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UN CORSO RESIDENZIALE
SUL LAVORO DI GRUPPO:
PROBLEMI D'USO DEL TEMPO *
Uno dei problemi principali,
e forse più sottovalutati, nella programmazione di iniziative formative,
è quello del tempo. La riflessione su questo tema è ancora
molto primitiva in Italia, mentre esso è una delle chiavi di volta
del successo o dell'insuccesso di un corso o di un seminario. Per questo
mi sembra utile tentare alcune riflessione derivanti dalla esperienza,
su questo argomento.
1. Il tempo come valore economico
Il tempo è
un bene raro. La vita dell'uomo è limitata, perciò il tempo
è una dimensione sostanzialmente anelastica. Ogni azione dell'uomo
deve fare i conti con questa limitazione ed uno dei parametri della efficacia
del lavoro umano è il tempo. La coscienza del tempo e della sua
limitatezza è un'acquisizione dell'adulto, mentre nel bambino e
nell'adolescente questa coscienza è ancora coperta da un senso
di infinito atemporale. La consapevolezza del valore economico del tempo
è una conseguenza della razionalità, mentre l'inconscio
e l'irrazionale sono fuori del tempo. Il sogno, la fantasticheria, l'innamoramento,
la droga, l'estasi mistica sono momenti di recupero del concetto irrazionale
dell'infinito. L'accettazione del tempo come limitazione ha a che fare
con l'accettazione dell'idea della morte che solo una personalità
matura può accettare. L'educazione al tempo è dunque una
educazione alla realtà. Di fronte alle difficoltà personali
o professionali, imposte dall'economia del tempo, l'uomo tende a rispondere
con strategie e tattiche denegatorie e dilatorie. La schizofrenia è
un modo di negazione del tempo, mentre l'indecisione e l'immobilismo sono
modi di dilazione. Nelle situazioni formative la incoscienza del tempo
è un sintomo della non volontà a cambiare. Cambiare infatti
significa accettare la morte del presente e la strutturazione del futuro,
cioè l'accettazione di un futuro limitato e temporale. Nei gruppi
di discussione tutto ciò si presenta in forma di riunioni interminabili
dove si decise, dove si respingono le scansioni naturali (inizio, intervallo,
fine), dove le consegne ed i compiti vengono trascurati "per scarsità
di tempo".
E' dunque una responsabilità pedagogica il rispetto del tempo e
l'educazione alla sua limitatezza.
2. Il tempo come
struttura
Se è vero che il tempo è legato alla realtà oggettiva,
che è anelastico ed incomprimibile, è anche vero che esso
può essere pedagogicamente considerato come una struttura "autoritaria".
Nel senso che esso non può essere modificato democraticamente se
non nelle sue scansioni (cioè nella dilatazione o restrizioni degli
intervalli).
Esso è tuttavia una "gabbia" entro la quale la vita scorre
e che ci dà la misura della nostra finitezza. L'uomo non può
imparare a rompere questa gabbia, che è nella realtà indistruttibile;
può solo imparare a gestire le scansioni.
Nei seminari attivi o non direttivi, il tempo rappresenta la struttura,
solo parzialmente gestibile. Per questo i formatori più seri sono
attentissimi a questo problema. L'acquisizione da parte dei partecipanti
delle scansioni temporali significa da una parte l'apprendimento di un
elemento di realtà (il tempo anelastico), dall'altra l'apprendimento
della modificazione parziale di una struttura autoritaria. Cioè
significa la capacità di gestire, con un potere realistico, tutto
ciò che è umanamente gestibile. Il sentimento di impotenza
nei gruppi rievoca la accettazione passiva non solo della limitazione
del tempo ma anche delle sue scansioni predeterminate dal formatore o
dall'autorità. Il sentimento di onnipotenza provoca invece il rigetto
totale delle scansioni e della limitatezza del tempo (il che si esprime
spesso con critiche circa la durata del seminario o con proposte di continuare
all'infinito).
Nei seminari tradizionali, fatti di conferenze e dibattito, questo problema
non è neppure sfiorato, poichè tutto l'impianto è
già talmente autoritario e predeterminato che il tempo è
un'autorità, cioè una limitazione troppo "a monte".
Il problema diventa cruciale nei seminari attivi, non direttivi , destrutturati,
come nei T-groups dove l'autorità del formatore è disponibile,
democratica o assente. Nella misura in cui il formatore non trasmette
cultura e nozioni, egli non si pone direttamente come autorità.
Il gruppo non può modificare i suoi rapporti con l'autorità
se non manipolando le scansioni del tempo, che sono l'unica espressione
autoritaria del potere. I ritardi nell'inizio e nella fine di una riunione
o le richieste esplicite di modificare un intervallo, sono modalità
per entrare in conflitto aperto con l'autorità che presenta nella
"gabbia" del tempo il suo unico elemento rigido. Non facilitare
questa presa di coscienza al gruppo (per esempio, mostrandosi disponibili
ed elastici sul tempo) significa sottrargli ogni possibilità di
confronto con il potere.
Poichè le nostre strutture sociali sono basate sull'autorità
e sul potere, fare della formazione non direttiva per adulti, senza offrire
loro una occasione di gestire un conflitto col potere, significa rischiare
la manipolazione.
I partecipanti di un seminario di questo genere, vanno a casa contenti
ma incapaci di misurarsi, nelle loro strutture, con l'autorità
ed il potere.
3. Il tempo come elemento pedagogico
I processi di apprendimento
non sono folgorazioni improvvise, ma costruzioni graduali che coinvolgono
la sfera cognitiva, quella emotiva e quella operativa.
Fra gli individui le possibilità di questa costruzione sono diverse
ed all'interno di ciascuno sono diverse le potenzialità delle tre
sfere coinvolte nell'apprendimento.
Queste possibilità aumentano o diminuiscono in funzione del tempo.
La logica di cui tutte le scienze occidentali sono intrise, ha una struttura
temporale, precisa, con sequenze, concetti primari e secondari, cause
ed effetti.
A lato di questa temporalità della scienza sta la temporalità
del linguaggio, anch'esso strutturato inesorabilmente. Il che porta ad
osservare una consequenzialità necessaria nelle comunicazioni dei
docenti o negli interventi dei conduttori di gruppo. Insomma la logica
ed il linguaggio sono funzioni del tempo.
Infine l'apprendimento è collegato all'attenzione, e questa alla
fatica. È provato, per esempio, che la curva dell'attenzione di
un individuo si abbassa molto dopo i primi cento minuti.
Queste tre osservazioni indicano quale incidenza abbia il tempo sull'azione
pedagogica. Possiamo dire che le personalità e le interazioni dei
discenti e i mezzi dei docenti sono condizionati dal tempo. Questo ci
porta a riconoscere la crucialità del calcolo del tempo in ogni
azione formativa. Normalmente i formatori si chiedono chi sono i discenti,
cosa sanno già e cosa devono acquisire, cosa sia meglio insegnare
ed in che modo. Spesso però dimenticano la domanda essenziale:
"quanto tempo è disponibile ed in quali scansioni?".
È intuitivo che tre giorni di tempo sono un ambito diverso da due
settimane; ma è meno intuitivo che tre giorni consecutivi di otto
ore, sono un ambito diversissimo da dodici riunioni di due ore ciascuna;
ed è ancora diverso avere queste dodici riunioni una volta al giorno,
una al mese o una alla settimana.
Da queste riflessioni si può concludere che il tempo è un
elemento fondamentale dei processi di apprendimento: esso deve essere
molto presente ai formatori nel progettare un'iniziativa, nel calibrare
gli interventi, e nella valutazione finale.
4. Un corso residenziale sul lavoro di gruppo
Questa esperienza
riguarda un gruppo di maestri della scuola elementare, i quali, apprestandosi
ad un lavoro di sperimentazione collettiva, desideravano "imparare
a lavorare in gruppo". Poiché lo stanziamento economico e
temporale si limitava a tre giorni, è stato proposto loro un seminario
residenziale intensivo, avvisandoli tuttavia che il tempo in questione
sarebbe stato sufficiente ad analizzare alcuni problemi del lavoro di
gruppo, avviare un meccanismo di sensibilità, acquisire una certa
capacità d'osservazione. Tre giorni non sono in ogni caso sufficienti
ad imparare a lavorare in gruppo. In quel caso poi si trattava di undici
insegnanti elementari senza nozioni sul problema e già conosciuti
fra loro. La esistenza di dinamiche relazionali preesistenti ostacola
il lavoro di apprendimento perché rende più difficile la
spontaneità, la disponibilità e l'autenticità.
Il problema qui dunque era quello di iniziare sulla base di un modello
teorico e astratto e poi sforzarsi di arrivare il più in là
possibile.
La metodologia prescelta fu quella del seminario autocentrato, basato
sul t-group classico, con l'innesto però di alcune esercitazioni
facilitanti. Questa metodologia prevede che il gruppo focalizzi la sua
attenzione sui processi personali, interpersonali, e di gruppo, che si
vivono durante il seminario. Il gruppo è nel contempo soggetto
e oggetto di studio. I partecipanti sono messi in una situazione che li
aiuta ad analizzare ciò che avviene in loro e nel gruppo ed anche
di agire su ciò che sta avvenendo. L'apprendimento non è
solo cognitivo (capire ciò che succede, cioè le dinamiche),
ma anche psicologico (saper intervenire su quanto succede). Il formatore
in questo modello ha un ruolo non-direttivo: per lo più si limita
ad interpretare ciò che sta avvenendo, cercando di essere illuminante.
Raramente egli interviene nella situazione attraverso esercitazioni tese
a facilitare o la comprensione della situazione o lo sviluppo delle dinamiche.
In questo tipo di metodo, che è sostanzialmente destrutturato,
il tempo è l'unica struttura autoritaria percepibile; i partecipanti
sono i primi attori della scena ed il formatore ha sull'apprendimento
un'incidenza indiretta. Egli può sforzarsi di smuovere il gruppo,
può facilitare, può accelerare. Nella sostanza però
sono decisive le caratteristiche dei singoli e del gruppo. Nei singoli
conta molto la sensibilità e la disponibilità nel comunicare;
la motivazione a cambiare; la precedente socializzazione; la forza e l'equilibrio
dell'io. Nel gruppo è determinante la miscela dei singoli, il loro
livello di eterogeneità, la motivazione collettiva a collaborare.
È naturale che queste caratteristiche si presentano a livelli molto
diversi fra un individuo e l'altro e fra un gruppo ed un altro. Questo
porta a sperimentare situazioni concrete via via molto diverse da un astratto
modello teorico. D'altronde questo problema si presenta anche nei modelli
didattici tradizionali. Quando un formatore tradizionale tiene una lezione
o un corso su un certo tema, presuppone in teoria di essere compreso e
che il tema sia appreso. In realtà comprensione e apprendimento
dipendono non solo dal formatore, ma anche dal discente e dal loro rapporto.
Nelle metodologie attive diminuisce in po' l'importanza del formatore,
in compenso subentra la variabile del gruppo.
5. Il modello teorico e le situazioni concrete
In teoria si pensa
ad individui adulti ben socializzati, capaci di comunicare, con un soddisfacente
equilibrio fra sfera emotiva e sfera razionale, capaci di esprimere i
propri desideri ma anche di controllarli e così via. Oppure si
pensa a gruppi operativi efficienti e soddisfacenti, uniti ma non repressivi,
creativi ma concreti, dialettici ma non disgregati, capaci di darsi un
obiettivo e di perseguirlo. Nella realtà questi modelli non esistono.
Ciascun individuo o gruppo manca stabilmente o temporaneamente di alcune
qualità e poi è dinamico, nel senso che progredisce, regredisce
o si ferma.
I ricercatori sono andati abbastanza a fondo nell'analisi delle situazioni
concrete più comuni, cercando anche di studiare gli interventi
opportuni per superare le carenze che statisticamente sono più
normali. Malgrado ciò resta molto da fare e qualsiasi modello teorico,
dovendo categorizzare e generalizzare, non potrà mai prevedere
tutte le situazioni concrete che sono aggrovigliate e complesse. Nelle
situazioni di gruppo ci sono centinaia di modelli teorici approssimativi
a cui i formatori possono fare riferimento. Alcuni riguardano la vita
del gruppo nel suo complesso, altri riguardo singole fasi o specifici
fenomeni.
Il modello teorico seguito nel seminario in questione è schematizzabile
in questo modo.
Gli individui vivono le situazioni di gruppo con difficoltà , le
sentono come una minaccia alla propria singolarità e dunque se
ne difendono. Queste difese che assumono forme concrete diverse da un
soggetto all'altro, sono anche più solide fra persone che hanno
avuto e avranno rapporti continuativi di lavoro, perché vengono
incrementate da esperienze precedenti negative, dagli stereotipi e dai
ruoli reciproci. Il problema centrale per socializzare un gruppo è
quello di diminuire le difese individuali. L'interrogativo che ogni formatore
deve porsi nel raggiungimento di questo obiettivo è: "di quanto
diminuire le difese individuali?" Se un eccesso di difese impedisce
la socializzazione e, in ultima istanza, la realizzazione piena del soggetto
e del gruppo, è pur vero che un'assenza di difese provoca scompensi
individuali difficili da riparare e blocca la operatività del gruppo.
Per esempio, le difese servono a controllare ed incanalare le pulsioni
sessuali, non necessariamente a reprimerle. L'abbattimento totale di queste
difese porterebbe il gruppo alla paralisi totale degli obiettivi operativi
che si è dato.
Il gruppo anch'esso si difende dalla piena realizzazione di se stesso,
presentando fenomeni collettivi che servono a supportare le difese individuali.
Nel suo procedere verso un equilibrato e maturo funzionamento esso vive
momenti di progresso, ma anche stasi e regressioni. Queste ultime ostacolano
il raggiungimento degli obiettivi che il gruppo vuole perseguire. Qui
il problema è l'equilibrio tra l'analisi degli ostacoli, cioè
dei problemi psicologici, ed il raggiungimento degli obiettivi cioè
l'efficienza.
Naturalmente un tale schematismo è causato dai limiti di questo
contributo: nella bibliografia ci sono indicazioni per chi desidera un'analisi
più approfondita.
In teoria il gruppo di apprendimento segue alcune fasi che, in tre giorni,
dovrebbero portare i membri:
1) a vivere un sentimento di appartenenza al gruppo, sentito come un'entità
superindividuale;
2) ad accettare e gestire l'ansietà che il gruppo provoca, con
le sue differenze ed i suoi conflitti;
3) a riconoscere ed a gestire le principali dinamiche del gruppo;
4) a darsi una minima organizzazione decisoria, premessa indispensabile
per la futura decisione operativa.
Queste acquisizioni
sarebbero il risultato finale di una serie di fasi fenomeniche del tipo
seguente.
Nella prima giornata (6-8 ore di lavoro) emergono problemi di comunicazione,
come la timidezza individuale, la censura interpersonale, il linguaggio;
e problemi di consapevolezza della sfera emotiva, del rapporti e dei processi
che nella vita professionale è repressa dall'attivismo operativo.
In questa fase si elaborano le differenze linguistiche, culturali, psicologiche
fra gli individui.
Nella seconda giornata, emergono essenzialmente le problematiche dei ruoli
e della leadership; poi il tema della gestione dei conflitti e delle dimensioni
non verbale affettive sottese ai rapporti.
Nella terza giornata prevalgono i problemi della decisione, del rapporto
fra maggioranza e minoranza, del coinvolgimento partecipativo e della
responsabilità individuale e collettiva; infine viene analizzato
il tema del trasferimento della esperienza nella vita lavorativa. Grosso
modo fra il primo ed il secondo giorno viene affrontato il tema del rapporto
con l'autorità e la struttura. Il rapporto fra il gruppo ed il
formatore passa di solito dalla totale dipendenza iniziale ad una fase
di controdipendenza, cioè di rifiuto, ad un finale di interdipendenza
funzionale. All'interno di questo modello teorico sta il ruolo del formatore
che può tentare di influire, evitando tuttavia che i suoi interventi
diventino direttivi. Se così fosse diminuirebbe la garanzia dell'apprendimento
dei partecipanti.
6. L'esperienza
Nella esperienza
in questione ci fu sicuramente un apprendimento importante, ma non si
verificarono se non le prime fasi previste. II gruppo era arrivato all'esperienza
con una serie di ruoli già codificati: fra questi, un leader molto
esperto ed efficiente. Poiché costui, che avrebbe dovuto aiutare
il gruppo a trarre il massimo dall'esperienza, aveva molti problemi personali
di comunicazione, si è chiuso in un silenzio difensivo durato per
due giorni ed in un atteggiamento ostile verso il formatore. Questo bloccò
il gruppo nella fase del primo giorno, perché la fase della leadership
(prevista nel secondo) era inibita dalla presenza del leader riconosciuto
ed ostile.
Il gruppo allora, malgrado i numerosi tentativi del formatore, si è
assestato nella esplorazione della dimensione affettiva, emotiva, non
verbale di comunicare, come alta. È mancata la fase della ricerca
del leader e dell'appartenenza, quindi, della decisione e dell'operatività.
La insistenza sui rapporti interpersonali è stata caratterizzata
anche dalla elaborazione del rapporto con l'autorità (il formatore)
e con la struttura (il tempo); e dalla esplorazione della dimensione affettiva,
emotiva, non verbale di comunicare, come alternativa all'impasse del linguaggio
e della razionalità. Su queste variabili (autorità,struttura,
emotività) si sono basate la maggiori acquisizioni del gruppo ed
i più numerosi interventi del formatore. Sul doppio problema autorità-struttura
temporale e spaziale , si investirono circa tre unità di lavoro
(di 90 minuti l'una). Il gruppo, impossibilitato nel conflittualizzare
con la sua leadership, rivolse l'aggressività al formatore e quindi
al tempo ed allo spazio da questo predecisi. II gruppo si fissò
nel tentativo di decidere la modifica degli intervalli e dell'aula di
ritrovo. Accondiscendere a queste richieste avrebbe significato colludere
con il desiderio del gruppo di fuggire dai problemi interni, offrendogli
una fittizia e manipolatoria impressione di coesione. Il formatore invece
"tenne duro", ponendo numerosi interrogativi che bloccavano
la decisione, ma costringevano il gruppo a riflettere sui problemi interni
e sul significato di questa dinamica.
Sul problema dell'apertura del canale emotivo-affettivo, il gruppo esplorò
con intensità, dandosi modalità di comunicazione che tendevano
a superare la rigidità dei canali verbali e razionali. Qui si presentò
a più riprese il problema delle difese individuali e di gruppo,
anche per il formatore. Era indispensabile controllare attentamente che
il gruppo, per questa via, non cadesse in una "fiera delle emozioni"
che poteva richiedere ai soggetti costi insopportabili. Fu trovata una
dosatura soddisfacente su questo fronte, perché il formatore tenne
presente la quantità di tempo disponibile. Un seminario di sette
giorni o più, avrebbe consentito una maggiore esplorazione di questo
canale, perché avrebbe garantito il tempo di ricucire le eventuali
falle aperte nelle difese individuali. In un seminario di tre giorni fu
ragionevolmente scelta la prudenza, tenendo la riduzione delle difese
a livelli sopportabili da tutti. Un tempo maggiore avrebbe dato molte
più possibilità di apprendimento e quindi di soddisfazione
per i partecipanti e per il formatore. Tuttavia il realismo nell'accettare
la finitezza è indispensabile specie per i formatori, che spesso
vorrebbero vedere accadere tutto il possibile.
Coloro che, senza tener conto dei tempi, spingono l'acceleratore dell'efficienza,
uccidono il vero apprendimento. D'altra parte coloro che, senza tener
conto del tempo, non pongono limiti all'esperienza, possono provocare
nei soggetti scompensi e traumi, a volte irrimediabili.
Nota bibliografica
M. BONAPARTE, Eros,
Thanatos, Chronos, Guaraldi, Firenze 1973.
L. ANCONA - P.A. ACHILLE, Comportamenti e tecniche di gruppo, Etaslibri,
Milano 1976.
E. SPALTRO, Gruppi e cambiamento, EtasKompass, Milano 1969.
G. CONTESSA, Dinamiche ili gruppo e ricerca, La Scuola, Brescia
1977
* Estratto da QUADERNI DI ANIMAZIONE
SOCIALE E DI EDUCAZIONE PERMANENTE, n.8/9, marzo 1978, pag, 32-38