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INTERVENTO DI FORMAZIONE
IN UN CENTRO D'ORIENTAMENTO: L'APPROCCIO*
Sommario:
1. Premessa: formazione
specifica e aggiornamento ricorrente
2. Intervento di formazione in un Centro di Orientamento: il problema dell'aggancio
3. Metodologia e tecniche dell'intervento
4. Riflessione sull'approccio e sui risultati
Note bibliografiche
1. Premesse: formazione
specifica e aggiornamento ricorrente
Dall'inizio
degli anni '70 si è diffusa largamente un'aspettativa di formazione
permanente. La sua ragione principale di essere si trova nella situazione
di cambiamento culturale, istituzionale e professionale che ha investito la
società industriale nel decennio dei famosi "sixties".
Dal '60 al '70 non c'è angolo della cultura che non sia stato colpito
da una profonda crisi di identità e di ruolo. L'impresa, la scuola,
la famiglia, la Chiesa (tanto per citare le istituzioni più importanti)
hanno dovuto interrogarsi sulla loro funzione e sul loro futuro e, pur con
diversa gradualità, hanno dovuto prendere coscienza dell'inevitabile
esigenza di un loro cambiamento. La crisi di cultura e dei valori ha portato
con sé quella delle istituzioni, e la crisi di queste ultime ha provocato
una crisi nei ruoli individuali. La crisi individuale va dal privato al politico,
cioè dalla sfera esistenziale a quella professionale e civile. Da qui
è nata l'esigenza di una formazione permanente cioè di un ritiro
delle persone e delle istituzioni nel momento teorico e riflessivo. Si tratta
di ripensare al ruolo di ciascuno e di riattrezzarsi, tecnicamente e umanamente,
per la costruzione di una diversa cultura. Questa esigenza è percepita
in modo oscuro e con caratteristiche diverse a seconda dei soggetti.
Possiamo identificare due direttrici di base sulle quali si esprime questa
esigenza; una che definirei "adattiva", secondo la quale si tratta
di mettersi al passo e attrezzarsi meglio per affrontare le esigenze della
società e delle istituzioni; una che definirei "innovativa",
per la quale il problema è quello di rivedere il ruolo di ciascuno
in funzione di una revisione generale della società. Nel primo caso
si mette l'accento sull'aspetto tecnico ed efficientistico della formazione,
nel secondo si sottolinea il suo aspetto esistenziale e politico. Anche qui
dunque rispunta la contraddizione tra tecnico e politico, fra ruolo passivo
e attivo dell'individuo.
La formazione permanente non sfugge a questa contraddizione e comprende l'educazione
sia l'educazione personale aspecifica sia l'aggiornamento professionale. Quest'ultimo
è distinto dalla prima anche come definizione: per esso è stata
coniata la dizione di aggiornamento ricorrente.
La pratica quotidiana di formazione ha dunque suddiviso questa esigenza in
due settori abbastanza netti: una formazione permanente aspecifica rivolta
in genere a ruoli non professionali (genitori, amministratori locali, giovani,
ecc.); ed un aggiornamento ricorrente rivolto a ruoli professionali (insegnanti,
lavoratori, quadri intermedi, sindacalisti, burocrati ecc.). Gli Enti promotori,
gli operatori, le metodologie e le tecniche, i finanziamenti di questi due
settori sono totalmente separati. Sul piano ideologico questa frattura non
fa che riproporre la vecchia logica della separazione fra pubblico e privato,
fra personale e professionale. In genere la formazione aspecifica si colloca
su un piano teorico, astratto, anche utopistico occupandosi della società
e dei ruoli individuali per come idealmente "dovrebbero essere".
L'aggiornamento ricorrente è assai più concreto, realista, spesso
brutale, e si occupa delle istituzioni e dei ruoli per come "si vuole
che siano". Il si impersonale sta per coloro che detengono il potere
sociale o istituzionale. Nella formazione c'è dunque un forte aspetto
etico o ideologico, nell'aggiornamento un tono pragmatico o efficientistico.
Per fortuna questa separazione è più nelle intenzioni dei promotori
della formazione che non nella realtà. Spesso i due piani si confondono
imprevedibilmente per le resistenze dei partecipanti, o dei docenti, oppure
per errori metodologici e inadeguatezze tecniche. Ma che le intenzioni dei
promotori siano di separare formazione. Questa intenzionalità dei promotori
è anche rafforzata dall'atteggiamento di gran parte dei fruitori della
formazione. Il rifugio nella tecnica, nella efficienza, nella professionalità
intesa riduttivamente è assai diffuso come difesa dall'ansia del cambiamento
e dalla depressione provocata dalla crisi generale. Così la domanda
più estesa di formazione riguarda l'aggiornamento tecnico, l'appropriazione
della scorciatoia professionale: tale domanda collima perfettamente coll'esigenza
di ritoccare, lubrificare, mettere a punto, propria del potere istituzionale.
La formazione aspecifica invece non è impegnativa, si rivolge di solito
a persone appartenenti a diverse istituzioni, non è collegata alla
prassi: quindi può permettersi di essere etica, innovativa, utopica
perfino. Resta un lusso intellettuale, un'oasi. Si identifica per lo più
con l'informazione, e resta in superficie a competere con la TV ed i rotocalchi.
Il problema consiste nel riunificare ciò che si trova diviso. La formazione
deve essere seguita da una fase applicativa di addestramento e aggiornamento;
l'aggiornamento non può che essere collegato alla formazione in generale.
Seguendo una famosa definizione, possiamo dividere la formazione in tre parti
inscindibili: sapere, saper fare e saper essere. Informazione, addestramento
e aggiornamento, educazione o terapia sono aspetti diversi di un unico processo
di crescita. Come dire che scienza, tecnica ed etica (o politica) non possono
essere separate nella prassi di un uomo integrale.
Negli articoli che faranno parte di questa rubrica, cercherò di presentare
una serie di esperienze di formazione e aggiornamento che hanno intenzionalmente
un'impostazione comune. Ciascuno di questi modelli di intervento si propone
di offrire agli utenti un'esperienza formativa che contenga simultaneamente,
sia pure in misura diversa, un sapere, un sapere fare e un saper essere.
Sono esperienze realizzate da un gruppo di professionisti della formazione,
non istituzionalizzati. Modelli che nascono da un mixing di metodologie e
tecniche via via elaborati in un dialogo a tre fra utenti, committenti e formatori.
I lettori ideali di questi articoli sono addetti alla formazione degli enti
promotori, funzionari della formazione degli enti locali, liberi professionisti.
2. Intervento di formazione
in un Centro d'Orientamento: il problema dell'approccio
Due operatori di un Centro di Orientamento di una grande città, si
presentano al nostro Istituto per un colloquio. Affermano di essere alla ricerca
di un gruppo o di un Centro di Formazione che dia una risposta alle loro esigenze
formative, genericamente maturate in seguito alla crisi di ruolo del loro
COSP.
Il primo colloquio esplorativo dura circa un'ora, nel corso del quale essi
espongono i loro problemi (o meglio la loro percezione dei loro problemi)
e due di noi descrivono a grandi linee le metodologie d'intervento che ci
sono proprie.
Questa prima fase è assai delicata: non si può dire che un intervento
formativo nasce già col primo contatto e potrebbe estinguersi con un'analisi
approfondita della domanda. Nel momento in cui il sistema-cliente entra in
rapporto con un sistema-consulente, si mettono in moto una serie di dinamiche
interattive che cambiano inconsciamente i due soggetti del rapporto stesso.
Il rischio più grande del sistema-cliente, cioè di chi domanda
formazione, è quello di venire plagiato o risucchiato dalle esigenze
del formatore. Questo porta a una impostazione dell'intervento slegata dai
bisogni reali degli utenti. Invece il rischio che corre il sistema-consulente
è quello di essere usato da una parte del sistema-cliente contro l'altra.
In tal caso risultano frustrati sia i bisogni del formatore sia i bisogni
degli utenti. E' raro che chi porta avanti domanda di formazione sia un semplice
delegato del gruppo di utenti. Verbalmente tutti dicono di essere inviati
da, o di esprimere le esigenze del gruppo o dell'istituzione. Il più
delle volte chi tratta col formatore per la prima volta, risponde essenzialmente
ai bisogni personali. Bisogni di sicurezza, di prestigio, di potere o di altra
natura; bisogni legittimi, ma personali. D'altra parte, anche il formatore
non è immune da inquinamenti percettivi. Anche se asserisce di essere
il più obiettivo possibile, il formatore ha dei bisogni personali da
soddisfare: bisogno di status, bisogno di ruolo, bisogno di soldi o di successo.
Da qui scaturiscono alcune regole riguardanti il primo approccio:
1) mettere a loro agio
i richiedenti, ma senza offrire loro una sicurezza che permetta loro di nascondere
i propri reali problemi;
2) fare domande
aperte, non strutturate, in modo da lasciar parlare il cliente quanto più
possibile;
3) considerare le affermazioni del cliente solo come vere per lui, cioè
soggettive;
4) esprimere con chiarezza, ed in sintesi, l'impostazione di lavoro del formatore;
5) disporre di un osservatore (collega del formatore) che si assuma il compito
di dare al formatore un feed-back dopo il colloquio, cioè un osservatore
capace di sottolineare al formatore le sue involontarie proiezioni e manipolazioni.
I due operatori, interrogati
genericamente sui loro problemi, elencano una serie intricata di esigenze.
L'origine del loro disagio nasce dal mutato ruolo che la comunità e
la coscienza degli operatori richiedano al Centro di Orientamento. Fino a
tre o quattro anni fa, a parte i compiti istituzionali, il Centro si limitava
a diffondere un libretto in cui erano descritte le varie professioni e i diversi
tipi di scuola; a fare conferenze illustrative ad allievi diplomandi o a insegnanti;
a sottoporre a tests attitudinali (a volte anche test di livello) gli allievi
segnalati.
Ora, da una parte alcuni insegnanti, dall'altra gli operatori stessi avvertivano
la esigenza di cambiare profondamente il loro ruolo inutile in un ruolo di
facilitatori del cambiamento scolastico. I tests attitudinali, invece di essere
usati per orientare al lavoro o alla scuola (ammesso che a questo fossero
mai serviti), venivano usati per la classificazione degli allievi e per la
loro selezione o emarginazione in classi speciali. L'informazione sul mercato
dei lavoro o sui corsi di studio, era resa superflua dagli stereotipi sociali
o dal lavoro scolastico fatto dagli insegnanti. In entrambi i casi questi
orientatori percepivano che il loro ruolo futuro doveva essere quello di supportare
gli insegnanti nella impostazione pedagogica, dare loro un'adeguata sensibilità
circa i problemi del mondo del lavoro, collaborare con loro alla gestione
dei cosiddetti "casi difficili". In quelle scuole dove la domanda
era ancora di tipo tradizionale, il loro ruolo doveva essere quello di provocare
un cambiamento, seppur graduale.
Per convenire la loro professionalità, gli operatori chiedevano un
intervento formativo.
A questo primo momento del colloquio (arricchito anche da una serie di analisi
critiche sulla scuola, la didattica, l'individualismo dell'insegnante, l'autoritarismo
dei presidi), è seguita una nostra domanda sull'organizzazione interna
del COSP. Il Centro era formato da otto operatrici a tempo pieno, due a pari
rime ed una direttrice arrivata di recente. Le operatrici erano diplomate
(alcune anche studentesse di psicologia), mentre la direttrice era laureata.
Erano tutte sotto i trent'anni, tranne tre: una part time, la direttrice e
la mia interlocutrice.
Il colloquio è terminato con la presentazione della nostra filosofia
di intervento e con un invito ad un eventuale incontro con tutto il gruppo.
Da parte mia avevo detto che mi sembrava importante, per un sistema (il COSP)
che si apprestava a diventare consulente di altri sistemi (le scuole), l'acquisizione
di una seria capacità di autoanalisi. Perciò mi sembrava corretto
prevedere nell'intervento un obiettivo specifico: l'analisi delle dinamiche
interne al gruppo delle operatrici.
L'entusiasmo con cui la timida proposta fu accettata mise in luce fin dal
principio una serie di problemi che avremmo incontrato durante l'intervento.
In effetti lo sforzo descrittivo su questo approccio è giustificato
dal tatto che esso già esprimeva una serie di grossi problemi da cui
il sistema-cliente era afflitto.
Dopo una settimana, ricevemmo l'invito ad un incontro con tutto il gruppo.
Incontro che fu caratterizzato da questi elementi:
a) una verbalizzazione
rarefatta, ridotta solo a due o tre membri del gruppo; la direttrice, la mia
interlocutrice iniziale e qualche altra;
b) una forte confusione fra il piano ideologico-etico, quello politico, quello
professionale;
c) un'assoluta imprecisione nella formulazione degli obiettivi futuri del
COSP e quindi dell'intervento formativo che stavamo per varare.
Quando ci siamo permessi di evidenziare che forse esistevano problemi di funzionamento
interno da superare, problemi di rapporti fra le operatrici, siamo stati contraddetti
con una certa veemenza da tutte, salvo la nostra prima interlocutrice. Nel
corso del dibattito sono stati identificati gli ostacoli veri al funzionamento
ottimale del COSP, nell'Ente finanziatore, nel conservatorismo degli insegnanti
e dei presidi, nella mancanza di conoscenze tecniche.
In conclusione dal gruppo emersero le seguenti esigenze:
a) aggiornamento circa le conoscenze psicologiche, sociologiche, pedagogiche
b) acquisizione di un metodo di autoformazione permanente
c) acquisizione di strumenti teorici e tecnici per l'intervento di cambiamento
nelle scuole.
Al termine di questa messa a fuoco, per la verità non troppo partecipata,
noi ci siamo impegnati ad inviare una proposta dettagliata di intervento.
Il programma fu discusso a lungo nello staff del mio Istituto, perché
ci trovavamo di fronte ad un cliente bisognoso di imparare soprattutto proprio
l'unica cosa che non voleva imparare.
La direttrice, molto al disopra come capacità tecniche e dialettiche,
intimidiva di fatto tutte le operatrici giovani, che si sentivano paralizzate
dalla paura di sbagliare oltre che dai loro problemi di ruolo. La mia interlocutrice,
quasi coetanea della direttrice, aveva perso l'occasione di essere promossa
a causa dell'immissione di una laureata. Aveva esperienza e ascendente, e
tentava di allearsi alle giovani o a noi "contro" la direttrice.
Sosteneva essere importante lo studio delle dinamiche interne al gruppo, per
tentare di agire un conflitto represso.
Le operatrici più giovani erano da una parte paralizzate dalla enorme
superiorità della direttrice, dall'altra dal timore di un conflitto
fra le due più anziane, che le avrebbe costrette a prender parte per
qualcuna. Nella paralisi, erano lotizzate dalle due, che di volta in volta
le usavano come massa di consenso personale o di attacco contro l'altra. Fu
proprio la paura di agire i conflitti latenti, che sconsigliò il gruppo
di accettare la nostra proposta di inserire nell'intervento l'analisi delle
loro dinamiche.
Nel nostro staff c'era chi sosteneva la necessità di imporre, cioè
condizionare l'intervento all'analisi del gruppo; ma c'era anche chi riteneva
di non poter spingere il cliente verso difficoltà che non si sentiva
in grado di sostenere. Prevalse questa seconda linea, anche in base alla considerazione
che si trattava di un gruppo "family", cioè un gruppo che
rappresentava la totalità di un sistema e che avrebbe continuato a
lavorare assieme.
Nel caso di una forzata analisi delle dinamiche poteva succedere:
1) che le difese messe in atto dal gruppo e dai singoli fossero talmente forti
da richiedere ore e ore di lavoro solo per quell'obiettivo ;
2) che gli eventuali conflitti disoccultati fossero insanabili se non a prezzi
troppo alti (dimissioni, allontanamenti, crisi ecc.).
Vinse dunque la linea morbida: il che fu un bene, perché permise la
realizzazione di un buon seminario con una sicura crescita delle operatrici;
ma fu anche un male, perché lasciò intatti i loro problemi principali,
alcuni dei quali esplosero più tardi in nostra assenza.
3. Metodologia e tecniche
dell'intervento
Sulla base del primo contatto e dell'incontro con tutto il gruppo abbiamo
preparato un intervento che prevedesse diversi momenti e tecniche, in corrispondenza
dei diversi obiettivi. A distanza di un mese circa uno dall'altro, tre seminari
di quattro giorni ciascuno. Al termine di questi, dieci incontri settimanali
di tre ore ciascuno. Il primo seminario era centrato sulle "teorie e
tecniche di gruppo". La sua struttura comprendeva esercitazioni pratiche,
cioè giochi di facilitazione dei processi, discussioni di gruppo e
sottogruppi, comunicazioni teoriche. Il secondo riguardava la "teoria
e la tecnica della ricerca-intervento".
Anche qui vennero affiancate alle comunicazioni teoriche e alle discussioni
numerose esercitazioni simulative concernenti le principali tecniche di ricerca
sociale (intervista individuale e di gruppo, questionario, uso del vtr, ecc.)
Il terzo seminario riguardava: "intervento psicosociale e strategia del
cambiamento educativo", ed era impostato essenzialmente su riflessioni
teoriche, letture e discussioni di casi.
Con questi tre seminati intendevamo soddisfare l'esigenza di una solida impostazione
teorica sulle questioni dell'azione sociale, con particolare riferimento agli
strumenti del gruppo e del Paction-research. Col terzo seminario si è
anche delineato uno scenario interpretativo del campo d'azione del COSP, cioè
della scuola dell'obbligo e professionale.
Con i dieci incontri previsti successivamente si voleva raggiungere il duplice
obiettivo di effettuare ima supervisione di concreti casi di intervento (cioè
una specie di verifica degli apprendimenti ottenuti nei seminari) ed un avvio
ad un piano e ad un metodo di autoformazione permanente del gruppo. L'argomento
di ciascun incontro era alternativamente un caso proposto da una operatrice
o un argomento teorico specifico approfondito mediante letture.
La metodologia prevista per tutto l'intervento era quella attiva, che richiedeva
un elevato livello di
partecipazione. Lo stile di conduzione in ogni fase era un misto fra direttivo
ed animativo. Era stato scartato di proposito uno stile non-direttivo proprio
dall'impianto stesso dell'intervento, a seguito del rifiuto deciso di affrontare
il problema delle dinamiche da parte del gruppo.
Ciononostante, come era prevedibile fin dal primo approccio, le relazioni
interpersonali e le dinamiche del gruppo ostacolarono a più riprese
il lavoro attivo. La competizione fra direttrice e l'orientatrice anziana,
la differenza di potere tra queste e le colleghe, il clima teso e fortemente
valutativo, l'insicurezza personale e professionale delle operatrici singole
e del gruppo nel suo complesso, hanno reso molto difficile il lavoro, pur
eterocentrato, del gruppo. Le discussioni si avviavano con difficoltà
ed erano costellate di silenzi; più della metà delle operatrici
non riusciva. Malgrado il gruppo fosse centrato su precisi contenuti, spesso
era impossibile per noi non sottolineare alcuni evidenti processi disfunzionali
all'apprendimento. La reazione a questi interventi di interpretazione delle
dinamiche era duplice: o una denegazione ostinata ed aggressiva (specie delle
leaders) o un aumento dell'ansia e dunque delle difese individuali. Una simile
situazione si sarebbe potuta superare solo in determinate condizioni ambientali
(tempo disponibile, residenzialità, contratto psicologico ecc.). In
quella situazione, in cui eravamo ostacolati dagli obiettivi concordati e
della struttura prefissata, non fu possibile affrontare questi problemi se
non sul piano intellettuale. Cioè arrivammo solo a far intravedere
l'esistenza di questi problemi, ma senza tentare di superarli. D'altra parte
va ricordato che la situazio-l'intuizione della esistenza di alcuni problemi
psicologici personali e di gruppo. E maggiori difese.
4. Riflessioni sull'approccio
e sui risultati
Fra i numerosi problemi che questo intervento, di media durata, ha presentato,credo
che il più significativo sia quello dell'approccio. Intendo con questo
termine il contatto ed il contratto fra sistema-formatore e sistema cliente.
Come capita spessissimo, il cliente si rivolge al consulente (formatore, psicologo,
medico, esperto ecc.) non per essere aiutato veramente, ma per diversi altri
motivi. L'intenzione del cliente è di rado quella di cambiare.
In questo caso, l'intervento era motivato dal problemi di potere, presenti
nel gruppo di operatrici: per alcune si trattava di conservarlo, per altre
di conquistarlo. Sul piano razionale, il gruppo asseriva di voler prepararsi
per operare professionalmente a favore del cambiamento scolastico, lavorando
in gruppo e coi gruppi, usando la ricerca-intervento al posto dei vecchi tests.
Sul piano emotivo, invece il gruppo rifiutava di affrontare questa formazione,
preferendo restare attestato sulla dimensione individuale, gerarchica e tradizionalista.
II risultato è stato l'apprendimento di molta teoria e di alcune tecniche,
oltre che l'intuizione della esistenza di alcuni problemi psicologici personali
e di gruppo. È poco? È tanto? Per la verità ci eravamo
interrogati su questo problema fin dopo il primo incontro col gruppo, e la
soluzione trovata ci lasciava molti dubbi. Di fronte alla discrepanza fra
bisogni reali e bisogni dichiarati dal gruppo, avevamo pensato di rifiutare
l'intervento. In un secondo momento ci era addirittura balenata l'idea di
tradire il contratto, cioè gestire l'intervento in modo da costringere
il gruppo ad affrontare le proprie dinamiche. L'approccio è l'incontro
fra due intenzionalità: quella del cliente e quella del consulente.
Quando il primo non si affida completamente al secondo (cioè quasi
sempre) occorre trovare una mediazione. L'importante è che essa sia
comunicata. Noi avevamo detto che ritenevamo indispensabile per il gruppo
l'elaborazione delle dinamiche interne, affinchè l'intervento desse
i maggiori frutti; il gruppo aveva consciamente scartato questa proposta con
la motivazione esplicita di non sentirsi preparato psicologicamente. La mediazione
trovata è stata quella di progettare l'intervento seguendo le richieste
del cliente, ma evidenziando quelle dinamiche che si fossero presentate ad
ostacolare il lavoro di apprendimento.
Per quanto ne so indirettamente, in seguito (l'intervento risale alla primavera
del '75) il gruppo dovette affrontare le proprie dinamiche interne e pagò
un prezzo più alto, perché i conflitti vennero gestiti senza
la protezione di una situazione formativa.
Nota bibliografica
G, CONTESSA, R. VACCANI, A. VOLTOLIN, La formazione alternativa, Etaslibri
Milano 1975
AA.W., L'intervento psicosociale, Etaslibri, Milano 1975.
E. H. SCHEIN, La consulenza e lo sviluppo organizzativo, Etaslibri, Milano
1973
AA.W., La formazione psicosociale nelle organizzazioni, Isedi, Milano 1972.
G. LAI, Gruppi di apprendimento, Boringhieri, Torino 1973
* Estratto da QUADERNI DI ANIMAZIONE SOCIALE E DI EDUCAZIONE PERMANENTE, n.6, aprile 1977, pag.9-15