Aporìe del made in Italy (Eva Zenith)

Da qualche anno i mass media ripetono il peana del made in Italy, la cui definizione è talmente vaga da ricordare la vecchia autarchia fascista. I più rigorosi qualificano come made in Italy solo i prodotti che:

  1. vengono lavorati in una fabbrica o laboratorio con sede in Italia
  2. escono da imprese di proprietà a maggioranza italiana
  3. sono lanciati da imprese la cui sede centrale sia in Italia
  4. sono il risultato dell'abilità di maestranze italiane
  5. vengono assemblati con materie prime italiane (cioè in possesso dei primi tre caratteri di questa lista).

Il problema è che con una definizione di questo tipo, il made in Italy risulta molto circoscritto. Riguarda pochi prodotti, in bassa quantità, ad alto costo destinati soprattutto all'esportazione. Il vero made in Italy se lo possono permettere solo pochi italiani: quindi, perchè ne parliamo tanto?

Il carattere di una sede in Italia rende poco made in Italy ogni prodotto che viene creato in stabilimenti esteri, europei o no. Ogni delocalizzazione dovrebbe far perdere ai prodotti la qualifica di made in Italy. Per esempio, non sembra ragionevole continuare a definire made in Italy i capi di Missoni, costruiti su misura per via telematica in laboratori situati in estremo oriente.

La richiesta di una proprietà a maggioranza italiana rende poco made in Italy ogni prodotto che esce da un'impresa quotata in Borsa, o da un impresa (come quelle del lusso) da tempo acquistata da capitali stranieri. E' paradossale sentir magnificare il made in Italy di quei prodotti che escono da organizzazioni da anni proprietà di francesi, arabi, tedeschi.

Una impresa come la FIAT che ha la sede centrale in Olanda, produce auto negli Usa e in altri Paesi non può continuare a fregiarsi del titolo di made in Italy.

Il made in Italy dovrebbe essere frutto del lavoro di maestranze italiane, almeno in maggioranza. Sono almeno 500.000 gli immigrati clandestini che raccolgono e lavorano i prodotto della campagna, nelle stesse condizioni in cui lavoravano i neri nelle piantagioni di cotone (o i cinesi nelle ferrovie) americane. E' un'assurdità continuare a definire made in Italy i prodotti di molta campagna italiana.

Infine c'è il problema delle materie prime. La bresaola made in Italy viene fatta con la carne argentina. I salumi vengono creati coi maiali rumeni. I prodotti da grano dipendono dal mercato statunitense o cabnadese. Per le marmellate viene usata la frutta egiziana, marocchina o vietnamita. L'olio spacciato come made in Italy viene prodotto con le olive spagnole, tunisine o greche.

D'altro canto è vero che il made in Italy, senza esportazioni, non sfamerebbe nemmeno un quarto della polazione italiana. La scarsità del vero made in Italy spinge in alto i prezzi e questo invita all'espostazione verso economie più forti. Il tonno mediterraneo lo mangiano solo i giapponesi.

E allora? Smettiamola col mantra del made in Italy, e limitiamoci a controllare che il cibo sia sano a prescindere dalla sua provenienza.

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