IV
Conferenza Italiana dell'Animazione
Milano,
18 ottobre 2003
CRESPUCOLO
DELL'ANIMAZIONE?
1973 - 30 anni fa non si aveva
idea di cosa fosse l'Animazione, ma la forza di chi cominciò a farla fu che
nessuno ne aveva una.
2003 - Oggi molti dichiarano di
fare Animazione ma mi viene da domandare (come 30 anni fa) lo sviluppo della
Pratica e l'espansione della Professione, è andata a pari passo con un'idea,
una riflessione teorica e metodologica sui principi e sul significato del Fare
Animazione del XXI secolo?
1955-1965
Il contesto mondiale, ma anche
nazionale e locale:
I Padri: Danilo Dolci nel
territorio, Paulo Freire per la coscientizzazione degli oppressi attraverso la
cultura, il MCE (Movimento di Cooperazione Educativa) nella scuola, don Lorenzo
Milani per la centralità del soggetto senza potere perché senza parola.
Ma anche personaggi del rimosso
politico/sociale/culturale del dopoguerra come ad es. Dossetti e la sua
esperienza dei comitati di quartieri bolognesi (1952)
L'intuizione (di AIATEL) che
contribuisce alla nascita della pratica: il TL è cruciale nell'esistenza degli
individui, il tempo e lo spazio del non-lavoro possono essere usati per
migliorare o per peggiorare il tempo e lo spazio del lavoro.
L'Animazione può essere uno
strumento decisivo per dare al tempo di non lavoro una funzione di crescita
invece che di regressione.
A differenza di altre pratiche
che si fondano sull'aiuto, la cura, la riabilitazione l'Animazione predilige
fin dalla fondazione, IL FAR FARE, IL
FAR ESPRIMERE E IL FAR DIVERTIRE.
1965-1975
L'Animazione è progressivamente
diventata una Professione. 100 leggi nazionali e regionali menzionano la figura
dell'animatore (cfr. allegato in cartelletta)
Migliaia sono coloro che si
definiscono Animatori professionali. Scuole e corsi si sono moltiplicati in
tutto il territorio nazionale.
In vista di promuovere la presa
di coscienza, il potenziamento, l'emancipazione, la crescita dei soggetti
emarginati e subalterni alla condizione di cittadinanza e sovranità, si
struttura un METODO che si sostanzia in supporto, stimolazione, offerta di
mezzi culturali e relazionali, a favore soprattutto di chi non aveva potere
sulla vita.
L'Animazione occupa uno spazio
nelle pratiche sociali importante e significativo: aiutare le persone, i
gruppi, le comunità a scoprire, valorizzare, espandere, i bisogni
"repressi o rimossi" da un sistema che tendeva a indurre la scoperta
e la valorizzazione di bisogni primari ad libitum. Il corpo, l'immaginazione,
l'espressività, il gioco, le relazioni rappresentavano ambiti antagonisti alla
terza automobile, alla TV a colori, alle scarpe firmate.
1975 e oltre
Lo Stato raccoglie e trasforma
queste istanze (inconsapevolmente oppure per un bisogno di compensazione delle
sue malefatte) finanziando servizi, attività, professionisti, dell'Animazione
(ma anche di tutti gli altri ambiti welfaristici) per soddisfare i bisogni
immateriali. Tutto ciò con il benestare se non addirittura con la collusione
degli Animatori, più o meno consapevoli che tale magnanimità avrebbe
rappresentato la disfatta del senso professionale. Lo Stato così facendo libera
bisogni e desideri orientandoli ancora nel settore materiale.
Tutto ciò accade in un contesto
completamente differente da quello degli albori: alla voglia di cambiare
(individuale e collettiva) si era passati al desiderio di rimanere immutati e
conservare l'esistente.
Sono gli anni in cui
l'Animazione diventa pubblica, integrata, funzionale, asservita al committente
che spesso è pubblico o privato convenzionato. E realizza progetti, attività,
iniziative i cui risultati sono di mantenimento dell'esistente (soggettivo) e
di conservazione delle relazioni sociali e collettive.
E nei casi in cui il circuito
animatore, committente/utente funziona accade che
-
il committente quando sperimenta il cambiamento si
impaurisce e molla
-
l'utente/partecipante viene stigmatizzato come utopista,
rivoluzionario, nostalgico
-
l'Animatore diviene la vittima sacrificale dell'intero
processo, cacciato o comprato.
Con il risultato che il dilemma "autonomia
o subordinazione" (che ha attraversato la pratica, fin dall'inizio) viene
sciolto dai fatti: la subordinazione vince, l'autonomia va farsi fottere, la
ricerca e la sperimentazione patrimonio di una minoranza che stringe i denti e
muore di fame.
Le conseguenze le vediamo oggi
nella invisibilità sociale della pratica, risucchiata nelle pratiche limitrofe
(istruzione, educazione, cura, recupero, intrattenimento) perché perfettamente
adattata agli obiettivi conservativi (se non repressivi) di chi la promuove, la
utilizza, la gestisce.
La situazione oggi è che, nel
mondo e nella pratica animativa:
-
la centralità del CORPO si è smarrita: emozioni,
sentimenti, intuizioni, sensazioni, sensibilità esperita hanno lasciato il
campo a favore della centralità del voyeurismo e della messa in scena
(mercificazione e oggettivazione);
-
viviamo la fine della SOCIALITA' come scambio, influenza,
conflitto, negoziazione per assistere alla predominanza della socialità da
consumo, a tempo determinato, volatile, per censo o per classe; domandiamoci
quanto l'Animazione impiegata prevalentemente in servizi per target (anziani,
minori, giovani, etc.) opera come separatore piuttosto che come integratore tra
utenti e territorio, tra generazioni, tra culture?
-
viviamo la fine del GIOCO come attività libera all'interno
di regole, attività data ma anche da inventare, espressività e gratuità; mentre
è predominante il gioco come evasione, ripetizione, formalità; domandiamoci
quanto l'Animazione sceglie di modellarsi agli stereotipi ridanciani e effimeri
proposti dai modelli televisivi, rinunciando alla creatività ed alla libertà di
inventare e far inventare?
-
viviamo la TECNICA come vittoriosa sul SENSO: domandiamoci
quanto la progressiva settorializzazione dell'Animazione (e dell'Animatore
Esperto) secondo le tecniche (pittorica, teatrale, ludica, multimediale,
manuale e via dicendo) sia concausa della sconfitta del senso originario della
pratica come esplorazione dei bisogni repressi e rimossi dei partecipanti.
Non è un caso che (a parte
l'industria dell'Animazione Turistica a cui varrebbe la pena dedicare una
conferenza apposita)) l'Animazione oggi si connota essenzialmente come
SOCIALE, che è un'evidente e subdola
tautologia. Infatti non si è mai vista un'Animazione che non sia sociale e una
teoria dell'Animazione non-sociale o asociale. E proprio in tale definizione si
nasconde l'inganno: Animazione Sociale sta per Animazione Socio-Assistenziale
(pubblica o convenzionata)!
Che ha portato con sé una serie
di conseguenze:
L'Animazione è nata per aiutare
le persone ad allargare il potere sulle loro esistenze, mediante il gioco, la
socialità, il ricorso a linguaggi divergenti, la creatività, la rivalutazione
del corpo. L'Animazione è nata per aiutare le persone e le collettività ad
aumentare il potere sulla vita, le relazioni, il futuro.
Oggi sembra essere
sostanzialmente diventata ancella consolatrice alla decadenza di senso
individuale e collettivo, asservita e malamente collusa con un contesto di
conservazione e repressione dell'espressività soggettiva e collettiva.
Forse che sia tempo per
ricominciare da dove si era partiti: in ambienti autonomi, semi-volontari, privati,
non finanziati?