Cap.7. Le tecniche di intervento nei gruppi .

Le tecniche di intervento nei piccoli gruppi sono infinite e in continua evoluzione. Con questo termine indichiamo l’azione, il meccanismo, l’artificio, il congegno codificati, con cui si ottiene un effetto intenzionale. La tecnica non può essere "tutto ciò che produce effetti". I termini distintivi sono intenzionalità e codificazione. Una tecnica è tale solo se predittiva, produttrice di effetti desiderati, rispondente a intenzioni mirate. Senza questi caratteri siamo di fronte ad un accadimento casuale. Ogni evento della vita produce effetti, ma tali che non possiamo prevederli. Una tecnica è una prassi codificata nel senso che può essere descritta e, in situazioni analoghe, può essere riprodotta. Se mancano i caratteri della descrivibilità e riproducibilità, siamo di fronte all’arte o alla magia. Anche l’arte e la magia producono effetti, e magari effetti rispondenti alle intenzioni dell’artista o del mago. Il problema è che nessuno sa spiegare né riprodurre ciò che fanno. La tecnica può anche essere artistica o magica, ma deve essere spiegabile e riproducibile.

Una tecnica di intervento nel gruppo è l’azione intenzionale e codificata di un operatore, che si propone di interferire nella traiettoria del campo, di deviarne la rotta, di favorirne la trasformazione. Nella tecnica risulta evidente il principio di libertà e di alleanza, già descritto nelle pagine precedenti. Ogni tecnica di gruppo basa la sua efficacia sulla adesione consapevole del campo fruitore. Essa può essere somministrata in modo direttivo, partecipativo o provocatorio ma è essenziale che il gruppo vi aderisca col massimo grado di consenso attivo. L’adesione può basarsi sul convincimento circa l’utilità, sulla condivisione dell’attività proposta, sulla forza attrattiva dell’operatore, sulla disperazione causata da un bisogno/desiderio irrefrenabile: ciò che importa è che il gruppo partecipi della tecnica in modo ricettivo e partecipato. Le tecniche sono applicabili insieme al gruppo, e mai "su" di esso.

Ogni classe di tecniche risponde a intenzioni diverse. Per analogia, esistono diversi tipi di cacciavite, ma la classe dei cacciaviti ha in comune la vocazione ad essere usata per inserire le viti. Possiamo usare un cacciavite come leva per aprire una lattina di colore (lo fanno in tanti), e possiamo anche inserire le viti con le mani o con l’aiuto del martello: ma tutto ciò è improprio e farebbe inorridire un tecnico serio. La tecnica possiede una sua economia ed una sua estetica. I gesti del tecnico sono razionali, essenziali, a loro modo eleganti. Un vero cuoco non si sbraccia, non suda sette camicie, non sporca otto tegami oltre al suo vestito, per cucinare una pastasciutta. Egli dispone di una tecnica codificata, nella quale i tempi, i gesti, gli oggetti ed i materiali sono razionalmente organizzati, in funzione economica ed estetica. Se occorre il burro per un certo piatto, nessun cuoco pensa di farlo con l’olio. Se occorre un certo tegame, un calore definito, un tempo di cottura collaudato, un’erba accessoria, il bravo cuoco esprime la sua tecnica restando fedele a questi imperativi. Nulla vieta, anzi in ciò sta la grandezza di un cuoco, che egli caratterizzi i piatti con uno stile personale, che inventi variazioni nei piatti, che metta a punto nuove tecniche o mixing di tecniche già note. La nuova tecnica può anche contenere elementi tenuti segreti ai non iniziati, ma che restano comunicabili ai vice chef e che saranno pubblicati in volumi, quando il cuoco sarà famoso abbastanza. Anche nelle tecniche di gruppo avviene qualcosa di simile. Ogni classe di tecniche soddisfa certe esigenze meglio di altre. Ogni tecnica ha le sue regole di esecuzione. Lo stile personale è un’interpretazione della tecnica che riguarda le sfumature, il tono, il ritmo, cioè gli elementi più personali dell’operatore. Il quale può inventare tecniche nuove o mixing nuovi di tecniche collaudate, senza però dimenticarsi di codificare (cioè di rendere descrivibili e riproducibili) le sue innovazioni.

Le azioni descritte nel Cap.6 sono da considerarsi tecniche dell’operatore, ma non ancora tecniche di intervento, in quanto vengono applicate prima che il gruppo sia nato. In senso proprio chiamiamo tecniche di intervento quelle che vengono applicate dall’operatore dal primo incontro del gruppo in avanti. L’operatore che applica le tecniche può essere il coordinatore o il consulente nei gruppi di lavoro, il formatore nei gruppi di apprendimento. Il coordinatore non è il "capo" ma colui che l’ente genitore o il gruppo stesso indicano come responsabile del funzionamento del gruppo. Il consulente è un operatore esterno al gruppo, inviato dall’ente genitore o chiamato dal gruppo stesso, con il compito di facilitarne il funzionamento. Formatore è una denominazione generica che indica tutti gli operatori attivi nei gruppi di apprendimento. A secondo del ruolo e della situazione il formatore assume il nome di tutor, trainer, docente, facilitatore, conduttore, coordinatore.

Le tecniche di intervento nei gruppi possono essere classificate in molti modi. I paragrafi che seguono si basano su questa tassonomia in sette aggregazioni:

Se lo spazio piano lo consentisse, la classificazione sarebbe rappresentata da un solido a 8 dimensioni. Ogni dimensione comprende più classi. Ciascuna classe comprende un pressoché infinito numero di tecniche basiche. Il solido può diventare una specie di cubo di Rubik, nel quale ogni tecnica può contenere il carattere di una o più dimensioni ed uno o più raggruppamenti.

Classificazione per

Tav.6-Raggruppamenti di tecniche

carattere

non strutturate

strutturate

focus

etero-centrate

auto-centrate

Finalità

direttive

attive

riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

strumentali

funzione

stimolativa

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali

La tavola 6 descrive, nelle caselle grigie, il sociogramma moreniano (v.Cap. 7.8.), che è una tecnica a carattere strutturato, con un focus autocentrato e finalità direttiva, con obettivo diagnostico, basata sul linguaggio grafico, che punta ad un incremento di conoscenza, offre un’interpretazione della struttura del gruppo e si riferisce al gruppo come insieme. Lo stesso sociogramma moreniano o le sue varianti, potrebbe anche caratterizzarsi con elementi differenti della tabella. Pur restando sempre una tecnica strutturata e direttiva, il sociogramma potrebbe anche avere un obiettivo diverso (per esempio, una presa di coscienza di ruoli marginali). Potrebbe sempre essere non verbale, ma invece che ricorrere al linguaggio grafico, potrebbe basarsi su quello corporeo, preferendo di conseguenza un bersaglio più emotivo con magari una funzione più provocatoria.

Classificazione per

Tav.7-Raggruppamenti di tecniche

carattere

non strutturate

strutturate

Focus

etero-centrato

auto-centrato

finalità

direttive

attive

riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

strumentali

funzione

correttive

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali

La nuova tavola indica le bande di oscillazione del sociogramma che ha una certa plasticità circa gli obiettivi, i bersagli e la funzione ma è rigido per quanto concerne il carattere, le finalità, il linguaggio ed il riferimento. Ogni tecnica presentata nei paragrafi seguenti sarà presentata, per motivi di spazio, solo sulla base una tabella che indica la sua vocazione principale. Per concludere questo paragrafo introduttivo ricordiamo una frase di Carl Rogers (1976): "Ho passato la vita ad imparare tutte le centinaia di tecniche esistenti, per avere la libertà di non usarne mai nessuna".

7.1. La classificazione per grado di strutturazione: le tecniche d’intervento diretto o non strutturato.

La classificazione di tecniche per grado di strutturazione contiene due grandi raggruppamenti. Il primo è quello delle tecniche di intervento diretto o non strutturato. Si tratta di tecniche verbali o non verbali che l’operatore usa senza attivare alcuna particolare strutturazione del gruppo o dell’attività. Sono tecniche di intervento nel gruppo così com’è. Si tratta di comunicazioni o comportamenti, in genere di breve durata, che l’operatore esprime nel corso del compito ordinario che il gruppo sta svolgendo. Come si vede dalla tavola 8 che segue, si tratta di tecniche ad ampio spettro, molto plastiche. Il loro punto critico risiede nel fatto che non essendo strutturate nè strutturanti, legano la loro efficacia alla sola risorsa dell’operatore. Il loro uso è dunque dipendente dalle capacità e dall’esperienza di questi, che deve possedere ritmo, tono e stile adeguati.

Classificazione per

Tav.8-Raggruppamenti di tecniche

strutturazione

non strutturate

Strutturate

finalità

direttive

attive

Riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

stimolative

emotive

Strumentali

funzione

correttive

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali

Questa classe di tecniche comprende le comunicazioni verbali, fra le quali elenchiamo gli interventi principali.

Si tratta di interventi giudicanti, svalutativi, colpevolizzanti da usare con molta prudenza e comunque mai verso singoli individui. Nel gruppo, in base al principio dell’interdipendenza, non ci sono membri stupidi, svogliati o aggressivi, ma comportamenti disfunzionali prodotti dal campo. Poiché l’operatore rappresenta un polo affettivo ed un’autorità, gli interventi negativi possono avere un effetto frustrante e paralizzante. O possono far emergere fantasmi di valutazione. E tradursi in una crescente aggressività verso lo stesso operatore.

Questi tipi di intervento sono attenuazioni dei precedenti. Hanno il difetto di contenere impliciti elementi punitivi, ma li attenuano con una sfumatura costruttiva. Se l’operatore è credibile, gli interventi correttivi ottengono qualche effetto. Lo perdono invece se vengono reiterati troppo spesso o se la situazione da correggere nasce da un serio problema del gruppo.

Gli interventi supportivi sono in genere graditi, se non si colorano di tonalità paternalistiche o manipolative. Sono efficaci se rivolti al gruppo come insieme. Se diretti a singoli, rischiano di caratterizzarli come ruoli deboli e bisognosi di compassione. O di creare una percezione di alleanza o preferenza fra l’operatore e un membro.

Questi interventi sono abbastanza efficaci, perché non valutativi e solitamente mobilitanti. Possono diventare inibenti se diretti ai singoli che sono in difesa da astensione, ma d’altronde possono anche stimolare, se vengono vissuti come forma d’interessamento.

Tutte le informazioni utili, in possesso dell’operatore, dovrebbero essere comunicate al gruppo. Dare notizie, dati, informazioni, nozioni consente al gruppo di evitare rallentamenti inutili, dibattiti superflui, finte ricerche. Naturalmente stiamo parlando di informazioni e non di opinioni o ipotesi.

La partecipazione al gruppo è per ogni singolo membro segnata da una visuale parziale. Ognuno è concentrato su quello che sente e vede qui ed ora o su quello che egli stesso dice o sta per dire. Dopo un certo tempo, il numero degli scambi è talmente intenso da assumere l’aspetto di un groviglio insensato. L’operatore può usare l’efficace tecnica del riassunto per fare il punto della situazione. Segnalando le principali posizioni, i nodi affrontati e quelli rimasti sospesi, il lavoro già fatto. E’ importante che gli interventi riassuntivi siano molto equi. Essi non devono essere un modo per veicolare la visione dell’operatore, né un trucco per sottolineare le posizioni gradite e trasurare quelle sgradite. La mancata equità negli interventi riassuntivi è un rischio per l’operatore, che crea frustrazioni e incrina la sua immagine di equidistanza.

La tecnica degli interventi chiarificativi si basa sull’idea che l’operatore non deve dirigere o influenzare, ma aiutare il gruppo ad avere chiare la propria situazione e le proprie scelte. La chiarificazione serve a illuminare il gruppo su un fatto oscuro o confuso; serve a confermare che la posizione di un membro sia esattamente compresa da tutti; serve a garantire che ciò che viene detto sia compreso nel modo in cui l’emittente desidera.

Questo raggruppamento di interventi è molto utile nei gruppi di lavoro. Spesso succede che questi gruppi cadano in impasses non derivanti da processi o dinamiche disfunzionali, ma per mera mancanza di idee o esperienze. L'operatore è anche una risorsa metodologica e tecnica, e dunque da esso il gruppo si aspetta proposte. Il problema nasce quando le proposte diventano ordini mascherate col sorriso, provocando un senso di manipolazione. Oppure quando le proposte sono tante da mettere il gruppo in posizione di delega passiva.

Gli interventi provocatori sono uno strumento potente e pericoloso, che un operatore deve usare solo se è esperto. Questa tecnica, quando è bene usata, produce vistosi movimenti, in quanto "chiama fuori" il gruppo, lo spinge a reagire, ad esprimersi, ad allentare le difese. L’efficacia è bilanciata dalla rischiosità, perché la provocazione può essere respinta al mittente o aumentando le difese o trasformandosi in reazione aggressiva.

Il raggruppamento degli interventi interpretativi comprende tutti i tentativi dell’operatore di decodificare la situazione, di disoccultare le dinamiche sottostanti, di rendere manifesto un processo o una dinamica invisibili al gruppo. Oltre al fatto che questi interventi non sono facili, presentano il rischio di incrementare le difese di astrazione. Specie nei gruppi connotati da medio o alto livello intellettuale (come sono tutti i lavoratori del settore immateriale) le interpretazioni possono influenzare il gruppo verso una vita pensata anziché vissuta. Se però l’interpretazione riesce, gli effetti a cascata sono spesso vistosi.

Questa è la categoria regina delle tecniche di intervento. La metafora, per la sua ambiguità cognitiva ed evocatività emotiva, produce sempre disequilibri nel campo che la recepisce. Essa riesce simultaneamente a produrre sismi nel campo razionale e in quello affettivo. La tecnica ha anche scarse contro-indicazioni: se non si usano metafore volgari o sgradevoli, il peggio che capita è che nessuno tenga conto dell’intervento. Purtroppo la metafora nasce su un terreno di ampia cultura condivisa fra operatore e gruppo, richiede creatività e originalità, è altamente sensibile al modo di espressione. In un certo senso è come la barzelletta. Che fa ridere se tocca una cultura comune ai presenti, se è nuova e se è raccontata bene.

Nella classe degli interventi diretti o non strutturati sono compresi anche quelli non verbali, del tipo seguente:

E’ noto che gli occhi comunicano. Lo sguardo è il primo dei sensi sociali, cui segue l’udito. Prima guardiamo qualcuno, poi parliamo. Il tatto, il gusto e l’olfatto sono oggi sensi privati. La vista non è solo il senso della ricerca di dati, del controllo del campo, della segnalazione del pericolo. Gli occhi non hanno solo una valenza funzionale. Lo sguardo comunica interesse, curiosità, solidarietà. Sentirsi guardati equivale a sentirsi valorizzati. Guardare significa attirare e farsi attrarre. L’operatore di gruppo deve usare lo sguardo come un riflettore circolare, che illumina il campo, nel duplice senso di metterlo sotto la luce per vederlo e di metterlo in luce per valorizzarlo. Durante l’intera riunione, lo sguardo dell’operatore deve incontrare ciclicamente gli occhi di ciascun partecipante. Gli occhi dell’operatrore non devono mai staccarsi da quelli dei singoli membri, ma nemmeno fermarsi troppo su uno solo. Uno sguardo insistito su un partecipante lo mette in imbarazzo, ma rischia anche di produrre negli altri sentimenti di esclusione. Lo sguardo deve anche essere curioso, benevolo, empatico ma mai troppo espressivo dei sentimenti dell’operatore. Operatori che con gli occhi fulminano i partecipanti antipatici, o sostengono quelli simpatici, sono semplicemente incauti. In tal modo si giocano la posizione di equidistanza che è uno dei punti di forza dell’operatore di gruppo. Operatori che insistono nel guardare le partecipanti più graziose, sono in aggiunta, eticamente scorretti.

La prossemica è la collocazione di diversi corpi nello spazio. La postura è la posizione del corpo. La gestualità è il movimento degli arti. La mimica è il movimento del viso. Il modo con cui i corpi dei membri di un gruppo si collocano nello spazio, può offrire molti elementi di lettura. Il membro in dissenso si isola anche fisicamente; il leader occupa solitamente il centro; chi vuole confliggere con qualcuno gli siede di fronte; gli amici si siedono vicini. I membri di un gruppo che si ritrova spesso, tende a ripetere sempre lo stesso ordine di seduta. Interessante è il fatto che non solo la prossemica consegue alle relazioni, ma in una certa misura essa le influenza. Per cui persone che si trovano sempre sedute accanto, familiarizzano più facilmente di persone che si trovano sempre lontane. Un intervento possibile dell’operatore è quello di mutare posizione ad ogni incontro. Ciò consente a lui di avere visuali diverse del cerchio, e spinge ogni membro a sperimentare differenti collocazioni.

La postura è la posizione del corpo: tesa o rilassata, chiusa o aperta, chinata in avanti o stesa all’indietro. Ogni postura trasmette messaggi, è insieme causa ed effetto del clima del gruppo e dello stato d’animo di ogni membro. La postura è tanto più visibile quando non esistono tavoli o barriere davanti al corpo. Quando invece esistono, un corpo chino in avanti trasmette più attenzione e concentrazione, di un corpo disteso all’indietro e magari coi piedi sul tavolo. L’operatore può chinarsi a uovo in avanti per stimolare l’impegno, o distanziarsi per allentare una tensione. Anche a tutto sovrintende il principio della equidistanza. Chinarsi in avanti quando parla un membro e allungarsi all’indietro quando parla un altro, invia al gruppo comunicazioni di parzialità.

La gestualità è l’insieme dei movimenti delle articolazioni: braccia, gambe, collo, vita e torace. E’ a tutti noto, specie nei Paesi latini, quanto sia comunicativa la gestualità. Essa può arrivare a trasmettere messaggi precisi, se chi la usa è esperto. Quanto meno, la gestualità invia comunicazioni emotive, sensazioni, impressioni che non vengono recepite consapevolmente, ma che influenzano il clima del gruppo e le relazioni. I movimenti delle mani e delle gambe, i tic nervosi, la manipolazione di oggetti, la scrittura di appunti, la posizione del torace in avanti o ripiegato, la mobilità del collo sono tutti elementi comunicativi. L’operatore di gruppo può usare tutto ciò come tecnica per comunicare qualcosa intenzionalmente. Per esempio, un certo grado di gestualità e mobilità corporea, comunicano naturalezza e apertura. Una postura diritta esprime sicurezza. Le braccia che a volte si allargano suggeriscono l’idea di insieme. O può imparare a leggere questi messaggi per capire ciò che avviene nel gruppo. Perlomeno, l’operatore deve essere consapevole della sua gestualità, per controllarla. Così può astenersi dall’inviare messaggi non equidistanti, o dall’influenzare il gruppo coi propri personali stati d’animo. Possiamo accennare in questo contesto alla gestualità che si traduce nel contatto fisico: strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci e baci, carezze, massaggi, camminate sottobraccio (non parliamo dei contatti violenti o esplicitamente sessuali, che sono vietati per legge). Il contatto è una comunicazione di intimità. Come tale, va usato con prudenza dall’operatore, perché può essere vissuto come invadenza o violenza. A parte quando, come vedremo più avanti, il gruppo affronta un’attività corporea, il contatto fisico va escluso in via generale. Ove diventasse un uso abituale del gruppo, mai però indotto dall’operatore, questi dovrà cercare molto attentamente di distribuire equamente gli abbracci, per i motivi già detti. Il ricorso ad una tecnica di contatto da parte dell’operatore si può giustificare solo in casi estremi come per esempio: abbracciare un membro del gruppo che esprime una grave crisi, trattenere per un membro che sta uscendo dal gruppo, fermare un membro che si sta scagliando contro un altro.

La mimica è un grande strumento espressivo e comunicativo. Gli esseri umani parlano col viso. L’operatore deve saper leggere il volto dei membri del gruppo, ma soprattutto usare e controllare il proprio. In particolare, la mimica è una grande spia delle difese, quando è incongrua rispetto alle parole. E’ molto diffuso il caso di chi aggredisce o si dichiara ferito, accompagnando le parole con un sorriso. L’aggressore sorride per mascherare il colpo inferto; la vittima sorride per mascherare la sua fragilità. L’operatore deve guardare alla congruenza fra il sorriso e le parole.

La questione del sorriso è interessante da affrontare. Esso indica accoglienza, disponibilità, allegria; serve a comunicare la non minacciosità del sorridente; crea un clima tonico e caldo. Il fatto è che molti portano il sorriso stampato sul volto, come una ferita grottesca lasciata da una plastica mal riuscita. Il sorriso è stereotipato, come un passe partout universale, una specie di paraurti sociale che trasmette solo falsità e distanza. Chi lo riceve, capisce benissimo che quel sorriso non è rivolto a lui, ma a chiunque. Sente che esso non serve ad accogliere, ma a farsi accogliere. E cosa mi riserva, uno che, per farsi accogliere, deve sorridere in modo tanto insistente e sguaiato? Il sorriso, come le altre figure mimiche, deve essere congruente con lo stato psicologico interno e col legame esistente con l’altro. Il sorriso deve essere autentico e personalizzato.

Il timbro, il tono , il colore, il volume della voce sono un grande strumento di intervento. Un operatore di gruppo dovrebbe riuscire a controllare o plasmare la propria voce in modo da servirsene intenzionalmente. Una voce bassa e monotona può essere utile in un gruppo dove tutti gridano confusamente. Una voce greve con una scansione lenta delle parole può amplificare l’effetto di una metafora. Una voce argentina ed allegra può stimolare l’energia. Una voce alta con un tono deciso, può dare fine a una sequela di comunicazioni inutili. Come in precedenza, l’operatore può usare queste tecniche di intervento, ma può anche usare queste conoscenze per leggere e capire la vicenda del gruppo. Una certa importanza è attribuibile all’uso del respiro, nel senso che un buon modo di respirare, ritmico e profondo, consente all’operatore un maggiore controllo della propria emotività. Così come l’osservazione del respiro dei partecipanti offre alcune importanti indicazioni sul loro stato d’animo.

Una tecnica molto efficace fra quelle non strutturate è il silenzio. L’operatore di gruppo non è più valido quante più parole dice. Di grande aiuto per il gruppo può essere il suo silenzio. Ogni intervento dell’operatore corrisponde alla sottrazione di un intervento possibile di un membro del gruppo. Ogni intervento dell’operatore è una piccola sconfitta dell’autonomia e della possibilità di crescere del gruppo. Ciò non significa che l’operatore deve stare zitto, ma solo che il suo silenzio non è affatto dannoso quanto sembra. L’operatore può stare in silenzio perché non ha nulla da dire, in quanto il gruppo sta andando regolarmente. O perché sta cercando di osservare e capire ciò che succede. O perché sta pensando a cosa dire qualcosa di utile o come e quando dirlo. O perché non sa cosa dire. Pensare in modo solo negativo al silenzio dell’operatore significa dargli un potere che non ha, e significa sottovalutare il gruppo. I gruppi, per fortuna, nascono e crescono in gran parte grazie alle proprie forze. L’operatore è solo un piccolo aiuto in più. Il ruolo dell’operatore non è quello di fare, costruire, modellare il gruppo, tutto da solo. Il suo ruolo è di facilitare attraverso piccoli interventi, l’evoluzione del campo. Il quale, essendo un sistema in equilibrio quasi-stazionario, è estremamente sensibile sia alle condizioni iniziali sia alle perturbazioni emergenti. Compito dell’operatore è creare piccole perturbazioni intenzionali.

Un tipo particolare di silenzio è quello che si configura come mancata risposta. Un partecipante aggredisce l’operatore e questi non risponde, lasciando al primo l’ultima parola. Uno o più membri fanno domande a raffica, il cui scopo non è sapere ma attirare l’attenzione o sedare l’ansia: l’operatore non risponde. Qualcuno fa all’operatore una domanda retorica e non ottiene alcuna risposta. Le mancate risposte sono una tecnica che implica il silenzio non solo verbale ma anche non verbale: né parole, né gesti, né mimica. Appartengono però al raggruppamento delle non risposte anche le risposte finte. Quando ad una domanda all’operatore, questi risponde: "qualcuno vuole soddisfare la domanda del collega?"; oppure "e lei cosa ne pensa?". Quando ad una domanda l’operatore risponde cambiando argomento. Silenzi, non risposte o risposte finte hanno lo scopo di respingere al mittente un tentativo di delega all’operatore; di stimolare il gruppo e cercare nella cooperazione le proprie risposte; di non colludere coi comportamenti regressivi.

Agire, comportarsi, muoversi per l’operatore è una possibile tecnica di intervento non strutturata. Alzarsi e girare mentre parla è quasi l’unica azione messa in atto degli insegnanti. Ma la lista delle azioni possibili è molto più ampia. Segnaliamo solo alcune delle azioni più frequenti, e che possono essere considerate interventi non strutturati. Le azioni che l’operatore deve svolgere negli interventi strutturati sono numerose e codificate (v paragrafo successico).

Questa azione serve a tutelare il confine temporale del gruppo e sancisce la sottomissione dell’operatore alle norme formali. Se il gruppo ha un orario di inizio prestabilito, l’operatore che non ne tiene conto, anche se con qualche motivo, mostra di essere al di sopra delle regole, mentre dovrebbe esserne il primo garante.

Un simile intervento ha le stesse motivazioni del precedente, e funziona come stimolatore del principio di dire tutto nei tempi previsti. Inoltre chi si sofferma al termine di un incontro non è il gruppo ma qualche singolo o sottogruppo: mentre l’operatore è al servizio del gruppo come insieme.

L’azione serve ad attirare l’attenzione del gruppo su qualcosa di comune. In genere attenua il vociare confuso e riduce la tensione, oltre a predisporre all’ascolto.

La distribuzione di penne, fogli, dispense, questionari è un servizio al gruppo. Se questa azione viene fatta dall’operatore assume un significato nutritivo, familiare, bonario. Se invece l’operatore ritiene più utile mantenere un ruolo più paterno, autorevole, distaccato, è meglio che l’azione sia richiesta ad uno dei membri.

Non sono rari i gruppi nei quali girano continuamente caramelle, o che periodicamente sono allietati dall’arrivo di torte o pizze fatte in casa. L’offerta di questi generi di conforto che il gruppo fa all’operatore può avere due significati diversi. Il primo è quello più ovvio della condivisione: il gruppo coeso e lieto condivide fattori di gioia e coinvolge l’operatore al pari di tutti gli altri membri. Se ne ha voglia, l’operatore accetta; sennò rifiuta gentilmente, spiegando il motivo del rifiuto. A volte però questa condivisione assume le sfumature di una difesa sostituitiva o di una captazione dell’operatore. Il gruppo, invece di elaborare i problemi e le tensioni che attraversa, sostituisce questo lavoro con una specie di festa alimentare. Una festa è tale se si realizza in parallelo o come conclusione di una bella relazione: se sta al posto della relazione, è una difesa. Oppure la condivisione contiene una sfumatura evidente di captazione della benevolenza o dell’attenzione: l’offerta si accompagna alla speranza di pilotare o influenzare l’operatore. In questi casi, un gentile rifiuto, o una non risposta, sono i soli interventi non collusivi.

Uno dei principi aurei del gruppo è che tutto quanto lo riguarda si dice o si fa in gruppo. Naturalmente le difese portano ad evadere da questo principio, utilizzando di frequente le relazioni di coppia, i sottogruppi, o l’informalità. Verso l’operatore, che rappresenta l’autorità, molti singoli tentano di instaurare una relazione privilegiata, sia perché ciò rassicura sia perché differenzia nei confronti degli altri. Specie nelle fasi iniziali del gruppo, è molto frequente che qualche membro cerchi di dialogare con l’operatore nelle situazioni extra gruppo. Se l’operatore accetta, collude con le istanze non gruppali. Non si tratta di essere freddi e staccati, ma gentili e fermi nel contempo: ciò che riguarda il gruppo si fa nel gruppo; se ci sono momenti extra gruppo da condividere l’operatore sta insieme a tutti; se capita all’operatore di trovarsi a tu per tu con un partecipante, la conversazione sarà cordiale ma formale, comunque estranea ai temi del gruppo. In certi casi, è previsto che l’operatore di gruppo si renda disponibile per colloqui individuali extra gruppo. Anche se questo modello resta foriero di confusione dei ruoli e dei piani, è necessario che almeno sia formalizzato nei modi e nei tempi e che l’accesso ai colloqui sia consentito a tutti i membri in egual misura.

Spesso succede che un gruppo si trovi a pranzare insieme o, in situazioni residenziali, a condividere numerosi momenti informali, cioè non obbligatori. Cene e pranzi, serate, gite, visite, escursioni, spettacoli sono momenti in certi casi programmati come integrazione del lavoro o dell’apprendimento e previsti come tempi di gruppo. Ciò che succede in questi tempi extra fa parte a tutto tondo dell’iter del gruppo e dunque della competenza dell’operatore. Questi è ovviamente presente: il suo ruolo ed i suoi interventi nel tempo libero sono dello stesso ordine di quelli nel tempo di lavoro. In altri casi invece sono programmati per il gruppo solo certi tempi, mentre altri sono lasciati liberi. In questi casi, come agisce l’operatore? Qualcuno pensa di dover stare col gruppo, in modo da condividerne al massimo le esperienze, e per dare un’impressione di interessamento, cura, calore. Noi riteniamo che un simile intervento ha parecchie controindicazioni. La prima è che, non essendo questi tempi formalmente di gruppo, l’operatore rischia di stare con una parte dello stesso e non con l’insieme. La seconda è che i membri di un gruppo hanno beneficio nel godere di momenti senza pressioni. La presenza dell’operatore produce sempre, sia pure minimo, un senso di controllo, un disagio da subalternità, un vissuto da situazione pubblica. La terza è che l’operatore stesso ha bisogno di momenti di riposo, di sfogo, di privacy che non sono possibili in presenza del gruppo.

A meno che una variazione di luogo non sia formalmente deciso, lo spazio degli incontri di gruppo è uno e sempre lo stesso. L’operatore ha come ruolo primario quello di presidiare e garantire il rispetto delle coordinate spazio-temporali del gruppo. Può succedere che qualcuno proponga di continuare i lavori in altra sede, che è più comoda per i mezzi di trasporto; oppure in giardino, dove è più fresco, o in un’altra stanza, dove ci sono comodi divani. La decisione sembra banale e qualcuno si accoda immediatamente: in pochi minuti più della metà del gruppo ha cambiato spazio. E l’operatore? Seguire l’onda significa annullare le norme del gruppo, e accettare il colpo di mano di quei membri che hanno trascinato tutti verso un altro posto. A volte addirittura è proprio quest’ultima la chiave di lettura giusta: una manovra di potere, l’affermazione di una forza di alcuni su altri, compreso l’operatore. Oltre a ciò, il luogo prescelto per spostarsi, può non avere le caratteristiche ottimali per il gruppo: può stimolare distrazioni, essere meno comodo, non disporre dei sussidi utili. Infine, c’è l’elemento non trascurabile della perdita della "tana" del gruppo, che può diminuire le forze centripete. Ovviamente ci sono gruppi nei quali tutto ciò ha una rilevanza minima. L’obiettivo e la natura del gruppo possono essere tali che tutto passa in secondo piano, rispetto ai contenuti da elaborare e al clima generale di consenso. In tali casi l’operatore abbozza e segue l’onda, sancendo l’insignificanza dei processi e delle dinamiche. In molti gruppi invece i processi e le dinamiche sono importanti o addirittura essenziali, e allora l’operatore resta dov’è, invitando il gruppo che vuole cambiare il luogo prefissato, a prendere una decisione formale (v.4.4).

Mentre il gruppo è riunito avvengono spesso le interferenze più strane. Arriva l’usciere che annuncia una chiamata al telefono per un membro o per l’operatore, suona il telefono che c’è nella stanza o un telefonino portatile, apre la porta il dirigente che chiama fuori l’operatore o un partecipante "un attimo solo". Si tratta di un buon numero di distrazioni dal campo, cui l’operatore dovrebbe rispondere opponendo fermi dinieghi. Salvo catastrofi, niente dovrebbe interferire, interrompere, intromettersi nel lavoro che il gruppo sta facendo. Accettare queste distrazioni significa rompere la concentrazione sul campo presente, svalorizzarne l’importanza, rallentare il lavoro.

Non è raro che il gruppo sia invaso da estranei. Il marito o padre viene a prendere la partecipante in anticipo e intanto si siede nella stanza. L’uscire che viene a portare o asportare materiali. Il funzionario dell’ufficio vicino che entra "un attimo" per prendere documenti da un armadio. Il capo o dirigente che si ferma qualche momento dopo aver fatto i saluti iniziali, o che entra a metà incontro "per vedere come va". La segretaria che deve chiedere al suo capo, membro del gruppo, una firmetta urgente. Il nuovo partecipante che arriva ma dice subito che "non sa se può fermarsi". Il collega dell’operatore che "passavo di qui". I camerieri che arrivano per preparare i tavoli del buffet. L’inserviente che non ha potuto pulire la stanza prima dell’inizio. Il custode che deve andare via e dunque viene a chiedere "quando concludiamo?". Il membro del gruppo riunito nella stanza accanto che vuole vedere "se qui si lavora meglio".

Lo studente che viene a consegnare un bigliettino per la partecipante carina. Insomma non è raro che il gruppo assuma l’aspetto di un porto di mare. Il gruppo, se ha un senso di appartenenza, difende il suo territorio e la sua privacy . Ma può capitare che la coesione non sia ancora ottimale o che l’intruso abbia uno status di potere tale da mettere il gruppo in soggezione. L’intervento dell’operatore deve allora essere pronto nel tutelare i confini del campo, preparando in anticipo il contesto a non essere invasivo, e impedendo le intrusioni impreviste.

7.2. La classificazione per livello di strutturazione: le tecniche strutturate.

Questa grande classe di tecniche ha uno spettro enorme. In essa comprendiamo tutte le tecniche la cui applicazione prevede una attività strutturata da parte del gruppo. Esse non intervengono nel gruppo così come è, ma in un gruppo che deve assumere forme o espletare compiti particolari. La definizione di strutturate deriva dal fatto che appunto esse danno al gruppo una speciale struttura temporanea, con forma, ruoli, codici, norme, fasi e compito alterati rispetto all’ordinario. Sono tecniche che operano con un gruppo temporaneamente diverso. Il quale viene alterato per il tempo previsto dalla tecnica, e poi ritorna nella configurazione originale, traendo i benefici operativi acquisiti, grazie all’alterazione della forma o per riflettere sull’esperienza conclusa. Questa alterazione della forma gruppale nelle coordinate spazio-temporali e nei principi regolatori, non viene improvisata al momento, come nel caso degli interventi diretti del paragrafo precedente. Deve essere un’alterazione preordinata con esattezza, è somministrata con la massima cura dei dettagli.

Un esempio concreto di questa definizione è offerto dalla classica tecnica di lavoro in sottogruppi, i cui delegati poi riferiscono al gruppo. Il gruppo viene articolato in parti per un periodo limitato e per un obiettivo specifico. Al termine di questa fase i gruppi o i loro delegati si incontrano per mettere in comune i risultati ottenuti. Condiviso i quali, il gruppo torna nella configurazione precedente, ereditando i benefici del lavoro in sottogruppi.

Classificazione per

Tav.9-Raggruppamenti di tecniche

strutturazione

non strutturate

strutturate

focus

atero-centrate

auto-centrate

finalità

direttive

attive

riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

strumentali

funzione

correttive

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali


Di solito qui finisce la tecnica applicata ad un gruppo di lavoro. In un gruppo di apprendimento, il gruppo intero può anche essere stimolato a riflettere sui processi e le dinamiche sperimentati. Come si vede dalla tavola 9, le tecniche strutturate sono molto plastiche e utilizzabili su un diametro ampio come quello delle tecniche dirette o non strutturate. Presentiamo di seguito le tecniche strutturate per gruppi omogenei.

Questo gruppo di tecniche ha la sua funzione vocazionale nella facilitare dei processi di scambio cognitivo, espressione delle differenze, creazione di codici comuni, esecuzione di compiti a tavolino. Il loro impiego è molto vasto, perché riservato in genere agli aspetti cognitivi, agli scambi verbali, ed ai gruppi etero-centrati (v.Cap.7.3.), che sono la maggioranza dei gruppi in circolazione. Come vediamo nella tabella, le tecniche di discussione e confronto, almeno in via ordinaria, sono efficaci per diverse finalità, ma sono valide solo per obiettivi diagnostici o illuminanti,

Classificazione per

Tav.10-Raggruppamenti di tecniche

strutturazione

non strutturate

strutturate

focus

atero-centrate

auto-centrate

finalità

direttive

attive

riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

strumentali

funzione

stimolative

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali

con linguaggio verbale, un bersaglio essenzialmente cognitivo, una funzione correttiva, e riferimenti gruppali o sociali.

Ciò che accomuna questo gruppo di tecniche è l’assegnazione di uno stimolo da parte dell’operatore, sul quale il gruppo è chiamato a sviluppare il massimo possibile di dibattito. Lo stimolo all’attività può essere verbale, scritto, visivo. L’attività può concludersi con una sintesi verbale o scritta, comunicata o agita nel gruppo intero. Ecco un elenco delle tecniche di discussione e confronto, più note ed usate.

Questa tecnica consiste nella scomposizione del gruppo in parti o sotto-insiemi, cui viene affidato l’approfondimento di un tema. La scomposizione dura in proporzione del tipo di argomento e della profondità di confronto auspicata. Questa tecnica, come le altre che seguono, ha il vantaggio di aumentare il numero degli scambi in un tempo limitato; inoltre offre anche a coloro che sono in difficoltà nel gruppo, di esprimersi in una dimensione meno minacciante.

Il nome di questa tecnica deriva dal suo inventore e indica la sua struttura primitiva che si basava su sottogruppi di 6 persone, riunite in tre fasi di 6 minuti ciascuna. La tecnica è molto utile quando, avendo più gruppi compresenti e poco tempo, occorre far approfondire un tema. Immaginiamo che il tema da discutere sia "le cause della disoccupazione giovanile", e che i partecipanti siano 25, riuniti in una sola stanza grande.

Fase 1:

-i partecipanti si aggregano a piacere in sottogruppi di 5

-i sottogruppi vengono invitati a discutere il tema per pochi minuti (10-15 a seconda della situazione), pervenendo ad una scelta delle 4 cause principali della disoccupazione

-le 4 cause decise da ogni sottogruppo devono essere riportate su un foglio da ciascun membro.

Fase 2:

-l’operatore consegna ad ogni membro di ciascun sottogruppo una lettera dell’alfabeto (A,B,C,D,E)

-i partecipanti vengono ora invitati ad aggregarsi in base alla lettera posseduta; si creano così 5 sottogruppi: uno con tutti coloro che hanno la lettera A, uno con tutti i B e così via

-l’operatore assegna ora a ciascun sottogruppo il compito di ridiscutere il problema, pervenendo in 20-30 minuti (il doppio della fase precedente) ad una nuova lista comprendente solo le 4 cause più importanti della disoccupazione; i partecipanti dovranno discutere e mediare sulle 20 voci che si trovano, al massimo, come eredità della prima fase.

Fase 3:

-al termine della fase precedente, l’operatore chiede a ciascun sotto-gruppo di scegliere un delegato cui affidare la difesa delle 4 cause individuate

-i delegati vengono invitati a sedersi in cerchio al centro della stanza, mentre gli altri partecipanti siedono in un cerchio esterno; il gruppo dei 5 delegati viene ora invitato a discutere per produrre (in 30 minuti) una nuova lista comune delle 4 cause principali della disoccupazione; l’operatore alla lavagna, scrive i punti via via che vengono decisi.

Al termine della terza fase si può discutere tutti insieme sui risultati ottenuti o sui processi e le dinamiche sperimentate. Si può anche procedere ad una votazione dei punti indicati dai delegati, per verificare il grado di consenso ottenuto. Infatti, se il processo e le dinamiche sono stati funzionali, dovrebbe accadere che i punti finali rappresentano largamente l’opinione di tutti.

Questa tecnica, con le infinite varianti possibili, è molto utile per promuovere un confronto ampio in un tempo limitato.

Il nome di questa tecnica indica chiaramente la situazione. Un sottogruppo viene invitato a sedersi in cerchio al centro della stanza. I membri restanti sono invitati a sedersi in un cerchio esterno e restare in totale silenzio per la durata dell'attività. Il sottogruppo al centro viene invitato a confrontarsi su un tema o problema per un certo tempo (variabile in base al tema ed alla situazione del gruppo). Al termine si discute tutti insieme, oppure (variante chiamata del "doppio acquario") il sottogruppo esterno si mette al centro, per ridiscutere lo stesso tema, mentre quello interno prende il ruolo di osservatore.

Questa tecnica è utile nei casi di compresenza di due categorie distinte e magari conflittuali. Gruppi formati da insegnanti e genitori, maschi e femmine, vecchi e nuovi membri, o sostenitori di tesi antagoniste. Il gruppo viene scisso temporaneamente in due sottogruppi omogenei, che lavorano in due stanze diverse. Nella prima fase ogni gruppo viene invitato a discutere un tema, scrivendo per punti, su un grande foglio murale, le proprie posizioni e quelle che presumibilmente sosterrà l’altro sottogruppo. Nella seconda fase i due sottogruppi si incontrano nella stessa stanza, seduti uno di fronte all’altro e presentano i propri fogli murali. Scopo di questa lettura è identificare: quanto ogni gruppo conosce davvero l’altro, quanto i pregiudizi annebbiano le relazioni, quali siano i reali puti di divergenza. La terza fase può essere una discussione del gruppo intero, oppure un ritorno in sottogruppi per discutere le possibilità di mediazione o di sintesi fra le parti, cui segue una quarta fase di negoziazione.

Questo gruppo di tecniche è simile al precedente, come si vede dalla tabella. Le varianti stanno nella vocazione per gli obiettivi di accelerazione più che di illuminazione, per la funzione interpretativa oltre che stimolativa, per la possibilità di riferimenti individuali accanto a quelli gruppali e sociali.

Classificazione per

Tav.11-Raggruppamenti di tecniche

strutturazione

non strutturate

strutturate

focus

atero-centrate

auto-centrate

finalità

direttive

attive

riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

strumentali

funzione

stimolative

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali

Possiamo inserire in questo gruppo tutte le tecniche strutturate che servono a "riscaldare" un incontro di gruppo. Perlopiù queste sono applicate nei primi incontri, o nei primi minuti delle varie riunioni, se queste sono intervallate fra loro in modo sensibile. Inseriamo le tecniche di riscaldamento nel gruppo della "raccolta" dati perché in genere esse puntano a stimolare l’apertura e lo scambio di informazioni fra i membri. Appartengono a questo gruppo:

-le tecniche di autopresentazione (dal semplice giro di tavolo a sistemi più strutturati o creativi di presentazione verbale - racconti del proprio passato, dichiarazioni circa i propri hobbies e gusti - o non verbali, tramite fotografie, collages, disegni, azioni mimiche, ecc.)

-le tecniche di apertura (con strutturazione minima come nel caso della tecnica della "frasi da completare", o maggiore come nel caso della famosa Johary Window)

-le tecniche di socializzazione e conoscenza (infinite attività tendenti a far approfondire le relazioni interpersonali).

Si tratta di un insieme di tecniche mirate, attraverso una vera e propria ricerca, a aumentare le conoscenze relative ad un particolare tema o ai partecipanti. Si basa sulla consultazione di materiale documentale, sulle interviste e i questionari, sui colloqui in profondità, su test proiettivi usati come base per un approfondimento non tecnico, ma gruppale. Una particolare applicazione di questa tecnica è quella che avviene nel processo di evaluation.

Questo gruppo ha ascendenze molto lontane nella sinettica di Gordon (1961) e nella analisi immaginativa di Assagioli (1973).

Come si vede dalla tabella si tratta di tecniche non impiegate con finalità riflessive, ma per la ricerca di "insight"(illuminazioni), lampadine che si accendono. Sono le tipiche tecniche per favorire la creatività e l’invenzione. Possono essere verbali, ma fanno grande ricorso alla comunicazione non verbale (mentale, grafica, musicale, ecc.).

Classificazione per

Tav.11-Raggruppamenti di tecniche

strutturazione

non strutturate

strutturate

focus

etero-centrate

auto-centrate

finalità

direttive

attive

riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

strumentali

funzione

stimolative

interpretative

supportive

provocatorie

riferimento

individuali

gruppali

sociali

E’ la tecnica più famosa del gruppo. Usata per facilitare la espressione di idee e associazioni, libere da censure. La strutturazione prevede una fase di rilassamento, una fase di produzione di idee caotica, anche paradossale e libera da critiche e autocritiche, ed una fase finale di selezione sulla base di criteri razionali condivisi. La tecnica è molto usata per la scelta dei titoli dei libri o del giornali, e dei nomi dei prodotti di largo consumo.

Esistono molte varianti di questa tecnica, ma essenzialmente essa consiste nella stesura su lavagna, da parte dell’operatore, delle libere associazioni che il gruppo fa intorno ad un concetto. Il risultato a breve è il disegno di una rete o un albero di concetti associabili fra loro anche in modi nuovi e originali.

Questo gruppo di tecniche funzionano sia come propedeutiche a quelle ideative in genere, in quanto hanno effetti di rilassamento, sia come produttive di idee in sé. L’operatore parla al gruppo che sta in posizione rilassata (magari sdraiato su tappeti, ad occhi chiusi e con musica in sottofondo), inducendo una serie di immagini evocative. Naturalmente la fantasia deve avere legami metaforici col problema che interessa e deve essere condotta in modo aperto, lasciando cioè agli ascoltatori la possibilità di riempire il racconto con immagini, figure, idee personali.

Si tratta di un gruppo di tecniche atte a stimolare il fare, costruire, produrre del gruppo. Il gruppo comprende le tecniche di organizzazione del lavoro (v.4.4.), ma anche il ricorso a linguaggi espressivi eterodossi. Sono tecniche caratteristiche nei gruppi con obiettivi addestrativi e bersagli strumentali. La loro efficacia infatti si dispiega nelle fasi di addestramento dei gruppi di apprendimento e quando l’attività punta ad ottenere benefici operativi nei gruppi di lavoro.

Classificazione per

Tav.12-Raggruppamenti di tecniche

strutturazione

non strutturate

Strutturate

focus

etero-centrate

auto-centrate

finalità

direttive

attive

Riflessive

obiettivi

diagnostiche

illuminanti

accelerative

Addestrative

linguaggio

verbali

non verbali

bersaglio

cognitive

emotive

Strumentali

funzione

stimolative

interpretative

supportive

Provocatorie

riferimento