DOSSIER - SCHIAVI DEI GIOCHI DEGLI ALTRI
Lavoro
Minorile
  • 1. Alle radici del problema
  • 2. Le strade possibili
  • 3. La Conferenza di Oslo
  • 4. Il lavoro minorile e le leggi
  • 5. Vecchio e nuovo. Per una tipologia del lavoro minorile in Italia
  • 6. Napoli: garzoni e sciuscià
  • 7. Roma: il nemico è il disagio

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1. ALLE RADICI DEL PROBLEMA

Nel mondo ci sono circa due miliardi di bambini di età compresa da 0 a 18 anni. Nove su dieci, pari all'87%, vivono nei paesi in via di sviluppo. Di essi 250 milioni sono i bambini tra i 5 e i 14 anni che lavorano (dati OIL, 1996).

120 milioni lavorano a tempo pieno e 130 milioni a tempo parziale. Circa il 61% dei bambini, pari a 153 milioni, vive in Asia; il 32% (80 milioni) in Africa e il 7% (17,5 milioni) in America Latina. Un bambino su quattro nel mondo in via di sviluppo lavora anche più di 9 ore al giorno per sei giorni la settimana. Si tratta di cifre approssimative per difetto: se si potessero davvero contare tutti anche le bambine che prestano servizio domestico nelle famiglie, il numero salirebbe in modo esponenziale.

Le statistiche sono incerte, a volte sospette, specie nel caso di paesi che sembrano essere immuni dal fenomeno. La raccolta di dati reali e affidabili è limitata perché in alcuni casi il lavoro minorile viene considerato inesistente e pertanto non viene incluso nei sondaggi e nelle statistiche ufficiali. Il fenomeno è strettamente legato ai grandi mutamenti socioeconomici: in Africa è aumentato nel corso del decennio scorso con la crisi economica che ha investito l'intero continente e che ha avuto come immediata conseguenza pesanti tagli alla spesa pubblica (istruzione, sanità). In molti paesi poi, a causa delle agitazioni politiche e i conflitti e la spaventosa diffusione dell'AIDS, si è registrata la tendenza a ricorrere ancor di più alla manodopera infantile.

Nei paesi dell'Europa centrale e orientale il numero di bambini che lavorano è aumentato per il repentino passaggio da un'economia centralizzata a una di mercato. Anche nei paesi industrializzati come nel Regno Unito e gli Usa la crescita del settore terziario e la richiesta di una forza lavoro più flessibile hanno contribuito all'espansione del fenomeno.

Il lavoro minorile è una piaga mondiale che va combattuta su più fronti. Il punto di partenza resta però la disponibilità di dati precisi e affidabili sull'effettiva diffusione del problema, secondo parametri condivisi a livello internazionale. Questo sarà possibile solo in un gioco di squadra, solo cioè attraverso la stretta collaborazione tra governi, organizzazioni internazionali e ONG. In assenza di dati precisi non solo non potranno intraprendersi azioni sistematiche per eliminare definitivamente il lavoro minorile, ma non si potrà neanche intervenire con urgenza in difesa dei bambini (tanti) coinvolti in lavori rischiosi e pericolosi per la loro integrità fisica e psichica.

Quando si parla di lavoro minorile è necessario distinguere tra lavoro pesante e lavoro leggero, tra lavoro cosiddetto benefico e lavoro intollerabile, tra lavoro positivo e lavoro minorile coatto. Non si possono infatti mettere sullo stesso piano i bambini che lavorano poche ore al giorno in attività non pericolose per la salute e lo sviluppo con i piccoli schiavi delle fornaci a carbone dello stato brasiliano del Mato Grosso.

Per i primi infatti il lavoro può dare, a volte, i mezzi per frequentare la scuola: se venisse loro impedito di esercitarlo, senza offrire valide alternative, sarebbe un fattore di impoverimento economico molto forte. Per gli altri, per tutti quei bambini che svolgono attività a tempo pieno in età precoce, per numerose ore al giorno, vittime di indebite pressioni fisiche, sociali o psicologiche, mal pagati quando non pagati affatto (come nel caso dei bambini venduti dai genitori per ripagare debiti insolubili), che non possono pertanto andare a scuola né ricevere un'adeguata istruzione, il lavoro è solo abuso e sfruttamento inaccettabile che deve essere duramente combattuto.

Child labour e child work

Possiamo parlare di lavori minorili, di una variegata serie di possibili attività svolte da bambini e ragazzi ai cui estremi si trova da una parte il child labour (quei lavori pesanti legati allo sfruttamento e alla schiavitù) e dall'altra il child work (forme più leggere di attività, non necessariamente penalizzabili sotto il profilo sociale). E' importante anche distinguere tra lavoro consenziente, quello cioè svolto da un minore che non ha altre alternative, in accordo con i genitori per guadagnare qualcosa in supporto al reddito familiare e il lavoro forzato, quando il bambino viene allontanato dai genitori e ridotto in schiavitù.

In Asia meridionale bambini di 8-9 anni vengono dati come pegno di piccoli prestiti dai loro genitori ai proprietari di fabbriche o ai loro intermediari.

In India questo genere di transizione è diffusa anche in agricoltura o nelle industrie in cui l'abilità manuale dei bambini è, tra le altre cose, particolarmente apprezzata, come nella lavorazione dei tabacchi (arrotolamento delle sigarette), dei fiammiferi, dell'ardesia e della seta. Nello stato indiano dell'Uttar Pradesh dove fiorente è l'industria dei tappeti i bambini sono costretti a lavorare anche più di 20 ore al giorno e quelli più piccoli sono costretti a restare accovacciati sulla punta dei piedi in ambienti angusti e insalubri. Molto bassa è anche l'età media dei bambini impiegati nella produzione di palloni, gioielli, scarpe (tra i 5 e i 12 anni) come risulta da un recente studio realizzato dall'UNICEF in Bangladesh

Si sfruttano i minori per eseguire scavi minerari pericolosi anche per gli adulti, come nelle miniere di oro e diamanti della Costa d'Avorio e del Sudafrica nonché in quelle di carbone della Colombia, dove la manodopera infantile lavora con un equipaggiamento di sicurezza ridotto al minimo respirando polvere di carbone. Quelli che lavorano nelle fabbriche di ceramica e di porcellana inalano silicio, quelli delle industrie delle serrature respirano fumi nocivi emessi da sostanze chimiche pericolose. In Colombia i bambini che lavorano nei vivai che esportano fiori sono esposti a pesticidi ormai banditi nei paesi industrializzati.

Lo stesso tipo di violazione di ogni norma di sicurezza e di igiene è costante nelle piantagioni di caffè, di tè e di tabacco. In alcune piantagioni di canna da zucchero del Brasile i bambini rappresentano quasi un terzo della forza lavoro e il 40% delle vittime di incidenti sul lavoro (ferite provocate con il machete usato per tagliare le canne).

Lo sfruttamento della povertà è alla radice del lavoro minorile; i bambini vanno a lavorare perché così contribuiscono al mantenimento della loro famiglia. Spesso la paga di un bambino è fondamentale per la sussistenza quando i genitori non hanno lavoro. Il paradosso è che il lavoro non c'è per gli adulti ma è disponibile per i loro figli e questo perché un bambino viene pagato molto meno di un adulto, non si ribella, non si organizza con gli altri per rivendicare salari migliori, può essere sottoposto a qualsiasi forma di abuso (anche sessuale).

Quali che siano le ragioni dei datori di lavoro in molti paesi, l'impiego di manodopera minorile è tollerato perché funzionale al sistema economico nazionale che diventa così più competitivo e attira capitali esteri.

E questo spiega in parte l'apparente contraddizione esistente tra molte legislazioni nazionali che vietano l'utilizzo di minori al di sotto di una certa soglia di età (spesso rapportata all'obbligo scolastico) e la presenza così massiccia di bambini impiegati in moltissimi settori produttivi.

I bambini costretti a lavorare pagano spesso lo scotto di politiche economiche miopi, come quelle imposte, agli inizi degli anni 80, dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale ai governi dei paesi in via di sviluppo indebitati che, a garanzia dei prestiti ricevuti o, peggio, per far fronte al galoppante costo del debito, hanno dovuto seguire programmi di aggiustamento strutturale.

Queste riforme economiche hanno favorito le colture per l'esportazione e hanno ridotto drasticamente le spese governative. Ciò nei fatti ha significato tagli ai settori della sanità e dell'istruzione, ai sussidi alimentari e ai servizi sociali, rete di protezione soprattutto per le fasce più deboli. I costi sociali di queste riforme economiche hanno fortemente colpito la scuola che rappresenta invece uno dei principali strumenti per combattere il lavoro minorile. In quei paesi infatti come Cuba o lo stato indiano del Kerala, che sono riusciti a garantire il diritto all'istruzione a tutti i bambini, questo fenomeno non ha una connotazione così marcata.

Il diritto all'istruzione si garantisce sviluppando una gamma di opportunità educative. Molto spesso i bambini non vanno a scuola perché non ne esiste una nelle vicinanze oppure perché non possono permettersi i libri, il materiale scolastico o le divise ma anche perché i programmi scolastici sono poco flessibili e non riescono a coniugarsi con il tempo del lavoro. Una ricerca congiunta UNICEF UNESCO del 1994 condotta in 14 paesi tra i più poveri ha rilevato che nelle aule della prima elementare solo quattro bambini su dieci potevano sedersi, gli altri sedevano per terra. Metà degli alunni non possedevano libri e metà delle aule non avevano lavagne. Gli insegnanti facevano lezioni in classi numerosissime: un maestro per 67 alunni in Bangladesh, uno per quasi 90 in Guinea Equatoriale. Il problema non è solo di ordine finanziario ma anche di metodo educativo talmente rigido e autoritario da indurre inevitabilmente e senza rimpianti molti ragazzini all'abbandono precoce. Complessivamente il 30% dei bambini del mondo in via di sviluppo (ma in alcuni paesi questa percentuale sale a 60%) non finisce la scuola elementare.

Le ragioni economiche sono certamente una potente molla che spinge molti minori a non frequentare la scuola e a cercarsi un lavoro ma esiste anche la forza della discriminazione e delle regole sociali che poggiano sul cosiddetto lato oscuro della tradizione. Questo vale ad esempio per i bambini delle classi sociali più emarginate, delle minoranze etniche, dei membri dei fuori casta indiani. Non c'è paese al mondo in cui questa discriminante determina le regole del gioco: negli USA i minori che lavorano sono asiatici o latinoamericani; in Brasile sono bambini della popolazione indigena; in Argentina sono figli di immigrati dal Paraguay; in Thailandia i minori impiegati nell'industria della pesca provengono per lo più dal Myanmar.

Infine la discriminazione di genere, anticamera dello sfruttamento che impone a milioni di bambine e ragazzine lavori non visibili (come il servizio a casa altrui), non riconosciuti (faccende domestiche, cura dei fratellini, corvée dell'acqua) e aberranti (come nel caso delle bambine costrette a prostituirsi).

(Susanna Bucci)

2. LE STRADE POSSIBILI

"Siamo realisti: la piaga del lavoro minorile non si può sradicare dall'oggi al domani" ha dichiarato recentemente Carol Bellamy, direttore esecutivo dell'UNICEF. "E' necessario determinare una proibizione assoluta del lavoro minorile per i bambini molto piccoli e una forma di tutela speciale per le bambine".

"La discriminazione sessuale è infatti l'anticamera dello sfruttamento delle donne e delle bambine alle quali viene spesso negato il diritto all'istruzione, unica possibilità per migliorare le proprie condizioni di vita".

Tra i provvedimenti urgenti da adottare, oltre all'immediata eliminazione del lavoro minorile in condizioni pericolose e di sfruttamento, rendere l'istruzione elementare gratuita e obbligatoria per tutti, come recita peraltro l'art. 28 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia e fare in modo soprattutto che i bambini completino l'intero ciclo.

Le leggi sul lavoro minorile e sull'istruzione dovrebbero costituire un insieme coerente e rafforzarsi a vicenda, mentre quelle nazionali devono risultare in accordo sia allo spirito che alla forma della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e delle Convenzioni ILO a riguardo. La legislazione deve tutelare tutti i minori anche quelli che svolgono lavori in strada e nelle aziende agricole, lavoro domestico e in ambito familiare.

Se un bambino non viene registrato all'anagrafe è come se non esistesse. Eppure nel mondo a milioni di bambini non è riconosciuto il diritto all'identità senza la quale non è possibile garantire nessun diritto. L'iscrizione all'anagrafe dei neonati è anche l'unico modo certo per le imprese e gli ispettori del lavoro di provare l'età del minore. Un altro provvedimento urgente, indicato dall'UNICEF per fronteggiare il fenomeno del lavoro minorile, è quello di raccogliere dati confrontabili su scala mondiale, senza tralasciare i cosiddetti ambiti dimenticati, come la famiglia, l'azienda agricola familiare o il servizio domestico. Tutto ciò deve essere controllato dalle stesse comunità. Anche i minori lavoratori dovrebbero partecipare attivamente al processo di valutazione della loro situazione.

Altro provvedimento da adottare è l'uso di codici di condotta da parte di imprese nazionali e internazionali che garantiscano che né loro né le ditte subappaltatrici impiegheranno bambini in condizioni che violino i loro diritti.

L'osservanza delle norme stipulate da queste ditte si estenderebbe anche e soprattutto alle filiali e alle piccole imprese collegate. In questo caso l'azienda che si dota di un codice deve garantire che questo venga rispettato comunque e nel caso in cui venissero alla luce violazioni, deve impegnarsi a sanarle. Se ad esempio in una delle affiliate vengono trovati minori in età scolare l'impresa è tenuta a farsi carico della loro istruzione e assicurarsi che, una volta tolti dal lavoro, frequentino la scuola. I nuovi posti di lavoro che si creeranno dovranno essere offerti per prima cosa ai membri adulti della famiglia di provenienza. A tutti i minori sotto i 14 anni deve essere garantito il diritto all'istruzione.

Le imprese devono farsi carico di tutti i provvedimenti necessari per il reinserimento nel tessuto sociale dei bambini sottratti al lavoro minorile.

Alcune società hanno già adottato queste misure, garantendo l'impiego di minori nel rispetto delle leggi nazionali o dei diritti dell'infanzia sia presso le proprie sedi che in quelle in subappalto e assicurandone lo sviluppo e l'istruzione.

La Gap ad esempio, il colosso della vendita dell'abbigliamento al dettaglio, è stata soggetta a forti pressioni da parte dell'opinione pubblica statunitense quando risultò che ragazzine di 13 anni cucivano abiti per conto della società lavorando in aziende che sfruttavano manodopera minorile in El Salvador. La Gap ha imposto ai suoi appaltatori locali il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori permettendo il controllo del suo codice di condotta da parte di organizzazioni indipendenti.

Una delle critiche più ricorrenti ai codici di comportamento è che in genere sono redatti da grandi aziende importatrici e dalle multinazionali. Sarebbe invece opportuno che essi venissero adottati anche e soprattutto dalle numerosissime medie imprese americane ed europee che importano da piccole aziende dei paesi in via di sviluppo. Questo creerebbe una sorta di rete normativa e un buon punto di partenza. Resta aperto il problema dell'attuazione di questi codici che sarà possibile solo se si organizzeranno gruppi di controllo e di pressione in ogni paese, sia nei PVS che nei paesi industrializzati.

Di pari passo deve crescere la consapevolezza nei consumatori che non devono acquistare prodotti ottenuti ricorrendo allo sfruttamento minorile. Ma anche in questo campo è necessario mantenere alta la soglia di vigilanza. I cosiddetti marchi di garanzia applicati ai prodotti che non sono stati realizzati con il lavoro minorile (il marchio Child labour free) non sempre corrispondono al vero. E' impossibile controllare tutti i produttori specie in paesi in cui gli ispettori del lavoro sono pochi e poco pagati. C'è infatti un altissima possibilità di corrompere chi deve rilasciare la certificazione.

Il boicottaggio ha il fiato corto

Il boicottaggio rischierebbe, in nome di un nobile intento, di peggiorare le cose. I bambini lavoratori del settore tessile del Bangladesh attirarono l'attenzione internazionale a partire dal 1993 quando al Senato degli Stati Uniti fu presentata una proposta per bandire l'importazione di prodotti di industrie straniere che impiegavano forza lavoro al di sotto dei 15 anni.

Sia la Levi Strauss e la Reebok, potenti multinazionali del settore, scesero in campo redigendo atti di accordi che prevedevano nuove e inderogabili clausole senza le quali nessun accordo commerciale sarebbe più stato stipulato. Ad esempio la Levi Strauss si rifiutava di acquistare tessuto da quelle industrie che utilizzavano come manodopera bambini al di sotto dei 14 anni di età. Nelle intenzioni di moltissimi consumatori americani ed europei questo era considerato un modo diretto per combattere il lavoro minorile nei paesi in via di sviluppo. In realtà l'immediata reazione dell'industria tessile del Bangladesh, dove nel 1990 i bambini sotto i 15 anni impiegati rappresentavano il 13 % della forza lavoro, fu quella di licenziare in massa i 55.000 minori.

C'è anche chi vide in questa iniziativa più un intento corporativo e protezionista per favorire il prodotto nazionale a discapito dei manufatti più competitivi dei paesi in via di sviluppo che non un gesto di emotiva partecipazione. Sta di fatto che dopo due anni dalla cacciata in massa dei minorenni impiegati nel settore tessile nessuno di essi era ritornato a scuola, come rilevato da una ricerca condotta dall'UNICEF Bangladesh e da alcune ONG locali. Al contrario molti bambini costretti a contribuire all'economia familiare avevano accettato lavori più rischiosi e mal pagati. Né la loro cacciata aveva creato nuovi posti di lavoro per gli adulti disoccupati. Molte bambine erano purtroppo finite nel giro della prostituzione e dello sfruttamento sessuale per fini commerciali.

L'arma del boicottaggio ha più una funzione informativa e di sensibilizzazione sul fenomeno del lavoro minorile ma concretamente, anche se riuscisse nell'intento di riportare i bambini nei banchi di scuola, non risolverebbe il problema alla radice perché solo il 5% dei lavoratori minorenni sono impiegati nelle industrie per l'esportazione. La grande maggioranza lavora inosservata e ignorata in casa, nelle piantagioni, nelle aziende agricole, nella raccolta dei rifiuti, a servizio presso altre famiglie. Infine va anche spazzata via la falsa convinzione che la risoluzione di questa piaga mondiale sia nelle mani del mondo ricco e che di fatto l'opinione pubblica e i mass media dei paesi in via di sviluppo ignorino la portata del problema. E questo è falso, come dimostra il lavoro costante che l'UNICEF realizza in molti paesi con numerose organizzazioni non governative locali. Le sanzioni in ultima analisi possono applicarsi solo creando concrete alternative e valutandone con costanza gli effetti nel lungo termine.

(Susanna Bucci)

3. LA CONFERENZA DI OSLO

Il governo norvegese, con il patrocinio dell'UNICEF e dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha organizzato nell'ottobre scorso una Conferenz ainternazionale a Oslo, alla quale hanno partecipato 350 delegati di 40 paesi per l'elaborazione di un nuovo piano d'azione globale.

Nel corso della Conferenza è stata ribadita l'importanza della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia del 1989 e la Convenzione dell'OIL n. 138 del 1973 sull'età minima di ammissione al lavoro.

Pur sottolineando che l'obiettivo finale resta l'eliminazione del lavoro minorile, oggi è prioritario eliminare le forme più intollerabili di lavoro minorile, proteggendo i bambini dallo sfruttamento economico e dal lavoro rischioso o del lavoro che possa compromettere la loro educazione, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.

E' stato inoltre affermato che nei paesi in via di sviluppo, aree in cui il lavoro minorile è più diffuso, si dovranno appoggiare gli sforzi dei sindacati per sostituire gli adulti ai bambini che lavorano nei settori più a rischio.

Ma il circolo vizioso della povertà come causa e conseguenza del lavoro minorile deve essere affrontato con politiche economiche mirate: il documento di Oslo sollecita i paesi ricchi a donare lo 0,7% del prodotto interno lordo in aiuti allo sviluppo e rilancia l'iniziativa 20/20 che consiste in un mutuo impegno fra paesi donatori e in via di sviluppo a devolvere ai servizi sociali di base come sanità ed educazione gli uni il 20 per cento dei fondi destinati alla cooperazione e gli altri il 20 per cento del bilancio nazionale.

Parallelamente alla Conferenza ufficiale si è svolto un incontro promosso dall'organizzazione Save the Children, cui hanno partecipato 20 ragazzi lavoratori tra i 13 e i 18 anni in rappresentanza di 16 paesi. Molti dei ragazzi intervenuti hanno parlato della necessità del lavoro minorile e hanno avanzato le loro richieste per una paga giusta e buone condizioni di lavoro, come ha sottolineato Rosemary, una bambina di 14 anni: "Vogliamo lavorare un numero di ore che ci consenta di non sacrificare il resto. Vogliamo essere rispettati, trattati bene e capiti".

Intanto l'OIL sta elaborando un nuovo strumento legale per mettere fine alle "forme più intollerabili di lavoro minorile" che sarà discusso a partire da giugno prossimo, in occasione di una Conferenza internazionale che si terrà a Ginevra per la stesura di una nuova Convenzione sul lavoro minorile.

Patrizia Paternò

4. IL LAVORO MINORILE E LE LEGGI

La legislazione italiana

Il principale riferimento normativo sul lavoro minorile in Italia è costituito dalla Legge n. 977 del 1967 sulla "Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti" che fissa il limite di età a 15 anni e in alcuni a casi a 14 anni, quando si tratta di attività agricola o di "servizi familiari" e nelle attività industriali in cui i minori siano addetti a mansioni leggere. Vengono inoltre regolamentate le possibilità di impiego dei minori fino a 18 anni, in primis che non venga trasgredito l'obbligo scolastico e che siano prevenuti gli effetti negativi del lavoro sulla salute del minore. A tale scopo la legge istituisce una serie di misure specifiche volte alla tutela del ragazzo lavoratore. Il controllo del rispetto della legge è affidato al Ministero del Lavoro che lo esercita tramite gli Ispettorati del Lavoro.

Dalla legge del 1967 a oggi sono stati emanati alcuni decreti presidenziali relativi agli ambiti di lavoro leggero in cui poter occupare i ragazzi dai 14 anni d'età (D.P.R. 4 gennaio 1971, n. 36), per la definizione della periodicità delle visite mediche dei ragazzi impiegati in attività nocive, pure se in ambito non industriale (D.P.R. 17 giugno 1975, n. 479), per la determinazione dei lavori pericolosi, faticosi e insalubri (D.P.R. 20 gennaio 1976, n. 432), per la modifica di alcune norme di esecuzione dell'art. 9 della suddetta Legge 977/67 in relazione alla tutela dei minori (D.P.R. 20 aprile 1994, n. 365) e per la modifica della disciplina sanzionatoria in materia di tutela del lavoro minorile, delle lavoratrici madri e del lavoro a domicilio (D.Lgs. 9 settembre 1994, n. 566) che individua una serie di sanzioni pecuniarie e reclusorie.

Le principali critiche che da alcune parti vengono mosse alla Legge 977 sottolineano la debolezza delle sanzioni previste all'inosservanza della normativa con la conseguenza che sono ancora troppo frequenti i casi di sfruttamento dei minori, soprattutto nelle aree più problematiche del paese. L'inasprimento delle sanzioni ma soprattutto più efficaci sistemi di controllo potrebbero garantire una migliore osservanza della normativa sul lavoro minorile.

P.P.

Le Convenzioni Internazionali

La prima Convenzione internazionale in materia di lavoro minorile risale al 1919 - Convenzione sull'Età Minima (Industria) n. 5. Adottata in occasione della prima riunione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro e ratificata da 72 paesi la Convenzione fissava a 14 anni l'età minima per l'assunzione nell'industria.

Anche la Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia approvata nel 1989 stabilisce che: "Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale".

Gli strumenti legali considerati più completi a livello internazionale in materia di lavoro minorile sono la Convenzione dell'ILO sull'Età Minima di Ammissione al Lavoro n. 138 del 1973 e la Raccomandazione sull'Età minima n. 146 che rappresenta lo strumento per l'applicazione generale della Convenzione.

La Convenzione 138 stabilisce che i bambini non possono essere impiegati in alcun settore economico se di età inferiore a quella stabilita per il completamento dell'istruzione scolastica obbligatoria e comunque non prima che abbiano compiuto 15 anni. I paesi nei quali le economie e le istituzioni non sono sufficientemente sviluppate potranno fissare in prima istanza un'età minima di 14 anni, mentre 18 anni è l'età minima di ammissione a qualsiasi lavoro che possa compromettere la salute, la sicurezza o la moralità dell'individuo.

La Raccomandazione completa le disposizioni presenti nella Convenzione n. 138 e pone come obiettivo l'elevamento progressivo dell'età minima di ammissione al lavoro a 16 anni, con la gradualità necessaria in rapporto alle diverse condizioni sociali ed economiche di ciascun paese e considerando altresì la specificità dei contesti. L'obiettivo della Convenzione e della Raccomandazione è il graduale innalzamento dell'età minima al lavoro in vista dell'abolizione del lavoro minorile.

La Convenzione è stata finora ratificata da 49 dei 173 paesi membri: solo 21 di essi sono nazioni in via di sviluppo e nessuna di queste è asiatica, dove peraltro si trova la metà dei bambini lavoratori del mondo.

Maggior fortuna - sul piano della ratifica - hanno avuto le Convenzioni dell'ILO sul Lavoro Forzato n. 29 del 1930 e la n. 105 del 1957 sul "Lavoro forzato" che furono ratificate, rispettivamente da 139 e da 115 governi. P.P.

  1. VECCHIO E NUOVO

Per una nuova tipologia del lavoro minorile in Italia

"I manifatturieri danno spesso la preferenza al lavoro delle donne e dei fanciulli a cagione dell'inferiorità del salario... In lotta col lavoro adulto, il lavoro dei fanciulli... agevola il capitalista a ridurre al minimo il costo di produzione e quindi a regolare dispoticamente la domanda di lavoro e a monopolizzare la mano d'opera". Così descriveva, alla fine del secolo scorso il filantropo ed esperto di questioni sociali G. Tarozzi, il lavoro minorile in Puglia. Una condizione che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è del tutto dissimile da quella odierna: nell'Italia dell'economia globalizzata, in un mercato del lavoro che sta diventando sempre più competitivo, il ricorso al lavoro nero e minorile consente di risparmiare sui costi ed è quindi un fenomeno potenzialmente in espansione. Esso ha le proprie radici nelle piaghe di un mercato del lavoro molto segmentato dove le attività marginali e irregolari rappresentano una risorsa importante per il nucleo familiare. Mutatis mutandis, dunque il lavoro dei minorenni continua a rimanere funzionale alla dinamica economica.

Secondo stime approssimative, in Italia i bambini lavoratori sarebbero circa 300.000. Per molti, tuttavia, si tratta di una cifra largamente sovrastimata. tra questi l'ISTAT, incaricato dal Ministro del Lavoro di verificare l'entità reale del fenomeno. Le cifre tratte da questa indagine (il numero complessivo di 322.000 lavoratori è quello diffuso dalla CGIL) risultano dalla somma di 3 variabili dell'indagine multiscopo: 276.000 bambini "aiutano genitori nel lavoro"; 34.000 "aiutano parenti non conviventi nel lavoro"; 12.000 "aiutano altri nel lavoro". Solo quest'ultima variabile, secondo l'ISTAT, indicherebbe una situazione patologica, di reale sfruttamento del lavoro minorile (una cifra che va probabilmente un po' ampliata). Esiste comunque la necessità, d'accordo con l'OIL, di precisare il fenomeno, ed è quanto l'ISTAT si propone di fare incrociando 3 diverse metodologie di ricerca: 1) specificare i dati della multiscopo chiedendo informazioni più specifiche sul tipo di lavoro fatto dai bambini; 2) coinvolgere scuola e insegnanti per controllare l'abbandono scolastico in relazione con l'eventuale lavoro; 3) identificare le famiglie a rischio e raccogliere informazioni attraverso testimoni privilegiati come magistrati, volontari, assistenti sociali mediante una tecnica di indagine indiretta.

Le forme più gravi di autentico sfruttamento del lavoro minorile su tutto il territorio nazionale riguarderebbero soprattutto le comunità immigrate, che per motivi legati a una diversità culturale oltre che a una reale indigenza sono maggiormente esposte a questo rischio. E' questo il caso dei Rom da sempre avviati sulla strada della microcriminalità o del piccolo ambulantato, della comunità marocchina e soprattutto di quella cinese incline a far lavorare i figli minorenni in concerie e manifatture spesso gestite da connazionali; recenti episodi di cronaca hanno messo in luce l'esistenza di casi di sfruttamento abbastanza pesanti di piccoli cinesi da parte di connazionali con la connivenza e la copertura delle famiglie.

E' comunque evidente che i problemi che la presenza in Italia delle diverse tipologie di lavoro pone sono di diversa rilevanza e di diversa natura; sia pure gradualmente, la fisionomia del lavoro minorile nel nostro paese sta infatti cambiando: diminuiscono i casi in cui il ricorso al lavoro ha una motivazione di urgenza economica, aumenta la presenza nei lavori più pesanti dei minori stranieri, aumenta il lavoro volontario, in cui il bisogno economico non è la molla principale ma in cui il minore lavora per elevare il suo status, per acquisire beni di consumo.

Ma questo non significa che le forme più gravi ed estreme di sfruttamento del lavoro minorile siano scomparse; in alcune regioni italiane rimangono endemiche le forme di lavoro più intollerabili e gravi di occupazione minorile. In alcune aree del Mezzogiorno, per esempio, è frequente il ricorso al lavoro minorile clandestino nelle piccole imprese tessili. Come scoprirlo? "Il problema principale è infatti quello di censire le violazioni alla legge perché i dati a nostra disposizione sono tutt'altro che significativi - afferma Pietro Cela della Direzione Provinciale del Lavoro del Lazio. - Le ispezioni infatti vengono fatte nel corso di indagini generali, non con l'obiettivo specifico di "pizzicare" il lavoro minorile. Ma ci si sta muovendo per attuare controlli più puntuali". Di parere diverso Ferruccio De Salvatore, Sostituto Procuratore presso il Tribunale dei Minori di Lecce: "Il problema non è quello di individuare le imprese che non osservano la legge. Soprattutto nei piccoli centri si riesce a sapere facilmente quali sono le imprese che impiegano manodopera minorile: se non si interviene spesso è perché mettendo in atto interventi punitivi senza che esistano alternative reali al lavoro minorile si rischia di peggiorare la situazione. Il problema è quello di porre in opera una strategia interistituzionale per creare reali situazioni di aiuto per i giovani in difficoltà".

Sotto accusa la scuola

Sempre e comunque è sotto accusa la scuola, che producendo disinteresse nei confronti dell'istruzione innesca il circolo vizioso abbandono, lavoro nero, e talora devianza; c'è un'ampia e diffusa sfiducia nella scuola come istituzione, un progressivo allontanarsi dei giovani dai valori che la scuola esprime.

"In Campania è diffusa la cultura del mestiere, che andrebbe cambiata ma per questo ci vorrebbe una scuola più collegata col territorio e quindi più collegata col mondo del lavoro" - afferma Margherita Dini Ciacci Presidente del Comitato Regionale UNICEF della Campania.

Essa non si propone come un'alternativa educativa valida, non ci si aspetta che il fatto di frequentarla possa servire per trovare un lavoro migliore in futuro. Meglio quindi, dato che la scuola annoia e non professionalizza una occupazione qualunque, anche se essa non è strettamente necessaria alla sopravvivenza... Ed è proprio in questo vuoto che la criminalità pesca la sua manovalanza, soprattutto in quella fascia di età alla fine della scuola dell'obbligo.

"Sarebbero necessarie iniziative per la fascia di età 14-16 anni, collegate fra di loro per offrire ai giovani orientamento professionale alternativo al lavoro nero" - ribadisce la dottoressa Dini Ciacci.

"Ma qualcosa in questo senso si sta muovendo; - afferma Amedeo Daniele, sociologo, esperto di lavoro minorile e funzionario presso il Ministero del Lavoro - quello che si sta cercando di mettere in piedi è quel collegamento tra tutte le agenzie che, a vario titolo, si occupano del problema per cercare di eliminare interventi a binario morto e sovrapposizioni. E inoltre si stanno approntando iniziative concrete di inserimento professionale dei giovani nell'artigianato, il cui potenziale è davvero innovativo".

(Elisabetta Porfiri)

6. NAPOLI: GARZONI E SCIUSCIA’

La Campania e Napoli in particolare sono da sempre considerati luoghi simbolo dell'emarginazione giovanile in Italia. Secondo Amedeo Daniele, del Ministero del Lavoro, anche se la dimensione esatta del fenomeno non è nota - in questo senso Ministero del Lavoro, Tribunale dei Minori, enti locali ASL stanno cercando di coordinarsi per avere dati che siano frutto di una ricerca sistematica e protratta - essa è tuttavia rilevante. E' logico infatti che in un'economia come quella campana che ha una parte di sommerso così significativa, il lavoro giovanile svolga un ruolo importante. A Napoli i minorenni lavorano - tradizionalmente e illegalmente - un po' in tutti i settori: da quello manifatturiero delle calzature e dell'abbigliamento, a quello della vendita di prodotti di contrabbando. Ma fanno anche i parcheggiatori, i garzoni di bar, gli apprendisti nelle officine meccaniche. Alcune di queste attività sfiorano la criminalità o sono di copertura ad attività illegali.

Nella regione è presente la tipologia "grave" di lavoro minorile, quello indispensabile per la sopravvivenza di nuclei familiari indigenti in quelle zone del centro storico e dell'hinterland napoletano in cui il tasso di disoccupazione sfiora il 27%. Anche fattori culturali come la cultura del mestiere e il fascino della vita di strada, il mito dell'autonomia e il fascino esercitato dai beni di consumo, giocano il loro ruolo nella diffusione del lavoro minorile a Napoli.

"Il recupero della legalità accompagnato da forti iniziative di sviluppo sembra essere la ricetta in grado di risolvere un problema strutturale. Va letto in questo senso il progetto di avviamento all'artigianato, attuato dal Ministero del Lavoro in collaborazione con gli enti locali, grazie al quale nel triennio '94-'95-'96 circa 300 giovani hanno vissuto un'esperienza di formazione finanziata dal settore pubblico. Un'iniziativa innovativa e ricca di potenzialità che andrebbe monitorata nel tempo e riprodotta sui grandi numeri. Il problema principale di Napoli e della Campania è la regia di tutti gli interventi, quelli nuovi e quelli già attivi sul territorio: le risorse del volontariato devono collegarsi con le forze istituzionali e agire di concerto, in un quadro di seria formazione e di valorizzazione delle esperienze professionali di ciascuno. "Una speranza viene alla città dalla legge 285 dell'agosto '97 che ha destinato 31 miliardi alla regione e 15 al capoluogo e che, collegandosi con altre leggi esistenti come la 216 sull'artigianato giovanile sono in grado di fornire quel grimaldello necessario a smantellare un problema che ha radici secolari nel capoluogo campano. A patto di sostituire la logica dell'improvvisazione con quella della professionalità e dell'efficienza.

(Elisabetta Porfiri)

7. ROMA: IL NEMICO E’ IL DISAGIO

"Il disagio giovanile abita ancora qui nel Lazio", lo afferma Fiorella Farinelli Assessore alle Politiche Educative del Comune di Roma che ci illustra le numerose iniziative che l'Assessorato sta realizzando per combattere disagio e abbandono scolastico, da sempre brodo di coltura del lavoro minorile. "I bambini che abbandonano precocemente la scuola - circa 1.600 tra alunni delle elementari e delle medie inferiori ogni anno, afferma l'assessore - non finiscono tutti in un laboratorio clandestino a sudare per poche migliaia di lire al giorno."

Alcuni lasciano la scuola per altri motivi (malattie, appartenenza ad altre culture, come quella Rom per la quale la scuola non è un valore). L'abbandono scolastico è indubbiamente una spia rossa del lavoro minorile ed è proprio sulla lotta alla dispersione che devono convergere gli sforzi degli amministratori. Anche perché il fatto che un bambino non vada più a scuola è di per sé un segno di malessere e di violazione dei suoi diritti. Comunque il lavoro minorile a Roma e nel Lazio non è un fenomeno dai grandi numeri - dati certi non ne esistono per la banale ragione che, trattandosi di un fenomeno illegale e clandestino, forte è l'omertà che lo circonda. C'è poi il lavoro stagionale che è invece abbastanza diffuso, spesso richiesto dalle famiglie - secondo l'etica familiare dei ceti meno favoriti per cui tutti devono dare una mano - che è comunque lesivo dei diritti dell'infanzia. I bambini in età scolare non dovrebbero mai lavorare per nessun motivo per poter crescere in maniera armonica. Tuttavia il lavoro minorile nella nostra regione sembra aver perso - a parte alcune isole di supersommerso e superclandestino di alcune manifatture che si basano sul lavoro nero in genere e infantile in particolare - quelle caratteristiche di aperta illegalità che aveva una ventina di anni fa quando i minori venivano impiegati con una certa frequenza in settori come l'edilizia. Ora esso è concentrato nelle fasce sociali più devastate ed emarginate sulle quali convergono gli sforzi dell'amministrazione.

Va letto in questo senso il lavoro degli amministratori romani che stanno realizzando importanti iniziative per strappare alla strada i giovani a rischio: servizi per accompagnare a scuola i piccoli Rom, creazione di Centri Pilota contro la Dispersione e il Disagio, già operanti in quelle circoscrizioni più disagiate dove la dispersione è più elevata e supera i tassi fisiologici di dispersione.

"Il vero grande rischio per i minori è la strada, la mancanza di riferimenti e di controllo, la solitudine che produce emarginazione... anche se , è opportuno ricordarlo, l'Italia non è il Bangladesh, anche se le patologie della povertà che si credevano scomparse rifanno capolino all'interno delle società del benessere, suscitando allarme. Bisognerebbe quindi fare di più per garantire il diritto allo studio degli scolari italiani con normative più serie e controlli più rigorosi: il limite dell'obbligo a 15 anni è basso e il controllo dei casi di abbandono non è sufficientemente severo. Bisognerebbe inoltre aggravare le sanzioni per i datori che violano la legge - chi specula sui bambini è un criminale ed è assurdo che il suo comportamento venga sanzionato con una semplice multa - e intensificare i controlli dell'Ispettorato del Lavoro".

(Elisabetta Porfiri)