IL LAVORO MINORILE

Il lavoro minorile nel mondo

Non esistono statistiche complete sul lavoro minorile; nella gran parte dei casi i governi e i datori di lavoro si rifiutano di ammetterne l'esistenza, o comunque non compiono rilevazioni statistiche ufficiali (funziona così anche nel nostro paese, dove il lavoro minorile è illegale e quindi è scomparso dalle statistiche ufficiali, mentre tutte le stime concordano sul fatto che almeno mezzo milione di bambini lavora).

Secondo le stime dell'OIL (Organizzazione Mondiale del Lavoro) e di vari organismi non governativi, il numero di bambini lavoratori nel mondo oscilla intorno ai 250 milioni, distribuiti quasi ovunque: in Asia, Africa, America Latina, ma anche in Europa e in America del Nord. Qualche dato:

  • in India le stime più accreditate parlano di 44 milioni di bambini lavoratori;
  • in Pakistan 8 milioni di piccoli lavoratori (10-14 anni) costituiscono il 20% della popolazione attiva, e sono impiegati in ogni sorta di lavoro, dall'industria all'edilizia, spesso in condizioni di semi-schiavitù;
  • in Bangladesh i bambini che lavorano, sia nell'industria (tessile soprattutto) per l'esportazione sia nell'artigianato sono 1/4 dell'intera popolazione infantile, e l'UNICEF stima che i bambini svolgano ben 300 diversi tipi di lavoro;
  • in Nepal il 60% dei bambini svolge lavori che impediscono il loro normale sviluppo e particolarmente grave è la situazione delle bambine, il cui carico di lavoro è in genere di 2-3 volte superiore a quello dei maschi;
  • il 32% della forza lavoro in Thailandia è costituito da bambini, impiegati in massima parte nella produzione di articoli per l'esportazione;
  • nelle Filippine secondo le stime ufficiali i piccoli lavoratori sono 2.200.000, ma molti di più sono occupati nel lavoro nero.
  • in Nigeria (uno dei più ricchi paesi africani) lavorano circa 12 milioni di ragazzi;
  • in Brasile le stime più prudenti parlano di 7 milioni di bambini al lavoro, cui vanno aggiunti tutti i piccoli che vivono di espedienti sulle strade; a San Paolo si calcola che il 20% dei redditi familiari sia garantito dal lavoro minorile;

Un fatto è certo: a dispetto delle leggi nazionali e internazionali, il lavoro minorile si continua a praticare nel mondo e forse in certi paesi è anche aumentato. Se oggi molti ragazzi svolgono attività consentite e regolamentate dalla legislazione nazionale, molti di più lavorano nell'illegalità. Esistono ancora bambini minatori; piccoli pastori "assunti" illegalmente che lavorano 15 ore al giorno; bambini servitori; operai stagionali in miniatura costretti al lavoro in campi infestati dai pesticidi con seri rischi per la salute; bambini impiegati in piccole fabbriche che manipolano minuscoli fili metallici, operazione assai pericolosa per la vista; bambini che lavorano nel commercio, nelle piccole attività industriali o che si guadagnano da vivere in strada con mestieri sempre diversi - legali e illegali.

Una realtà che non tocca soltanto i paesi in via di sviluppo. Per smentire il diffuso pregiudizio che il lavoro minorile riguardi esclusivamente i paesi con economie "arretrate" può bastare un solo esempio, quello degli Stati Uniti d'America: qui lavorano circa 5 milioni e mezzo di ragazzi, e le violazioni delle leggi che regolamentano il lavoro dei minori sono aumentate del 250% tra il 1983 e il 1990. Nel 1990 un controllo a sorpresa del Ministero del Lavoro nell'arco di tre giorni ha scoperto 11.000 bambini che lavoravano clandestinamente.

A fronte di questa complessa ed estesa realtà l'UNICEF interviene, in collegamento con le organizzaioni non governative locali e con gli uffici nazionali dell'OIL, con due tipi di azioni: da un lato programmi di sostegno all'economia familiare, che rendano meno necessario il ricorso al lavoro dei più piccoli, dall'altro con interventi a favore dei bambini lavoratori, per tutelarli (anche legalmente) e per garantire loro possibilità di scuola e istruzione professionale. In tutti o quasi i paesi, infatti, c'è uno stretto rapporto tra abbandono della scuola e lavoro minorile: e poter continuare in qualche modo la scuola è, per i bambini, l'unica speranza di riuscire a liberarsi dalle catene dello sfruttamento. Allo stesso tempo è necessario, se si vuole rendere realistico l'obiettivo di eliminare il lavoro minorile, creare alternative per i ragazzi che già lavorano, che consentano loro di acquisire istruzione e qualificazione professionale ma garantiscano anche un reddito minimo, per evitare che il proibizionismo di principio si traduca di fatto in un proliferare del lavoro nero.

Spesso si discute dell'opportunità di applicare sanzioni commerciali per combattere il lavoro minorile. Ma, come ricorda l'organizzazione non governativa Defense for Children International, tali misure "potrebbero effettivamente apportare un cambiamento nella vita dei bambini che lavorano solo se venissero prese nel quadro di strategie nazionali e internazionali per combattere la povertà e l'ingiustizia sociale e per difendere i diritti dei bambini che lavorano, con la partecipazione dei bambini stessi". Spesso si è dovuto constatare che persino la minaccia di sanzioni commerciali può portare certe industrie e certi datori di lavoro a licenziare i loro giovani lavoratori; questo, in effetti, è ciò che è accaduto due anni fa in Bangladesh, a seguito di alcune proposte di legge al Parlamento americano per vietare l'importazione di tessili dal Bangladesh, prodotti col lavoro minorile. Come poi si è scoperto, grazie ad una indagine compiuta dall'UNICEF in collaborazione con l'OIL, molti di quei bambini licenziati si sono ritrovati in una situazione assai peggiore di quella in cui si trovavano in precedenza, perché sono stati costretti a lavorare in condizioni ancor peggiori, senza poter frequentare più la scuola. Si tratta di un risultato che nessuno certo vuole ottenere.

Stanno funzionando molto bene, invece, i 350.000 centri di scuola informale per i piccoli lavoratori creati negli ultimi anni in India: una possibilità di un futuro diverso per ragazzi che hanno dovuto lasciare la scuola regolare, che dà sostanza ed efficacia agli interventi di controllo nei settori ad alto impiego di lavoratori bambini. Iniziative di promozione di marchi commerciali che garantiscano, con un meccanismo analogo a quello del "controllo di qualità", il fatto che un determinato prodotto non sia stato fabbricato utilizzando lavoro minorile risultano particolarmente efficaci, soprattutto per i prodotti destinati all'esportazione: il marchio "Rugmark", ad esempio, contrassegna i tappeti indiani prodotti senza impiego di lavoro minorile, ed è assegnato da una commissione congiunta (UNICEF, OIL, ONG locali, produttori). In Thailandia i programmi di sviluppo rivolti alle famiglie contadine delle zone più povere si stanno rivelando un utile strumento per prevenire il "mercato delle braccia" che spesso costringe i contadini poveri a vendere i propri figli come forza lavoro per le industrie cittadine, mentre si attuano una serie di interventi per riqualificare e reinserire i bambini lavoratori, evitando che cadano nell'alternativa terribile della prostituzione minorile Scuola, formazione professionale, assistenza alle famiglie povere, alleanza con le ONG locali: questo è l'impegno dell'UNICEF, nella lunga e complicata battaglia contro lo sfruttamento del lavoro dei bambini.

Scuole per i piccoli lavoratori in Bangladesh

Situato in uno degli ambienti naturali più a rischio di disastri, intorno al delta del Gange, esposto a monsoni e inondazioni, il Bangladesh presenta molti dei sintomi peggiori della povertà: su mille nati, 122 non sopravvivono fino ai cinque anni, e il 66% dei bambini è malnutrito; la malattie sono frequenti e la percentuale di disabili molto alta. L'analfabetismo nella popolazione adulta è del 53% per gli uomini e sale al 78% per le donne. Le cose cambiano, ma troppo lentamente: ancora oggi 12 milioni di ragazzine non vanno a scuola, in pratica la metà della popolazione totale femminile in età scolare (per i maschi va meglio, la frequenza scolastica è del 70%). La speranza di vita è di soli 53 anni.

Nonostante il lavoro minorile sia proibito per legge 1/4 dei bambini lavora, compresi ragazzini di sei anni che guadagnano pochi spiccioli macinando polvere di mattoni. Una recente indagine UNICEF ha rilevato l'impiego di bambini in 300 diversi tipi di lavoro, dalle industrie tessili all'edilizia, dall'agricoltura all'artigianato. Molti di questi bambini lavorano sulle strade delle città, come ambulanti o conduttori di risciò, o sfruttati nei mille mestieri "di strada", sempre sulle soglie dell'illegalità e a rischio di essere coinvolti dal giro della prostituzione.

La lotta al lavoro minorile è una priorità assoluta per l'ufficio UNICEF in Bangladesh, che però va affrontata tenendo ben presenti i termini del problema. Lo dimostra l'esempio di uno dei settori di punta dell'industria bengalese, il tessile. L'80% della mano d'opera nel settore è femminile, il 13% ha meno di 15 anni, e il 70% di questi piccoli lavoratori è entrato in fabbrica intorno agli 11 anni, dopo avere lavorato in nero a domicilio o come domestici. Gran parte delle industrie lavora per l'esportazione. Quando, nel 1992, al Congresso USA fu presentata una proposta per bandire le importazioni dalle industrie straniere che impiegavano forza lavoro sotto i 15 anni (l'Harkin's Bill), varie grandi aziende multinazionali (come Reebok e Lévi Strauss) inserirono nei propri protocolli clausole commerciali che riprendevano queste norme. Tutto bene: però il risultato in Bangladesh è stato che le aziende tessili e dell'abbigliamento hanno licenziato 55.000 ragazzini. Che non avevano alternative di vita, soprattutto le femmine: un'indagine UNICEF-OIL condotta poco tempo dopo ha riscontrato che quasi nessuno dei bambini licenziati era tornato a scuola; la metà circa aveva ripreso a lavorare, spesso in nero, l'altra metà cercava disperatamente un lavoro qualsiasi. Molte bambine si erano avviate verso la prostituzione.

Il passo indispensabile da compiere per lottare contro il lavoro minorile è quindi quello di costruire delle alternative realistiche per i piccoli che già lavorano. E la scuola è il nodo centrale, su cui si sta muovendo l'UNICEF. In accordo con l’Organizzazione non Governativa BRAC il 31 gennaio 1996 è stata inaugurata la prima scuola per i bambini lavoratori, istituita in base all'accordo firmato dalle associazioni degli industriali del Bangladesh e degli esportatori, dall'OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e dall'UNICEF. La scuola, situata nella località di Khilgaon a Dacca, assicurerà un'istruzione ai bambini che fino a poco tempo fa lavoravano nelle fabbriche di abbigliamento ed è la prima di 500 centri educativi che saranno istituiti nelle aree urbane per tutti i bambini lavoratori, in base a un accordo siglato il 4 luglio 1995.

L'UNICEF ha offerto il suo sostegno al Governo, alle ONG e al settore privato per eliminare subito le forme più pesanti e pericolose di lavoro minorile, e a medio termine ogni forma di lavoro dei bambini. In collaborazione con l'OIL, l'UNICEF attua e sostiene progetti di tutela, promozione, formazione e istruzione dei bambini lavoratori, attuando inoltre una rilevazione sistematica per la rapida individuazione dei bambini in condizioni ad "alto rischio". L'UNICEF infine, insieme a Radda Barnen, collabora con il Forum Shishu Adhikar, una coalizione di 59 ONG bengalesi impegnate per la tutela dei bambini.

L'iniziativa delle scuole per bambini lavoratori, sostenuta anche dall'UNICEF Italia con i fondi raccolti attraverso la campagna "Progetto lavoro" che ha coinvolto i Sindacati e le Associazioni imprenditoriali, punta a sottrarre i bambini allo sfruttamento inserendoli in adeguati programmi formativi studiati per le loro specifiche esigenze, che offrano possibilità di formazione professionale e di reddito.

Attualmente i progetti UNICEF in questo settore si concentrano su 10.000 bambini lavoratori particolarmente a rischio, di età fra 10 e 13 anni, oltre metà dei quali privi di qualsiasi istruzione. Parte delle strutture fisse e degli stipendi per il personale insegnante è finanziata dal Governo del Bangladesh e da contributi già erogati dall'UNICEF. I fondi necessari sono destinati a coprire i seguenti costi base per garantire il diritto all'istruzione di base a 10.000 ragazzi lavoratori:

* circa 30 dollari l'anno a bambino per le spese vive per l'istruzione;

* circa 9 dollari al mese di contributo (sussidi erogati ai piccoli lavoratori per integrare la perdita del loro salario in fabbrica, subordinati alla frequenza scolastica).

I fondi annui totali necessari per ogni singolo bambino sono quindi 138 dollari, pari a circa lire 220.000; per una classe di 30 bambini circa lire 6.600.000. La quota scoperta necessaria per raggiungere i 10.000 ragazzi più a rischio è di circa 1.080.000 dollari.

Nepal: Tappeti fatti a mano / Sotto i nostri piedi

"Ci sorveglia un adulto. Si accerta che lavoriamo in continuazione. Quando si arrabbia, ci picchia con la bacchetta. E' da un anno che lavoro qui, con le altre bambine. Alcune avevano solo cinque anni quando hanno iniziato. Mangiamo e dormiamo nel laboratorio; c'è poco spazio e l'aria è piena di polvere di lana. Per tessere un tappeto quattro bambini hanno un mese di tempo. Il capo dice che ha prestato dei soldi ai nostri genitori, che dovremo lavorare finchè non sarà ripagato il prestito. Ci possiamo riuscire solo se lavoriamo sedici ore al giorno, senza ammalarci. Spesso mi chiedo quanto dovrò rimanere ancora davanti al telaio... Quando tornerò a casa?"

Guri ha 9 anni. Tesse tappeti in un laboratorio di Kathmandu, la capitale del Nepal. Tappeti venduti quasi tutti sul mercato europeo, tappeti "fatti a mano", dice l'etichetta, e non troppo cari. Quando ce li troviamo sotto i piedi, raramente ci chiediamo da dove vengono.

Spesso vengono da piccole fabbriche in cui lavorano bambini e bambine come Guri. Hanno mani piccole e agili, perfette per tessere. Costano poco, questi schiavi-bambini: 180.000 lire è il prezzo pagato dai mediatori alle famiglie, per sei mesi di "affitto" di una tessitrice. Contratti capestro, difficili da sciogliere.

Migliaia di bambini lavorano nell'industria tessile in Nepal, anche se il paese ha ratificato la Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia e la legge vieta l'impiego di manodopera infantile sotto i 14 anni. La Costituzione del 1990 ha ribadito il divieto di ogni forma di sfruttamento e di traffico di persone; tuttavia, mancando ogni forma di controllo e di applicazione della legge, queste violazioni continuano. L'industria tessile impiega circa 300.000 persone, metà delle quali bambini, ed è un'importantissima fonte di scambio commerciale con l'estero: nello scorso decennio ha conosciuto un vero e proprio boom, con entrate di 160 milioni di dollari USA l'anno, pari a un terzo del reddito nazionale.

Anche se la sua immagine più diffusa è legata alle bellezze naturali e al turismo nella regione himalayana, il Nepal è in realtà un paese fra i più poveri dell'Asia sud-orientale. L'economia è ancora a base prevalentemente agricola (l'88% degli abitanti vive nelle campagne delle vallate o sui terrazzamenti lungo le pendici delle montagne), l'industria è concentrata sull'artigianato per l'esportazione, in primo luogo tappeti, e lavora in gran parte in nero, sfruttando manodopera infantile. Il 70% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.

I piccoli lavoratori provengono per la maggior parte dalle campagne dove la povertà e la sovrappopolazione rendono la vita impossibile. Alcuni fuggono in città per cercare diverse e più accettabili condizioni di vita, molti altri vengono invece condotti in città da parenti, amici di famiglia o "caporali" del settore tessile.

Secondo dati UNICEF, i ragazzi che fanno vita di strada (soprattutto nella capitale Kathmandu) sono circa 5.000. Ma il numero dei piccoli lavoratori è molto più alto: 4,5 milioni di minori, in pratica il 60% dei bambini nepalesi, svolgono attività lavorative che ostacolano il loro normale sviluppo. Ma i bambini non devono far fronte solo alle condizioni insalubri, a un'alimentazione insufficiente, a uno stipendio da fame (6 dollari al mese): per le ragazze (il 12%) c'è anche l'incubo delle molestie sessuali da parte dei lavoratori adulti con i quali dividono la camerata durante la notte. Anche se nessuna indagine approfondita è stata a tutt'oggi condotta, risulterebbe che l'industria tessile sia fonte di "manodopera" per i bordelli indiani.

L'obiettivo numero uno dell'UNICEF in Nepal è proprio riscattare i piccoli lavoratori. L'UNICEF, insieme a varie organizzazioni non governative e ai Ministeri competenti, ha già ottenuto l'istituzione di un Comitato che controlli la non utilizzazione di lavoro minorile nelle produzioni di tappeti destinati all'esportazione. Specifici programmi di recupero, sostenuti grazie anche ai contributi raccolti in Italia, sono rivolti in particolare al riscatto dei bambini vittime delle forme di lavoro forzato: i piccoli schiavi del telaio, come Guri. Per aiutarli a tornare a casa.

16 Aprile 1998, per non dimenticare Iqbal Masiq

Il 16 aprile di quest'anno tutta l'Italia si mobilita contro il lavoro minorile, attraverso iniziative nelle scuole, sui giornali e nei programmi televisivi, a livello nazionale e locale. La scelta della data non è casuale: è infatti il terzo anniversario dell'assassinio del piccolo Iqbal Masih, un bambino pachistano di dodici anni che aveva osato ribellarsi alla sua condizione di semi-schiavitù come tessitore di tappeti e denunciare i suoi sfruttatori, divenendo una sorta di sindacalista dei bambini lavoratori. Un personaggio troppo scomodo per chi sul lavoro dei bambini si è arricchito: tre anni fa Iqbal rimase vittima di un colpo di fucile, il cui autore è rimasto ignoto. Quando fu ucciso, correva in bicicletta: forse pensandosi libero, in quel momento, di essere soltanto un bambino, e non il simbolo di un dramma. La sua storia ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui temi del lavoro minorile in tutto il mondo, e non solo in Pakistan.

Iqbal ripeteva spesso nei suoi interventi pubblici che "nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite". Lui, dall'età di quattro anni, tesseva tappeti. Era uno dei circa 8 milioni di piccoli lavoratori pakistani, tra i 10 e i 14 anni; nel suo paese i bambini costituiscono il 20% della popolazione attiva. In minima parte sono impiegati nell'artigianato e nel lavoro agricolo, mentre la gran parte lavora nell'edilizia, fabbricando mattoni d'argilla, o nelle fabbriche. Al loro lavoro si deve gran parte del recente "miracolo economico" pakistano; o meglio, alla loro schiavitù, perché alla modernità dei prodotti: strumenti chirurgici e ottici, palloni da calcio, e via dicendo nella vasta gamma delle lavorazioni industriali, fa da contraltare una condizione di lavoro servile che in molti casi assomiglia alla schiavitù.

Il lavoro minorile, un problema globale

Ma il problema non riguarda certo solo il Pakistan. Non esistono statistiche complete sul lavoro minorile nel mondo, perché nella gran parte dei casi i governi e i datori di lavoro si rifiutano di ammetterne l'esistenza, o comunque non compiono rilevazioni statistiche ufficiali (funziona così anche nel nostro paese, dove il lavoro minorile è illegale e quindi è scomparso dalle statistiche ufficiali, mentre tutte le stime concordano sul fatto che almeno 300mila bambini lavorano).

Secondo le stime dell'UNICEF e dell'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) il numero di bambini lavoratori nel mondo oscilla intorno ai 250 milioni, distribuiti quasi ovunque: in Asia, Africa, America Latina, Europa e in America del Nord. Qualche dato:

* in India le stime più accreditate parlano di 44 milioni di bambini lavoratori;

* in Bangladesh i bambini che lavorano nell'industria (tessile soprattutto) per l'esportazione e nell'artigianato sono 1/4 dell'intera popolazione infantile;

* in Nepal il 60% dei bambini svolge lavori che impediscono il loro normale sviluppo;

* il 32% della forza lavoro in Thailandia è costituito da bambini, impiegati soprattutto nella produzione di articoli per l'esportazione;

* nelle Filippine secondo le stime ufficiali i piccoli lavoratori sono 2.200.000, ma molti di più sono occupati nel lavoro nero;

* in Nigeria (uno dei più ricchi paesi africani) lavorano circa 12 milioni di ragazzi;

* in Brasile le stime più prudenti parlano di 7 milioni di bambini al lavoro, cui vanno aggiunti tutti i piccoli che vivono di espedienti sulle strade.

Un fatto è certo: a dispetto delle leggi nazionali e internazionali, il lavoro minorile si continua a praticare nel mondo. E in larga parte è un lavoro invisibile: bambini minatori; piccoli pastori "assunti" illegalmente che lavorano 15 ore al giorno; bambini servitori; braccianti in miniatura costretti al lavoro in campi infestati dai pesticidi; bambini che lavorano nel commercio, nelle piccole attività industriali o che si guadagnano da vivere in strada con mestieri sempre diversi - legali e illegali.

La lotta allo sfruttamento nei programmi dell'UNICEF

L'UNICEF interviene soprattutto con due tipi di azioni: da un lato programmi di sostegno all'economia familiare, che rendano meno necessario il ricorso al lavoro dei più piccoli, dall'altro interventi a favore dei bambini lavoratori, per tutelarli (anche legalmente) e per garantire loro possibilità di scuola e istruzione professionale. In tutti o quasi i paesi, infatti, c'è uno stretto rapporto tra abbandono della scuola e lavoro minorile: e poter continuare in qualche modo la scuola è, per i bambini, l'unica speranza di riuscire a liberarsi dalle catene dello sfruttamento.

Spesso si discute dell'opportunità di boicottaggi o sanzioni commerciali per combattere il lavoro minorile. Ma il risultato può essere negativo, anche perché il lavoro nell'industria è solo la punta dell'iceberg del lavoro minorile nero, illegale. Per esempio qualche anno fa le industrie del Bangladesh, a seguito di alcune iniziative del Parlamento americano per vietare l'importazione di tessili bengalesi prodotti col lavoro minorile, licenziarono in massa i bambini; come poi si è scoperto, grazie a una indagine compiuta dall'UNICEF in collaborazione con l'ILO, molti di quei bambini licenziati si sono ritrovati costretti a lavorare in condizioni ancor peggiori, senza poter frequentare più la scuola.

E' invece necessario, se si vuole rendere realistico l'obiettivo di eliminare il lavoro minorile, creare alternative per i ragazzi che già lavorano, che consentano loro di acquisire istruzione e qualificazione professionale ma garantiscano anche un reddito minimo alle famiglie, compensando con incentivi, o con posti di lavoro per altri membri adulti della famiglia, la perdita economica conseguente al mancato guadagno dei ragazzi, per evitare che il proibizionismo di principio si traduca di fatto in un proliferare del lavoro nero. Scuola, formazione professionale, assistenza alle famiglie povere, alleanza con le ONG locali: questo è l'impegno dell'UNICEF, nella lunga e complicata battaglia contro lo sfruttamento del lavoro dei bambini.

Pakistan - Tutto il giorno a cucire palloni

Latif ha 11 anni, cuce palloni da calcio da quando ne aveva 7. "Il lavoro minorile credo sia vietato, ma da queste parti non conosco un ragazzino che non lavori. Io ho cominciato aiutando un parente. Adesso sto sotto padrone, 9-10 ore al giorno a cucire palloni, a mano. Sempre lo stesso lavoro, mi rovino le dita e non imparo a fare altro. I palloni che mi arrivano da cucire hanno i marchi più diversi, molti li conosco, credo siano famosi in mezzo mondo. Anche se io non è che mi interessi del calcio, preferirei il crcket. Ma tanto, chi ha il tempo di giocare...."

Siamo nel distretto di Sialkot, in Pakistan. E' la zona industriale del paese, si produce di tutto, in aziende di medie dimensioni e in migliaia di piccoli laboratori artigianali. Si fabbricano strumenti ottici, attrezzi chirurgici, scarpe e tappeti, tutti destinati all'esportazione. Ma soprattutto si producono e rifiniscono palloni di cuoio, del tipo professionale, cuciti a mano. Soprattutto palloni da calcio. Ci lavorano oltre 5.000 bambini. In tutto il paese sono 8 milioni i piccoli lavoratori, tra i 10 e i 14 anni; costituiscono il 20% della popolazione attiva, e la maggioranza è impiegata nell'edilizia, per la fabbricazione di mattoni d'argilla, o nelle piccole fabbriche. Al loro lavoro si deve gran parte del recente "miracolo economico" pakistano; o meglio, alla loro schiavitù, perché alla modernità di molti prodotti fa da contraltare una condizione di lavoro servile che spesso assomiglia alla schiavitù.

L'economia pakistana è in rapida e tumultuosa crescita, il reddito annuo pro capite si aggira sui 460 dollari, con un tasso medio di aumento del 3% l'anno. Però la gente comune ha tratto sinora scarsi benefici da questo "boom" economico: il 32% della popolazione urbana e il 29% di quella rurale vive sotto la soglia di povertà. La mortalità infantile sotto i 5 anni è di 136 su mille. Con un tasso di analfabetismo del 62%, il paese è agli ultimi posti tra quelli dell'Asia meridionale; la metà circa dei bambini abbandona la scuola sin dalle prime classi elementari, mentre il 21% dei ragazzini e la metà circa delle bambine non vengono neppure iscritti.

Ma nella complessa realtà del Pakistan l'aspetto forse più drammatico è proprio quello del lavoro minorile, venuto alla ribalta tre anni fa, il 16 aprile del 1995, in seguito all'assassinio del piccolo Iqbal Masiq, che aveva osato ribellarsi alla sua condizione di semi-schiavitù come tessitore di tappeti e denunciare chi lo sfruttava. Una vicenda che ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui temi del lavoro minorile, non solo in Pakistan.

Per combattere questo sfruttamento l'UNICEF, insieme a varie organizzazioni non governative pakistane, si muove su un duplice terreno: da una parte strumenti di controllo e di pressione sulle ditte produttrici, per contrastare l'impiego di minori, dall'altra programmi scolastici e di formazione professionale. Si cerca di creare una "alleanza dei produttori" contro lo sfruttamento, che mobiliti sindacati e associazioni imprenditoriali, per offrire ai bambini e alle loro famiglie alternative concrete. Tra i progetti in corso alcuni fra i più importanti vengono attuati nelle zone industriali ad alta intensità di lavoro minorile - soprattutto l'area di Sialkot - dove vengono prodotti i palloni di cuoio, cuciti a mano per lo più da bambini, per conto delle principali ditte di articoli sportivi del mondo. Si punta a garantire ai ragazzi possibilità di istruzione e formazione professionale, compensando con incentivi, o con posti di lavoro per altri membri adulti della famiglia, la perdita economica conseguente al mancato guadagno dei ragazzi.

In altre zone del Pakistan vengono realizzati progetti integrati rivolti ai bambini e alle bambine sfruttati nell'economia sommersa e nei settori non industriali. Un esempio è il programma di "educazione informale" che viene attuato nella periferia di Karachi sin dal 1991, riuscendo a garantire un minimo di istruzione anche e soprattutto alle bambine lavoratrici, relegate ai margini del processo di sviluppo. Ma rimane fondamentale la promozione di uno sviluppo economico e sociale più equilibrato, che non costringa le famiglie povere a vendere la loro unica risorsa, il lavoro dei propri figli.

Perù - Spaccapietre e minatori

Pedro ha 10 anni, braccia forti e uno sguardo perso nel vuoto. Dall'anno scorso fa il mestiere di spaccapietre. C'è molto lavoro, perché la cava a cielo aperto dove trascorre in media 10 ore al giorno è vicina alla capitale, Lima, e per le imprese edili è conveniente venire qui a comprare materiali per costruire i palazzi e le strade. "Siamo quasi tutti ragazzi, a lavorare con martello e piccone. Ci siamo passati la voce di questo lavoro, nel barrio, e la mattina veniamo su in gruppo, con l'autobus per un'ora e poi a piedi. A volte un camion ci dà un passaggio. Non è un lavoro che mi piace, faccio tanta fatica che a volte mi sento morire. Ma cos'altro potrei fare, non ho finito neanche due anni di scuola. Siamo poveri, i soldi servono. Spero solo di non farmi male, ci sono spesso incidenti. Comunque meglio qui che in miniera, come tanti amici miei rimasti al paese".

400.000 bambini peruviani tra i 6 e gli 11 anni non vanno a scuola. Non dipende certo da pigrizia o incapacità; non vanno a scuola perché le loro famiglie sono troppo povere per permetterselo, perché la scuola è troppo lontana e comunque comporta dei costi, soprattutto perché hanno altro da fare: devono lavorare per portare soldi a casa. Gran parte di quei 400.000 bambini lavora dalle 8 alle 10 ore al giorno, e quasi tutti appartengono a quel 20 per cento della popolazione peruviana che vive in condizioni di povertà estrema.

Quelli che lavorano come pastori e contadini, aiutando le loro famiglie sugli altopiani, si trovano spesso in una condizione drammatica di isolamento e mancanza di servizi essenziali. Tuttavia il loro sfruttamento è meno pesante rispetto agli operai-bambini di città, schiavizzati per una paga di pochi soldi, a volte anche un decimo del minimo sindacale: cavatori di pietre come Pedro, fabbricanti di mattoni, manovali nell'edilizia, facchini ai mercati generali, e via dicendo nella giostra di lavori e sottolavori che, come gironi dell'inferno, sembra sprofondare nell'abisso le speranze di cambiamento di una generazione di ragazzi le cui famiglie erano emigrate in città confidando di riuscire a sfuggire alla miseria.

Dormono in case di lamiera e cartoni, in immensi agglomerati informi di baracche, senza fognature né, spesso, acqua potabile. Molte famiglie, una volta arrivate in città, si sfasciano; e per le madri è difficile tirare avanti, se i bambini non portano a casa soldi. Per i ragazzi spesso, alla fine, l'unica risorsa è la vita di strada, tra mestieri legali e illegali, pulizie dei vetri delle macchine e vendita ai semafori; si calcola siano 81.000 i piccoli peruviani che lavorano come venditori ambulanti. Moltissimi inoltre lavorano a domicilio, oppure - soprattutto le bambine - come domestiche nelle famiglie benestanti.

Ma c'è anche chi sta peggio, come ricordava Pedro: e sono quelle centinaia - migliaia secondo alcune stime - di bambini che un lavoro l'hanno trovato vicino ai loro villaggi, nelle zone minerarie del paese. Miniere di pomice, miniere d'argento e d'oro. E' recente la scoperta di 400 minatori tra i 10 e i 15 anni, sfruttati in una miniera d'oro situata a 5.400 metri d'altezza, sotto il ghiacciaio dell'Ananea, nel Perù sud-orientale. Piccoli schiavi costretti a lavorare a temperature che raggiungono i 25 gradi sottozero, in gallerie alte meno di un metro. Secondo un quotidiano peruviano, il 5 per cento della manodopera impiegata nelle miniere d'oro sono bambini.

Tutti questi bambini che lavorano nei settori più disparati hanno un minimo comun denominatore, la miseria. E il circolo vizioso tra miseria e mancanza d'istruzione: come dice Pedro, "cos'altro potrei fare, non ho finito neanche due anni di scuola". Per questo i programmi dell'UNICEF in Perù puntano moltissimo sull'istruzione, attraverso il sostegno al sistema scolastico anche nelle aree rurali del paese, la fornitura di materiale didattico, ma anche attraverso iniziative mirate per i bambini lavoratori, come scuole serali, scuole professionali, corsi per insegnanti, programmi come quello dei "maestri di strada", per stabilire un contatto e riavvicinare alla scuola anche i ragazzi più emarginati. L'UNICEF ha anche lanciato una campagna con l'obiettivo di far vietare per legge il lavoro dei minori di 12 anni, e ha creato una rete di centri di tutela per l'infanzia, le defensorias.

Bolivia - Un lavoro quasi normale

Favio ha 12 anni, ed è fiero del suo lavoro di bigliettaio e aiuto-autista. "Tre anni fa ho cominciato a lavorare come bigliettaio e, qualche volta, autista in un minibus di Oruro. Lavoro fino alle sei di sera, poi vado a scuola, dalle sette alle nove, alle dieci torno a casa, come papà, che fa anche lui l'autista. La mattina alle cinque usciamo insieme, per andare a lavorare. Guadagno sei dollari boliviani (2.000 lire) al giorno. La mattina mi metto all'incrocio dove sta il capolinea degli autobus e aspetto che qualche autista mi chiami. Poi pulisco l'autobus dentro e fuori e dopo colazione iniziamo il turno. Studio perché da grande vorrei fare il medico e comprarmi dei vestiti, delle belle scarpe e cravatte; anche il meccanico mi piacerebbe fare o l'autista di autobus. Però sono sempre stanco, la sera a scuola mi addormento spesso e non riesco a seguire la lezione. I soldi che guadagno li metto da parte, perché dobbiamo ancora pagare per l'allaccio all'acqua potabile. La casa in cui vivo è un po' brutta perché mancano le fogne; prima però era peggio perché dovevamo andare a prendere l'acqua fuori per strada."

Ce la farà Favio a diventare medico? Probabilmente no, e lo sa anche lui. Forse la cosa che colpisce di più del suo racconto è la consapevolezza, il rassegnato realismo di questo piccolo uomo, che sogna bei vestiti, scarpe e cravatte, immagini del benessere; ma poi subito precisa che va bene, sarebbe contento anche di fare il meccanico. La sua è una storia di lavoro minorile "normale", senza drammi eccessivi; una storia come tante, come ne vedono spesso gli insegnanti in tutto il mondo (anche in Italia): il bravo ragazzino, che si addormenta sul banco perché è troppo stanco, perché lavora. Quello che non protesta, che aiuta la famiglia, anche a costo di rinunciare ai suoi sogni.

Come lui in Bolivia ce ne sono tanti: circa mezzo milione tra bambini e adolescenti. Lavorano in campagna, nelle miniere, in città. Oltre la metà dei minori che lavorano sono occupati nel terziario povero delle grandi città: lavori domestici, pulizie, commissioni, piccoli commerci e altre attività al limite dell'accattonaggio. Solo il 39% dei bambini che lavorano riesce a frequentare la scuola, quasi sempre una scuola serale.

Per far fronte a questa situazione l'UNICEF, d'intesa con il governo boliviano, ha varato programmi di recupero scolastico per i bambini dai 7 ai 12 anni, oltre a una serie di servizi di assistenza decentrati a livello municipale per i ragazzi più a rischio. Ma il nodo di fondo rimane la difficoltà estrema e la carenza di servizi in cui vive gran parte della popolazione, nelle periferie povere delle città boliviane.

Favio lavora anche per vivere con la famiglia in una casa migliore, per avere acqua potabile. Un problema comune a molti boliviani poveri. Per questo l'UNICEF, attraverso il programma Proandes, sta organizzando una rete di servizi igienici, impianti fognari e acquedotti in gran parte delle città boliviane, dove la popolazione è spesso costretta a pagare per l'acqua potabile e i servizi essenziali cifre troppo alte per il magro bilancio familiare. 120.000 lire: tanto costa l'allaccio dell'acqua per ciascuna unità abitativa, nei quartieri poveri delle città boliviane. A noi sembra poco, ma per Favio, col suo stipendio di 2.000 lire al giorno, è decisamente troppo.

Senegal - In città per sopravvivere

Mame Mbengue ha appena visto suo figlio partire per andare a Dakar. "Se potessimo occuparci di loro non lasceremmo che i bambini andassero via,in città. Ma non c'è abbastanza da mangiare".

Qui nel villaggio di Ndiaye Bopp, in Senegal, per gli adolescenti non c'è scelta. Dalla terra si ricava troppo poco, in questa regione devastata dalla siccità. E così spesso i bambini devono lasciare le loro famiglie, prive di risorse per sfamarli. In genere sono i ragazzi tra i 12 e i 15 anni che vanno in città a cercar lavoro. Le femmine vanno a fare le domestiche, molti ragazzi vanno in città con i loro maestri a imparare il Corano, ma anche a mendicare... L'antica tradizione dei marabutti, i maestri islamici che tengono gli adolescenti a convitto, è degenerata spesso in una forma di autentico sfruttamento.

Racconta El Hadj Diouf, 16 anni, ex "studente coranico": "Ci si svegliava presto la mattina e si andava a mendicare. Dovevamo tornare con 50 franchi e mezza pentola di cibo, i più piccoli solo 25 franchi. Il maestro ci diceva 'se oggi tornate a mani vuote non vi farò nulla, ma se ricapita domani, vi prenderò a calci'". Costretti a elemosinare denaro e cibo per il loro maestro, spesso questi ragazzi ricevono in cambio solo un'istruzione formale: imparano a memooria versetti del Corano, ma non sanno leggere e scrivere bene.

Oggi nella società senegalese comincia a crescere un movimento di rifiuto verso questa tradizione, degenerata in sfruttamento, anche grazie alle campagne attuate dall'UNICEF per promuovere la consapevolezza e il rispetto dei diritti dell'infanzia. Sempre più spesso si sentono donne che affermano che "lo sfruttamento va contro il Corano. Le donne hanno cominciato a studiare il Corano, e adesso si rifutano di lasciar andar via i figli. Mio marito voleva mandare nostro figlio a una scuola coranica lontana più di 100 miglia, ma io mi sono opposta, e gli ho detto che sarei andata a riprendermelo io stessa..."

Intanto, però, migliaia di bambini continuano a emigrare verso le città dalle zone più povere del paese; e solo i ragazzi più fortunati trovano ospitalità presso parenti e possibilità d'istruzione. La maggior parte di loro trova un lavoro - come meccanici, o come venditori ambulanti. Sono tanto i lavori fatti dai bambini, in questa come in altre società africane. Talvolta sembrano lavori invisibili, nascosti nelle pieghe della società; ma non per questo sono meno pesanti.

Spesso vivere nella strada ha forgiato la personalità di questi ragazzini; il lavoro ha insegnato loro a conoscere quanto siano cattivi gli esseri umani. Diffidenza e prudenza caratterizzano il loro comportamento verso il prossimo; sono furbi più dei loro coetanei. Anzi, rispetto agli altri bambini, quelli che non sono costretti a lavorare, ostentano disprezzo e superiorità.

Per questo occorre rispondere alle loro esigenze con programmi appositi, creando scuole che li aiutino ad acquisire strumenti utili per la loro vita futura: ed è il lavoro che sta portando avanti l'UNICEF, insieme al governo e a varie associazioni senegalesi, attraverso iniziative di scuole sperimentali e programmi innovativi, preparando e formando insegnanti e operatori sociali capaci di dare fiducia a questi ragazzi, e di restituire loro la speranza di una vita migliore.

India - Vietato alzare gli occhi

Sona ha 13 anni, vive nello stato indiano del Tamil Nadu. Fino a un anno fa faceva la sigaraia: lavorava in una fabbrica di bidis, le tipiche sigarettine indiane fatte di un'unica foglia di tabacco arrotolata. Oggi Sona va a scuola, e non rimpiange certo il suo vecchio lavoro: "Qui a scuola si sta bene,si gioca e canta, si può studiare. Ma al lavoro,se eravamo in ritardo ci picchiavano. Ci rimproveravano sempre: 'non alzate gli occhi, arrotolate bene le sigarette, sbrigatevi'. Si lavorava dalle 8 di mattina alle 9 di sera, con un'ora per mangiare. Avevo male alle mani, alle gambe, al collo, alla schiena. Tutti i nostri genitori erano indebitati con i padroni, gli interessi si accumulavano e noi dovevamo continuare a lavorare. Se non ci avessero aiutato, non ne saremmo usciti mai".

I padroni delle fabbriche preferiscono i bambini come operai: per le mani piccole, più adatte al lavoro, ma soprattutto perché li pagano meno della metà degli adulti. E' quasi impossibile per le famiglie sottrarsi a questa crudele forma di usura: contraggono debiti, quindi sono costretti a cedere i propri figli come lavoranti per ripagare il debito, ma i guadagni sono insufficienti e il debito non si estingue mai...

Per questo il primo obiettivo dei programmi UNICEF nel Tamil Nadu, come in molti altri stati dell'India, è aiutare le famiglie a riscattare i figli dal lavoro forzato. Grazie a un'alleanza con varie associazioni e con il contributo delle autorità locali, viene estinto il debito e i bambini vengono poi mandati a frequentare speciali scuole, create nei loro villaggi, dove si applicano metodi d'insegnamento innovativi, con molto spazio alla musica e al gioco ma anche con molte materie orientate per dare loro una professionalità. Sarebbe infatti difficile per questi ragazzi, che hanno alle spalle anni di duro lavoro, ambientarsi nelle normali scuole statali, con bambini molto più piccoli di loro e un insegnamento rigido, predeterminato, poco flessibile e senza rapporto con la loro esperienza di lavoro e le loro esigenze.

Il problema non riguarda solo le fabbriche di bidis: qualche anno fa un'inchiesta accertò che oltre 50.000 bambini di età compresa tra i 3 anni e i 15 lavoravano nelle fabbriche di fiammiferi e di fuochi di artificio di Sivakasi, sempre nello stato del Tamil Nadu. 12 ore al giorno, rinchiusi in stanze buie e fetide, maneggiando prodotti chimici pericolosi e tossici, come il clorato di potassio, gli ossidi di fosforo e lo zinco. Del resto anche in altre zone dell'India la legge che vieta l'uso di manodopera infantile viene continuamente disattesa. I datori di lavoro hanno tutto l'interesse ad impiegare in lavori degradanti i bambini, perché sono più rapidi e si affaticano di meno degli adulti, si controllano con facilità e sono più disciplinati. Ma soprattutto costano molto meno sia in termini salariali che assistenziali e non sono sindacalizzati.

Così, in assenza di una rete efficace e capillare di controlli, continuano a persistere situazioni drammatiche, come quella degli oltre ventimila bambini che lavorano nelle miniere di Meghalaya in fosse larghe 90 cm.; quando crescono e non sono più in grado di restare dentro queste fosse perdono il lavoro. E nel nord dell'India, nello stato del Rajastan, si calcola che il 40% dei 30.000 operai tessili siano bambini. La povertà ancora molto diffusa, nonostante il grande sviluppo recente dell'economia indiana, spesso non lascia ai bambini alcuna alternativa fuori dal lavoro. Il sistema educativo aggrava ulteriormente la dimensione del problema: nelle zone rurali più isolate, le scuole sono rare e inaccessibili. Inoltre nelle campagne il conflitto tra il calendario scolastico e le stagioni agricole obbliga i bambini ad abbandonare la scuola al momento della semina o del raccolto.

Occore quindi creare un sistema scolastico più flessibile e rispondente ai bisogni dei bambini, ma anche aiutare le famiglie, per spezzare il circolo vizioso della miseria ed evitare che i bambini sottratti a un lavoro si ritrovino a doverne fare uno ancora peggiore. Per questo l'UNICEF attua anche un programma di piccoli prestiti a gruppi di donne, perché possano migliorare la produzione agricola, ad esempio con l'acquisto di mucche il cui latte viene venduto in città, compensando così la perdita del guadagno dei bambini e consentendo alle famiglie di ripagare gli eventuali debiti residui.