I NOSTRI FIGLI ALLA DERIVA (riceviamo e divulghiamo) | Sul bullismo vedi anche qui

Gli articoli giornalistici riportati in calce su bullismo, psicofarmaci, droghe e alcool consentono di tracciare un quadro esistenziale dei ns. figli, dalle materne alle superiori, alquanto preoccupante, peggiore di quello che può rappresentare la pedofilia.

Merita subito osservare come sia più importante parlare di pedofilia, per il disprezzo che suscita nell’ascoltare i casi di cronaca, anziché preoccuparsi dei propri figli o nipoti mentre si distruggono lentamente per effetto di psicofarmaci, droghe e alcool, con la prospettiva che superata la soglia dei vent’anni il 30% di loro potrebbe affollare le aule giudiziarie.

Non passa settimana senza che qualcuno tiri in ballo “la violenza dei giovani”, ricercandone la causa in una carenza o assenza di autorità. Ma è più comodo scagliarsi contro eventuali casi di maltrattamento familiare o di pedofilia – non per questo devono essere trascurati – a volte condannando persone del tutto innocenti, quando la realtà attesta che i casi denunciati (si badi bene non quelli accertati) sono in minima parte rispetto ai reati commessi per bullismo, droghe…

I genitori sollecitano sempre più medici, pediatri, psicologi e psichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza perché non riescono a tollerare gli atteggiamenti dei propri figli.

La novità consiste nel fatto che queste richieste di consulto riguardano sempre più bambini già dai tre anni, perché corrono dappertutto, si arrampicano sui mobili, hanno crisi di rabbia per qualsiasi cosa, ricattano talvolta i genitori non volendo mangiare a tavola o pretendono quel particolare alimento, fanno continui capricci, decidono il programma televisivo e impongono la videocassetta che hanno già visto cento volte.

Questo comportamento non è limitato alla cerchia familiare, ma si riflette all’esterno nei confronti di altri adulti, in particolare gli insegnanti.

Fin dal primo anno di scuola materna, molte maestre osservano che i bambini non solo non ascoltano mai, rifiutano le attività, strappano i fogli, rompono il materiale, ma aggrediscono anche i compagni, li mordono, rispondono e commettono violenze di ogni genere.

Quando sono un po’ più grandi, nessuno “sa come prenderli”, per usare un’espressione abituale: l’apprendimento scolastico risente della loro ostinazione a non imparare, svalutano sistematicamente quanto viene proposto dagli adulti, diventano sempre più violenti.

A poco a poco, del resto, comincia a diffondersi un senso di paura tra i loro coetanei per il fatto di essere minacciati, insultati, aggrediti con pugni e magari oggetti offensivi (forbici, coltelli…), fino a quando non cedono a richieste sempre più onerose.

Il bambino diventa un vero e proprio “tiranno” che esercita la sua influenza minacciosa sull’uno o sull’altro genitore, su un fratello, su un nonno, su un compagno di scuola e per finire anche sugli educatori.

Che cosa si osserva quando si studia il passato di questi bambini?

Più delle volte si riscontrano situazioni di scarsa attenzione, abbandono o addirittura di violenza familiare. Ma non è sempre così, per lo più questi bambini sono stati coccolati, hanno avuto “tutto ciò che volevano”, purché i genitori non venissero disturbati oltre quel tanto che potevano sopportarli.

All’inizio, quando il bambino ha incominciato a opporsi, a dire di no, molto spesso si è stati travolti dalla sua volontà e in alcune occasioni il clima di attenzione e di vigilanza ha fatto nascere nel genitore una certa preoccupazione nel chiedersi regolarmente se faceva tutto il necessario. Tutto ciò ha portato a una carenza di autorità sul figlio e questo fin dalla più tenera età.

Nel campo educativo si è assistito, anche con l’aiuto dei media, a un ribaltamento piuttosto sorprendente del discorso: nel XX secolo era di moda criticare le malefatte di ogni forma di autorità, poiché questa avrebbe portato inevitabilmente alla repressione, alla censura, a un’inutile privazione della libertà e all’oppressione dell’individuo.

L’autorità poteva quindi provocare una sofferenza psichica, un ostacolo allo sviluppo, a causa di una frustrazione sempre nefasta e inutile… Un atteggiamento liberale in campo economico e liberista in campo individuale si tenevano per mano, giustificandosi reciprocamente nel quadro di un funzionamento “democratico”, da cui sembrava che il concetto stesso di autorità dovesse essere progressivamente escluso: come bisogna dare libertà al “mercato”, così bisogna lasciare liberi gli individui e quindi mettere i bambini in una situazione di pieno sviluppo, lasciare che “esprimano il loro potenziale”.

Oggi il discorso è del tutto diverso: sovente si tira in ballo l’autorità o perché esagerata o perché carente, per imputare a essa tutti i misfatti sociali, tutte le sofferenze individuali, la perdita di tutti i valori culturali, mentre i nostri figli vanno sempre più alla deriva. Non stupisce se le difficoltà principali nel metterla quotidianamente in pratica si rilevano, in famiglia come a scuola, nell’educazione, che da secoli è zona di scontro tra sostenitori dell’autorità e i fautori di un liberalismo educativo.

L’autorità non deve dimostrare una volontà di dominio e di potere dell’adulto sul bambino, di godimento nell’imporre regole arbitrarie per capriccio, di piacere nel punire e nel comminare delle privazioni. Essa deve esercitarsi nel nome delle usanze, delle convinzioni personali e religiose dei genitori e soprattutto della Legge simbolica che la impregna.

Gli psicoanalisti sono stati tra i primi a denunciare i danni di un eccesso di autorità, di frustrazioni e di privazioni sullo sviluppo del bambino. Sono numerosi gli specialisti dell’infanzia che hanno insistito ripetutamente sul ruolo traumatico di un’autorità eccessiva. Ora però c’è uno spazio esiguo tra la giusta denuncia degli eccessi dell’autorità e la messa in discussione di ogni forma di autorità.

Così si è finiti presto nell’ideologia contraria: poiché l’autorità sarebbe potenzialmente nociva, l’assenza di ogni forma di autorità sarebbe potenzialmente favorevole allo sviluppo.

La grandissima maggioranza degli specialisti dell’infanzia di quest’ultima metà di secolo è stata concorde nel denunciare le malefatte dell’eccesso di autorità, rendendola sospetta e quindi facendo sentire in colpa i genitori ogni volta che dovevano esercitare un atto di autorità: non rischiavano di nuocere allo sviluppo del loro figlio, di causargli dei danni psicologici? La questione è diventata ancor più scottante perché questa denuncia dell’autorità nel campo dell’educazione si è estesa all’insieme delle relazioni umane ed è diventata un’ideologia sociale condivisa: è ancora ammesso dare prova di autorità?

L’alternativa, infatti, è la seguente: educare significa trasmettere ai figli il sistema di valori proprio dei genitori oppure propinare loro un idealizzato ed estraneo sistema di valori che i genitori devono acquisire per far fronte al compito educativo?

È facile capire che questa alternativa condiziona fortemente la natura dell’autorità nell’educazione del minore, influenzando i genitori da una parte e il bambino dall’altra: chi costituisce l’autorità nei confronti dell’altro?

Stante questa ideologia sociale (professata dalle teorie del pensiero) per cui “l’autorità” crea un trauma devastante al bambino nell’età adulta, allora a quale modello il genitore deve riferirsi e su quali trasformazioni dei ruoli deve basarsi?

Non sembra corretto distruggere totalmente un’educazione che si fondava, fino al secolo scorso, sul potere paterno e sull’autorità indiscussa del “capofamiglia”, senza avere una trasformazione graduale di modelli alternativi che convalidino una società migliore.

L’errore peggiore che si possa commettere è proprio quello di criticare e distruggere un modello senza fornire una valida alternativa e questa è la conseguenza dell’aver riposto troppa fiducia negli operatori della salute mentale, che pensano di avere non solo gli strumenti per regolamentare la condotta umana, ma anche le risposte all’esistenza e al comportamento.

Una volta nelle scuole veniva insegnata l’educazione civica, ora non più, perché il movente propulsore è quello di lasciare spazio alla manifestazione di personalità e creatività del bambino e la legge impone all’adulto il rispetto dovuto alla sua persona, ma non dice invece “nel rispetto dovuto a ogni persona umana”.

Quello che forse non si è capito e non si vuole capire è che comunque in tutte le società esiste sempre un modello di autorità che impone a ciascuno di essere assoggettato a un altro, non in forma verticale, bensì orizzontale, salvaguardando la parità tra esseri umani ed esercitando un’autorità nel nome di un obiettivo comune e condiviso, cioè un’autorità regolatrice e non più ordinatrice.

Ora siamo dinanzi a un’emergenza che dire paradossale è poco, perché vi sono punte di violenza tra i giovani che raggiungono il 50% e bambini soggetti a psicofarmaci fin dalla prima infanzia.

Quando andiamo da un operatore della salute mentale questo ci propina una quantità di disagi e traumi per lo più simili tra loro e derivanti da situazioni qualificabili in abusi sessuali, bullismo, droghe, alcool e quant’altro uno voglia inserire, basta solo avere a disposizione una checklist.

Sebbene abbiano un’incidenza maggiore, tutte queste violenze che avvengono nel mondo dei minori non sono recepite da parte di mass media, politici e istituzioni con la stessa negatività dei pochi casi di pedofilia, in quanto considerate come un fattore del tutto normale nel contesto sociale dalla maggioranza degli operatori, i quali, anziché cogliere la continua richiesta di aiuto proveniente dagli educatori scolastici nella destabilizzazione dei rapporti umani, sono più interessati (diciamocelo francamente) ai risvolti economici che i loro interventi possono comportare nel tentativo di risolvere semplici carenze comunicative tra adulti e bambini.

Il presente intervento vuole evidenziare non tanto le implicazioni sociali di questo degrado, peraltro ben prospettato e descritto dagli articoli giornalistici riportati in calce, ma l’approccio sistematico degli operatori della salute mentale, che spesso e sovente confondono i disturbi psicologici manifestati in queste circostanze con i sintomi di abusi sessuali vissuti con adulti.

Gli stessi articoli giornalistici riportano anche di violenze o molestie sessuali che le bambine possono subire, nell’indifferenza di insegnanti che non sanno o non vogliono sapere.

È significativo rammentare come i giochi sessuali di e tra infanti abbiano costretto il presidente e la direttrice didattica della scuola materna G. Bovetti in provincia di Torino [1] (poi assolti perché i fatti non sussistono) a restrizioni cautelari per oltre due anni e mezzo: il caso di una bambina che esortava una compagna a infilarle oggetti nella zona anale [2] fu interpretato da “esperti” e inquirenti come un vissuto con adulti, quando la letteratura scientifica (Caffo, 2004) individua il gesto in un aspetto naturale e prevedibile a quell’età o eventualmente di bullismo.

In questi frangenti è opportuno, altresì, richiamare la responsabilità degli insegnanti non solo nell’individuare eventuali abusi che i bambini hanno subito dai loro genitori o da terzi, ma anche nel denunciare gli atti di violenza che avvengono tra i loro alunni, segnalandoli all’autorità e ai loro genitori, perché non debbono dimenticare che esiste anche per gli operatori scolastici una responsabilità penale e civile, oltre a quella morale, diversa da quella fisica coperta da forme assicurative.

Dinanzi a questi casi possiamo tranquillamente affermare che le teorie del pensiero devono essere accettate solo dopo un’attenta critica e verifica nel tempo e non considerate come verbo o convenienza.

Ciò che realmente manca agli adulti è la capacità di ascoltare in modo empatico i propri figli e, ancor più grave, risulta la mancanza di professionalità di alcuni operatori della salute mentale nel comprendere le vere esigenze dei minori, limitandosi a prescrivere loro degli antidepressivi o a formulare delle perizie di abuso sessuale e/o di maltrattamento per il loro disagio, giungendo in casi estremi a incitare dei bambini a spogliarsi pur di dimostrare un vissuto con adulti.

Penso che tutti noi dovremmo meditare profondamente su questi problemi e intervenire quanto prima, senza limitarci a sostenere politicamente di avere istituito corsi per operatori del settore (privi di un’adeguata verifica a posteriori dei risultati) o di avere attuato una campagna pubblicitaria per indurre gli adulti ad ascoltare le richieste di aiuto che pervengono dai minori.

In conclusione si ritiene riduttivo pensare che pochi interventi possano risolvere le difficoltà dei ns. figli o nipoti, pur sapendo che il futuro riserverà loro una responsabilità sociale.

Moncalieri, 20 settembre 2005

Vittorio APOLLONI / presso el.te.co / Corso Roma, 3 / 10024 Moncalieri TO / e-mail elteco@elteco.191.it

 

LA STAMPA

Documento tratto dal supplemento “Specchio” del quotidiano del 10 settembre 2005

Di Stefano Semeraro

LA SCUOLA DEI BULLI

Uno scherzo pesante, un soprannome ridicolo. Un insulto, un quaderno imbrattato o una merenda rubata. Normale ammnistrazione, nelle scuole che stanno per riaprire.

«Cose da ragazzi», siamo abituati a pensare.

Invece no. I bullismo, cioè il comportamento di chi in classe o in cortile usa la propria forza, il proprio potere, per intimorire, offendere, isolare un compagno più debole, è questione seria, grave, che può lasciare cicatrici dolorose o addirittura crocifiggere un’esistenza. E’ un fenomeno che va «ascoltato» con attenzione, e soprattutto mai sottovalutato.

Lo spiegano gli autori dei saggi raccolti in “Bulli marionette”, un volume edito da Pendragon e curato dagli esperti di psicodinamica Guido Crocetti e Davide Galassi, che prendendo spunto da una indagine svolta nelle scuole elementari e medie di Bologna analizza in maniera ampia e articolata e dinamiche psicologiche del bullismo nella pre-adolescenza.

Già, perché è proprio fra i bambini, in classe, che il bullismo nasce, precocissimo. E’ li ce mette le sue radici. Radici che in Italia sono sorprendentemente più profonde che nel resto del mondo. «La codificazione del termine bullismo», spiega Mario Rizzardi, professore associato di Psicologia dello sviluppo all’Università di Urbino e co-autore della ricerca che apre il volume, «è dovuta allo psicologo norvegese Dan Olweus, che ha studiato il fenomeno fra gli anni Settanta e Novanta. Per gli italiani il bullo è un gradasso quasi inoffensivo, che veste in abiti sgargianti, mentre nel nostro caso bisogna fare riferimento all’inglese bully, che indica un atteggiamento aggressivo e  ripetuto nei confronti di una “vittima”. Plweus, in na percentuale già elevata (attorno al 9%) di “bulli” nelle scuole elementari superiori in Scandinavia».

In italia, continua Rizzardi, «secondo quanto appurato già dalla psicologia dell’età evolutiva Ada Fonzi anni fa e confermato dalle nostre indagini, si oscilla fra il 24 e il 43 per cento. In particolare, dalla nostra ricerca (che ha interessato 1.124 ragazzi distribuiti fra quinta elementare e terza media) emerge che i soggetti responsabili di almeno un episodio di bullismo alla settimana sono ben il 39% del totale, le vittime il 52%. E aggregando i dati si arriva a scoprire che ben il 32% è coinvolto quotidianamente in episodi di bullismo».

Cifre angoscianti, che stridono con lo stereotipo sorridente e gentile del bambino made in Italy. Eppure, dalla Cina all’Inghilterra, dalla Germania agli Stati Uniti, al Canada. Nessun altro Paese al mondo riesce a contenderci il triste primato. «Ma è proprio per via del nostro carattere», spiega Rizzardi, «meno rigido che certe disfunzioni nelle relazioni interpersonali sono tollerate. In Italia le prevaricazioni del bullo vengono sottovalutate e accettate, mentre all’estero si interviene per bloccarle». Il bullismo può esprimersi direttamente (aggressione fisica), ma minacce, maldicenze, piccole estorsioni, scherzi e prese in giro sono strumenti che servono altrettanto bene allo scopo del tiranno in erba: escludere la «vittima» dal gruppo. «Il bullismo fa però riferimento a un sistema di relazioni non solo a un prepotente e a una vittima», puntualizza Rizzardi. «Tutto il gruppo, la classe, sono coinvolti nel fenomeno. Ci sono gli spettatori, gli aiutanti del bullo, quelli che lo incitano restando in disparte e gli aiutanti della vittima. Ciascuno acquisisce uno status, un ruolo sociale, per questo, anche se esiste addirittura un bullismo da asilo, è solo dai 5 anni in poi che il termine può essere applicato correttamente».

Bulli sono sia maschi sia le femmine (e le vittime di preferenza appartengono allo stesso sesso del persecutore) anche se il maschio preferisce la violenza fisica, la femmina quella verbale. La nostra analisi, continua Rizzardi, suggerisce che, contrariamente a quanto si è pensato fino a oggi, il bullismo aumenta nel passaggio fra elementari e le medie, e che non si esercita in luoghi nascosti: tutto avviene in classe, sotto gli occhi di insegnanti che spesso non sanno o non vogliono vedere. Ma un genitore come può accorgersi  di avere un figlio bullo vittima? Il bullo torna a casa con oggetti o denaro che non gli appartengono ed è incapace di sopportare rifiuti o frustrazioni. Dimostra cinismo, insensibilità verso la sofferenza altrui e frequenta individui con caratteristiche simili. Perché il bullismo è proprio il rifiuto di uno spazio sociale comune, condiviso. La vittima invece ha spesso un’aria triste, non porta a casa amici e non è invitato alle feste. A scuola nell’intervallo rimane accanto agli insegnanti o ai bidelli. Può rientrare con i vestiti sgualciti o sporchi, i quaderni strappati, e rifiutarsi “irrazionalmente” di andare a scuola, o marinarla. Alla lunga il rendimento scolastico peggiora, e si manifestano mali di capo e di stomaco o incubi.

Il bullismo è parente stretto del mobbing e del nonnismo, e lascia tracce pesanti in età adulta. I ragazzi”bulli” statisticamente hanno un 30% di possibilità in più di finire in carcere entro i 24 anni, le vittime rischiano fortemente di trasformarsi in depressi a vita. Attenzione, però, ammonisce Rizzardi, anche il bullo è una vittima. Spesso del tradimento degli adulti, dell’analfabetismo affettivo della nostra società, he trasmette disvalori come quello del successo a tutti i costi. I genitori, le madri in carriera che pretendono irrealisticamente dai figli affermazioni in tutti i campi (sociale,sentimentale e politici) sono a loro volta “bulli” incapaci di fermare i comportamenti sbagliati, e portati piuttosto a unire gli “insuccessi”. E questo è gravissimo, perché il bullismo mina le basi stesse del convivere civile e va punito con fermezza, non banalizzato, tanto a scuola quanto in famiglia.

Guido Crocetti, docente di psicologia clinica alla Sapienza di Roma, uno dei massimi esperti italiani di psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza, concorda con la gravità dell’allarme: La nostra cultura e la nostra società sono prigioniere all’interno di una metafora di guerra, dove tutto ciò che non è ricerca della produttività, dell’efficienza a tutti i costi, viene rifiutato. In questo modo ai bambini giungono messaggi distorcenti. In campo educativo e in quello sportivo, dove il bambino  spesso sollecitato alla rivalità, più che alla competitività. Il tempo che i genitori dedicano oggi ai figli è inoltre quello del riposo, del relax, e quindi percepiscono le richieste dei ragazzi come una “ invasione”. E le rifiutano. Il bullismo è una reazione a questo rifiuto. Il bullo in realtà non fa altro che mettere in discussione la società, la scuola, la famiglia, perché se ne sente escluso. E’ un problema sempre più diffuso, che angoscia operatori e istituzioni scolastiche. Non è un caso che manchino studi complessivi a livello nazionale su un fenomeno che  alla base delle psico-devianze anche in età adulta: uno studio del genere metterebbe in discussione tutto il nostro sistema pedagogico. E quindi il problema viene rimosso o ignorato.

Ma come può intervenire un genitore per evitare di vedersi crescere in casa un “bullo”? In primo luogo non sottovalutando segnali anche in apparenza minimi, già a partire dai 5 – 6 anni. E dedicando ai figli uno spazio esclusivo. Il sabato mattina, per esempio, magari facendo “fare sega” a scuola al figlio, magari anche solo una volta al mese. Portandoselo a fare un giro, occupandosi di lui, riservandogli energie positive e non la solita attenzione distratta o irritata.

LA STAMPA

(Del 7/2/2005 Sezione: Torino cronaca Pag. 14)

COLPITO IL 15 PER CENTO DEGLI ALUNNI PIEMONTESI

Bullismo tra bambini allarme nelle scuole

A marzo insegnanti e scolari riceveranno un manuale Darà consigli di comportamento a docenti e vittime

Giovanna Favro

Per certi bambini lo scolabus, la mensa, i corridoi della scuola elementare sono postacci. Luoghi in cui incontrano coetanei prepotenti e violenti dai quali non sanno difendersi. I bulli. Che li costringono, un giorno sì e l’altro pure, a pagare la merenda, o a consegnare quella che la mamma ha infilato nello zainetto. Che rubano sistematicamente la gomma o le matite, strappano i quaderni, tirano valanghe di palline quando non calci e pugni. Oppure, offendono senza motivo, o decidono in gruppo di confinare qualcuno all’isolamento: «con quella lì non si parla», «a lui nessuno deve più rivolgere la parola». E’ il «mobbing dei bambini». Succede al 12-15% degli alunni piemontesi, e in loro soccorso arriva nelle scuole una massiccia campagna anti-bullo, con un doppio manualetto (uno destinato agli adulti, l’altro agli scolari) che raggiungerà per posta, a marzo, 28 mila insegnanti delle elementari della regione. Gli altri saranno contattati via e-mail o potranno rivolgersi a un numero verde, l’800-655- 525, dal mese prossimo. L’iniziativa è frutto di un’intesa tra la Regione, l’Ufficio scolastico piemontese e il Laboratorio di Psicologia dello sviluppo dell’Università diretto da Silvia Bonino, autrice di numerose ricerche sul tema.

La studiosa racconta che si tratta di «un fenomeno sommerso, molto sottovalutato dagli insegnanti», ma che può causare alle piccole vittime danni veri, a partire dal crollo del rendimento scolastico: «Nei casi più gravi, i bambini non vogliono più andare a scuola. In qualche caso, per pagare il “pizzo” ai compagni, sono costretti a rubare ai genitori, mentre le ragazzine possono subire pesanti molestie sessuali».

Dalla metà degli Anni Novanta, Silvia Bonino ha guidato una ricerca che ha coinvolto circa 2 mila e 500 bambini in Piemonte e Val d’Aosta. Emerge che il bullismo, «per molti versi l’equivalente del mobbing tra i bambini», è più diffuso nelle scuole elementari che nelle medie, «dove però assume forme più pesanti». Perché si possa parlare di bullismo occorre che ci sia durata delle prepotenze nel tempo, e sproporzione di forza tra l’aggressore (un gruppo o un singolo) e la vittima incapace di reagire: «Il bullo, però, non è un leader. Ai bambini non piacciono i violenti e i prepotenti. In realtà sia il bullo sia chi lo subisce ha bisogno di aiuto: si tratta di bimbi con un deficit nelle competenze sociali». Il fenomeno è più diffuso in Italia che all’estero, più nel Centro-Sud che in Piemonte, e, a Torino, più in periferia che in centro. «Sarebbe però un grave errore - spiega ancora la studiosa - relegarlo ai quartieri degradati: i nostri studi dimostrano che nessuna scuola è immune. Molti insegnanti faticano a riconoscerlo: da un lato perché convinti che ammettere l’esistenza del bullismo equivarrebbe a bollare la propria come una cattiva scuola, dall’altro perché le violenze si manifestano più di frequente lontano dai loro occhi, come sullo scuolabus, in bagno o durante la ricreazione». Il risultato è che «anziché intervenire minimizzano gli episodi, considerandoli semplici scherzi». Così, se un bambino trova il coraggio di lamentarsi, succede il peggio: non viene creduto, né vengono informati i genitori. Il manuale mirato ai più piccoli spinge i bambini-vittime a chiedere aiuto, innanzitutto parlando con gli adulti: «Spesso si vergognano, o sono minacciati dai compagni che impongono il silenzio». Ai coetanei si chiede di non restare indifferenti. Quanto agli insegnanti, il secondo libricino cerca di sensibilizzarli, e spiega loro come intervenire. Ai libretti è abbinata anche una campagna di «mini-stickers» da diffondere tra i bambini, al grido di «bullo non è bello» e «chi è bullo non ha pupe».

LA STAMPA

(Del 19/2/2005 Sezione: Torino cronaca Pag. 51)

IL FENOMENO ANALIZZATO DA TILDE GIANI GALLINO: UN INQUIETANTE SEGNO DEI TEMPI

La psicologa: vittime del nostro infantilismo

«Le prime denunce sull’abuso di sedativi arrivano dalle elementari»

Francesca Paci

IL FENOMENO ANALIZZATO DA TILDE GIANI GALLINO: UN INQUIETANTE SEGNO DEI TEMPI
La psicologa: vittime del nostro infantilismo

«Le prime denunce sull’abuso di sedativi arrivano dalle elementari»

Figli del Prozac? Figli piuttosto di una società di struzzi, che nasconde nella sabbia testa e problemi esistenziali. Gli esperti di psicologia infantile leggono nell’abbraccio mortale tra antidepressivi e bambini un allarmante segno dei tempi. Che società è quella che affida ai tranquillanti l’inquietudine dei propri ragazzi? Secondo una ricerca dell'istituto di ricerche farmacologiche «Mario Negri» di Milano, pubblicata poche settimane fa sul British Medical Journal, le prescrizioni di antidepressivi a pazienti minorenni sono quadruplicate negli ultimi anni. Un’abitudine che si prende in casa. Il nostro paese conta 50 confezioni di psicofarmaci ogni 100 abitanti. Vuol dire che quasi ogni famiglia ne tiene in casa una riserva. I più piccoli proiettano ingigantite le insicurezze degli adulti. Tilde Giani Gallino, docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università di Torino rovescia la prospettiva: il dilagare del Prozac tra i ragazzini non dipenderebbe dalla loro precoce e patologica voglia di crescere ma, piuttosto, dall’infantilismo dei grandi. Genitori e medici. Sentite: «Viviamo in una società che sfugge le preoccupazioni, si abusa delle medicine nell’illusione di rendere la vita meno difficile. E’ naturale che di fronte ad un bambino troppo apatico o troppo agitato si faccia ricorso agli psicofarmaci». Nel 2002, negli Stati Uniti, due milioni e 100 mila ricette per antidepressivi sono state prescritte per minori di 18 anni. Pochi mesi fa il governo di Londra ha vietato questo tipo di somministrazioni, 50 mila bambini inglesi risultavano allora in cura con antidepressivi. E l’Italia? Il caso di Torino fotografa la punta di un fenomeno sommerso e molto diffuso. Continua la Giani Gallino: «L'abitudine all’uso dei sedativi è più comune di quanto si creda. Le denunce ci arrivano dagli insegnanti, soprattutto elementari, raccontano di ragazzini con comportamenti strani, che si addormentano sui banchi, che passano da grandissima vivacità a strane forme di apatia». Figli del Prozac e di una società di struzzi. E domani, che genitori saranno a loro volta? «Gli effetti peggiori dei tranquillanti sono sulla volontà. Non è tanto una questione di dipendenza: il ragazzo che si impasticca si abitua a vivere in modo deresponsabilizzato. Impara che c’è una soluzione artificiale alla depressione ed ai problemi, scappa».

Le storie di adolescenti che si sono uccisi o sono diventati violenti dopo aver preso psicofarmaci sono numerose ma restano spesso un dolore privato delle famiglie. Lo scorso anno la casa farmaceutica GlaxoSmithkline annunciò improvvisamente alcuni studi che dimostravano un aumento di suicidi tra i bambini trattati con Paxil, uno psicofarmaco. Dopo poco si associò la Wyeth, produttrice dell’Effexori, denunciando la scoperta degli effetti nefasti delle pillole in un’inchiesta pubblicata dal quotidiano americano «New York Times». Aneddotti dunque, ma anche test clinici. «La cosa certa è che queste medicine modificano la personalità - continua Tilde Giani Gallino -. Vent’anni fa questi farmaci non c’erano, i genitori avevano ugualmente problemi a crescere i figli ma reagivano con l’autoritarismo. Siamo passati da un eccesso all’altro, il permessivismo incondizionato arriva fino alla somministrazione di pillole antidepressive, come fossero un surrogato alla felicità prêt à porter».

LA STAMPA

(Del 27/1/2005 Sezione: Torino cronaca Pag. 56)

UNA RICERCA EUROPEA SUGLI STUDENTI DELLE PRIME SUPERIORI

Vino, hashish e fumo Lo «sballo» a 14 anni

Uno su dieci consuma marijuana mentre il 38,7% ama la sigaretta Preoccupante la scelta della «coca» (1,8%) rispetto all’ecstasy (0,8) Chi ancora non usa tali sostanze è trattenuto dalla paura dei genitori

 Monica Perosino

UNA RICERCA EUROPEA SUGLI STUDENTI DELLE PRIME SUPERIORI

Vino, hashish e fumo Lo «sballo» a 14 anni

Uno su dieci consuma marijuana mentre il 38,7% ama la sigaretta Preoccupante la scelta della «coca» (1,8%) rispetto all’ecstasy (0,8) Chi ancora non usa tali sostanze è trattenuto dalla paura dei genitori

A quattordici anni hanno già provato cocaina, hashish e marijuana, hanno fatto uso di psicofarmaci e bevono alcolici quotidianamente. Sono i primi risultati del studio europeo EU-Dap (European Drug Addiction Prevention Trial) sul consumo di sostanze tra i giovanissimi che ha coinvolto sette Paesi (Italia, Spagna, Grecia, Austria, Germania, Belgio e Svezia), in un programma che ha lo scopo di prevenire l'uso delle droghe nelle scuole. I primi dati sono allarmanti: su 2.159 studenti del primo anno di scuola superiore di 38 istituti del Comune di Torino e della Provincia di Novara il 38,7% fuma sigarette, il 16,3% beve alcolici settimanalmente, il 22,7% si è ubriacato almeno una volta negli ultimi 12 mesi, l'11% ha usato marijuana o hashish. Ma la scoperta più preoccupante è quella relativa al consumo di cocaina. «Il dato emerso - hanno sottolineato i coordinatori dello studio, Fabrizio Faggiano e Roberta Siliquini - è che circa l’1,8% dei ragazzi sotto i 14 anni ne ha fatto uso nell'ultimo anno». Una percentuale sorprendente perchè le preoccupazioni maggiori erano rivolte alla diffusione dell’ecstasy, consumata «solo» dallo 0,8% dei giovanissimi. La sostanza di cui si parla di più, dunque, è in realtà quella meno diffusa: «Il problema della cocaina tra i giovanissimi riguarda la questione complessiva della tossicodipendenza - ha aggiunto Faggiano - Negli ultimi anni abbiamo registrato una diminuzione del consumo di eroina, mentre quello di cocaina non fa che aumentare, e inizia ad essere assunta anche per via endovenosa: l'aggravante effetto di questa sostanza è che, oltre ai danni ben noti, può scatenare malattie psichiatriche». Il dato sulla cocaina - sottolineano i ricercatori - anche se numericamente ridotto è di per sé allarmante, tanto da far parlare di un'«epidemia». Ma le «sorprese» non finiscono qui: il 38,3% degli intervistati ammette di fumare tabacco; sul consumo di bevande alcoliche, ha affermato di farne ricorso raramente solo il 46,6%, mentre beve ogni giorno il 4,6% dei ragazzi. I consumatori di marijuana o di altre droghe hanno riposto di temere di più la reazione dei genitori (72,7%) e di avere problemi con la polizia (65,64%) piuttosto che conseguenze negative sul rendimento scolastico (46,01%). Preoccupazioni che comunque sono in parte compensate dal divertimento che l'uso delle droghe comporta (74,85%). Per i non consumatori, invece, il deterrente più forte è costituito dai genitori (94,14%), dalla polizia (83,51%), dalla scuola (86,19%), oltre alla paura di diventare dipendenti (75,12%). Anche se, per quanto riguarda il tabagismo, la maggior parte dei ragazzi con genitori fumatori pensa che a loro non sarebbe impedito di fumare. Fino ad ora in Europa nessun progetto di prevenzione sembra essere stato efficace: «Non basta l'intervento informativo - ha sottolineato Siliquini - che anzi a volte produce l'effetto contrario: a poco serve dire a un ragazzo di 14 anni che se fuma gli verrà il cancro. L'unico tipo di intervento possibile è quello di dargli strumenti e capacità critiche». Dopo la fase dei questionari, il progetto proseguirà fino alla fine dell'anno scolastico con un pacchetto di 12 lezioni tenute dagli insegnanti delle rispettive scuole: «Imparare a dire no - ha spiegato Faggiano -, sviluppare la capacità di esprimere le proprie opinioni, leggere in maniera critica la pubblicità, sfatare le conoscenze non scientifiche, affrontare lo stress delle situazioni difficili e saperne uscire, essere leader senza assecondare il gruppo: è questa la strategia per una prevenzione efficace». Illustrato ieri alla presenza dell'assessore regionale all'Istruzione, Giampiero Leo, il progetto seguirà gli studenti fino alla fine del percorso scolastico dei cinque anni. «In questo percorso è fondamentale - ha spiegato Roberta Siliquini - che si sottolinei l'importanza di un intervento di prevenzione tra i ragazzi giovanissimi: è un dato ormai scientificamente dimostrato e consolidato che l’uso di queste sostanze molto presto aumenta il rischio di dipendenza».



[1]   Per maggiore informazione consultare il sito internet  www.falsiabusi.it.

[2] Dalla sentenza di assoluzione: “La piccola [X] aveva sempre riferito che il gioco era fatto con [Y] e tutti i bimbi dopo la pappa. In ciò confermata dalla piccola Y che aveva riferito che il gioco proseguiva rimanendo sempre tra soli bimbi. E da [Z] che aveva limitato i partecipanti ai soli compagni dell’asilo.”