Premessa: quello che segue è la traccia di un testo nato
per essere raccontato in pochi minuti, come stimolo alla discussione e non di
un testo scritto. Ho dato qualche colpo alla carrozzeria, ma mi scuso per il
sentimento di approssimazione che comunque ne risulta.
Il futuro dell'animazione ha radici nel presente: vale la
pena di considerare alcuni cambiamenti sociodemografici che riguardano
gli ambiti tradizionali dell’animazione (case anziani, centri giovanili,
quartiere) e che potrebbero favorire lo sviluppo dell’animazione: “Vecchi
sempre più vecchi, giovani sempre più giovani, figli sempre più unici,
stranieri sempre più stranieri, vicini sempre più …lontani”. Assistiamo ad una dilatazione della socialità, in
termini sportivi uno stiramento, e ad
una frammentazione delle categorie sociali. Sempre meno nascono contatti
tra persone di categorie diverse. Quanti stranieri nella cerchia delle nostre
conoscenze prossime?
In teoria: un contesto che dovrebbe favorire l’emersione
dell’animazione o almeno dove l’animazione potrebbe svolgere un ruolo
importante di “collante sociale” e di compartecipazione.
Perché la miccia dell'animazione non s'accende,
perché l’animazione non decolla? (perdonatemi le metafore d’alemiane)
Due chiavi di lettura (non esaustive):
1. Vediamo da che cosa è occupato il tempo libero? Quali
fattori coabitano il tempo libero con l’animazione e che ci fanno dire che di
tempo libero non ne resta più così tanto?
Fattori che ci obbligano ad una ridefinizione dell’animazione, con
potenzialità anche positive e rischi di dipendenza. “Surrogati”
dell’animazione? Ne ho individuati quattro, ma ce ne sarebbero molti di più…
a)
Colonizzazione
del tempo libero da quello programmato (florilegio di associazioni,
corsi di ballo latino, atelier espressivi, cristalloterapia, ecc.): stress da
agenda che ci rincorre anche dopo il lavoro, fenomeno delle mamme-taxi, turisti
incatenati ai tracciati delle guide turistiche che si sostituiscono all’album
dei ricordi e che tolgono spontaneità al viaggio.
b)
Boom
degli eventi (festival, rassegne eno-gastronomiche, del
ferromodellismo): “Siamo tutti organizzatori”. Più organizzatori che pubblico.
Il tempo libero diventa uno slalom; ciò che ci fa dire che la società non è mai
stata così animata.
c)
Esplosione
delle telecomunicazioni (internet, messaggi-sms, cellulari).
Comunicazione fatica per il semiologo: la testimonianza della comunicazione
(“tim dunque sono”) è più importante del messaggio. Interessante studiare
l’influenza dell’accresciuta mobilità virtuale sulla mobilità fisica. La comunicazione
tra giovani che diventa un continuo monitorarsi.
d)
La
diffusione della cultura del “wellness” (in senso lato). Centri di
benessere, saune romano-irlandesi, breakfast in fattoria, budda bar):
animazione d’”ambienti” confortevoli, sin troppo. Il tempo libero sprofondato
in una grande vellutata anestesia.
Il fatto è che tutti queste animazioni hanno un costo
perché appartengono al mercato: il target per l’animazione (p.e. centro
giovanile) si restringe a chi non si può permettere altro: vecchi, stranieri
e pre-adolescenti (poveri). L’animazione “coatta”.
2. Un’altra chiave di lettura è la predominanza di una
coscienza politica latente comune a tutto il sistema, strano in un paese
dove la Presidenza del Consiglio è nelle mani di un…animatore (n.d.r.
perdonatemi la battuta venutami in treno, al ritorno dal convegno sfogliando
Repubblica). L’animazione è sempre stata fraintesa: confusa con la prevenzione,
l’animazione può servire per combattere il disagio (mai in termini
positivi: costruire una società migliore, dei cittadini più consapevoli e
responsabili). Oppure, in tempi di magra come questi, è un lusso, un
optional: la prima cosa che viene tagliata al momento di comprimere i
budget. La coscienza politica dell’animazione è latente a tutti i livelli:
politici, società, mass media e, non di rado, tra gli stessi animatori.
L’animatore va dove il bisogno emerge. L’animatore è un “pompiere”
che viene chiamato dove c’è l’incendio (vecchia logica). È possibile passare ad
una concezione che veda nell’animatore una “levatrice”, chiamata dove
nuove realtà sociali si affacciano? Non calata dall’alto, ma richiesta dal
basso. Utopia blues?
Quali sono gli ambiti dove si riscontra un certo fermento e
la figura dell’animatore potrebbe fornire non solo un contributo fondamentale,
ma anche magari…rigenerarsi?
1. L’animazione interculturale che segni il
passaggio da una società multiculturale ad una interculturale; dove la
relazione con gli stranieri diventi una possibilità di interrogarsi sulla
relazione con la propria, personale, parte altra di noi stessi e dove la
relazione con gli stranieri non sia vista come qualcosa che disintegri la
società, ma che crei nuove alleanze, arricchimento reciproco. (N.d.r. chi fosse
interessato al progetto “Chiasso, culture in movimento”, può richiedere la
documentazione a marco.galli@chiasso.ch)
5.2 L’animazione civile (animazione no global):
emersione di forum sociali locali, maggiore impegno, alleanze
intergenerazionali, laiche-religiose. In questo contesto di fermento sociale e
di impegno civile. È necessario interrogarsi sul ruolo che potrebbero avere gli
animatori (o l’animazione) all’interno del movimento dei movimenti.
L’attenzione sui processi, sulle dinamiche relazionali, potrebbero essere uno
strumento utile di alimentazione per il movimento. Al contempo il ricalarsi
nell’impegno civico potrebbe ridare nuova linfa e motivazione (centratura) al
mondo dell’animazione.
Entrambi gli ambiti dell’animazione portano verso una nuova
definizione di cittadinanza: più consapevole e più condivisa.
Quali sono allora i significati possibili
dell’animazione (per il futuro, ma i cui tratti sono riconoscibili già oggi):
Non siamo mai stati così animati, così indaffarati, così
organizzatori, con degli obiettivi così misurabili, così monitorati….come
affetti da una Sindrome di Forrest Gump. Facciamo un sacco di cose, ma
senza sapere perché, con poca consapevolezza. Le cose ci piacciono non perché
ci piacciono veramente, ma perché ci devono piacere, perché ci piace
l’immagine, l’idea di noi alle prese con queste cose (p.e. andiamo a
sentire Philip Glass non perché ci piace veramente, ma perché ci piace l’idea
di noi che andiamo ad un concerto di Philip Glass). Inoltre come considerare il “boom” dei programmi
televisivi di espressione? Da “C’è posta per te” al “Grande Fratello”, da
“Saranno Famosi” a “Superstar”: non ci si è mai espressi così tanto.
Ancora una volta si tratta però più dell’espressione di quello che vorremmo
apparire che dei nostri bisogni profondi, di quello che siamo e che, purtroppo
per alcuni, saremo. Chi ha bisogno dell’animazione quando può andare dalla De
Filippi? L’accento va posto sul “saper essere”, sull’aiutarci a riconoscere
i veri bisogni (sempre che sia ancora possibile…). L’animazione attuale non
deve ridursi ad un “far fare”, ma deve aiutarci a condividere e riproporre la domanda costitutiva di ogni
azione sociale: cosa stiamo facendo e perché?
In tempi dove tutto sembra possibile e …scontato. L’animazione
può avere un ruolo di motivazione, saper trasmettere entusiasmo. Conta
l’esempio, far capire che l’impossibile è possibile (es. integrazione tra
stranieri e popolazione locale, mi ripeto), recuperare il “senso del reale” di
cui parlava Musil. Passo a passo, con idee che diventano progetti e viceversa.
In un’epoca di terrorismo dell’informazione, l’animazione potrebbe
essere chiamata ad aiutarci a non avere paura. Passare da una situazione
di sclerosi e chiusura su sé stessi, ad una di apertura consapevole agli altri,
di costruzione di contatti sociali, di ritessitura quotidiana, faticosa,
condivisa del tessuto sociale sfilacciato e sintetico.
Chiudo con Calvino (da “Le Città Insibili”): “Anche a
Rissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a
un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento
disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice
contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere”.
Ho ancora la speranza che l’animazione possa aiutarci a
“disegnare nuove rapide figure” e a renderci non so se meno infelici, ma forse
più autentici.
P.S. Nota al rientro: l’animazione non conta nulla per
invertire un trend che ci sta portando sempre più nel trash, letteralmente, in
quanto tra non molto sarà tutto un’immensa sorridente spazzatura. Non saranno
in molti a farne un lavoro. Si pensava che potesse essere rinnovatrice se non
rivoluzionaria, ci siamo sbagliati. Ma come antivirus – glocale - può ancora
funzionare. L’animazione come metodo e pro-fessione ha ancora senso, se non
altro, nel cercare di condividere frammenti di significato e d’umanità, magari,
anche solo per qualche ora in uno scantinato lungo un naviglio asciutto. Quando
la rosa non ci sarà più, ce ne rimarrà almeno il colore, il profumo…il nome
(Eco’s).