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Seconda parte
Valori educativi del gruppo
Spesso vengono accampate alcune obiezioni pedagogiche per negare il valore del gruppo in senso educativo.Il raggiungimento di un livello superiore di sicurezza
L'individuo passa attraverso una serie successiva di stadi di sicurezza che gli derivano da conferme al suo tessuto di bisogni.Il controllo del senso di colpa
L'individuo acquisisce un complesso di norme dall'esterno: all'inizio le regole del padre, poi quelle delle figure paterne (sacerdote, insegnante, direttore, capufficio ecc.) e infine quelle delle strutture sociali. Nel rapporto fra l'io e queste norme, è sempre il primo il polo più debole e ben presto l'individuo si percepisce come trasgressore, cioè colpevole. Un individuo che non sa controllare questo senso di colpa, rischia la paralisi del comportamento, l'inibizione o l'autopunizione, la paura o l'impotenza ad agire, la fragilità nei confronti di ogni struttura autoritaria. La esperienza di gruppo consente la interposizione, fra l'io e le norme sociali, di regole molto più controllabili ed agibili (quelle del gruppo). Queste ultime possono essere, assai meglio delle altre, modificate; possono diventare norme contro le quali è possibile sperimentare il dissenso senza eccessivi sensi di colpa. Imparando a gestire le regole del gruppo, il bambino o il giovane o l'adulto (il meccanismo è lo stesso) riescono a gestire il loro senso di colpa e questa capacità resta acquisita anche nei confronti delle norme paterne e sociali.II miglioramento dei processi di apprendimento
L'apprendimento è facilitato dal confronto costante che la situazione di gruppo consente. II continuo paragone con gli altri favorisce la consapevolezza dei risultati raggiunti dall'individuo, al di fuori del tradizionale schema valutativo dell'autorità. L'allievo misura il livello del suo apprendimento, non attraverso il giudizio dell'insegnante che spesso inibisce e demotiva, ma nel confronto positivo coi compagni.
L'aumento delle capacità di cambiamento
Ogni tipo di cambiamento è legato a problemi di sicurezza, di conflitto (e quindi di gestione dei sensi di colpa) e di apprendimento di nuove situazioni. Poiché il gruppo è una condizione fondamentale per l'appropriazione da parte del giovane dei tre elementi suddetti, il gruppo è anche una esperienza che rafforza le capacità di gestione del cambiamento. Quanto ciò sia fondamentale per giovani che dovranno molto presto confrontarsi con situazioni lavorative sgradevoli, è fin troppo chiaro. Se questo è recepito dalle organizzazioni sindacali per facilitare la gestione della conflittualità aziendale, negli ultimi tempi sta diventando anche un'esigenza di alcune aziende ad alto tasso di dinamismo, che vorrebbero la capacità di gestire il cambiamento in termini di sviluppo delle mansioni e della creatività.La facilitazione della maturazione affettiva
L'affettività tende ad esprimersi in modo personale e irrazionale, cioè in modo soggettivo e non sociale. L'esperienza di gruppo consente di dare all'affettività una espressione socializzata; offre un aiuto a regolare le pulsioni affettive, mediandole con le esigenze di razionalità del gruppo. Una volta che questa socializzazione della affettività è fatta propria dall'individuo, egli potrà utilizzare le sue pulsioni affettive in modo più efficace.Fenomeni e dinamiche di gruppo
Descrivere tutto ciò che avviene in un gruppo e come esso si evolve, è un compito difficile per svariati motivi. Anzitutto perché ogni gruppo è una entità particolare ed unica, perciò non generalizzabile. In secondo luogo perché un gruppo ha una storia diversa in ragione degli obiettivi che si pone, dell'istituzione in cui opera, del modo con cui è condotto. Come per gli individui, anche per i gruppi non si possono che elencare fenomeni e dinamiche probabili
e approssimativi, sottolineando però che la vera conoscenza di un gruppo
(come di un individuo) è possibile solo attraverso l'esperienza di
un rapporto.
1. Nel considerare la storia di un gruppo, possiamo evidenziare due direttrici
principali: il rapporto fra affettività ed efficienza, ed il ruolo
dell'autorità.
La vita di un gruppo oscilla, con una sinusoide più o meno ampia,
dalla affettività alla efficienza. Con questo intendo dire che
un gruppo non nevrotico, da uguale spazio e considerazione alle istanze affettive
e a quelle della produzione. Nelle prime comprendiamo l'irrazionalità,
le emozioni, le sensazioni, la soggettività, la soddisfazione individuale;
nelle seconde comprendiamo la razionalità, l'economicità, l'obiettivo
concreto, l'oggettività. Queste due dimensioni della vita di un gruppo
a scuola sono interdipendenti e la scelta di una o dell'altra risulta certamente
disfunzionale allo sviluppo del gruppo. Se il gruppo si cristallizza nella
dimensione affettiva, nello "stare bene assieme", rischia di diventare inattivo
e di trascurare l'obiettivo dell'apprendimento di tutti gli allievi. D'altra
parte , se il gruppo si fissa nella dimensione efficientistica (è questo
il caso più diffuso nella scuola), trascura le motivazioni individuali,
la soddisfazione, i rapporti interpersonali, e quindi, oltre ad essere intrinsecamente
diseducativo, finisce per andare avanti col solo metodo della imposizione
autoritaria. La simultanea compresenza delle due dimensioni è propria
di un gruppo ottimale; ci si può accontentare di avere una alternanza
dei due momenti, in equilibrio fra loro. Poiché la scuola è
già fin troppo orientata alla dimensione della efficienza, occorre
forse dare più spazio al dialogo fra gli allievi e fra questi e l'insegnante,
alla riflessione sul modo di lavorare e sui contenuti dello studio, non considerando
questo momento come uno spazio di riposo, ma al contrario come parte integrante
del processo formativo.
La seconda direttrice principale nella dinamica di un gruppo è quella
del rapporto con l'autorità. In una classe, l'insegnante rappresenta
l'autorità formale. Da questa gli allievi dipendono e da essa si aspettano
la trasmissione della conoscenza ed il giudizio sull'apprendimento. Un insegnante
che volesse basare la sua didattica sul gruppo, deve tenere in massimo conto
questo ruolo che gli è assegnato dalla cultura tradizionale. Abdicare
a tale ruolo in nome di una ideologia dell'egualitarismo, porta soltanto a
situazioni di ambiguo permissivismo ed è in sostanza un atto autoritario,
perché unilaterale. Il mutamento del ruolo dell'insegnante deve essere
un processo graduale e partecipato, che si basa su una presa di coscienza
collettiva di un nuovo modo di fare scuola. L'insegnante dovrà quindi
agire con professionalità, passando da un ruolo centrale di autorità
ad un ruolo esterno di consulente, attraverso fasi mediate ed in base
alle esigenze reali del gruppo-classe.
Nei primi momenti del rapporto insegnante-classe, il docente occupa una posizione
centrale, da cui dipende l'iniziativa; [e comunicazioni sono per lo più
di tipo stellare, dall'insegnante a ciascun allievo e viceversa.
La seconda fase dovrebbe vedere l'insegnante in una posizione di coordinamento,
allineata a quella degli allievi; le comunicazioni sono di tipo circolare,
da ciascuno a tutti gli altri.
La terza fase, quando il gruppo riesce a gestirsi con la massima autonomia,
vede l'insegnante in posizione esterna al gruppo, con un ruolo di consulente
didattico e scientifico. Naturalmente questo processo non è mai schematico,
ed è possibile che queste fasi si presentino confusamente ed in alternanza
continua. Ciò che conca è sottolineare l'obiettivo finale, che
riguarda l'autonomia del gruppo dalla autorità formale, la sua capacità
di autoorganizzarsi e di autovalutarsi.
2. E ora vediamo ciò che accade in un gruppo, mentre attraversa le
diverse fasi della sua evoluzione. Citiamo solo i fenomeni più ricorrenti
e significativi.
Uno dei primi è quello che Moreno definì "sala degli specchi".
Ciascun membro si specchia negli altri, osservandone atteggiamenti e reazioni
come risposta al proprio modo di essere e agire. È proprio questo fenomeno
che facilita al massimo l'apprendimento ed il cambiamento degli atteggiamenti;
ogni individuo si vede riflesso negli altri ed ha la possibilità di
valutarsi e verificarsi.
Un altro fenomeno centrale per il gruppo è la apparizione della relazione
sociale: tutti i membri parlano in termini di "noi ", sorge un codice verbale
comune ed un insieme di norme condivise. Precedente a questo si presenta spesso
il fenomeno delle coppie: i membri escono dal loro isolamento individuale
ed intrecciano relazioni interpersonali a due a due.
Poi c'è il silenzio, un fenomeno spesso interpretato come assenza
di comunicazione. In realtà esso è una comunicazione, cui sottostanno
svariati significati: a volte esso significa dissenso, oppure disinteresse,
o timore di essere giudicati, o desiderio di attirare l'attenzione. Che il
silenzio voglia dire consenso (come si dice spesso) è uno dei casi
più rari: il consenso è assai meglio comunicato con adesioni
verbali. Fenomeno corrente, specie nei gruppi di adolescenti, è quello
del "capro espiatorio ". Il gruppo convoglia la sua aggressività verso
il membro più debole o più disponibile, isolandolo, emarginandolo,
addossandogli colpe inesistenti, mettendolo alla berlina. In tal modo il gruppo
evita di gestire l'aggressività al suo interno, il che potrebbe avere
un effetto disgregante. Un fenomeno simile è quello del "nemico esterno".
Individui esterni al gruppo, che si assumono tutte le parti negative possibili:
in questo modo il gruppo può considerarsi buono e minacciato, il che
facilita il suo processo di coesione.
Un altro elemento coesivo è il fenomeno dell'emergere della leadership.
Quando nella classe l'insegnante si sottrae, pur gradualmente, ai suo ruolo
formale di leader, il gruppo sperimenta momenti di insicurezza e disorganizzazione.
Se l'insegnante sa controllare la sua ansietà ed evita di riprendere
in mano autoritariamente le briglie del gruppo, potrà constatare in
poco tempo come sia il gruppo stesso a darsi una leadership informale. II
membro più rappresentativo, o più abile, o più simpatico,
diventa un polo di sicurezza, una entità di aggregazione e coesione
attorno al quale il gruppo si organizza e si unifica. Per questo leader si
porrà più avanti lo stesso problema dell'insegnante: cioè
quello di gestire un ruolo che favorisca o che inibisca la crescita e l'autonomia
del gruppo.
Tutti questi fenomeni possono essere fisiologico divenire patologici; cioè
funzionali alla vita del gruppo ed allo sviluppo dei singoli, oppure disfunzionali.
Per esempio la eccessiva socializzazione può diventare un freno alla
autonomia individuale; la leadership può rappresentare un tentativo
di delega della responsabilità da parte dei membri; il capro espiatorio
può divenire un gioco sadico; i nemici esterni possono diventare un'ossessione
persecutoria. Il ruolo dell'insegnante è fondamentale per dare a questi
fenomeni un taglio positivo o negativo. Per tale motivo occorre che l'insegnante
sia preparato e non solo in senso cognitivo, ma anche emotivo. Occorre cioè
che l'insegnante, che usa il gruppo come spazio centrale del suo lavoro in
classe, abbia costanti esperienze di gruppo. Cioè abbia una conoscenza
diretta e personale di ciò che avviene in un gruppo.
Qui dovremmo aprire un grande capitolo sulla formazione di base e l'aggiornamento
degli insegnanti: ci limitiamo a sottolineare il fatto che l'università
italiana non prevede corsi di psicopedagogia e didattica nelle varie facoltà,
malgrado sia noto che circa il 60% dei laureati di ogni disciplina diventano
insegnanti.
3. Ci basta elencare gli atteggiamenti funzionali e quelli disfunzionali allo
sviluppo del gruppo; atteggiamenti che si possono osservare sia fra gli allievi
che fra gli insegnanti.
Possono considerarsi poco funzionali:
a) aggressività, attacchi diretti ai membri, insoddisfazione palesata
per tutto ciò che avviene nel gruppo;
b) opposizione, ostinazione, rimessa in discussione di decisioni già
concordate, ostruzionismo operativo;
c) esibizionismo, continui riferimenti a se stessi, monopolio degli interventi;
d) superiorità, disinteresse, distacco, sarcasmo, distrazione;
e) dipendenza, ricerca di appoggi, sfiducia in sé;
f) dominazione, autoritarismo, prevaricazione nelle decisioni.
Possono considerarsi funzionali gli atteggiamenti di:
a) incoraggiamento, adesione, solidarietà, sostegno;
b) ricerca dell'accordo, mediazione, specificazione;
e) armonizzazione delle differenze, sdrammatizzazione dei conflitti, riduzione
della tensione;
d) informazione, richiesta di chiarimenti, offerta materiale di aiuto;
e) stimolazione, proposta nuove idee, suggerimenti,sintesi;
f) organizzazione pratici, preparazione riunioni, elencazioni decisioni.
Naturalmente questo elenco è superficiale e generale, ne basta a superare
la necessità di una esperienza diretta di un gruppo, all'interno della
quale ogni evento assume un significato particolare.
*Estratto da QUADERNO PER LA PROFESSIONALITA' DEI DOCENTI, Anni I, Suppl. al n.7, aprile 1982, pag 5-8.