4. LA FORMAZIONE DEI QUADRI INTERMEDI DI GESTIONE E COORDINAMENTO *

4.1 PREMESSA

La progettazione formativa a ruoli lavorativi è, in situazioni normali, un fatto di riproduzione. Si tratta in genere di rilevare conoscenze, abilità e atteggiamenti che sono visibili in figure professionali al lavoro, e riprodurle nei soggetti da formare. In questi casi occorre fronteggiare alcuni "scarti" cioè spostamenti, dovuti sia alle diverse soggettività dei singoli in apprendimento, sia alle differenti esigenze del sistema che fruirà del prodotto formativo, sia infine alle micro-innovazioni continue di ogni professione.
In una società semplice e a lento sviluppo, la formazione coincide con la produzione perché sono impercettibili le differenze individuali, organizzative e professionali. In una società complessa e a sviluppo vorticoso, le differenze fra aree territoriali, settori produttivi, soggetti e organizzazioni aumentano, e si moltiplicano in rapporto al fattore tempo. Ciononostante ogni professione o mestiere, se accelera i suoi processi di differenziazione, accelera anche quelli di codificazione. Il che consente di fare formazione in riferimento alla riproducibilità del "nucleo centrale" codificato. Al giorno d’oggi, assai più che negli Anni Sessanta, ogni progettazione formativa richiede una buona dose di immaginazione, anche se permangono aspetti riproduttivi.
Questo discorso vale per figure professionali che hanno un insediamento sociale, oppure che hanno una committenza esplicita e univoca. Per esempio, c'è stata una grossa evoluzione nei contorni di figure professionali addette al marketing. Tuttavia non solo il marketing è insediato nella cultura d'impresa, ma il management pilota con sufficiente chiarezza l'evoluzione del settore mediante richieste espresse chiaramente. Pensiamo al recente sviluppo di figure di venditori di prodotti e servizi finanziari, inesistenti fino a dieci anni fa. Il mercato finanziario ne ha favorito l'insediamento sociale e le società finanziarie hanno ben chiaro quali figure professionali servono loro (con quali conoscenze, abilità e atteggiamenti).
Nel caso dei QIGC ci siamo trovati di fronte a figure senza insediamento sociale, senza mercato e a commitenza implicita e plurima. Mentre di solito la formazione segue una professione, o almeno una richiesta del mercato, in questo caso abbiamo dovuto anticipare la formazione. Addirittura abbiamo dovuto considerare la formazione come induttrice di professione e mercato (cioè occupazione).
Ci siamo trovati a dover riprendere una ipotesi già formulata nel 1973 per il sistema di Formazione Professionale della Lombardia, per la quale la formazione poteva essere un volano sia per l'occupazione sia per lo sviluppo di un territorio. Ipotesi che fu accantonata dalla scarsa lungimiranza dell'Assessore in carica e che invece oggi può essere ripresa (ed infatti lo è, da più parti) come antidoto alla disoccupazione giovanile.
L'ipotesi era che al tradizionale modello di sviluppo del tipo vocazione territoriale, insediamenti produttivi, professioni, formazione, se ne poteva affiancare uno diverso e radicalmente capovolto: formazione - professioni - insediamenti produttivi - vocazione territoriale. Non più dall'ambiente-sistema alle skills, ma dalle potenzialità all'ambiente-sistema. La formazione dunque non solo intesa come strumento di sviluppo individuale ma come leva dello sviluppo territoriale.
Una formazione che punta allo sviluppo delle "competenze comunitarie" in parallelo con l'incremento delle "competenze individuali". In fondo, un percorso simile è già stato affrontato nella storia della formazione dell'impresa. Da una prima fase di formazione degli individui al lavoro, si è poi passati alla formazione di interi comparti dell'impresa, fino ad arrivare alla "cultura" dell'organizzazione ed allo sviluppo organizzativo (OD= Organizational Development).
Nel nostro caso si è trattato di pensare ai QIGC come l'innesco di un vero e proprio "sviluppo comunitario" (CD = Community Development); arrivando a progettare un iter formativo che vedesse legati inestricabilmente apprendimenti individuali e apprendimenti del territorio forlivese.
Il processo formativo ha assunto dunque due facce. Da una parte l'obiettivo di formare giovani ad una professione; dall'altra formare il "territorio", perchè anch'esso diventasse più professionale nella ricerca di soluzioni al problema occupazionale. In tal caso l'azione formativa, oltre al suo carattere tradizionale di promotrice di individui, assume il ruolo di strumento centrale di un intervento di sviluppo territoriale. Un intervento formativo "puro" rischierebbe all'accademismo; come intervento territoriale "puro" sarebbe strutturale, cioè privo di risorse umane in grado di sostenerlo. L'esempio di Forlì ci sembra un caso paradigmatico dell'identificazione fra formazione e intervento psicosociale di comunità.

4.2 L'APPROCCIO DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA'

La definizione di territorio è stat molto usata in questi anni, ma non sempre ha goduto di una messa a fuoco utile operativamente. La psicologia di comunità ha molto lavorato in questi anni, per tentare una focalizzazione precisa del termine. Un territorio può essere definito in senso psicologico come:
a) uno spazio geografico e socio-economico
b) un sistema di organizzazione in relazione reciproca
c) un luogo di appartenenza e di responsabilità
Va precisati che queste tre condizioni non sono un elenco ma una sintesi di elementi ugualmente necessari. Inoltre va detto che non è possibile parlare di territorio o di una comunità: questi infatti sono sistemi plurali, la cui identità si attualizza in determinati momenti storici e su particolari problemi.
Così è possibile che nello stesso spazio geografico e socio-economico, in genere meno variabile, non esistano abbastanza relazioni o un sufficiente vissuto di appartenenza. Oppure che ne esistano, ma solo relativamente ad un problema. Il concetto astratto o formale di territorio forlivese, può attualizzarsi e diventare "comunità" relativamente al problema "droga" o al problema "disoccupazione giovanile".
Questa concezione di territorio è mutuata dalla psicologia del gruppo. Un gruppo di persone in senso psicosociologico o strutturale non ha rilevanza come sistema, se non quando avvengono particolari interazioni fra i membri o quando l'appartenenza e la responsabilità raggiungono un livello significativo. E queste condizioni avvengono in situazioni speciali e su problemi speciali.
Discorso simile può essere fatto per le organizzazioni. La psicologia ha bene descritto la differenza fra struttura (insieme di ruoli e norme formali) e significato (definito dalle relazioni e dai vissuti). Una organizzazione sopravvive nella quotidianità, ma assume l'identità di "sistema attivo" solo quando si presentano certe condizioni, in tempi e su problemi particolari. Così un gruppo e un territorio esistono come forma, ma si attualizzano in porzioni di tempo definite e su aspetti parziali.
Ai tre livelli di gruppo, organizzazione e territorio (ma possiamo aggiungere anche quelli di coppia e di individuo) il "sistema" vive grazie all'attivazione delle sue parti, mentre queste vivono grazie all'attivazione del sistema.
A partire da queste idee di fondo si aprono le strade per interventi di tipo comunitario-territoriale, che la psicologia di comunità ha segnalato e sperimentato in questi anni. Nella stessa Forlì è stata seguita questa logica nel 1984, per un progetto di prevenzione primaria delle tossicodipendenze (Progetto Fotoss).
Gli interventi comunitari si fondano su precise strategie che possiamo così definire:
1. strategia delle connessioni
2. strategia della partecipazione
3. strategia della prevenzione
4. strategia dell'intervento
5. strategia transizionale.
La strategia delle connessioni si propone di attivare, moltiplicare e rendere permanenti le relazioni tra le diverse organizzazioni pubbliche e private, settoriali e generali che operano nello stesso spazio geografico o socio-economico. E' raro tuttavia che queste operino in "relazione" le une con le altre. Ciò non significa che non abbiamo interazioni, il che sarebbe impossibile.
Vuol dire piuttosto che non hanno scambi significativi nè obiettivi comuni nè intese tattiche transitorie. Se questa situazione è generalizzata, il territorio è una realtà meramente formale e pochi suoi problemi possono essere affrontati e risolti. Si tratta di una "comunità psicotica", con scarsa identità e nessuna progettualità.
Una strategia delle connessioni implica interventi tesi a superare la frammentazione e l'isolamento istituzionale in favore dell'integrazione e degli "scambi progettuali".
La strategia della partecipazione nasce dalla necessità di aumentare il coinvolgimento e dunque l'appartenenza e la responsabilità. Il concetto di partecipazione è la traduzione sociologica del concetto di appartenenza. In entrambi i casi è sottesa la equivalenza di "parte" e di "tutto" e la loro consustanzialità.
La strategia della partecipazione richiede una metodo di lavoro che incrementi l'appartenenza attraverso il "far parte di", e aumenti la partecipazione mediante il "sentirsi parte di". Questo duplice bersaglio si identifica con l'incremento di responsabilità, intesa come "abilità a rispondere" ai bisogni del sistema territoriale e del proprio sub-sistema, intesi nella loro interdipendenza.
La strategia della prevenzione ipotizza interventi che siano "anticipatori" anziché"catastrofici", centrati sul benessere cioè sulla generalità, anzichè sul malessere cioè sulla parzialità. Tale strategia implica interventi sulla complessità comunitaria, al fine di aumentare le competenze di auto-aiuto, invece che sul problema-sintomo al fine di spostarlo. Per esempio, questa strategia applicata alla disoccupazione richiede interventi sulle organizzazioni sociali implicate nei processi di produzione e di acculturazione del sistema territoriale. Ridurre questo sintomo è meritevole, ma non esclude la sua riproduzione. Il mal di fegato, prima che con interventi sul fegato, si cura mediante cambiamenti dello stile di vita, cioè della organizzazione del soggetto.
Infine, la strategia dell'intervento implica azioni concrete, programmate e verificabili cioè il contrario del destino e della casualità. La attualizzazione di un sistema territoriale non può avvenire mediante attese messianiche. I sistemi hanno forti tendenze entropiche e dissipative, e il tempo aumenta il disordine. Azioni casuali, episodiche, implicite, e non verificabili sono l'opposto della cultura dell'intervento. Una strategia e una cultura dell'intervento prevedono azioni fondate su un management professionale e sui metodi di verifica scientifica e di valutazione programmata.
Infine, per strategia transizionale intendiamo una progettazione complessa e articolata nel tempo, che non si limiti ai punti di partenza e di arrivo.
Molti progetti interessanti falliscono per una mancanza di previsioni e di azioni che garantiscono e favoriscono la "transizione". I cambiamenti sociali non sono riducibili a vistosi fenomeni di "catastrofe", segnalanti l'avvenuto passaggio di stato. Prima del cambiamento, anzi condizione di questo, sono micro-mutamenti orientati e programmati, magari poco visibili. L'attivazione di un nuovo servizio richiede per esempio la preventiva selezione e formazione degli operatori necessari; l'attivazione di processi di selezione e formazione richiede la preventiva identificazione di un serio management; quest'ultimo richiede garanzie e contenitori istituzionali definiti. Naturalmente la strategia transizionale si fonda su una progettualità a lungo termine e su una visione sistemica dell'obiettivo da raggiungere e del contesto dell'azione.

4.3 L'APPROCCIO PSICOSOCIALE IN FORMAZIONE

La procedura di progettazione formativa che abbiamo adottato è tipica in psicosociologia. Abbiamo cercato di ipotizzare una mansione, cioè una serie concreta di operazioni, cui i futuri QIGC potranno essere chiamati. Poi abbiamo tradotto la mansione in conoscenze, abilità e sensibilità. Infine, abbiamo considerato questi aspetti della mansione come obiettivi formativi, impostando su essi il programma.
L'approccio psicosociale postula la compresenza di tre categorie di "capacità" in ogni figura professionale. Una categoria è quella che contiene le "capacità di pensare", cioè quell'insieme di contenuti e procedure che consentono al soggetto di lavorare sul piano cognitivo. Poichè i nostri QIGC sono adulti, abbiamo postulato di dare per scontato il patrimonio base dei processi razionali. Quindi ci siamo limitati a ipotizzare quali nozioni, teorie, informazioni, dati, fossero necessari perchè i nostri allievi potessero espandere la loro "capacità di pensare", applicandola ai problemi cruciali del loro ruolo futuro. Una seconda categoria di capacità è quella relativa al "fare". Ogni professione o mestiere deve disporre di una tecnica concreta, che costituisce la parte visibile e applicativa del suo sapere Abbiamo dunque cercato le attività minime, le procedure, i trucchi che potessero consentire ai QIGC una efficacia concreta e a breve termine. La terza categoria concerne la "capacita di essere" nel modo richiesto dal ruolo. Si tratta dell'aspetto più squisitamente psico-sociale: sensibilità, comportamenti, atteggiamenti.

Ogni ruolo richiede un bagaglio di competenze "personali o psicologiche", che in parte sono comuni a tutti gli uomini al lavoro e in parte sono specifici del ruolo stesso. Per esempio, sembra chiaro che ad un ruolo di vendita serve più aggressività mentre a un bibliotecario serve più il rigore o la pazienza. Molti ritengono che queste competenze personali siano un bagaglio innato o acquisito nei primi anni di vita, quindi le escludono dai processi formativi. Costoro suggeriscono semmai di tenerle presenti in fase di orientamento e selezione.
L'ottica psicosociale parte invece dall'ipotesi che queste competenze siano acquisibili in età adulta, o meglio, che siano affinabili ed espandibili in ogni età. Insegnare una competenza psicologica non è dunque diverso, se non sul piano metodologico e tecnico-didattico, dall'insegnare un cumulo di teorie. E ciò è stato dimostrato da tutta la stona della psicologia (basta ricordare K. Lewin).
Naturalmente questa tripartizione è puramente schematica. In realtà le diverse capacità sono intrecciate fra loro. Nessuno può dubitare che esista un versante emotivo sia nella tecnica che nella teoria. Il pregiudizio e lo stereotipo, come l'ideologia e l'approccio provvidenzialistico sono esempi tipicissimi di irruzione di elementi emotivi nei processi razionali e tecnici. D'altro canto è impossibile non vedere una razionalità nei processi emotivi; le difese e le resistenze sono un caso di massima razionalità possibile, per chi le pone in essere rispetto all'insieme degli elementi m gioco. Per questo il programma e la didattica del nostro corso, sia pur in presenza di fasi distinte, presentano spesso situazioni "miste" che vedono la compresenza simultanea di obiettivi e tecniche di aula differenti.
Le suddette categorie di capacità sono presenti, sia pure in dosi diverse, in ogni ruolo professionale. Nei ruoli professionali nuovi, come e il QIGC, occorre tenere conto di un ulteriore elemento di progettazione, che è la ricerca attorno al ruolo stesso.
Non si tratta infatti di allestire un "processo di riproduzione" di un ruolo codificato, sia pure con le dovute innovazioni e prospettive evolutive. Si tratta nel nostro caso di avviare un "processo di costruzione", nel quale devono fare la loro parte tre attori diversi: i partecipanti, lo staff formativo, il territorio.
In altre parole, la formazione m questore è un processo "a obiettivo poco definito" cioè un procedere verso qualcosa la cui definizione è parte del procedere. Questo viaggio è progettato a partire da vincoli oggettivi, principi di fondo e contorni di metodo, ma cresce sulla "riprogettazione partecipata permanente".
Il principio è comune a tutti i prototipi da collaudare. Nessuno sa quale sarà la forma finale della auto di formula 1 per il prossimo campionato mondiale. Ci si basa sui vincoli, sull'esperienza e sulle idee-forza dell'équipe costruttrice; poi, però l'automobile viene rimodellata e perfezionata da tutti gli attori, passo passo, in base alle performances e alla ipotesi sulla gara futura.
Questo richiede negli allievi una disponibilità a ricercare su di se e sul ruolo in costruzione; nello staff la capacità di autocorreggersi e di accettare dirottamenti; nella comunità territoriale una partecipazione solidale e responsabile.

4.4 - LA DESCRIZIONE DELLA "MANSIONE" DEL QIGC

In questo caso il termine "mansione" è improprio, perché il QIGC è un ruolo professionale, almeno come è stato pensato a Forlì. Non una figura inserita in una organizzazione gerarchica e burocratica, ma un ruolo di servizio e di consulenza, da "professional".
I QIGC, dopo il periodo di formazione, "dovranno gestire (in forma diretta o tramite il coordinamento di risorse pubbliche e private esistenti sul territorio) un certo numero di "pacchetti" finalizzati allo sviluppo dell'occupazione previsti dal SILOG (Sistema Locale Occupazione Giovanile) promosso dal comune di Forlì, nelle diverse articolazioni che si renderanno possibili". Con queste parole viene fatta la richiesta al FSE per il corso di formazione.
La descrizione del SiLOG è già stata fatta altrove (v. Quaderno N. 2), quindi la daremo per acquisita.
Resta aperta la necessità di arrivare ad una descrizione abbastanza analitica, di quali operazioni concrete richieda la professione di chi deve "gestire pacchetti finalizzati allo sviluppo dell'occupazione giovanile". Siamo partiti dall'ipotesi che i QIGC dovranno:
1) tenere sotto osservazione continua il mercato produttivo in modo da poter rilevare cambiamenti o tendenze con riflessi occupazionali o sulla struttura professionale;
2) tenere sotto osservazione continua lo sviluppo della forza lavoro, sia in termini quantitativi che qualitativi;
3) rilevare tutte le opportunità di insediamento di servizi nel settore terziario, in particolare dei servizi all'impresa;
4) sensibilizzare ai problemi dell'occupazione giovanile le istituzioni pubbliche e private, produttive e sociali, affinchè promuovano iniziative concrete;
5) promuovere iniziative di cooperazione interistituzionale, finalizzate a favorire l'occupazione giovanile;
6) promuovere iniziative di cambiamento istituzionale, finalizzate a favorire l'occupazione giovanile;
7) gestire managerialmente speciali azioni a favore dei giovani in generale o dei giovani in cerca di occupazione o disoccupati in particolare (i "pacchetti" del SILOG o iniziative consimili promosse da organizzazioni diverse);
9) stimolare o realizzare azioni ricorrenti di informazione e orientamento sul mercato del lavoro e le nuove opportunità, i giovani e le istituzioni educative;
10) stimolare la imprenditorialità giovanile con particolari interventi diretti (verso i giovani) o indiretti (verso la scuola o altre istituzioni);
11) aiutare i giovani, intenzionati ad avviare attività produttive, a reperire le risorse economiche, professionali e strutturali necessarie.
Queste sono le prime dieci attività che abbiamo pensato, come tipiche del ruolo di QIGC. E' possibile tradurre queste attività in azioni e comportamenti concreti, per poi arrivare alla progettazione formativa? Per le attività 1, 2, 3 le azioni dei QIGC non devono ripetere certo quelle di Centri già occupati in esse, come Camera di Commercio, Ufficio del Lavoro, Osservatorio, Ufficio Statistico del Comune, Centri Studi delle centrali sindacali o cooperative.
Oltretutto i QIGC non avrebbero le risorse economiche e di tempo necessarie alla rilevazione sistematica dei dati. Quando diciamo che il QIGC dovrà "tenere sotto osservazione" l'andamento della domanda e dell'offerta di lavoro (punti 1 e 2), intendiamo dire che essi dovranno accedere costantemente alle fonti, comparare i dati, trarne ipotesi e interpretazioni, farne sintesi e divulgarle. Il punto 3) ipotizza un'attività di rilevazione vera e propria, ma solo per quanto riguarda le nuove frontiere occupazionali e produttive particolarmente nell'area dei servizi all'impresa, che è quella più facilmente accessibile all'imprenditoria giovanile.
Il punto 4) parla di "sensibilizzare" le istituzioni, il che rimanda a compiti concreti quali: la informazione, la divulgazione, la sottolineatura di problemi legati all'occupazione giovanile. Tali azioni potranno essere fatte mediante pubblicazioni ad hoc oppure accedendo ai mass media (giornali, radio, tv); mediante mostre, conferenze, dibattiti, fiere, festivals, manifestazioni pubbliche; oppure ancora con interventi di formazione-sensibilizzazione mirate a figure chiave per l'occupazione giovanile (famiglie, insegnanti, educatori, giovani ecc.).
Per il punto 5), la promozione di cooperazione interistituzionale, può concretarsi nella stimolazione all'incontro fra due o più istituzioni, nel varo di comitati di coordinamento, nella offerta di progetti da realizzare congiuntamente, nella segnalazione alle istituzioni delle opportunità inutilizzate, offerte da altre istituzioni.
Per il punto 6) i QIGC potranno inventare progetti e proposte, da sottoporre alle istituzioni, affinchè queste modifichino e arricchiscano la loro presenza verso i giovani.
Il punto 7) propone una gestione "manageriale" dei "pacchetti". Questo indica la serie di azioni concrete tipicamente legate al management. O meglio, trattandosi di "pacchetti" a tempo, cioè provvisori, indica l'insieme di azioni legate al "project management".
Progettazione, programmazione, esecuzione, gestione risorse, marketing e Promotion, vantazione sono le azioni tipiche di questo aspetto del ruolo. Poiché si tratta in genere di "pacchetti- interistituzionali e intersettoriali, queste azioni vanno lette a cavallo fra il pubblico (burocrazia, legislazione ecc.) e il privato (logiche d'impresa).
Le attività legate al punto 8) richiedono la produzione di materiale informativo (o la collazione e rielaborazione di materiale esistente), e la sua divulgazione fra i giovani e le organizzazioni educative; la stimolazione di servizi di orientamento ad opera della scuola, delle USL e dell'ente locale (in particolare nei Centri Giovani).
Il punto 9) richiede la realizzazione di iniziative speciali, rivolte ai giovani o alla scuola, affinchè si realizzino forme di imprenditorietà o nuove professionalità.
Il punto 10) infine richiede una attività ai consulenza, non tanto sui contenuti relativi al varo di impresa (per i quali esistono centrali apposite o uffici di consulenza) quanto per l'accesso alle facilitazioni finanziarie, normative, fiscali e agli esistenti servizi di consulenza. Inoltre questo punto può essere concretato mediante un servizio ai consulenza ai gruppi di giovani, finchè questi chiariscano le proprie vocazioni e intenzioni. Riassumendo sinotticamente, l'elenco delle azioni concrete richieste ai QIGC :
1 - accedere a tutte le fonti statistiche (economia e occupazione) del territorio
2 - comparare i dati raccolti e confrontarli
3 - trarre dai dati ipotesi e interpretazioni
4 - sintetizzare i dati
5 -divulgare informazioni, dati, sintesi, ipotesi
6 -fare rilevazioni-campione in settori speciali
7 - confezionare e realizzare pubblicazioni
8 - utilizzare e accedere ai mass media
9 - realizzare mostre, conferenze, dibattiti, fiere, festivals
10 - realizzare corsi di tipo informativo o sensibilizzativo
11 - organizzare "tavoli" di dialogo inter-istituzionale

12 - promuovere gruppi e comitati di coordinamento inter-istituzionale
13 - offrire idee e progetti da realizzare fra più istituzioni
14 - segnalare opportunità inter-istituzionali
15 - creare progetti, idee, programmi, proposte
16 - programmare interventi operativi
17 - realizzare interventi, utilizzando risorse intra o extraterritoriali
18-gestire risorse umane, economiche, strutturali in relazione a progetti
19 - gestire iniziative di promozione e pubblicità
20 - valutare bisogni e graduarli in ordine di urgenza e soddisfabilità
21 -valutare i risultati degli interventi, in relazione ai costi e ai bisogni
22 - stimolare servizi e programmi di orientamento
23 -realizzare-iniziative di promozione della imprenditorialità giovanile
24 - fornire ai gruppi di giovani "consulenze d'avvio" di progetti produttivi.

4.5 - DALLA MANSIONE AGLI OBIETTIVI FORMATIVI

Dall'elenco sintetico sopra scritto, abbiamo definito l'elenco delle conoscenze abilità e competenze personali, necessarie al ruolo. Abbiamo poi fissato queste come obiettivi formativi. Per chiarezza e semplicità progettuale abbiamo schematicamente suddiviso gli obiettivi nelle tre categorie già indicate: conoscenze, abilità tecniche e competenze psicologiche. Per poter gestire adeguatamente il ruolo delineato ci è sembrato necessario che i QIGC avessero conoscenze relativamente:

a) il territorio forlivese sia dal punto di vista socio-economico (mondo produttivo, sindacale, bancario) sia da quello socio-istituzionale (Enti locali, Istituzioni formative, Sanità, Cultura, Volontariato);
b) la legislazione sul giovani e sull'occupazione ai livelli locale, regionale e nazionale;
c
) organizzazione e amministrazione d'impresa;
d) teoria, metodologia e tecnica di ricerca-intervento;
e) lavoro d'equipe e interventi di comunità.

In termini di abilità tecniche e strumentali, abbiamo previsto l'acquisizione dei seguenti "saper fare":

f) ricerche-intervento in settori campione;
g) lavoro di gruppo (gestione di relazioni operative);
h) interventi di comunità (promozione e gestione di connessioni interistituzionali);
i) accesso, lettura, interpretazione di dati statistici;
1) attività promozionali (informazione e sensibilizzazione);
m) accesso a consulenze di organizzazione e amministrazione d'impresa,
n) uso di nuove tecnologie d'ufficio (macchine elettroniche, computer, fotocopiatori, vtr);
o) ideazione, progettazione, programmazione, realizzazione di interventi (project management )

Infine, abbiamo puntato alle seguenti competenze psicologiche:
p) saper gestire la complessità e l'incertezza
q) saper negoziare
r) saper connettere creativamente istituzioni, progetti, risorse
s) saper riflettere su e costruire il ruolo dei QIGC.

  4.6 - DAGLI OBIETTIVI FORMATIVI AL METODO

Identificati gli obiettivi formativi, siamo passati alla costruzione di un metodo, cioè una architettura coerente di attività in aula e fuori aula. Il metodo è una combinazione di parti ricettive, riflessive, e attive in aula, seguite o accompagnate da parti esperienziali, applicative, sperimentali nel territorio.
Le parti ricettive riguardano i momenti d'aula nei quali docenti, testimoni, fonti, portano conoscenze ai partecipanti. Queste parti vengono realizzate attraverso una grande varietà di tecniche quali: le conferenze, i panels, i filmati, le letture.
Le parti riflessive sono quelle nei quali i partecipanti riflettono soprattutto su se stessi come persone e come gruppo di apprendimento, sull'andamento del Corso, sulla definizione del ruolo di QIGC. Questi momenti sono attuati con unità di lavoro o interi seminari di tipo "autocentrato", con i momenti di supervisione del tirocinio, con le discussioni seguenti i dati della ricerca valutativa che tiene il "monitoraggio" di tutto il corso.
I momenti attivi sono quelli nei quali prevale il "fare" dei partecipanti. Queste parti sono realizzate attraverso le discussioni, prima e dopo ogni attività ricettiva; mediante esercitazioni pratiche o simulazioni; mediante l'uso continuato di tecnologie e attività addestrative; mediante le attività di "problem solving".
Queste sono le parti del metodo che si realizzano in aula. Fuori dall'aula sono previste altre attività. Anzitutto le parti esperienziali, espresse specialmente dal tirocinio e dai contatti con il territorio. Poi le parti sperimentali, che consistono in vari e propri saggi concreti degli apprendimenti in aula: dalla ricerca-intervento alla negoziazione sulle modifiche da apportare al Corso. Infine le parti applicative, concretate da una vera e propria "attivazione d'impresa o d'intervento", al termine del Corso. Dal punto di vista della distribuzione, le attività d'aula prevalgono all'inizio del Corso mentre quelle di territorio prevalgono alla fine. Tuttavia non si tratta di una suddivisione netta, bensì di una compenetrazione. decrescente.

4.7 - LE PARTICOLARITA' DEL METODO

Il metodo presentato in sintesi ha almeno tre particolarità che meritano una segnalazione.
La prima è la presenza di due tutors. Uno dei due è particolarmente addetto al Tirocinio: dal reperimento delle organizzazioni ospitanti, alla assegnazione di ciascun allievo ai diversi tirocinii, alla supervisione delle esperienze man mano che vengono fatte.
Il secondo è responsabile dell'aula.

4.7 - LE PARTICOLARITA' DEL METODO

II metodo presentato in sintesi ha almeno tre particolarità che meritano una segnalazione.
La prima è la presenza di due tutors. Uno dei due è particolarmente addetto al Tirocinio: dal reperimento delle organizzazioni ospitanti, alla assegnazione di ciascun allievo ai diversi tirocini, alla supervisione delle esperienze man mano che vengono fatte.
II secondo è responsabile dell'aula. Per la lunghezza del Corso, la complessità del metodo e la varietà di tecniche previste, questa figura va considerata il perno attorno al quale ruota tutta l'attività d'aula. Egli ha la responsabilità dell'apprendimento, sia mediante le attività d'aula sia mediante l'orientamento ai docenti che si alternano ogni settimana. È vero che i docenti sono orientati dal coordinamento didattico, ma è anche vero che il tutor o animatore d'aula ha il delicato compito del riorientamento quotidiano dei vari contributi e del raccordo fra ciò che avviene in aula e il coordinatore didattico.
Data la delicatezza dei compiti dei due tutors, si è deciso di sceglierli tramite una accurata selezione basata sui titoli e su un colloquio individuale.
La seconda particolarità sta nella mescolanza calibrata di attività d'aula e fuori aula. Molte esperienze formative che si esauriscono nell'aula hanno il limite della eccessiva astrazione e del basso coinvolgimento del territorio. D'altra parte molte esperienze che privilegiano il "campo" rischiano di mettere i partecipanti in situazioni per le quali non hanno la necessaria preparazione teorica e psicologica.
L'integrazione progettata in questo Corso fra diversi aspetti del processo formativo è poi resa più produttiva dal modo con cui le attività d'aula e fuori aula vengono gestite. Nei lavori d'aula è prevista una grande parte di attività, simulazioni ed esercitazioni che mobilitano le energie e le capacità dei partecipanti. Nelle esperienze extra aula sono previste griglie di osservazione e valutazione, oltre che momenti di supervisione, confronto e discussione, in modo che la "realtà concreta" sia filtrata e valutata razionalmente in tutti i risvolti positivi e negativi, senza che gli allievi ne vengano fagocitati.
La terza particolarità da segnalare è il sistema di "monitoraggio" del Corso. Oltre alle quotidiani osservazioni dei partecipanti stessi, dei tutors e dei docenti che concorrono alla costante valutazione dell'andamento del Corso ed al suo eventuale orientamento, abbiamo approntato un sistema di "evaluation" basato su questionari.
Due di questi vengono somministrati settimanalmente e compilati in forma anonima dai partecipanti: il primo riguarda l'andamento del gruppo degli allievi; il secondo i diversi aspetti della settimana trascorsa.
Altri due vengono somministrati quindicinalmente e riguardano: uno le percezioni dei partecipanti circa se stessi, i compagni, il Corso, lo Staff; l'altro le progressioni circa l'acquisizione del ruolo di QIGC.
I dati raccolti vengono trattati statisticamente ogni mese e vengono presentati agli allievi, diventando così la base per una riflessione partecipata. 

4.8 - IL RUOLO DEL COORDINATORE DIDATTICO

Un Corso complesso e di lunga durata è una "organizzazione transitoria" che, pur essendo a termine, ha tutte le esigenze di ogni organizzazione formativa.
In sintesi possiamo dire che il coordinatore didattico è il manager di questa organizzazione. In quanto tale, il coordinatore didattico è il responsabile del Corso verso il committente (in questo caso l'Amministrazione Comunale e per essa l'Assessore al Lavoro) ed il coordinatore delle risorse interne al Corso stesso.
Per quanto concerne le risorse interne il coordinatore didattico ha 4 settori di intervento:
a) i partecipanti al Corso, verso i quali svolge un ruolo di autorità in senso formale; come tale ha un ruolo di motivazione e controllo, finalizzato a far si che gli allievi si impegnino nel processo di apprendimento e insieme non evadano i loro doveri formali; ma ha anche un ruolo di "counselor" individuale, per i casi di crisi che facilmente i corsisti affrontano durante il lungo sforzo loro richiesto, e di interlocutore per i possibili negoziati relativi a particolari richieste;
b) i tutors, d'aula e di tirocinio, coi quali egli deve trovare una intesa affinchè il Corso proceda verso gli obiettivi definiti; verso questi colleghi il ed ha un ruolo di supervisione e di consulenza, oltre che di coordinamento;
c
) i docenti, che il ed deve individuare e coi quali deve negoziare l'inserimento del Corso nelle modalità e nei tempi più consoni agli obiettivi; verso di loro poi egli deve intervenire "in itinere", laddove il tutor d'aula non fosse in grado di rendere il loro contributo funzionale all'andamento del Corso;
d) la segreteria organizzativa, che risponde in prima istanza al cd; attraverso di essa egli organizza il materiale didattico, l'informazione agli organici stampa, i contatti con gli enti di tirocinio e coi docenti; e cura i problemi amministrativi e burocratici.
Nei confronti dell'esterno il cd ha il compito di:
e) tenere i rapporti con il committente (Amministrazione comunale);
f) tenere i rapporti con organizzazioni e istituzioni della città e della Regione, sia per ottenere risorse didattiche sia per la determinazione dei tirocini (laddove il tutor a questo preposto avesse qualche problema);
g) stimolare i mass media in modo che intorno al Corso si crei un clima positivo.
Oltre a questi compiti istituzionali, il cd del Corso in oggetto ha coordinato la fase di progettazione del programma didattico, ha selezionalo i tutors , e allestito gli strumenti per l'evaluation dell'azione formativa.
Tuttavia il ruolo del ed non può essere descritto in termini meramente operativi. In effetti egli ha come impegno primario quello di "contenitore psicologico" e "negoziatore strategico". Il ruolo di contenimento psicologico è espresso in ogni direzione: verso il committente, gli allievi, lo staff e la segreteria. Una organizzazione transitoria provoca un forte carico di ansietà per il grande numero di variabili in gioco e la mancanza di ancoraggi rassicuratori: il cd deve fornire questa rassicurazione a tutti gli attori.
Il ruolo di negoziato strategico concerne la tenuta degli obiettivi, senza che essi arrivino a negare le esigenze delle parti in causa. La situazione di un simile Corso è così complessa e mutevole che facilmente gli attori possono smarrire gli obiettivi. Il cd deve affrontare tutte le emergenze avendo ben chiari e definiti gli obiettivi da raggiungere e la strategia per la quale deve passare ogni soluzione. D'altro canto egli deve evitare il rischio che gli obiettivi diventino una difesa eccessiva dall'ansia e dalla pluralità delle esigenze dei diversi attori. Essi vanno dunque quotidianamente negoziati in modo flessibile ma strategicamente orientato. L'unico che può fare questo, in quanto responsabile dell'insieme, è appunto il c.d.

4.9 - OBIETTIVI E METODI DEI SEMINARI

- I° settimana - SENSIBILIZZAZIONE AL LAVORO DI GRUPPO (residenziale) (Guido Contessa). Obiettivi: costruzione del gruppo di partecipanti, aumento disponibilità all'ascolto e comunicazione, sensibilità alle principali dinamiche di gruppo, contratto psicologico in vista del processo formativo. Metodologia: esperienze autocentrate, esercitazioni strutturate, progettazione di ruolo, analisi e discussione del programma.
- 2° settimana - GIOVANI & LAVORO (S. Pasqui, R. Conte, F. Montanari, P. Montevecchi, A. Piantoni)
Obiettivi: analisi del problema "giovani" dal punto di vista psicosociale nel sistema di Forlì; analisi del lavoro nella società post-industriale e nel contesto forlivese; conoscenza dei Progetti Giovani e Silog, promossi dal Comune di Forlì.
Metodologia: comunicazioni dei docenti; esercitazioni attive; lettura di documenti e discussione guidata.
- 3° settimana: SCENARIO SOCIO-ECONOMICO FORLIVESE (rappresentanti istituzionali) Obiettivi: presa di contatto con le maggiori organizzazioni socio-economiche del territorio; acquisizione di dati informativi e rassegna dei principali problemi del contesto produttivo e lavorativo.
Metodologia: panels con 2/3 ospiti omogenei per settore; discussione di gruppo; lettura materiali informativi e preparazione quesiti.
-4° settimana - SCENARIO SOCIO-ISTITUZIONALE FORLIVESE (rappresentanti istituzionali) Obiettivi: presa di contatto con le maggiori istituzioni sociali, culturali, amministrative forlivesi; acquisizione dati informativi e rassegna dei principali problemi del contesto sociale e istituzionale Metodologia: comunicazioni di ospiti rappresentativi; discussioni di gruppo; lettura materiali informativi e preparazione quesiti.
-5° settimana - RICERCA-INTERVENTO E NUOVE TECNOLOGIE (I. Drudi, MV. Sardella) Obiettivi: acquisizione della metodologia e della tecnica per la ricerca- intervento nel contesto sociale e produttivo; acquisizione di familiarità con l'uso di strumenti elettronici ed informatici, utili alla ricerca, ed al lavoro d'ufficio in generale.
Metodologia: progettazione di una ricerca-intervento concreta; preparazione in gruppo degli strumenti di rilevazione (questionari, interviste); organizzazione in gruppo della fase attuativa della ricerca.
-6° settimana - RICERCA-INTERVENTO E NUOVE TECNOLOGIE: RACCOLTA DATI (gruppo e tutor)
Obiettivi: prova sul "campo" degli strumenti e delle ipotesi di ricerca progettati; aumento capacità relazionali e organizzative; raccolta dati per la fase di elaborazione.
Metodologia: organizzazione autogestita dal gruppo con la consulenza del tutor, secondo la programmazione decisa la settimana precedente.
- 7° settimana - RICERCA-INTERVENTO E NUOVE TECNOLOGIE: tabulazione, trattamento e interpretazione dati raccolti (I. Drudi MV. Sardella)
Obiettivi: acquisizione della metodologia e tecnica della ricercar capacità di usare strumenti informatici; addestramento all'uso finalizzato dei dati.
Metodologia: inserimento dati nel computer; uso di programmi statistici di base; discussione sulla interpretazione dei dati e
uso degli stessi.
- 8° settimana - TIROCINIO 1 (presso organizzazioni socio-economiche)
Obiettivi: prima esplorazione e presa di contatto con diverse organizzazioni sociali, economiche e produttive; osservazione e analisi.

Metodologia: tirocinio individuale scelto da ciascun allievo; uso di una griglia di osservazione e analisi organizzativa; supervisione individuale e di gruppo da parte del tutor.
-9° settimana - ORGANIZZAZIONE OPERATIVA DEL LAVORO DI GRUPPO (M. Sberna) Obiettivi: acquisizione di capacità e tecniche per la progettazione, decisione e organizzazione del lavoro di gruppo; tecniche di progettazione creativa e programmazione.
Metodologia: esercitazioni attive e strutturate, simulazioni, problem solvings, discussioni di gruppo e contributi teorici.
- 10° settimana - NORMATIVA COMUNALE, REGIONALE E NAZIONALE (M. Ruffini, F. Bugani, M. Bacciocchi, M. Rizzoni)
Obiettivi: conoscenza delle principali normative e procedure relative ai giovani e il lavoro, con particolare attenzione a provvidenze, facilitazioni, finanziamenti agevolati.
Metodologia: lettura e discussione dei testi delle normative; preparazione di quesiti da sottoporre agli esperti; comunicazioni informative e ri
sposte degli esperti; esercitazioni su casi.
- 11° settimana - ORGANIZZAZIONE E AMMINISTRAZIONE AZIENDALE (S. Urizio, A. Piantoni, E. Donati)
Obiettivi: conoscenza delle principali teorie e problematiche organizzative e amministrative d'impresa. Metodologia: analisi e discussione di casi, esemplificazioni, esercitazioni su griglie di rilevazione, comunicazioni teoriche.
-12° settimana - ORGANIZZAZIONE E AMMINISTRAZIONE AZIENDALE (S. Urizio. A. Piantoni, E. Donati)
Obiettivi: conoscenza delle principali teorie e problematiche organizzative e amministrative d'impresa Metodologia: analisi e discussione di casi, esemplificazioni, esercitazioni su griglie di rilevazione, comunicazioni teoriche.
- 13° settimana -TIROCINIO 2 (presso organizzazioni socio-economiche)
Obiettivi: coinvolgimento attivo in una organizzazione o progetto. Metodologia: partecipazione diretta secondo modalità concordate con l'organizzazione ospitante; uso di griglie di analisi; supervisione individuale e di gruppo da parte del tutor.
- 14° settimana - TIROCINIO 3 (v. T.2)
- 15° settimana -TIROCINIO 4 (v. T2)
- 16° settimana -TIROCINIO 5 (v. T 2)
-17° settimana - AMMINISTRAZIONE, FINANZE, MARKETING (S. Urizio, A. Piantoni, S. Di Luca, E. Donati)
Obiettivi: conoscenza delle principali teorie e tecniche di pianificazione, gestione finanziaria, informatica e marketing d'impresa.
Metodologia: discussione di casi ed esemplificazioni; esercitazioni applicative pratiche e simulazioni, comunicazioni teoriche.
-18° settimana - AMMINISTRAZIONE, FINANZE, MARKETING (S. Urizio, A. Piantoni, S. Di Luca, E. Donati)
Obiettivi: conoscenza delle principali teorie e tecniche di pianificazione, gestione finanziaria, informatica e marketing d'impresa.
Metodologia: discussione di casi di esemplificazioni; esercitazioni applicative pratiche e simulazioni.- 19° settimana - ESERCITAZIONE APPLICATIVA SU TECNICHE DI GESTIONE (gruppo, tutor e consulenti)
Obiettivi: addestramento all'uso delle tecniche principali di amministrazione, finanza e marketing d'impresa; acquisizione di modalità e vincoli per l'uso dei consulenti.
Metodologia: addestramento su una simulazione d'impresa che il gruppo deve gestire utilizzando le principali tecniche gestionali ; possibilità di uso di consulenze specialistiche su chiamata.
- 20° settimana - TIROCINIO 6 (v. T 2)
-21° settimana- TIROCINIO 7 (v. T 2)
- 22° settimana - GRUPPO & TERRITORIO: STRATEGIE CONNETTIVE (G. Contessa)
Obiettivi: acquisizione di capacità di analisi e progettazione di interventi inter-sistemici; sperimentazione del ruolo di QIGC come interfaccia; progettazione di un intervento complesso da realizzare concretamente.
Metodologia: contributi teorici e discussione di gruppo; esercitazioni e simulazioni; contrattazione con organizzazioni esterne
-23° settimana - RICERCA-INTERVENTO E NUOVE TECNOLOGIE (I. Drudi e MV. Sardella) Obiettivi: applicazione apprendimenti della prima fase del Corso; acquisizione dati e avvio intervento inter-sistemico concreto.
Metodologia: progettazione ed esecuzione ricerca-intervento su un'area con particolare pregnanza inter-sistemica.
- 24° settimana - MARKETING, PUBBLICITÀ & PROMOTION (T. Ferrari, C. Cuppi, E. Fasoli, M. Minisci)
Obiettivi: acquisizione di strumenti minimi per la promozione di un prodotto, una marca, un servizio o un progetto.
Metodologia: esercitazioni applicate all'intervento inter-sistemico progettato la settimana 22°.
- 25° settimana - INFORMAZIONE E SENSIBILIZZAZIONE (E. Fasoli, M. Minisci, D. Buratti, G. Corzolani, E. Giordani)
Obiettivi: acquisizione degli strumenti minimi per l'informazione e la sensibilizzazione del territorio circa un servizio o un progetto.
Metodologia: esercitazioni applicate all'intervento inter-sistemico progettato la settimana 22°.
- 26° settimana - SIMULAZIONE ATTIVA DI INTERVENTO INTER-SISTEMICO (M. Sberna)
Obiettivi: far vivere una esperienza diretta di intervento inter-sistemici, con tutte le difficoltà pratiche e implicazioni teoriche.
Metodologia: simulazione di intervento, analisi dei comportamenti del gruppo e dei singoli corsisti, riflessioni e contributi teorici.
- 27° settimana: IL LAVORO NEL SISTEMA POST-INDUSTRIALE (A. Accornero, N. Capace, P. Leon, P. Sylos Labini, E. Massaccesi)
Obiettivi: conoscenza dei problemi e delle prospettive del lavoro del prossimo futuro; fenomeni occupazionali e produttivi.
Metodologia: conferenze e discussioni di gruppo.
- 28° settimana - TIROCINIO 8 (v. T2)
- 29° settimana - TIROCINIO 9 (v. T2)
- 30° settimana - TIROCINIO 10 (v. T2)
- 31° settimana - TIROCINIO 11 (v. T2)

*Estratto da IL CORSO DI FORMAZIONE PER QUADRI INTERMEDI DI GESTIONE E COORDINAMENTO, in Quaderni del Lavoro e dell'Occupazione Giovanile, n.3, luglio 1987, pag. 27-44

 

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