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«Questo
fu l'infelice destino della civiltà antica - ammonisce il
filosofo Josè Ortega y Gasset - Non c'è dubbio che lo Stato imperiale creato dai Giulli e dai Claudii fu una macchina mirabile, incomparabilmente superiore come artifizio al vecchio Stato repubblicano delle famiglie patrizie. Però, curiosa coincidenza, appena esso arrivò al suo pieno sviluppo ecco che comincia a decadere il corpo sociale. Già ai tempi degli Antonini lo Stato pesa come una antivitale supremazia sulla società. E questa comincia a essere resa schiava, a non poter vivere più che a servizio dello Stato. La vita intera si burocratizza. Che accade? La burocratizzazione della vita provoca la sua assoluta deficienza, in tutti gli ordini. La ricchezza diminuisce e le donne partoriscono poco. Allora lo Stato, per sovvenire alle proprie necessità, forza di più la burocratizzazione dell'esistenza umana... Fatica vana! La miseria aumenta, le madri si fanno ogni giorno più sterili. Mancano perfino i soldati. Dopo i Severi, l'esercito deve essere reclutato fra gli stranieri... dapprima dalmati e poi germanici. Gli stranieri diventano padroni dello Stato e coloro che restano della società, del popolo iniziale, devono vivere come gli schiavi di quelli, sotto gente con cui non hanno nulla a che vedere. A siffatte conseguenze porta l'interventismo dello Stato: il popolo si converte in carne e pasta che alimentano il mero artificio o macchina che è lo Stato. Lo scheletro consuma la carne che gli sta intorno». José Ortega Y Gasset, La ribellione delle masse. Bologna, II Mulino, 1984 |
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