelerata con cui si muovono sia la società che l'impresa, non è più pensabile ad una formazione limitata nel tempo.
Una struttura di formazione non è tale se non è, contemporaneamente, autoformativa.
Ciò evidenzia la necessità di approntare corsi periodici di formazione per insegnanti e direttori didattici, e corsi di riciclaggio professionale per i lavoratori. Questa attività formativa non va intesa come un aggiornamento alle novità tecnologiche (compito che abbiamo definito essere competenza dell'impresa), ma come un approfondimento periodico sul ruolo professionale, globalmente inteso.

4.2 Una seconda condizione è quella della totale e costante interazione tra mondo produttivo e scuola. Se uno stretto rapporto tra lavoro e scuola è necessario in assoluto, a maggior ragione lo è la formazione professionale, la cui finalità è proprio l'inserimento nel mondo produttivo. L'impresa, o meglio, il settore produttivo deve essere presente nella formazione professionale sia nel momento programmatorio sia in quello della docenza. Esso non solo può fornire i livelli quantitativi del bisogno professionale in un territorio, ma può offrire il quadro preciso delle dinamiche tecnologiche, mansionali e organizzative. Qui si rende necessario uno studio attento sul ruolo e la figura professionale degli insegnanti, e sui loro rapporti con l'impresa. E' importante che fra la produzione e la formazione esistano flussi e passaggi di persone, onde evitare la creazione di un divario fra esperienza pratica produttiva ed attività teorico-didattica.

4.3. Un'altra condizione è quella relativa alla soluzione dei problemi dell'apprendistato. Ogni tipo di qualificazione professionale necessita di un tirocinio pratico, inserito in una situazione produttiva. D'altra parte la situazione attuale dell'apprendistato è troppo spesso configurabile come una forma di sfruttamento incontrollato. A mio avviso, si dovrebbe studiare anche per altre situazioni, un tipo di formazione analoga a quella degli alberghieri. La creazione di unità produttive locali senza scopo di lucro ed a finalità sociale potrebbe essere, in estrema proiezione, una ipotesi per il superamento di un inefficace apprendistato. In ogni caso devono essere provate formule formative che contemplino una esperienza applicativa, maggiore di quella del laboratorio. 

 

La scuola professionale a tutt'oggi si occupa, pur in forma assai discutibile, solo dell'aspetto del rapporto col prodotto (atto della produzione).
Un nuovo modo di fare la formazione professionale, deve adeguare la formazione:
1) alla dinamica tecnologica, scientifica ed organizzativa (cioè dare al lavoratore la capacità di accettare e gestire il cambiamento di una macchina, di un sistema per produrre, di un'organizzazione di reparto ecc.)
2) alla mobilità ed alla assunzione di responsabilità più complesse, sia in senso orizzontale che verticale (capacità di mutare reparto o impresa; capacità di svolgere più mansioni, anche implicanti processi decisori)
3) ai rapporti interpersonali e di gruppo, al lavoro in équipe, alla collaborazione fra le mansioni (capacità di gestire i rapporti con capi, colleghi e subalterni, di lavorare collettivamente superando l'individualismo e la competitività)
4) ai rapporti con i gruppi aziendali e sociali (capacità di operare nella organizzazione aziendale, coscienza sindacale, sensibilità sociale).
In conclusione si tratta di dare al lavoratore, inteso come uomo totale, attore del cambiamento, strumenti teorici e pratici per:
— adattarsi alla realtà dell'impresa e della mansione
— essere attore del cambiamento aziendale e mansionale
— adattarsi, senza reazioni negative, al cambiamento oggettivo.

Per tradurre nell'operativo queste formulazioni, possiamo affermare che la formazione professionale, rinnovando strutture, contenuti, metodi ed insegnanti, deve occuparsi di formare i lavoratori a:
- l'attitudine all'aggiornamento tecnico-scientifico (capacità e volontà di realizzare una autoformazione permanente)
- la capacità di gestione delle ansie generate dai mutamenti
- le operazioni di presa di decisione
- il lavoro di gruppo
- l'analisi delle situazioni sodali e aziendali.

5. Proposte applicative
Precedentemente ho parlato di necessario rinnovamento relativo a strutture, insegnanti, metodi e contenuti. Analizziamo ora ciascuno di questi poli del problema formazione professionale.

5.1 Per quanto attiene alle strutture valgono i seguenti accenni:

1) realizzazione di unità di formazione professionale più ricomprensive (in cui coesistano vaste categorie professionali comprese nello stesso settore produttivo)

2) utilizzazione polifunzionale delle strutture (qualificazione e riqualificazione permanente, formazione insegnanti)

3) creazione di Centri di ricerca die si occupino di:
a - analizzare le professioni e le mansioni e progettare i corsi di conseguenza
b - programmare il fabbisogno quantitativo o qualitativo delle professioni
c- localizzare il fabbisogno in relazione alla domanda del mercato del lavoro
d - progettare i corsi di formazione per insegnanti e direttori didattici.

5.2 I contenuti, pur facendo salva per ciascun corso l'istanza tecnologica, vanno rivisti in relazione a quanto detto sopra circa il ruolo complesso del lavoratore. La formazione professionale potrebbe dunque essere suddivisa in:

1) formazione preprofessionale o professionale di base (tendente a dare agli studenti degli strumenti per gestire il ruolo generale di lavoratore), comprendente alcune tra le seguenti materie:
a - dinamiche di gruppo (ruoli, leader, aspettative, prese di decisione, mutamento, autopercezione, ecc.) (indirizzo psicologico)
b - organizzazione sociale (classi, ceti, rapporti con l'impresa e col sindacato, ecc.) (indirizzo sociologico)
c- sicurezza sul lavoro (prevenzione e controllo dell'ambiente tisico e umano)
d - ecologia (sviluppo tecnico e equilibrio ambientale)

2) formazione professionale per categorie generali (tendente a dare agli studenti strumenti per gestire il ruolo del lavoratore di quella determinata categoria) comprendente:
e- base scientifica (teoria)
f - applicazione (metodologia professionale)
g- addestramento (laboratorio, tirocinio)
h- descrizione della mansione (possibilità di sviluppo orizzontale e verticale)

Circa i rapporti quantitativi tra i vari contenuti, occorre, caso per caso, una verifica puntuale, al fine di evitare che uno dei contenuti prevalga sugli altri per motivi strutturali più che che di interesse oggettivo.

5.3 I metodi di insegnamento sono l'altra faccia, contestuale, dei contenuti. Se la premessa alla formazione professionale è quella di formare i lavoratori a gestire il loro ruolo complesso, è indispensabile abituare gli studenti a gestire il loro ruolo complesso di studenti.
I giovani non devono essere visti nell'esclusivo rapporto con il loro oggetto,di apprendimento, ma intesi in una variegata molteplicità di rapporti. I rapporti con la classe, l'insegnante, con la struttura scolastica, con le innovazioni didattiche, con il movimento degli studenti non sono simili ai rapporti complessi del lavoratore in azienda?
Nella scuola dunque devono essere introdotti come metodo tutti gli strumenti che poi il lavoratore dovrà ribaltare come atteggiamento nell'impresa.
Studio del gruppo, rapporti tra corsi diversi, prese di decisione, studio di gruppo e per progetti, realizzazioni di obiettivi multiprofessionali, strumentazione didattica tecnologicamente avanzata, esperienze di autoformazione ed autogestione, contatti frequenti con la realtà produttiva: sono solo indicazioni generiche ma qualificanti per la metodologia di una nuova formazione professionale.
Infine, gli insegnanti. Certamente nessun tipo di riforma della scuola può passare sopra le teste degli insegnanti. Essi, dunque, devono essere i portatori di queste innovazioni, pena la morte di ogni innovazione.
È di conseguenza fondamentale cominciare ad ipotizzare come prima cosa la innovazione della formazione professionale degli insegnanti.
Tale formazione deve avere le seguenti caratteristiche generali:
a) essere permanente
b) essere agganciata al mondo produttivo
c) essere anch'essa legata al concetto di ruolo.

5-4 Sul concetto di formazione permanente di agganciamento con la realtà molto è stato detto sopra. Due parole vanno spese per il ruolo complesso dell'insegnante.
Non va dimenticato che anche quella dell'insegnante è una professione, le cui caratteristiche sociologiche e psicologiche l'avvicinano molto ai quadri tecnici ed intermedi dell'impresa. Limitare l'insegnante al rapporto col suo prodotto tecnico disciplinare (cioè con la buona conoscenza della materia) è una operazione analoga a quella di limitare il lavoratore al rapporto col suo prodotto professionale (cioè con la capacità di lavoro sull'oggetto).
In realtà l'insegnante svolge un ruolo complesso che lo porta a gestire problemi connessi ai rapporti con gli alunni, con i colleghi, con il direttore didattico, con i genitori , con la sua professione permanente, con l'innovazione didattica, col sindacato , ecc.).
Ne consegue che anche per gli insegnanti la formazione deve essere orientata nella direzione precisa del ruolo complesso.
Lavoro di gruppo, analisi delle dinamiche di gruppo e sociali, autoformazione permanente, interdisciplinarietà, uso degli audiovisivi, sicurezza nella gestione dei mutamenti, tirocinio: ecco solo alcuni degli strumenti necessari ad ogni insegnante. Va sottolineato che gli insegnanti possono trasmettere, con efficacia, solo una formazione è estremamente importante perché sarà poi trasmessa agli studenti quasi negli stessi termini.
Infatti, proprio questo è accaduto finora: la società ha formato gli insegnanti con tecniche e valori che si sono perpetuati nelle generazioni più giovani. Questo è il grande compilo che spetta alla Regione; sancire ufficialmente una inversione di tendenza della formazione, che nella società è, pur in modo latente, già in atto. La società sta infatti mutando sensibilmente tutta la piramide dei valori sui quali si era appoggiata finora. II principio di autorità, il razionalismo produttivo e la lenta evoluzione stanno lasciando il posto ai concetti di partecipazione, di razionalità per l'uomo e di sviluppo accelerato. Ed a questi nuovi valori deve agganciarsi una nuova istituzione formativa che si pone come agente del cambiamento.
La formazione professionale non può più rivolgersi ad un uomo legato solo al suo prodotto e separato dal contesto sociale, ma deve offrire esperienze e strumenti funzionali ad una esistenza unitaria e sintetica.

 

* Estratto da QUADERNI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE E DI EDUCAZIONE PERMANENTE, n.2, aprile 1976, pag.87-94

 

 

 

 

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