La politica come arte del negoziato di Ektor Georgiakis

La politica non è la scuola. Non deve insegnare nulla, nè fare da esempio a qualcuno. La politica non è la religione. Non può esigere atti di fede nè cieche fedeltà; non può fare guerre sante nè crociate morali. La politica è l'arte di fare il bene della più larga maggioranza della polis, attraverso il negoziato. Questo vale per le democrazie, ma anche per i regimi totalitari dove il dittatore deve negoziare con militari, gerarchie ecclesiastiche, èlites finanziarie o potentati aristocratici. I politici non sono e non devono essere maestri. I politici non devono essere santi, nè onesti, nè idealisti. I politici devono essere bravi negoziatori, capaci di fare il bene della più larga maggioranza della polis.

La crucialità del negoziato in politica deriva dalla differenziazione delle classi e dei ceti sociali e dalla equi-legittimità dei diversi interessi. La società è stratificata e frammentata. Ci sono gli imprenditori e i sindacati; i consumatori e i fornitori; i militari e i pacifisti; le donne e gli uomini: i giovani e gli anziani; i conservatori e gli innovatori; i nazionalisti e gli esterofili; e così via per centinaia di dicotomìe e divisioni.

Il mondo pre-moderno tendeva a risolvere le potenziali contraddizioni con la sottomissione di uno dei poli antagonisti: fra proprietari e lavoratori solo i primi avevano una legittimazione. Così fra uomini e donne, anziani e giovani, conservatori e innovatori. Nella modernità invece tutte le polarità hanno una legittimazione equivalente. Uguali diritti sono teoricamente assegnati a tutte le diversità. Da ciò consegue che ogni prevalenza di una diversità sull'altra assume l'aspetto di una violenza, di una pre-potenza che merita di essere risarcita o vendicata. Il processo di differenziazione e di equi-legittimazione, nel lungo periodo, non può che portare alla distruzione della società.

Ci sono solo due modi di rallentare questo processo. Uno è quello della violenza: una parte prevale temporaneamente sull'altra. Purtroppo, questo legittima la parte sconfitta a ricercare un riscatto. E il ciclo delle ritorsioni assume i contorni di una faida. Il nuovo governo azzera le decisioni del precedente; il principio di maggioranza viene costantemente disatteso; i "franchi tiratori" e i "cambiatori di casacca poltica" proliferano.
Il secondo modo è quello del negoziato fra le parti, finalizzato a far trovare a tutte almeno una parziale soddisfazione. E' qui che la politica trova il suo ruolo principe: nel promuovere e favorire continui negoziati capaci di soddisfare il maggior numero di richieste fra diverse, ma ugualmente legittime, voci della società.

In un negoziato, la premessa indispensabile è che le parti abbiano uguale legittimità. Non esistono il torto e la ragione. Non esistono gli onesti e i disonesti, i simpatici e gli antipatici, i "mangiatori di bambini" o i "pedofili", i terroristi o i regolari. Esistono solo negoziatori che devono trovare una soddisfazione anche parziale alle loro richieste.

Il paradigma di questa negazione dei negoziati è la terza guerra mondiale in atto da oltre vent'anni, coi nomi fittizi di "guerra al terrorismo", "guerra santa", "esportazione della democrazia", "difesa dell'Islam", "sicurezza nazionale". Finchè l'impero d'Occidente non inizierà a trattare col nemico, cioè coi gruppi che ne vogliono contenere il predominio, gli attentati terroristici e le stragi continueranno. Finchè i gruppi antagonisti non tratteranno con l'impero, cioè con chi si è conquistato il controllo del pianeta, i massacri "intelligenti" e la guerra mondiale continueranno.

In Italia, circa 10 milioni di cittadini hanno dato il loro voto a un partito, circa 10 milioni ad un altro, e circa 10 milioni ad un terzo. I restanti circa 10 milioni di elettori si sono astenuti, affermando con ciò di non voler essere complici del sistema dominante. Nessun Paese può andare avanti, sopprimendo la legittimità di un quarto dei suoi cittadini. Non dovrebbe avere importanza se i rappresentanti di tre quarti dei cittadini si odiano fra loro, e se quelli del restante quarto non ci sono. Nè dovrebbe avere senso ricorrere al principio di maggioranza, indubbiamente violento e foriero di rivincite e ritorsioni.

Un vero capo dello Stato avrebbe rinchiuso in una stanza i tre leaders dei gruppi usciti dalle elezioni più un manichino (in rappresentanza delle astensioni), e li avrebbe fatti uscire solo dopo un vero negoziato. Se i tre leaders fossero stati davvero tali, cioè interessati a ottenere almeno qualcosa per il bene della polis, sarebbero usciti presto con un accordo come questo:

  • la cosa che più sta a cuore al centrosinistra è lo sviluppo? approvato l'immediato rimborso dei debiti delle PA
  • la cosa che più sta a cuore al centro destra è la riduzione delle tasse? approvata l'abolizione dell'IMU
  • cosa sta più a cuore al M5S? la riforma elettorale? approvata l'abrogazione del "Porcellum"
  • cosa esprime il 25% di astensione? l' odio per la casta? tutte le cariche assegnate a persone nuove alla politica

Tutti e quattro i gruppi antagonisti avrebbero avuto un successo ciascuno, e l'Italia sarebbe un po' più lontana dal disastro. Purtroppo, non abbiamo politici veri e capaci di negoziare: abbiamo solo occupatori di poltrone e sperperatori di risorse.

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