Conseguenze sul lavoro:
- calo della qualità del lavoro svolto,
- frequente assenteismo,
- deterioramento dell'ambiente di lavoro,
- abbandono del lavoro.
In quest'ultimo caso il datore di lavoro può considerare
l'espulsione del soggetto come una soluzione del problema. In realtà
l'organizzazione ha perso un lavoratore, magari esperto e potenzialmente
motivato, e i problemi generati dall'ambiente di lavoro non sono
stati risolti. Inoltre il lavoratore pagherà , in questo
modo, il prezzo psicologico e personale del fallimento. Gli effetti
negativi del burn-out non coinvolgono solo il singolo lavoratore
ma anche l'utenza, a cui viene offerto un servizio inadeguato ed
un trattamento "meno umano" (Malagutti, 2002).
LE VARIABILI CHE POSSONO DETERMINARE IL BURN-OUT
I fattori che possono
predisporre all'insorgenza della sindrome del burn-out sono sia
di tipo ambientale che individuale (Tomei, Tomao, 2003). Il burn-out,
come sottolineano Rossati e Magro (1999), è un fenomeno complesso,
determinato non solo dalle componenti soggettiva e oggettiva dello
stress individuale, ma anche da variabili storico-sociali e culturali
che possono "accelerare" il passaggio dallo stress al
burn-out. Perciò mentre lo stress è un fenomeno individuale,
il burn out è un fenomeno fondamentalmente psicosociale.
I FATTORI
INDIVIDUALI
La componente soggettiva
ha un ruolo determinante soprattutto nella misura in cui si cerca
di determinare quali stimoli sono percepiti dal soggetto come stressanti
e quale intensità avrà la reazione individuale messa
in atto di fronte a tali stimoli.
Gli elementi che rientrano in questa componente sono: alcune caratteristiche
demografiche, le caratteristiche di personalità , le aspettative
professionali, lo stress non professionale.
a) Caratteristiche demografiche: secondo una ricerca svolta da Maslach
(1992) tesa ad individuare il profilo dei soggetti più vulnerabili
alla sindrome del burn-out, sottoponendo alla scala MBI, una vasta
gamma di operatori dei servizi in varie località degli Stati
Uniti, le autrici sostengono che tali variabili sono:
** Sesso: complessivamente l'esperienza del burn-out negli uomini
e nelle donne è abbastanza simile. Le differenze consistono
nel fatto che gli uomini tendono più ad avere sentimenti
spersonalizzati e di insensibilità verso le persone con
cui lavorano, mentre le donne tendono a provare un maggiore esaurimento
emozionale e a sperimentarlo con più intensità degli
uomini.quindi uomini e donne accusano aspetti diversi della sindrome.
** Appartenenza ad un gruppo etnico: le ricercatrici hanno evidenziato
che mentre non sono presenti differenze degne di nota per diversi
gruppi minoritari del Paese, invece sono evidenti le differenze
tra gli operatori dell'aiuto bianchi e neri. Tali rilevanti differenze,
secondo cui i bianchi soffrono in misura maggiore di burn-out rispetto
ai neri, è stata motivata attraverso l'ipotesi che questi
ultimi provengano da comunità nelle quali è data
una grande enfasi alla rete familiare e sociale, determinando in
questi soggetti una maggiore esperienza nei rapporti diretti con
altre persone, con una maggiore abituazione ad affrontare i conflitti
che ne derivano ed il suo carico emozionale .
** Età : sembra esserci una relazione stretta tra età
e burn-out. Questa sindrome colpisce in misura notevolmente più
elevata i soggetti giovani, che lavorano in ambienti "a rischio"
da circa un anno - 1 anno e mezzo. I giovani, spiegano le autrici,
hanno di solito meno esperienza lavorativa degli anziani, ma è
dimostrato che l'effetto dell'età riflette qualcosa di più
della semplice durata del lavoro. Con l'avanzare dell'età ,
la persona sembra essere più stabile e matura, ha una prospettiva
più equilibrata della vita e una minore tendenza agli eccessi
del burn-out.
** Stato civile e stato di famiglia: tra coloro che appartengono
alla categoria "helping professions", il burn-out è
sperimentato maggiormente dai soggetti celibi e invece è
sperimentato in misura nettamente inferiore da coloro che sono coniugati.
I divorziati, in genere si trovano all'interno di queste due "polarità ",
ma più vicini ai celibi in termini di più elevato
esaurimento emozionale, più vicini ai coniugati in termini
di minore spersonalizzazione e maggiore senso di realizzazione.
Come l'essere celibi è associato a un maggiore rischio di
burn-out, così lo è il non avere figli. Contrariamente
all'opinione che i figli siano un'ulteriore carico emozionale, che
dovrebbe acutizzare la malattia, essa è inferiore per gli
operatori dell'aiuto che hanno una famiglia. Probabilmente perchè
il coinvolgimento con la famiglia, rende l'individuo più
esperto nel trattare i conflitti in secondo luogo, perchè
tale contesto è considerato una risorsa emozionale anzichè
una fonte di esaurimento emozionale (Maslach, Jackson, Barad, 1982):
** Livello di istruzione: rispetto a tale caratteristica non sembrano
essere emerse differenze rilevanti tra soggetti con diversi livelli
di istruzione. L'unico elemento degno di nota, secondo il commento
delle autrici è relativo ai soggetti con elevato livello
d'istruzione che coltivano aspettative più elevate rispetto
alla professione che vogliono svolgere nella vita: esse possono
essere molto idealiste e aspirare a grandi risultati, ma, se non
sono adeguatamente preparate per la realtà del loro ruolo
d'aiuto, l'urto di questa realtà con i loro ideali può
risolversi in disillusione e burn-out.
b) Caratteristiche
di personalità : con personalità si intende il carattere
essenziale di un individuo, il proprio stile interpersonale, il
metodo per gestire i problemi, l'espressione e il controllo delle
emozioni e la concezione di sè: aspetti che hanno una rilevanza
particolare per il burn-out.
Il profilo della personalità del soggetto a rischio secondo
Maslach e Jackson potrebbe essere il seguente: la persona è
debole e non assertiva nel trattare con gli altri; è sottomessa,
ansiosa, teme il coinvolgimento, ha difficoltà nel definire
i limiti nell'ambito della relazione di aiuto. Questa persona è
spesso incapace di esercitare un controllo sulla situazione e si
rassegna passivamente alle richieste che essa gli pone anzichè
limitarle alla propria capacità di dare: il sovraccarico
emozionale è facile in questo soggetto e pertanto il suo
rischio di esaurimento emozionale è elevato.
L'individuo con tendenza al burn-out è anche impaziente e
intollerante; una persona di questo tipo, prova facilmente collera
e frustrazione per qualsiasi ostacolo che trova sul suo cammino,
e può incontrare difficoltà nel controllare gli impulsi
ostili. àˆ probabile che proietti tali sentimenti sulle persone
che aiuta e segue nel suo lavoro, trattandole in modo spersonalizzato
e degradante.
Infine l'individuo che tende al burn-out non ha fiducia in sè
stesso, ha poca ambizione, è riservato e convenzionale. Questa
persona non ha nè un insieme definito di obiettivi nè
la determinazione e la sicurezza per conseguirli. Si rassegna e
si adatta alle limitazioni imposte dalla situazione, anzichè
affrontare le difficoltà cercando di essere più intraprendente
e più incisivo. Vive quindi una posizione passiva e di impotenza
anzichè attiva e autonoma. Egli tenta di superare i dubbi
su se stesso e cerca di stabilire il senso del proprio valore personale
conquistando l'approvazione e l'accettazione degli altri; per far
questo può diventare tanto accomodante da essere sempre sotto
pressione. Lo svantaggio di una tale dipendenza dagli altri per
ottenere una convalida personale è il probabile senso di
annientamento emozionale se gli altri non danno tale convalida.
Il bisogno di essere accettato dalle persone con cui lavora diventa
eccessivo quando nella vita dell'operatore ci sono poche altre fonti
di contatto affettivo. E' più facilmente di altri scoraggiato
dalle difficoltà e non avverte la sensazione di essere realizzato
ed efficiente nel trattare con le persone.
** Incapacità di reggere relazioni sociali coinvolgenti;
** Il burn-out è anche connesso al fattore della personalità
che impone un bisogno eccessivo di controllo. Il bisogno di controllare
ogni cosa e ogni persona, il rifiutare di condividere o di delegare
il potere, è caratteristico della personalità autoritaria.
Secondo Freudenberger (1974), l'individuo autoritario è particolarmente
portato all'esaurimento proprio per questa tendenza a pretendere
troppo da sè stesso.
** Tendenza all'eccessivo coinvolgimento nelle problematiche altrui.
La capacità di capire e di condividere le esperienze delle
altre persone, la capacità di essere empatico, è
ritenuta una qualità personale fondamentale per svolgere
molte professioni dell'aiuto. L'empatia emozionale è in effetti
una sorta di debolezza o vulnerabilità . La persona i cui
sentimenti sono facilmente risvegliati avrà difficoltà
molto maggiori nel gestire situazioni emotivamente stressanti rispetto
alla persona meno eccitabile e più distaccata psicologicamente.
** Attitudine verso il lavoro: le persone che lavorano molto e duramente,
perchè hanno grosse aspettative nella loro professione, sia
per la possibilità di successo e guadagno sia perchè
rendere il loro lavoro sempre più entusiasmante e soddisfacente,
sono più a rischio quando non vedono realizzare i propri
progetti.
** Incapacità di gestire il tempo in modo efficace e produttivo,
con conseguente continua insoddisfazione per come lo si è
utilizzato, indipendentemente dagli esiti raggiunti.
c) Aspettative professionali:
** Motivazioni inadeguate: desiderio inconsapevole di esercitare
potere decisionale sugli altri, bisogno di approfondire la conoscenza
di sè, identificazione con professionisti di successo, fantasia
da salvatore.
La motivazione per la scelta di una professione d'aiuto può
essere determinata dalla possibilità che tale professione
consente al soggetto di soddisfare alcuni suoi desideri e bisogni.
Alcuni operatori hanno un forte bisogno di approvazione e di affetto,
che può essere soddisfatto dalle espressioni di apprezzamento
e gratitudine degli utenti. Oltre a motivazioni legate al bisogno
di soddisfare alcuni bisogni personali (di autostima, sentimenti
di colpa, bisogno di relazioni e intimità con le persona),
la relazione d'aiuto può essere usata come mezzo di crescita
personale.
** Convinzioni inadeguate: "la formazione garantisce la competenza"
oppure "la competenza garantisce la riuscita";
** Mistica professionale: rappresentazioni idealizzate dalla professione
(ritenuta intrinsecamente stimolante e gratificante) e dall'utenza
(ritenuta sempre riconoscente e collaborativa);
** Narcisismo patologico: rappresentazioni idealizzate del "sè
professionale" (possono portare al cosiddetto "delirio
di onnipotenza").
Il mancato riconoscimento dei limiti personali è particolarmente
negativo nelle professioni dell'aiuto, nelle quali l'individuo ha
a che fare con la vita di altri. L'operatore si sente troppo spesso
responsabile se un utente fallisce o se supera la situazione, se
vive o se muore e tale pesante fardello lo esaurisce emotivamente.
Un tale senso di responsabilità è solitamente legato
a sentimenti di onnipotenza. Quando simili fantasie di onnipotenza
non sono temperate dal riconoscimento dei limiti reali, gli ideali
e le aspettative non saranno commisurati alla realtà ; di
conseguenza, ci saranno discrepanze tra le aspirazioni e le effettive
realizzazioni: la sensazione del fallimento sarà inevitabile.
d) Stress non professionale:
Lo stress non professionale a cui si è sottoposti rappresenta
un costituente importante della componente soggettiva del disagio
lavorativo; è noto infatti che tanto più un soggetto
vive situazioni connotate da forte stress in un ambiente extralavorativo
(familiare, relazionale ad esempio), tanto più sarà
intensa la sua reazione agli stimoli stressati presenti in ambito
lavorativo (Rossati, Magro, 1999).
I FATTORI
AMBIENTALI
Il giudizio comune
è che il burn-out sia in primo luogo un problema dell'individuo.
Vale a dire, che le persone si esauriscono e si logorano a causa
di difetti o manchevolezze insiti nel loro carattere, nel loro comportamento
o nella loro capacità produttiva. In base a questa prospettiva,
sono gli individui a rappresentare il problema, e la soluzione sta
nel modificarli o nell'operare una sostituzione. Si ritiene in verità
che il burn-out non sia un problema dell'individuo in sè,
nonostante alcune sue caratteristiche possano renderlo più
vulnerabile, ma sia invece un problema del contesto sociale nel
quale opera. La struttura e il funzionamento del posto di lavoro
plasmano il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il
modo in cui eseguono il loro lavoro. Nella loro opera, Maslach e
Leiter sostengono che il burn-out è dovuto principalmente
ai fattori oggettivi dello stress professionale: le cause soggettive
sono quindi secondarie nel determinare l'insorgenza della sindrome
(Maslach, Leiter, 1999).
La componente oggettiva dello stress professionale è stata
studiata da D.Cooper, che ha individuato varie classi in cui possono
essere suddivise le fonti di stress: intrinseche al lavoro, relative
al ruolo nell'organizzazione, relative allo sviluppo della carriera,
relazionali, relative all'equipe (Rossati, Magro, 1999). Il modello
di Cooper può essere utilizzato per suddividere le fonti
di stress tipiche delle professioni sociali (Bernstein, Halaszyn,
1999):
a) Intrinseche al
servizio
Relative al lavoro:
** Scarsa retribuzione contrattuale;
** straordinari e ore lavorative extra poco retribuiti o addirittura
non pagati;
** condizioni ambientali sfavorevoli: rumore, scarsa ventilazione,
spazi angusti, illuminazione scarsa o abbagliante, umidità ,
troppo caldo o troppo freddo;
** poche risorse materiali (comprese quelle per affrontare i problemi
legati al territorio): carenze strutturali; carenza di automezzi
di servizio, di strumentazione, di ausili didattici, del budget
per le spese educative, ecc.;
** turni e orari stressanti.
Relative all'utenza:
** Stessi utenti troppo a lungo;
** utenti cronici e/o incurabili;
** poche informazioni sugli utenti (diagnosi, anamnesi, situazione
legale, ecc.);
** sovraccarico qualitativo di lavoro (richieste troppo difficili);
** sovraccarico quantitativo di lavoro (eccesso di richieste);
** troppa routine.
b) Relative al ruolo
nell'organizzazione
** Sovraccarico di ruolo: responsabilità superiori al potere
decisionale e scarse possibilità programmate di interruzione;
** ambiguità di ruolo: mansionario o compiti specifici non
chiari;
** incongruenza di ruolo: il ruolo non è quello desiderato;
** conflitto di ruolo: richieste contraddittorie da parte di uno
o più superiori,
** leadership o supervisione inadeguate,
** mancanza di formazione e orientamento specifici per la professione,
** indifferenza delle istituzioni pubbliche nei confronti dell'utenza,
a vantaggio delle necessità amministrative, finanziarie
o burocratiche.
c) Relative alla carriera
* Competizione tra colleghi per ottenere promozioni;
* delusione per le retrocessioni subite;
* "ansia da prestazione" per le promozioni ricevute;
* misteriosità per il modo in cui "qualcuno fa carriera
e qualcuno no".
d) Relazionali
Relazioni con i colleghi:
* Conflitti tra colleghi: i conflitti possono nascere tra colleghi
con o senza la stessa qualifica e con o senza lo stesso mansionario;
possono riguardare qualunque questione lavorativa o personale;
* comunicazione tra colleghi insufficiente: i colleghi non danno
informazioni esaurienti su ciò che fanno;
* poche gratificazioni: mancanza di apprezzamento da parte dei colleghi;
* incapacità di differenziare le mansioni: nelle èquipe
molto competitive (al loro interno) ognuno vuole fare tutto ciò
che fanno gli altri per timore di essere professionalmente danneggiato
dalla differenziazione; avviene così che alcune funzioni
rimangono scoperte, altre moltiplicate con chiara riduzione dell'efficienza
* relazioni sentimentali/sessuali tra colleghi: se i colleghi scoprono
la relazione, possono avere reazioni sgradevoli, eventualmente amplificate
se la relazione è omosessuale (voler essere tenuti al corrente
dei dettagli, essere gelosi, condannare moralmente la relazione
o al contrario incoraggiarla in modo forzato); se la relazione finisce,
continuare a lavorare insieme può essere molto stressante;
* mobbing, ovvero «persecuzione psicologica negli ambienti di lavoro»:
consiste in azioni di sabotaggio professionale o personale da parte
di colleghi coalizzati.
Relazioni con il Direttore:
* Feedback poco efficace: il feedback non è proattivo (il
Direttore dice ciò che non va fatto e non dice ciò
che andrebbe fatto); non è relativo a una situazione specifica;
mette in campo i sentimenti del Direttore; si estende a condizioni
che non dipendono dall'operatore; arriva troppo tardi (lontano nel
tempo) o troppo presto ("a caldo"); non include verifica
di chiarezza (il Direttore dà per scontato che l'interlocutore
abbia capito);
* poche gratificazioni: il lavoro ben fatto non viene riconosciuto
o apprezzato;
* conflitti di valori tra Direttore e operatori: vi può essere
accordo sulle tecniche educative (come agire per modificare i comportamenti
dell'utenza) ma non sui princìpi educativi (quali comportamenti
vanno modificati e quali no);
* "bossing", ovvero «persecuzione psicologica negli ambienti
di lavoro» da parte del Direttore o di altri superiori.
Relazioni con il datore
di lavoro (se non è il Direttore):
* Interferenze non tecniche: per esempio, interferenze di natura
politica.
Relazioni con gli
operatori degli altri servizi:
* Necessità di negoziazione continua.
e) Relative all'èquipe
* "Spirito d'èquipe" scarso o assente;
* insufficiente disponibilità alla negoziazione.
Quasi sempre in un ambiente di lavoro, ci si confronta con il paziente
all'interno di una èquipe di lavoro. Le opportunità
offerte dal lavoratore in gruppo costituiscono un patrimonio, tuttavia
il gruppo di lavoro è anche sede delle emozioni degli operatori
ingaggiati in relazioni problematiche e raramente viene fornita
qualche forma di appoggio al gruppo di lavoro. Accade spesso che
l'equipe tenda a trasformarsi da risorsa, da strumento di appoggio
professionale ed emotivo, in un problema ulteriore: i singoli membri
invece di riuscire a sorreggersi nella pratica comune si sentono
soli, scaricano tensioni accumulate l'uno contro l'altro, e producono
un aumento dell'aggressività e della frustrazione reciproca.
In queste condizioni, operare in gruppo diviene una fatica aggiuntiva
(Ferri, Giannone, 2006).
Un modello alternativo
a quello di Cooper è stato recentemente elaborato da Maslach
e Leiter (1999). Tale modello ordina le cause oggettive del burn-out
in sei classi, rispettivamente relative a: carico di lavoro, autonomia
decisionale, gratificazioni, senso di appartenenza, equità ,
valori. In particolare:
a) il sovraccarico
di lavoro
Secondo gli autori, quella parte di carico sia emozionale che fisico,
che eccede la capacità di gestirlo da parte della persona
è il sinonimo di quanto intendiamo con il termine stress.
Per l'operatore professionista dell'aiuto, sovraccarico significa
troppe persone e troppo poco tempo per soddisfare adeguatamente
le loro esigenze. Inoltre, troppo spesso gli operatori vivono condizioni
di lavoro che non consentono interruzioni temporanee dal contatto
stressante con gli utenti:essi si trovano sul posto, senza nessun
altro con cui dividere il lavoro o che li aiuti. Questo è
particolarmente vero nel caso del familiare che gestisce e segue
un malato di Alzheimer: spesso non possono sottrarsi da questo incombente
compito di caregiver senza sentirsi in colpa, vivendo una condizione
psicologica di "intrappolamento". Il sovraccarico di lavoro
comporta i segni indicativi del burn-out: esaurimento emozionale,
sentimenti più negativi verso gli altri, ridotto senso di
realizzazione personale.
b) La perdita del
controllo
Il burn-out è elevato quando l'individuo perde la sensazione
di avere sotto controllo l'assistenza che fornisce. Tale mancanza
può derivare da un'organizzazione che impone le decisioni,
soprattutto operative, senza lasciare al soggetto operante la possibilità
di parteciparvi direttamente.comunque indipendentemente dalla ragione
per la mancanza di autonomia, la percezione di non avere il controllo
sugli esiti importanti del proprio lavoro determina l'insorgenza
di sentimenti di frustrazione e di colera, oltre che di fallimento
ed inefficienza.
c) La relazione con
i colleghi
Se la relazione con i colleghi è alterata, essa diviene un'importante
fonte di stress emozionale che contribuisce allo sviluppo dell'esaurimento
emozionale e di sentimenti negativi verso le persone.
Gli autori sottolineano che se certi ambienti di lavoro sembrano
ideati per favorire i conflitti tra colleghi anzichè la cooperazione,
in parte anche alcuni atteggiamenti dei soggetti assumono un peso
rilevante, come ad esempio, la difficoltà a chiedere aiuto,
o a condividere i propri sentimenti, perchè c'è sempre
il timore che l'espressione personale possa venire interpretata
come segno di incompetenza o di debolezza.
Sfiducia e distacco tra operatori sono talvolta potenziati se l'istituzione
scoraggia i loro incontri (es. le riunioni del personale).
Infine rilevano che quando non c'è condivisione delle responsabilità ,
nè lavoro di equipe, ogni singolo operatore è soggetto
a maggiori pressioni emozionali.
Secondo Cherniss e
Dantzig (1986) la mancanza di supporto sociale all'interno dell'ambito
lavorativo e nel rapporto con i colleghi rappresenta un fattore
determinante all'insorgere della sindrome da burn-out. Gli autori
hanno descritto i fattori che ostacolano la nascita e lo sviluppo
di reti di supporto sociale sul luogo di lavoro: le prospettive
teoriche differenti, i diversi livelli di risorse, stato o potere,
la struttura organizzativa ( ad esempio i lavoratori in prima linea
distanti dalla direzione dal punto di vista organizzativo), gli
impegni personali esterni alla professione che limitano il supporto
sociale, l'esistenza di un protocollo organizzativo che limita i
contatti sociali e un elevato turn over del personale.
Uno studio ha valutato
gli effetti del supporto sociale per ridurre o attenuare la relazione
tra gli aspetti negativi del contesto lavorativo e il burn-out tra
le infermiere (Constable, Russel, 1986). I dati si basano su un
campione di infermiere alle dipendenze di un centro medico militare
degli Stati Uniti. àˆ stato osservato come i fattori determinanti
per l'instaurarsi della sindrome fossero rappresentati da un basso
livello di valorizzazione del lavoro (autonomia, orientamento dell'attività ,
chiarezza, innovazione e benessere fisico), dalla pressione lavorativa
e dalla mancanza di sostegno direttivo. Questi indicatori, associati
a variabili demografiche e legate al lavoro sono in grado di spiegare
una varianza del 53% per quanto riguarda l'esaurimento emotivo,
componente fondamentale della sindrome da burn-out. Sembra pertanto
che il personale sanitario sia sensibile all'instaurarsi della sindrome
quando opera in situazioni in cui non viene stimolato all'autonomia,
quando i compiti sono poco definiti, le regole e le politiche non
vengono comunicate in modo chiaro, quando mancano varietà
e nuovi approcci professionali e l'ambiente di lavoro non è
molto attraente e piacevole.
d) Importanza di un
feedback positivo
Il feedback dai superiori è particolarmente importante perchè
indica all'operatore la qualità della sua prestazione lavorativa
e come eventualmente potrebbe migliorare (critica costruttiva) e
comunque è un segnale di riconoscimento e stima. Troppo spesso
questo feedback non è dato correttamente: a volte è
vago da non trasmettere alcuna informazione utile e più spesso
si limita ad essere una critica rispetto ad una prestazione non
soddisfacente (feedback negativo).
e) Buona organizzazione
Anche l'organizzazione e l'amministrazione di un'istituzione contribuiscono
al burn-out. Se i suoi obiettivi non sono chiari, se i ruoli dei
dipendenti sono mal definiti, se la comunicazione tra amministrazione
e personale non è nè chiara nè di reciproco
sostegno, per l'operatore sarà particolarmente difficile
offrire buoni servizi, terapie, assistenze. L'operatore deve sentire
di appartenere ad un contesto organizzativo ove non ci sono favoritismi,
dove vige l'equità come principio fondamentale, nel rispetto
dell'individuo e del lavoratore.
FATTORI SOCIO-CULTURALI
La velocità
e la facilità con cui lo stress professionale porta alla
sindrome di burn-out dipendono da numerosi fattori sociali e culturali.
Alcuni di questi fattori sono stati messi in evidenza da C. Cherniss
nella sua importante opera del 1983 sul burn-out (Cherniss, 1986;
Rossati, Magro, 1999):
a) Incremento della
domanda
La disgregazione del tessuto sociale comporta un grave aumento delle
varie forme di disagio psicosociale e quindi un aumento della domanda
ai servizi sociali. Gli operatori sociali si trovano a fronteggiare
un maggior numero di utenti con maggiori problemi, spesso senza
un proporzionale aumento delle risorse a loro disposizione. Questa
situazione aumenta lo stress degli operatori e può portare
al burn-out.
b) Diminuzione del
sostegno informale
Contemporaneamente all'aumento del disagio, si verifica una diminuzione
o una scomparsa totale delle istituzioni informali di sostegno sociale:
per esempio, è scomparso il poliziotto di quartiere che rappresentava
una guida morale oltre che un tutore della legge (soprattutto negli
Stati Uniti); anche la parrocchia non possiede la stessa influenza
morale e psicologica di un tempo. Così, tutto il sostegno
sociale e psicologico dei soggetti disagiati è a carico delle
istituzioni formali: i Centri di Igiene Mentale, i Servizi per i
tossicodipendenti, le comunità . Di conseguenza, lo stress
degli operatori delle istituzioni formali tende ad aumentare.
c) Sfiducia da parte
degli utenti
Gli utenti non hanno più fiducia nei servizi sociali e nei
loro addetti. Sono costretti a ricorrervi spesso, ma si rivolgono
ai servizi con astio e aggressività . Anche questo favorisce
il passaggio da stress a burn-out.
d) Svalutazione del
lavoro in se stesso
Un quarto aspetto da prendere in considerazione è la svalutazione
sociale del lavoro in se stesso a favore del successo personale
e del guadagno economico, con conseguente svalutazione di tutte
le professioni sociali - professioni notoriamente poco pagate, nell'ambito
delle quali il successo personale è molto relativo - ma in
particolare della professione degli insegnanti, verso i quali l'atteggiamento
della società è mutato nel tempo e oggi è
diventato opprimente e aggressivo (Rossati, Magro 1999).
IL MONITORAGGIO DEI LIVELLI DI STRESS NELLO STAFF ALL'INTERNO DEI
NUCLEI RSA
Recentemente, in una
ricerca condotta presso l'Istituto Geriatrico "C.Golgi"
di Abbiategrasso, gli autori, Vitali, Guaita, Lionello (2004, 2005)
analizzano i livelli di stress nello staff dei nuclei Alzheimer.
Lo scopo del loro lavoro è da un lato individuare le correlazioni
esistenti tra il ricovero in unità speciali di cura e stress
dei familiari, dall'altro valutare il punto di vista dello staff
attraverso la misurazione dello stress e il giudizio sulle condizioni
di lavoro all'interno delle stesse unità .
MATERIALI
E METODI
Il periodo nel quale
si è svolto il monitoraggio nei suddetti nuclei Alzheimer
è compreso tra dicembre 2001 e aprile 2003, e durante tale
periodo sono stati valutati 9 Infermieri professionali e 45 Addetti
all'Assistenza, attraverso la somministrazione di 174 interviste
di prima valutazione, 149 scale di valutazione RSS (Relative Stress
Scale), 88 rivalutazioni con RSS, 80 valutazioni clinico-funzionali
di pazienti, 54 questionari somministrati allo staff. Il personale
e i familiari appartenevano ai nuclei di degenza temporanea e di
lungo-degenza dell'Istituto Geriatrico. Dopo l'esecuzione di un
intervento di miglioramento ambientale di uno dei due reparti di
lungo-degenza Alzheimer è stato riproposto il questionario
di valutazione. Una terza fase è stata condotta nell'estate
del 2004 attraverso la somministrazione di un questionario anonimo
somministrato a 20 Infermieri Professionali e 79 Addetti all'Assistenza.
RISULTATI
Per quanto concerne
lo staff del settore Alzheimer risulta una correlazione inversa
significativa tra anzianità di lavoro e livelli di stress:
per anzianità di lavoro maggiori si evidenziano valori di
stress più bassi. Questo potrebbe significare, sostengono
gli autori che lo sviluppo di competenze specifiche connesse con
l'esperienza lavorativa, e parallelamente, formativa consente agli
operatori di tollerare meglio situazioni potenzialmente stressanti
e facilita l'adattamento al proprio ruolo, proprio come accade per
i familiari, che sembrano adattarsi al ruolo in funzione della durata
del periodo di caregiving.
Inoltre, chi tra il personale ritiene che il rapporto con i familiari
sia utile percepisce il proprio lavoro come interessantenell'85%
dei casi, coloro che invece ritengono problematico il contatto con
i parenti, percepiscono come interessante il proprio lavoro solo
nel 62% dei casi.
Si evidenzia anche, che fattori esterni al lavoro possono influenzare
la capacità dello staff di condividere l'esperienza del
caregiving con i familiari e di percepire positivamente il rapporto
con essi. Infatti anche nella letteratura presa in esame si rileva
che il giudizio sul lavoro è fortemente influenzato dai fattori
di contesto sia familiari che ambientali. Infatti chi ha una situazione
familiare ottima, trova nell'80% dei casi il lavoro interessante,
mentre chi ha una situazione familiare buona lo percepisce come
tale nell'82%, chi ha una situazione sufficiente nel 65% e chi ha
una situazione mediocre trovava stressante il lavoro nel 100% dei
casi.
Tra gli elementi contestuali ha importanza però anche la
qualità dello spazio di degenza/lavoro, sia per lo staff
che per i familiari dei malati. Lo si può constatare osservando
i mutamenti intervenuti prima e dopo l'intervento di miglioramento
ambientale in uno dei due nuclei Alzheimer. Infatti nella ricerca
si è rilevato una riduzione dello stress percepito dallo
staff ed è migliorato il giudizio dei familiari in relazione
alla qualità delle cure ricevute, dell'impegno degli operatori
e della qualità assistenziale.