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EDITORIALE Primavera2008 (v.precedenti)

Cap.6. Il gruppo come dispositivo
Estratto da Contessa G. "Psicologia di gruppo", Ed.LaScuola, BS, 1999

Tutti i capitoli precedenti sono stati un tentativo di descrivere il gruppo, considerandolo un organismo con la sua fisiologia e le sue disfunzioni. Intendiamo col termine di “gruppo organismo” tutti quei gruppi che sono formati casualmente, o in base a criteri afferenti a bisogni esterni. Un gruppo di amici si forma sulla base di simpatie o prossimità. Un gruppo di insegnanti si forma sulla base di regole istituzionali. Un gruppo di tecnici si forma con criteri organizzativi. Ogni  gruppo-organismo è formato dalla casualità, o, più spesso, da bisogni del contesto. Questa regola di natalità è generale per ogni organismo vivente. Tutti gli esseri viventi, umani o no, nascono o per caso fortuito o per soddisfare istinti, esigenze, bisogni, desideri, progetti del sistema che li genera. Antico è lo sforzo di governare intenzionalmente l’agricoltura e la zootecnia, secondo principi di ottimizzazione. Relativamente nuova  invece, è la tendenza a generare organismi umani progettandoli sulla base dei loro interessi. E’ recente l’usanza di controllare la salute dei genitori prima del concepimento, modificandone gli stili di vita; di preparare un ambiente perinatale e neonatale funzionale al nascituro; di tenere conto della esistenza di fratelli. Mentre la tecnica ha avuto applicazione crescente verso la natura, è recente ed ancora controversa la sua applicazione nel campo delle aggregazioni umane. Paradossalmente, queste sono il soggetto meno toccato dalla tecnica: meno degli oggetti naturali e meno anche dei singoli individui, sui quali le tecniche mediche prima ed ora biologiche, sono applicate intensivamente. Gli unici sforzi di applicazione della tecnica alle aggregazioni umane sono quelli prodotti dalla scienza politica. Architettura costituzionale, ingegneria istituzionale, procedure elettorali, pratiche di buon governo sono le risposte tecniche ai problemi posti dalla politica, intesa però come città, Stato, massa. Pochissimo di tutto ciò è stato applicato finora alle micro aggregazioni umane: famiglie, piccoli gruppi, comunità locali. Come se questi soggetti fossero l’ultimo campo rimasto libero dalla tecnica.

E’ vero che la tecnica è giustamente guardata con sospetto per i suoi continui rischi di scivolamento verso la repressione e l’alienazione dell’umano. Il fatto è che il semplice rifiuto della tecnica, implica un ritorno ad un romantico primitivismo, la cui natura non è affatto più umana. La tecnica è nata come risposta alle carestie, alle malattie, ai disastri naturali. Il problema è governare la tecnica, controllarla, sottometterla alle esigenze umane, e non esserne governati, controllati e sottomessi. Il problema è anche la scelta fra le tecniche, più o meno artificiali, più o meno invasive, più o meno dense di effetti negativi secondari. Il ricorso, per esempio, alle tecniche di agricoltura biologica, piuttosto che alla chimica, non è un rifiuto della tecnica ma il privilegio di una tecnica sull’altra.   La zootecnia naturalistica non è meno tecnica della zootecnia chimica o biologica.

Le tecniche impiegate in agricoltura e zootecnia, ma anche in medicina,  risalgono agli albori della storia umana. Le tecniche applicate alla polis sono vecchie di almeno 2500 anni. Le tecniche di gestione della procreazione e della natalità sono di questo secolo, ma ormai diffusissime. Le tecniche di gruppo sono nate nella seconda metà del XX secolo e dunque sono meno note e diffuse. Non per questo sono meno utili. La nascita e la storia di un piccolo gruppo possono essere lasciati al caso, o rispondere alle esigenze del sistema di riferimento. In tal caso il gruppo avrà una storia casuale, si muoverà come un organismo con sue leggi e patologie, seguirà una propria traiettoria esistenziale. Oppure è possibile applicare tecniche apposite alla nascita ed alla vita del gruppo, finalizzate a favorirne un destino progettato. In tale caso il gruppo funziona come un dispositivo, un meccanismo, un sistema intenzionalmente orientato. Il che non significa determinare a priori le vicende del gruppo, la cui sovranità è insopprimibile. Significa applicare tecniche ad ogni fase del gruppo, adeguate a favorirne lo sviluppo in una direzione invece che in un'altra. Garantire la salute dei genitori equivale a dare al nascituro pre-condizioni ottimali, anche se ciò non significa determinarne il grado di salute o malattia per la vita. Considerare il gruppo un dispositivo equivale ad avviarlo e poi stimolarlo nel modo più funzionale ai suoi propri fini, invece che al caso o ai fini del contesto. D’altronde il ragionamento appare chiaro se applicato all’educazione o istruzione individuale. Una buona educazione è anche l’applicazione di tecniche intenzionali, il cui compito è di favorire il migliore sviluppo possibile del soggetto. Perché non considerare l’ipotesi che anche un gruppo come insieme possa avere bisogno di una educazione? Se il gruppo è un insieme autonomo, un soggetto, allora esso può essere lasciato nascere e crescere in modo “selvaggio”, come accade per alcuni (per fortuna pochi) neonati, oppure può essere creato e sviluppato con apposite tecniche, come accade per la maggioranza dei singoli. In tale caso il gruppo diventa simile al campo arato e seminato da un accorto contadino, piuttosto che  ad una selva o una giungla. Fra il campo e la selva, così come fra il gruppo organismo e il gruppo dispositivo, si collocano la tecnica e l’intenzione, con l’operatore che le esprime. Tecnica, intenzione e operatore che si frappongono fra il soggetto e il destino, il caso, la forza del contesto. Dare a un gruppo il carattere di dispositivo non significa negarne le valenze organismiche, che vengono solo addomesticate, orientate, finalizzate. Allo stesso modo che un individuo generato in modo responsabile ed educato con tecniche opportune, ha maggiori possibilità di uno lasciato al suo destino. La condizione di dispositivo è un’aggiunta, un arricchimento dell’organismo: laddove essa diventa sottrazione, depauperamento, alienazione significa che tecnica, intenzione o operatore sbagliano. E sbagliano non tanto per motivi etici, che non prendiamo in esame qui, quanto per motivi concreti: un gruppo ridotto a dispositivo meccanico non funziona né come gruppo né come dispositivo.

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